Arrigo era in Italia, e Dante si rivolge ai principi chiamandolo un sole

pacifico, un Moisè liberatore, un Cesare che perdona, un Augusto che

punisce, un'aquila sublime che scende come folgore, una pioggia celeste

che feconda, un agricola dei Romani, un ettoreo pastore, il luminare

minore. Se già l'avesse definito veltro, come non se ne sarebbe

ricordato in tali epistole? E sì che ciò che contrasta o può contrastare

a lui, è detto, oltre che cupidità che affascina come le Sirene, (Ep. 5,

4) oltre che cupidità che accieca che blandisce che inceppa (Ep. 6, 3;

5) e idra dal capo molteplice e ripullulante; anche _vulpecula...

venantium secura_. (ib. 7) Dante aveva in niente il passo di Cicerone:

_fraus quasi vulpeculae_.[165] Se già il Poeta aveva scritto il suo

primo canto, certo avrebbe messa la lupa, dopo l'idra spaventosa; non la

volpicella puzzolente: l'insidiatrice degli ovili, e non quella de'

pollai. E come ha ricordato Alcide glorioso, a proposito dell'idra,

avrebbe, a proposito della volpe o della lupa, _venantium secura_,

ricordato il più veloce dei cani da caccia,[166] tanto più ch'egli

diceva all'imperatore, _Rumpe moras_! (ib. 8) E non sarebbe stato

disdicevole nell'epistola, come non è nella Comedia, tale paragone

canino, e per altre ragioni e per questa, che il cane era riputato

medico e sapiente.[167] E così nell'epistola quell'idea di sapienza, che

pur v'è (_Goliam hunc in funda sapientiae tuae... prosterne_), avrebbe

potuto aver luogo, dopo un paragone col veltro, così come ha luogo nella

Comedia:

questi non ciberà terra nè peltro,

ma _sapienza_... (Inf. 1, 103)

Da tutto ciò vediamo che si vien preparando nella mente di Dante la

formula e l'imagine, che domina tutta la Comedia penetrandola piuttosto

d'un grande rammarico che d'un'alta speranza; la formula e imagine del

Veltro, la quale deve seguire e non può aver precedute tutte quest'altre

formule e imagini.[168] La _vulpecula_ se la ride dei cacciatori. Su,

affrettati... scovala, inseguila! So io quel che ci vorrebbe! sembra

pensare Dante. E già si delinea nel suo pensiero la figura del veltro, e

allora, per amor del veltro, così gentil fiera, anche la fetida

volpicella cresce a lupa, prendendo più diabolico sembiante, ben

conveniente a chi fu scatenata nel mondo dall'invidia del diavolo il

quale in forma di lupo insidia le chiese dei fedeli.[169] Quando questa

trasformazione della volpe? quando quest'imagine del veltro contro colei

che è _venantium secura_? Quando il buon imperatore, che doveva rompere

gl'indugi, dopo averli rotti ma troppo tardi, a giudizio di Dante, dopo

questo e quell'assedio, questo e quel badalucco, e molto andare e

venire, moriva finalmente senza compier l'impresa a Buonconvento nel

1313. Allora sì che Dante doveva disperare di poter mai riprendere la

via del mondo. E allora doveva apparirgli enormemente grande questa

cupidità o violenza e frode insieme, o insieme avarizia, invidia e

superbia, ossia malizia, in una parola sola, o ingiustizia, in altra

parola, che copriva il mondo! E allora doveva invocare contro essa

qualcuno che fosse molto diverso dal buon Arrigo: tanto fiero da far

morire con doglia la bestia malvagia, tanto corrente da cacciarla per

ogni villa, tanto possente da rimetterla all'inferno!

Tanto è verosimile. E ci sono ragioni per aiutare la verosimiglianza, e

non ce ne sono per diminuirla.

Invero, a figurare il salvatore in un cane, il Poeta può essere stato

confortato (non dico ispirato) dall'essere Cane il nome dello Scaligero

costituito nel 1312 vicario imperiale a Vicenza, e già dal 1311 signore

unico di Verona; intorno a cui, fa molto sognare la reticenza di

Cacciaguida: (Par. 17, 91)

“E porteraine scritto nella mente

di lui, ma nol dirai...„ E disse cose

incredibili a quei che fien presente.

Quali cose disse Cacciaguida all'orecchio di Dante? Ossia quali

incredibili cose volle Dante significare (non forse a Cane stesso?)

d'aver pensate di quel signore? Il primo rifugio di Dante dopo il bando

fu Verona, e la casa del gran Lombardo. Vide in essa Can giovinetto. Che

del gran Lombardo e della sua casa avesse allora a lodarsi, non pare.

Nel Convivio, avanti di scrivere il primo canto della Comedia, dice, o

di quel gran Lombardo, o del fratello di lui come di Can Grande: “e

Albuino della Scala sarebbe più nobile, che Guido da Castello di Reggio;

che... è (_cosa_) falsissima„. Dopo, si ricredè, avendo riveduto, come

parrebbe dalla epistola a Can Grande, s'ella è autentica, il giovinetto

divenuto principe di gran virtù

in non curar d'argento, nè d'affanni,

(come appunto il veltro, che non ciba peltro, ma virtù, nel cacciare per

ogni villa la lupa), o anche, non avendolo riveduto di persona, bensì

sapendo ch'egli era la spada e lo scudo dei Ghibellini. E le cose che

Cacciaguida disse e Dante non ridisse, incredibili cose, hanno da avere

attinenza con questa sua qualità. E con quel suo nome forte, aggiungo

io; con quel suo nome che non dinotava solo una bestia dall'agil corso,

e che può nutrirsi di così ideal cibo, e fornire così alta impresa; ma

si trovava a significare anche altro. Invero si legge in Giovanni

Villani,[170] dei Tartari: “fecero per divina visione loro imperatore e

signore un povero fabbro di povero stato, che aveva nome Cangius, il

quale in su uno povero _feltro_ fu levato _Imperatore_; e come egli fu

fatto signore, fu soprannominato _Cane_, cioè in loro linguaggio

_Imperatore_. Questi fu molto valoroso e savio...„. Difficilmente si

potrà negare che tra questa leggenda, assai diffusa, e la concezione del

cane Dantesco, che è un imperatore, nato tra feltro e feltro, ci sia

qualche relazione. Ma se ne avesse ancor più di quel che paia? Che Dante

osasse concepire l'incredibile speranza che il vicario imperiale, che

portava “sulla scala (per cui si ascende) il santo uccello„, potesse

essere fatto imperatore? che quella, la quale alla morte di Arrigo, non

era forse più che un'imagine ingegnosa, sembrasse a Dante medesimo, nel

1318, un vaticinio destinato ad avverarsi tra le contese del Bavaro e

dell'Austriaco? Il nome l'aveva già: _Cane_. E sarebbe stato un

imperatore nato, cioè eletto, come _Cangius_, fuor dell'aspettazione del

trono; tra feltro e feltro, in certo modo; non tra le porpore tessute,

bensì tra i peli battuti; come il Cane tartaro, che, secondo il racconto

del Villani, fu levato in su uno povero feltro, ed ebbe, per dirlo in

altro modo, un feltro per porpora! Ebbene se Dante preso da queste

singolari coincidenze, d'un vicario imperiale, che aveva per arma la

scala e l'aquila, e si chiamava Cane cioè imperatore, ed era attivo e

destro, e magnificente, e unica ormai speranza per i Ghibellini, avesse

il suo sperato imperatore raffigurato come un cane nato tra feltro e

feltro, ossia non nella porpora; è ben certo che quel primo canto non

l'avrebbe potuto scrivere se non quando Arrigo non era più e Can Grande

era già grande: dopo il 1313 o in quell'anno.[171] Ebbene è un sogno

questo? Ma che disse Cacciaguida a Dante? Quella reticenza è di gran

momento!

In tanto bisogna rispondere a un'obbiezione. L'inferno, dicono alcuni,

era finito nel 1308. Quest'opinione è rincalzata dal Ricci, che assevera

non poter Dante avere scritto il verso

che da Vercelli a Marcabò dichina,

(Inf. 28, 75)

se non prima del 1309, nel qual anno, a' 23 di settembre, quel castello

era distrutto dai Polentani.[172] Ora a ciò si può opporre, come altro,

così quello che il Ricci non vorrebbe si opponesse: “il solito argomento

della data della visione dantesca„. Perchè no? E poi, se il nome come

afferma il Ricci, non rimase al luogo, a quei tempi come avrebbe alcuno

chiamato quel luogo, dove era sorto Marcabò?[173] Invece, è verosimile

che prima d'andare a Ravenna e di conoscere i Polentani, Dante sapesse

di quel castello?

Ma più grave obbiezione è quella che può fondarsi sull'inverosimiglianza

del fatto che in sì breve tempo, da più in là che mezzo il 1313 a più in

là che mezzo il 1321, prendendo i termini più larghi, in otto anni

insomma, potesse Dante compiere quel poema che lo fece macro per _più_

anni.

Ebbene alcuni si figurano Dante nell'atto di lavorare così come se

spesso si grattasse il capo e si rodesse al vivo le unghie: io lo vedo

empir le carte della sua lettera magra e lunga e molto corretta con

rapidità e sicurezza. Alcuni mostran di credere ch'egli facesse un passo

avanti e due indietro: io vedo al baleno dell'idea seguir di schianto il

tuono, rotto aspro cupo, della parola. Alcuni amano di pensare che, a

modo del suo maestro Virgilio, Dante leccasse, quale orsa, i suoi versi

nati goffi e grossi quali orsatti: io vedo che i versi nati male, nati

rozzi, nati storpi, Dante li lascia tali quali. Alcuni, o i più, o

tutti, esterrefatti avanti la copia delle imaginazioni e delle

disquisizioni, delle persone e delle cose, non sanno come egli facesse a

ritrovarcisi, senza una lunga, continua, notturna e diurna meditazione.

Io credo che egli per la Comedia, come per le rime nuove, ci avesse

pensato prima![174] Io imagino che non dovesse durar molto stento e

molto tempo a rivocare alla visione tutti i suoi studi del Convivio e

della _Monarchia_. Io vedo che a tutto ciò che a noi pare così

complesso, così infinito, così inestricabile, sottostà un disegno

semplice e nitido. È una gran tela il poema sacro, ma era stata ordita

prima che la spola cominciasse il suo lavoro! Egli aveva fatto, per così

dire, una forma cava con pazienza e sapienza; e dopo vi gettava dentro,

con émpito tranquillo, il metallo della sua anima fuso dalla sua gran

passione. L'incendio crocchiava, sprizzava, fumava; e il Poeta

s'affrettava lentamente.

XIX.

DECEM VASCULA

E poi lo sappiamo da lui medesimo, quanto tempo metteva nel comporre i

canti del suo poema.

Egli aveva compito l'inferno e il purgatorio. Giovanni del Virgilio[175]

conosceva le due cantiche, delle quali un episodio a principio dell'una

e un altro alla fine dell'altro, tutti e due riguardanti poesia antica e

poeti antichi,[176] ricordava in una sua epistola latina a Dante. In

essa accenna al primo, dicendo

_Praeterea nullus, quos inter es agmine sextus,_

che è il ricordo del noto “fui sesto„; e mostra col verso seguente,

_nec quem consequeris caelo,_

che è Stazio, sì di conoscere l'ultima parte del purgatorio, e sì, forse

d'ignorare il paradiso, in cui non è più parola di Stazio, mentre a me

pare che Giovanni si figurasse che dovesse aver qualche parte

nell'ultima cantica. Come che ciò sia, il buon verseggiatore bolognese

nomina bensì gli _epiphoebia regna_; chè certo sapeva che ai due regni

terrestri doveva tener dietro il celeste, ma non dice di esso alcuna

particolarità, quale dice dei due primi. In quell'epistola il

verseggiatore incuora il Poeta (così diciamo noi: allora almen l'uno de'

due pensava tutto al contrario) a lasciare il sermone laico e la lingua

volgare; a non gettar perle ai porci, a non mettere una plebea guarnacca

alle sorelle Castalie. Egli vuole che canti epiche imprese recenti, la

salita al cielo d'Enrico imperatore, la sconfitta dei gigli fiorentini

per opera del Faggiolano, le sevizie patite dai Padovani,

_et Ligurum montes et classes Parthenopaeas._

Poi promette di presentarlo alle scuole bolognesi ornato di laurea: il

che può essere, e anche non essere, una proposta di conventarsi a

Bologna.

Dante risponde con un'ecloga pastorale: “Ebbi la tua lettera. S'era io e

il mio Melibeo (un certo ser Dino Perini fiorentino),[177] e

rassegnavamo, secondo il nostro solito,[178] le capre pasciute. Esso,

che voleva conoscere il carme che m'era giunto, mi dice: — O Titiro

(Dante), che vuol Mopso (Giovanni del Virgilio)? Narra. — Io, o Mopso,

rideva; ed esso insisteva vie più. Finalmente, per il ben che gli

voglio, smisi di ridere, e gli dissi: — Pazzarello, che cerchi? Bada

piuttosto alle capre che ti sono affidate, sebbene la piccola cena ti

dia pensiero.[179] Tu non sai i pascoli, che il Menalo col capo

inclinato, celando il sole, adombra:[180] i pascoli dall'erba screziata

di fiori. Li circonda un ruscelletto, che s'è fatta la via dall'alto

donde sorge.[181] Là Mopso, mentre i bovi ruzzano per le pieghevoli

erbette, contempla lieto l'opere degli uomini e dei celesti. Poi, dando

fiato alla zampogna, manifesta le gioie del suo cuore, sì che gli

armenti seguono il suo canto, placati dal monte scendono al piano i

leoni, e le onde corrono addietro, e Menalo[182] accenna col fruscìo

delle sue frondi. — E Melibeo ripiglia: — O Titiro, se Mopso canta tra

verzura a me ignota, tuttavia potrei i suoi carmi, per quanto a me

ignoti, se tu me li _mostrassi_, insegnarli alle capre errabonde.[183]

Che aveva a far io, poichè questi insisteva anelando? — Sai? Mopso s'è

dato alla poesia, mentre gli altri vanno là ad apparar leggi, ed è

impallidito nell'ombre del sacro bosco. Pieno di poesia, egli m'invita

alle frondi cresciute dalla fanciulla del Peneo conversa in albero.[184]

Melibeo esclama: — E che farai? Pastore errerai sempre per i pascoli

senza l'alloro alla fronte? E io: — O Melibeo, l'onore e la fama dei

poeti svanì: Mopso appena, a forza di veglie, è diventato poeta! — Così

avevo risposto, quando saltandomi l'umore esclamai: — Che belati per i

colli e per le praterie, quando, col verde alla chioma, intonerò il

peana! Ma ho paura di quelle forre e di quelle campagne che non onorano

gli dei.[185] _Non sarà meglio ornare i capelli, trionfando, se mai mi

avverrà di tornare, e coprirli ora che son bianchi, mentre erano biondi

allora, con la fronda intrecciata in riva al patrio Arno?_ — Ed esso: —

Chi può dubitarne? Però guarda il tempo come passa presto! Già son

vecchie le capre, che noi lasciammo alle loro madri, perchè figliassero

altri capri.[186] E io: — Quando _i corpi fluidi intorno al mondo e gli

abitatori delle stelle_ saranno noti come i regni inferi, allora gioverà

coronar il capo d'edera e lauro.[187] Mopso lo concederà? — E Melibeo:

Mopso?! perchè? — E io: O non vedi che egli riprende le parole comiche

(volgari), sì perchè sonano come trite, nelle bocche delle femminette,

sì perchè le sorelle Castalie hanno vergogna d'accettarle? — Così

risposi, e rilessi, o Mopso, i tuoi versi. Allora Melibeo fece

spallucce, e disse: O che faremo dunque, volendo convertire Mopso?[188]

— E io: — Ho con me una pecora, _che tu conosci_,[189] la più cara, che

appena regge le poppe, tanto abbonda di latte (sotto una gran rupe ora

rimastica[190] le erbe che già brucò) che non va col gregge, che non è

avvezza ad alcun chiuso, che suol venire da sè, nè mai a forza si lascia

mungere;[191] questa io mungerò e del suo latte empirò _dieci vasi_ per

mandarli a Mopso. E tu intanto bada ai capri che cozzano, e impara a

mettere i denti nelle dure croste del pane. — Così cantavamo io e

Melibeo sotto una quercia, mentre nella casetta ci si coceva il farro„.

Che si ricava dall'Ecloga? Questo, a parer mio. Dante interpreta che

Giovanni del Virgilio lo abbia invitato a fare alcun canto epico in

latino. Di ciò, a detta di Giovanni, è per venirgli la gloria che invano

aspetta dal suo pur bel poema volgare. E Dante esclama, nella sua

finzione bucolica: Quando canterò laureato il mio peana, sentirai che

belati per i colli e i prati! Queste parole le mette fuori _indignatio_.

Perchè questa indignazione? La poesia è senza onore, ha detto prima: io,

dice ora con empito di ribellione, le lo renderò! Non ci lasciamo qui

fuorviare dal travestimento bucolico delle idee, per il quale, ad

esempio, il sermone o la epistola del poeta bolognese diventa una serie

di _modulamina_. Può stare che siano ecloghe pastorali quelle che devono

far belare di gioia i colli e i prati; che queste ecloghe, delle quali

una è la presente, debbano restituire l'onore ai poeti e alla poesia,

non può stare. Che Dante lo dica al “poeta„ del Virgilio, non può stare.

Che Dante dica d'intonare il peana, laureato per queste ecloghe latine,

esso che stava per finire il poema sacro, esso a cui s'erano chiesti

canti epici, non può stare. Non sta. Nel fatto soggiunge: A Bologna, per

altro, c'è cagione di alcun timore; non è meglio attendere di essere

laureati a Fiorenza? Sì, ma il tempo passa, replica ser Dino. E Dante

insiste: Sì: io voglio aver finito il paradiso, con le sue stelle

(_circumflua corpora_) e coi suoi santi e angeli (_astricolae_). Mopso

lo vorrà allora concedere, Mopso che non apprezza se non la poesia

latina? E, poichè ser Dino si meraviglia. Dante gli rilegge la lettera

di Mopso, dove disdegna le rime e la lingua volgare. Dal che si ricava

che il peana Dante ha detto d'essere per cantarlo, quando avrà finito il

paradiso e la Comedia; e perciò di non poterlo cantare a Bologna, dove,

oltre varie difficoltà, non ci sarebbe forse il consenso di Giovanni del

Virgilio. E come far ricredere Mopso? — Gli manderò dieci vasi di latte

della mia pecora più cara. — Si interpreta dall'antico glossatore che la

pecora sia la poesia bucolica; si dichiara da un valente critico moderno

che i dieci vasi di latte siano un libro d'ecloghe nel numero consacrato

da Virgilio, di dieci.[192] E il senso correrebbe così: “A Bologna non

vorrei andare; non è meglio laurearsi a Fiorenza? Quando il paradiso

sarà terminato, prenderò certo il cappello. Mopso lo permetterà? Egli

non vuol saperne, di volgare; ma per convincerlo, gli manderò dieci

ecloghe, quante ne fece Virgilio„. E il senso corre così bene, che così

invero intese Mopso, che rispose a Titiro che la sua ecloga fu molto

ammirata, e che Dante sarà o secondo dopo Virgilio, o un altro Virgilio

a dirittura; e che gli augura di tornare in patria, ma intanto può

cantare (latinamente) con esso lui e deliziarsi, a Bologna, dove non c'è

nulla da temere. Iola (Guido Novello) non lo permetterà? Oh! il mio

antro non è men sicuro della sua casa o capanna; e qui sarai amato e

vedrai il Mussato. E io farò altrettante ecloghe, “quante tu ne

prometti. Sebbene, mandar latte a un pastore...„. Così intende Mopso, e

d'aver così inteso mostra anche con l'epitafio che scrisse di lì a non

molto del grande Poeta:

_Pascua Pieriis demum resonabat avenis:_

_Atropos heu! lectum livida rupit opus._

Ma intende bene? Qui sta il punto. Già a me pare che il grande e il

piccolo poeta non s'intendessero per la laurea, se il grande parla d'una

vera e propria laurea o d'un reale “convento„. Scrive Mopso, che se vuol

altra fama, che quella che dispensa il volgo,

_en ego iam primus, si dignum duxeris esse,_

_clericus Aonidum, vocalis verna Maronis,_

_promere gymnasiis te delectabor ovantum_

_inclita peneis redolentem tempora sertis..._

Mopso, cioè il buon _verna Maronis_, presenterà Dante ai lettori e agli

scolari di Bologna: quel che segue, non è forse una circoscrizione

poetica per dire “te poeta„? _poeta_ nel senso distinto da rimatore? Il

fatto è che nella replica di Mopso a Titiro, di laurea non mi pare si

parli più; nell'epitafio, dove pur si tocca delle Bucoliche interrotte,

di laurea non si tocca. Ma lasciamo questo punto: l'altro punto dei

dieci vasi, l'intende, Giovanni del Virgilio, bene? Dante, scrivendo la

sua seconda ecloga, dice che a Bologna, ai sassi etnei, non andrà,

perchè teme di Polifemo, e si fa dire da Alfesibeo, che è un _magister

Fiducius de Milottis de Certaldo medicus, qui tunc morabatur Ravennae_:

Ah! ti prego: non sia mai che il Reno e quella Naiade abbia questo

illustre capo, cui già il frondatore s'affretta a scegliere in vetta

all'alloro le foglie dell'immortalità. Non sia mai che vada a Bologna

questo capo, cui già si prepara l'alloro! Questo concetto non si accorda

con l'interpretazione data prima, dei dieci vasi, e di ciò che precede e

segue.

In verità: per conventarsi, se mai, non a Bologna, ma a Fiorenza, Dante

avrebbe promesso le dieci ecloghe a Giovanni! Ora, questo medesimo

intento, di prendere il cappello nella patria, Dante lo manifesta nel

poema sacro con parole che tutti ricordano. Oh! sia pure che quel

_concedat_, come dirò tra poco, significhi “approverà, sarà contento„:

ma come possiamo credere che a vincer la crudeltà dei suoi cittadini

Dante credesse necessario, oltre il poema sacro, anche dieci bucoliche

dirette a Giovanni del Virgilio bolognese?

Ma più che di laurea si tratta di gloria: il trionfo ha da essere senza

cavalli bianchi. Dante è per compiere un vero poema. Quando scriveva il

Trattato d'eloquenza, nemmeno sospettava che fosse possibile. Egli l'ha

composto e compone con quel _proximius imitari_ “i poeti grandi, cioè

regolari„, (VE, 2, 4) che non può meglio esser significato che col farsi

discepolo di Virgilio, col far la mente seguace delle parole sue. (Pur.

24, 101) Due cantiche n'ha compiute. In esse egli si mette per sesto nel

grande canone; in esse si trova a pari pari con Stazio, sebbene anche da

lui si faccia ammaestrare (Pur. 25, 31), seguendo la “scuola„ (ib. 21,

93) dell'altissimo poeta. Giovanni del Virgilio gli scrive in versi

latini, ricordandogli appunto, di esse due cantiche, gli episodi in cui

Dante fa tal professione di essere un poeta vero, grande e regolare,

sebbene versifichi in volgare, e di non differire in nulla da quelli:

(VE 2, 4) ha detto d'essere sesto in quella scuola del signor del canto;

ha detto e mostrato d'essere a Virgilio come a Virgilio è Stazio.[193]

Ma ora viene il buono; ora ha da mostrar veramente ch'egli può poetare

_magno sermone et arte regulari_; (VE. ib.) ora gli è bisogno,

nell'aringo rimaso, Apollo. L'alloro l'avrà con quest'“ultimo lavoro„.

Apollo, non Aretusa, gli deve concedere “_extremum hunc laborem_„, che

non è un'ecloga pastorale, ma il paradiso della Comedia. (Par. 1, 1) Nel

qual ultimo lavoro non ha più seco il dolce pedagogo; cioè, ha tanto

studiato, che dell'arte e della materia è padrone. Non è più un'Eneide

volgare, la sua: è più e meglio: è, per dirla brevemente, una

_Pauleide_; il che sembra significare il Poeta con quella parola

“_vaso_„ _del valore_, che richiama _lo vas d'elezione_. Ora dunque

stende le mani alla fronda Peneia;[194] ora potrà chiamarsi trionfatore;

ora potrà dirsi “poeta„, nel senso intero e puro, senza restrizioni di

sorta. E in verità, quando “l'aringo„ sarà percorso per buona parte,

“poeta„ si proclamerà. (Par. 25, 8) In tanto, al principio della cantica

sublime, intuona il peana.

Sì: peana. Dante sa che il peana è canto di trionfo, e che è rivolto ad

Apollo, come altre grida a Bacco. (Par. 13, 25) Ed egli che l'alta

tragedia sapeva tutta quanta, aveva letto che cosa cantassero

nell'Elisio, tra un odorato bosco di lauro, i vati _pii... et Phoebo

digna locuti_.[195] Cantavano in coro il peana. La protasi del paradiso

amplifica e spiritualizza codesta imagine virgiliana. Egli spera la

fronda peneia; perchè la _materia_ è tale che nessun altro poeta può

essere più pio di chi tratta quella; e tutti quei versi riescono a dire

che Febo deve ispirare esso, se il canto ha da essere _degno_ (Par. 1,

27) di Febo. Ora vogliam credere, che qui Dante alluda a una vera e

propria laurea solenne o modesto convento nella umile terra nostra? Il

peana qui intonato si afferma poi nel centro dei tre canti delle tre

virtù teologali, cioè nel proprio luogo della _pietas_,[196] nel canto

della speranza, per cui fu salvo,[197] che è il vigesimo quinto,

preceduto e seguito dai canti della fede e della carità. Qui, dunque,

proclama: (25, 7)

Con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, ed in sul fonte

del mio battesmo prenderò il cappello.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 15 / 42 段