lo compì, tanto rapido fu l'avvenimento che gli diede occasione. Allora,
scrisse probabilmente i primi due libri, nei quali svolge le due tesi
del Convivio; poi nel 1317 e dopo riprese il Trattato, lo rimaneggiò, e
aggiunse il libro terzo, nel quale combatte la dipendenza in dritto
dell'impero dal papato. Perchè è probabile che esso libro terzo fosse
risposta alla bolla con la quale nel 31 marzo del 1317 Giovanni XXII,
dichiarato vacante l'impero, ne rimetteva il governo nelle mani del
Papa, che come successore di S. Pietro aveva l'autorità non solo
spirituale ma temporale.[155] Certo è che la mente di Dante era nel 1311
già piena di quelli argomenti. Nel Convivio aveva alle mani il suo
codice di vita operativa; e già nel proemio dei suoi undici trattati,
cioè nel Trattato IV del Convivio quale rimase, indicava il “fondamento
radicale della imperiale maestà„ essere nel fine del consorzio umano,
che è la felicità, e per ciò la pace. E poneva in stretto nesso tra loro
il fatto di Dio che volle “l'umana creatura a sè riconfermare„, e quello
dello impero istituito a ciò che Dio, discendendo a fare questa
concordia, trovasse la terra in ottima disposizione. (Co. 4, 4) E
segnava ancora una relazione misteriosa tra la nascita di David, da cui
doveva sorgere il “bel fiore„, e l'approdo di Enea in Italia, (ib. 5)
Enea doveva poi nel Trattato della Temperanza aver gran parte, nè
soltanto in quello, forse; chè come di temperanza, egli è modello di
fortezza e magnanimità, e d'amore per i maggiori e i minori, e di
cortesia, e di lealtà. (Co. 4, 26) Ed Enea è gran parte nelle
argomentazioni della _Monarchia_. Quanto all'altro nesso, vediamo che
nelle epistole si mostra a grado a grado più chiaro. In quella ai Re,
egli dice che l'impero fu confermato _verbo Verbi_, (Ep. V 7) accenna
che fu opera della provvidenza sino ai trionfi d'Ottaviano (ib. 8), e
riferisce alla divisione delle due vie e vite le parole di Gesù, di dare
a Cesare ciò che è di Cesare. (ib. 9) E parla della cupidità seduttrice
(ib. 4) e della vanità del senso in cui si procede al buio. (ib. 10) In
quella ai Fiorentini, oltre i cenni alla divinità dell'istituzione
imperiale, (Ep. VI 1) e alla funesta gola della cupidità, (ib. 2) e alla
cecità che ne viene, (ib. 3) e alle sue blandizie, (ib. 5) ha il
concetto che libertà è nell'impero. In quella ad Arrigo, egli quasi
confonde l'imperadore col Cristo, quando si dice costretto a irrompere
nella voce del Precursore: “Sei tu colui che deve venire o ne aspettiamo
un altro?„; quando gli dice di aver gridato esultando in lui: _Ecce
agnus Dei!_ quando lo chiama prole d'Isai, e lo paragona a David che
maneggia una fionda di sapienza e una pietra di fortezza. (Ep. VII 2, 8)
Così è già delineato il concetto e l'imagine dell'imperatore che è un
Cristo, in certo modo rinnovellantesi a conservar libera ciò che il
Cristo già liberò: la volontà umana. La quale è di nuovo e sempre
insidiata, tentata, sedotta dallo stesso antico serpente, dalla _culpa
vetus_, cui già Maria o la Sapienza conculcò ma non uccise.
Ora il trattato _de Monarchia_, scritto in latino come le epistole, in
latino come il libro di eloquenza che Dante aveva alle mani nel tempo
stesso che il Convivio; scritto in latino anche con fine che fosse
inteso da chi il volgare non intendeva a sai o punto; è molto probabile
fosse cominciato a comporre appunto in tempi, in cui le quistioni ivi
trattate fossero vive e tra uomini d'ogni nazione d'Italia e fuori, e in
tempi seguenti quelli degli altri due trattati, insieme connessi, che
lasciava incompiuti; e in tempi prossimi all'epistole che, come il
Convivio, contenevano accenni della materia di cui è materiata la
_Monarchia_. In vero questo Trattato contiene ne' primi due libri
ordinate e svolte tutte le considerazioni e argomentazioni sparse nel
Convivio e nelle Epistole. Dante “_pubblicis documentis imbutus_„ vuole
recare alcun benefizio alla “repubblica„. Non altra intenzione aveva nel
concepire il Convivio la cui moralità trascendeva la vita privata. Enea,
Catone non erano modelli di virtù casereccie. La rettitudine o _directio
voluntatis_ doveva servire per la gran via del mondo. Nel suo nuovo
Trattato, più apertamente morale-politico, egli nei primi due libri
tratta se la Monarchia temporale sia necessaria al bene del mondo, e se
il popolo romano a buon dritto si sia arrogato l'uffizio della
monarchia. Nel terzo doveva discorrere se l'autorità del Monarca dipende
immediatamente da Dio o da altro ministro o vicario di Dio. Per il primo
punto, assevera che al genere umano per il suo fine che è di attuare
tutta la potenza dell'intelletto possibile, prima a speculare, poi a
operare, è necessaria la pace universale. (M. I, 5) Che in
quell'attuazione è la felicità. Ora sì l'uomo, sì la famiglia, sì la
borgata, sì la città, sì il regno sono ordinati a uno, cioè richiedono
che in loro una parte di loro regoli e regga. Dunque anche tutta la
generazione umana richiede che sia uno che regoli e regga: l'imperatore.
(1, 7) L'umanità è un tutto rispetto alle sue parti, e una parte
rispetto all'universo: come l'universo ha un solo Dio, così l'umanità
deve avere un solo monarca. (1, 9) L'umanità sta bene quanto più
somiglia a Dio: Dio è uno; dunque l'umanità più starà bene, quanto più
sarà una. (1, 10) L'umanità, figlia del cielo, è ottima in quanto imita
il cielo: il cielo è mosso da un unico motore. (1, 11) Dove può essere
litigio, deve essere giudice, e non può essere giudice se non superiore
a quelli che ha a giudicare: dunque l'umanità ha bisogno d'un principe
dei principi, se vuol giudice, avendo litigio. (1, 12) La giustizia fa
ottimo il mondo, e la giustizia è valida solo sotto il monarca. Invero
la giustizia è tanto più valida, quanto meno le si mescola del suo
contrario: allora è veramente la luna piena che vede al mattino sorgere
il sole: ebbene il contrario della giustizia è o nel volere o nel
potere, cioè nella cupidità o nella debolezza. Dove non c'è che
desiderare, non ha luogo la cupidità; dove c'è carità, la giustizia è
acuita e rischiarata, come dalla cupidità è annebbiata. Or la carità è
principalmente nel Monarca, perchè a lui sono gli uomini più da presso
che agli altri principi, e quindi ne sono più amati. Inoltre poichè il
Monarca è la principal causa, per cui gli uomini siano felici, egli ama,
più che ogni altro, ciò che è effetto di lui, ossia il bene degli
uomini. Quanto poi al potere, s'egli è Monarca, non ha nemici; dunque
può senza opposizione alcuna. (1, 13) Il genere umano più è libero e
meglio vive. Ora il principio della libertà nostra è la libertà
dell'arbitrio ossia libero giudizio di volontà. Il giudizio è medio tra
l'apprensione e l'appetito. Se l'appetito precede il giudizio, questi
non è libero; è libero se esso muove l'appetito. Il bruto non è libero,
perchè l'appetito in esso previene il giudizio: l'uomo sì, è libero, per
il benefizio più grande che abbia avuto l'uomo da Dio. Soltanto sotto il
Monarca l'uomo può ottimamente usare questo principio. (1, 14) Il
Monarca solo può disporre gli altri, essendo meglio disposto esso, e
perciò solo può reggere, perchè ha o nulla o poco di cupidità, e perciò
più di giustizia. (1, 15) È meglio essere governati per uno che per
molti. (1, 16) Una cosa è ottima quando è massime una, e l'essere uno è
radice dell'esser buono, e l'uomo la famiglia la città il regno l'uman
genere sono più buoni quanto più uni; e non ci è unità, nei voleri, se
non c'è una volontà che sia donna e regolatrice delle altre in uno; chè
le volontà de' mortali, per le lusinghevoli dilettazioni
dell'adolescenza, hanno bisogno di chi a bene le drizzi. E questa
volontà una è quella del principe uno. (1, 17) Ciò si conferma per una
memorabile esperienza. Dal primo peccato che fu il “_diverticulum totius
nostrae deviationis_„ (togliendo la libertà dell'arbitrio) il mondo, sol
quando venne Dio, il re mansueto, in terra (a restituire tale libertà),
ebbe pace universale e felicità. La qual felicità è come una veste
inconsutile stracciata dalle unghie della cupidità.
Questa conclusione non è così generica, se ricordiamo l'invettiva del
Convivio e le fiere parole dell'epistola ai Fiorentini e ad Arrigo. E
più chiaramente dirette contro i principi e le città che contrastarono
ad Arrigo l'esercizio dell'autorità imperiale, sono le parole del libro
secondo, a principio. “_Quare fremuerunt gentes_„ comincia egli, col
salmo. E continuando dice: “_cum gentes noverim contra Romani populi
praeminentiam fremuisse; cum videam populos vana meditantes, ut ipse
solebam: cum insuper doleam reges et principes in hoc uno concordantes,
ut adversentur Domino suo et unico suo Romano Principi_„. E così ripete
le parole del salmo in favore del popolo glorioso e di Cesare. (2, 1)
Queste parole sono dovute a quella stessa ispirazione del momento
storico che dettava, per esempio, quest'altre delle epistole: _Non
igitur ambuletis, sicut et gentes ambulant, in_ vanitate sensus
_tenebris obscurati_; (Ep. V 10) e queste altre: _iugum libertatis
horrentes in romani principis... gloriam_ fremuistis. (Ep. VI 2).
Nel secondo libro dimostra che il popolo romano a buon dritto si arroga
l'uffizio della Monarchia o Impero. Tale assunto è in brevi parole pur
nel Convivio, in cui il popolo Romano è detto santo; (Co. 4, 4) in cui
si dimostra che l'impero ebbe spezial nascimento e spezial processo da
Dio; in cui si conclude: “e certo sono di ferma opinione, che le pietre
che nelle mura di Roma stanno, siano degne di reverenzia; e 'l suolo
dov'ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e
provato„. (Co. 4, 5) Qui, nella _Monarchia_, dichiara che Dio la sua
invisibile volontà mostrando per le cose visibili, come il suggello dà
notizia di sè per il segno che ha impresso nella cera, anche se il
suggello stesso è occulto, ha dato quell'uffizio dell'impero al popolo
romano. Invero egli è il nobilissimo de' popoli, ed ha le due nobiltà,
quella dei maggiori, quale è definita da Aristotile, e quella propria,
quale è definita nelle parole di Giovenale: La virtù sola è nobiltà. Nel
che è da vedere in qual nesso sia questo trattato politico col trattato
morale che lo precede; la _Monarchia_ col Convivio. Chè nel Convivio
egli la definizione di Aristotile giudica essere secondo la sensuale
apparenza, (Co. 4, 8) e ammette per vera l'altra, sebbene non la esponga
con le parole di Giovenale. Ora è manifesto sì che queste parole non le
conosceva quando scriveva il Convivio, (sebbene di Giovenale altro
sapesse — Co. 4, 12, 29) e le conosceva quando scriveva la _Monarchia_,
la quale è dunque posteriore a quello; e sì che non avrebbe nel Convivio
rifiutata quella definizione, se l'avesse approvata nella Monarchia, la
quale non è dunque anteriore a quello. Nel suo trattato politico Dante
abbonda in concedere la verità vera pur della definizione Aristotelica;
perchè è in grado di provare che anche secondo il filosofo il concetto
della nobiltà si conviene al popolo romano. Il quale è dunque
nobilissimo della nobiltà intesa a quei due modi. E lo prova con fatti
non solo storici come nel Convivio, ma mitici. Di questi ultimi esempi
Enea è il centro: l'eroe giusto e pio e forte su tutti. Nel Convivio, al
punto dove si tratta il medesimo argomento, Enea è appena accennato:
“tutto questo fu in uno temporale che David nacque e nacque Roma; cioè
che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine della nobilissima
città romana„. (Co. 4, 5) Poi, dimostra Dante nella Monarchia, che il
popolo romano assoggettando il mondo, ebbe di mira, “allontanata ogni
cupidità„, la giustizia, la libertà e la pace. (M. 2, 5) Poi, dimostra
che avendo esso un fine di giustizia, giustamente si assoggettò il
mondo. (M. 2, 6) Anche: che giustamente il dominio del mondo esso ha a
serbare, poichè l'ebbe da natura. (2,7) Infine: che avendo egli prevalso
sui concorrenti atleti e pugili, fu vincitore in duello, ed ebbe dunque
per sè la manifestazione del giudizio di Dio. (M. 2, 8, 9) Continua
dimostrando la verità de' suoi asserti con principii della fede
Cristiana. E qui di nuovo si rivolge contro quelli che “fremerono„ e che
“meditarono vanità„. Egli ha di mira quelli che si professano _zelatores
fidei Christianae_. E qui Dante dichiara d'attendere il soccorso del
“Salvator nostro„, perchè le ricchezze, date dall'imperatore ai pastori
in aiuto dei poveri, tornino donde vennero, perchè siano spese bene. Il
Cristo con la sua nascita mostrò il diritto dell'impero. (2, 10) Se
l'impero non è di diritto, il peccato di Adamo non fu punito. Chè
punizione non si dà che da giudice legittimo; se il giudice non era
legittimo, non sarebbe stata “punizione„ del peccato di Adamo la
passione dell'uomo Dio. E conclude “O felice popolo, o Italia gloriosa,
se quegli che indebolì l'impero tuo mai non fosse nato, ovvero la sua
pia intenzione non l'avesse ingannato!„ (2, 11) La quale esclamazione,
dico di passaggio, avrebbe potuto, come altre molte asserzioni,
corredate di un _sicut... iam dixi_ nell'Inferno, questa (18, 115) se è
vero che l'altra della libertà corredò esso della citazione del
Paradiso. Ma qui, secondo il mio avviso, non essendo nominato
Costantino, l'_interpolatore_ saccente non fu così saputo da riscontrare
i due concetti identici. È invero una non dubbia interpolazione. Dante
non cita mai se stesso a questo modo ozioso; mai. Nel Convivio ricorda
la Vita Nova, per rettificare; nella Volgare Eloquenza cita sue rime,
per addottrinare; nella Comedia, fa ricordare e citare queste e altre
rime, per narrare e documentare e illustrare la sua arte. Qui avrebbe
citato per nulla, se non per una cotal goffa vanità, che avrebbe avuto
luogo tante altre volte!
Ora è anche da dire che quel passo di _Monarchia_ non può essere stato
scritto al tempo del _corso_ di Enrico. Il “Salvatore„, che non può
essere che quella specie di Cristo che è l'imperatore, non sarebbe detto
atteso, se era presente. Nè il libro può credersi tuttavia anteriore;
perchè nel Convivio tale speranza non è mostrata; anzi, con la
sommissione dell'esordio, è mostrato il contrario. E potrà alcuno
pensare a tempo molto anteriore; al tempo delle contese tra Bonifazio e
Alberto.[156] Ma ciò mette a soqquadro, a dirittura, ogni ragionevol
disegno della vita di Dante. Bisognerebbe invero ammettere che il
disegno e la prosa del Convivio fossero anteriori a quel tempo, perchè
il seme è prima della pianta, e l'innesto è dopo la pianta;[157] e che
la Comedia fosse sin d'allora disegnata sino al paradiso, e fosse
condotta innanzi insieme col Convivio che ne è, quanto a materia, il
duplicato, e, quanto a forma, la contradizione. Che sin d'allora Dante
cercasse e trovasse contro Bonifazio gli argomenti che gli avevano a
valere contro Giovanni, e mettesse in Alberto le speranze che doveva poi
mettere, e invano anche questa volta, in Enrico, è ragionevole
supposizione.[158]
Nel libro terzo Dante entra nella vera battaglia. La giustizia lo
assicura in faccia ai leoni. (M. 3, 1) Egli si arma, per difendere
contro il papato i diritti dell'impero, delle parole di S. Paolo, e
indossa la lorica della fede. Si arma delle parole di David, e si
dichiara giusto e non timido amico del vero, nell'assumersi di essere
giudice tra il Romano Pontefice e il Romano principe. E così dichiara
che l'argomento de' due luminari non è conveniente, perchè Dio fece il
sole e la luna avanti l'uomo; e poi la luna per l'essere non dipende dal
sole, nè la sua virtù trae tutta dal sole, avendo luce anche di per sè:
la luna ha dal sole perfezione di virtù.[159] Così distruggendo altri
argomenti tratti dall'interpretazione mistica delle scritture e da detti
dei Vangeli, passa a mostrare che Costantino non poteva alienare
l'impero, nè la chiesa acquistarlo. Non ammette egli che, perchè
eccellente è l'unità, tuttavia si debbano i due, papa e imperadore,
ridurre a uno. Torna a dimostrare che l'autorità imperiale dipende dalla
sommità di tutto l'essere, che è Dio. Afferma che la chiesa non ha virtù
di dar autorità al principe Romano, perchè tale autorità non ha nè da
Dio, nè da sè, nè da altro imperatore, nè dal consentimento di tutti o
dei più. Assevera che la virtù di dare autorità all'impero è contro alla
natura della chiesa. Conchiude che l'imperatore immediatamente dipende
dal principe dell'universo che è Dio. Chè Dio assegnò due fini all'uomo
secondo che è corruttibile o no; e a guidarlo a questi due fini elesse
l'imperatore e il pontefice. “Ma la verità di quest'ultima quistione non
si deve così strettamente intendere, che il Principe Romano non sia al
Romano Pontefice in alcuna cosa soggetto; poichè questa mortale felicità
alla felicità immortale sia ordinata. Cesare adunque quella reverenza
usi a Pietro, la quale il primogenito figliuolo usare verso il Padre
debbe, acciocchè egli illustrato dalla luce della paterna grazia, con
più virtù il circolo della terra illumini„. (M. 3, 15)
Tutto ci dice che questo trattato è in parte svolgimento, in parte anche
correzione di ciò che in proposito a Roma e impero aveva Dante scritto
nel Convivio, e che si connette strettamente alle epistole. Fu
cominciato dunque quando egli interruppe il Convivio e il libro di
eloquenza volgare. Ma, per altri rispetti sembra preceduto dalla
Comedia. Sì che si deve ritenere che negli ultimi anni della sua vita
egli lo riprendesse e finisse, rispondendo alla bolla di papa Giovanni,
e sotto il dominio d'una vaga speranza che s'affaccia nel Trattato come
serpeggia nella Comedia. Che nel Trattato sembra attendere un Salvatore,
come nella Comedia un Veltro e un Messo del cielo.
XVIII.
IL VELTRO
La Comedia ha per argomento l'abbandono della vita attiva, resa
impossibile a Dante da due fiere che trova nel suo cammino, e che sono
la violenza e la frode. Il cammino non è per essere libero se non quando
verrà un veltro a uccidere e ricacciar nell'inferno la fiera che in sè
comprende anche l'altra. Quando il Poeta cominciò il poema, dato
quest'argomento?
È certo che Dante non rinunziava alla vita civile o attiva nel tempo che
assegna alla visione. In quel tempo egli non era ancora stato eletto
Priore; elezione che fu la causa delle sue sventure. E in quel tempo,
senza alcun dubbio, non cominciava il poema, che ha nel primo suo canto,
il quale è la pietra fondamentale del grande edificio, il racconto di
questa rinunzia. Ideò, sì, intorno al 1292, una visione in cui egli
ritornava a Beatrice, cioè alla sapienza, cioè alla contemplazione;
tornava, ma non già per aver trovato sul suo cammino alcune fiere contro
cui valesse alcun veltro! Dunque, più tardi e di quest'anno in cui ideò
la visione e dell'altro in cui dice d'averla veduta, cominciò. Quando?
Quando, possiamo dire, Dante, ponendosi tuttavia nel trecento, disperò
di riprendere la vita civile o attiva; quando alla sua vita assegnò
ormai l'unico fine della contemplazione, la quale fosse bensì utile alla
vita attiva degli uomini, ma differisse da essa vita attiva, come, p.
es. un libro di morale da un codice di leggi. Non per sè, che col suo
poema si consacrava del tutto alla contemplazione; ma per gli uomini
sperava in un avvenire più o meno remoto l'avvento del Veltro che doveva
sgombrare il cammino della vita del mondo da quella bestia che non
lasciava passare per la sua via. Quella bestia, che è tutto ciò che è
avverso a giustizia, non poteva essere rimessa nell'inferno che da ciò
che è in tutto e per tutto avverso a cupidità: dall'imperatore.
Rifacendosi dal trecento, Dante aveva sperato in Alberto tedesco, eletto
nel 1298, e nel 1303 confermato da Bonifazio. Dante sperò ch'egli
scendesse a incoronarsi in Italia: lo attesta tutta la fiera
disgressione, _Ahi serva Italia_. (Pur. 6, 97) Cominciò dunque il poema
negli anni tra il 1303, in cui Alberto fu confermato, e il 1308, in cui
Alberto fu ucciso? Se sperava che per opera di lui fosse per essergli
libera la via del mondo, non avrebbe cominciato il poema, che è non la
sola professione di lasciar quella via (intendiamoci) ma il proprio e
definitivo abbandono d'essa. E poi vediamo.
Quando il Poeta figurava la sua lupa che impedisce e uccide, aveva
presenti anche altre note di essa lupa. La lupa non uccide soltanto, ma
anche seduce.
Molti son gli animali a cui s'ammoglia
e più saranno ancora...
(Inf. 1, 100)
Ella è la cupidità che massimamente contrasta alla giustizia e che,
spregiata la società umana, cerca _aliena_, (M. 1, 13) ma è nel tempo
stesso “l'invidia (_livor_) dall'antico implacabile nemico che sempre e
di nascosto insidia la prosperità umana„; (Ep. 7, 1) è tale che
“blandisce con velenoso sussurro„ mentre anche “con vane minaccie
impedisce„ (Ep. 6, 5); è tale che “suole attirare„ (_illexit_) al male
(ib. 2); è tale che seduce e inganna “a mo' delle Sirene, con non so
qual dolcezza addormentando la vigile ragione„; (Ep. 5, 4) è, quando
Dante la incarna nella sua Fiorenza, una “_vulpecula_„, una “vipera
volta contro le viscere della madre„, e pure è una Mirra atrocemente
sensuale. (Ep. 7, 3) La lupa che viene innanzi a poco a poco è
insidiatrice, la lupa che s'ammoglia a molti è seduttrice.[160] Così
Dante sin dall'atrio del poema preparava l'altra figurazione della fuia
con cui delinque il gigante, e che deve essere ancisa con lui da un DVX.
(Purg. 33, 43) Questo duce messo di Dio che anciderà la fuia, e che è
tutt'uno col Veltro che ricaccerà nell'inferno la bestia, può Dante
averlo sognato mai nel confermato da Bonifazio, quando si pensa che
nella lupa e fuia è adombrata tanta avarizia ecclesiastica, tanta
cupidità guelfa? Non sembra verosimile.
E poi sappiamo ciò che Dante s'aspettava da Alberto tedesco. Le parole
del poema riflettono certo i suoi pensieri degli anni che corsero
dall'elezione o dalla conferma alla morte di Alberto. Questi doveva
recar pace, mettendosi sulla sella della fiera indomita e selvaggia;
doveva venire ad aiutare i suoi fedeli e a consolar Roma vedova e sola,
da poi che non aveva più nè papa nè Cesare. (Pur. 6, 82) Ciò che allora
faceva chiedere a Dante la discesa dell'imperatore, era il guerreggiar
tra loro di tutti, e il pullular di tiranni per tutto — fuor che in
Fiorenza (aggiunge ironicamente) che ha i suoi ordini di giustizia, e li
muta e rimuta. Or bene la lupa è bestia, senza pace, e chi la rimetterà
nell'inferno, darà pace al mondo; la lupa si ammoglia a molti animali, e
chi torrà lei, torrà anche questi che certo somigliano ai faziosi e
tiranni, contro cui doveva venire Alberto; sì; tuttavia io sento che se
Dante avesse scritto quel primo canto mentre le condizioni d'Italia
vedeva quali descrive nella digressione che non tocca Fiorenza, non
avrebbe figurato il cammino della vita attiva come una “piaggia
diserta„, (Inf. 1, 29; 2, 62) quanto a dire un mondo “tutto deserto
d'ogni virtude„, (Pur. 16, 58) poichè a quei tempi il giardin
dell'imperio era sì “diserto„, ma c'erano ancora a dar buona speranza di
sè, se fossero stati aiutati da chi doveva, tanti “gentili„. (Pur. 6,
110) Ma questi non son più che indizi contrarii. Pensiamo a queste altre
ragioni. È verosimile che Dante cominciasse il suo poema e poi
l'interrompesse par fare il Convivio? Il fine del Convivio è duplice:
dare i precetti di vita attiva e unire tal somma di dottrina da ottenere
per essa il ritorno nella dolce patria. E della Comedia è pur duplice il
fine: il primo, per usare le parole della epistola o Can Grande,[161]
_non est gratia speculativi negotii, sed gratia operis_; il che
s'accorda con ciò che il Poeta fa dire a Cacciaguida, che la “visione„
lascerà “vital nutrimento„; (Par. 17, 131) il secondo è espresso con
quelle sublimi parole: (Par. 25, 1)
Se mai continga che il poema sacro,
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per più anni macro,
vinca la crudeltà, che fuor mi serra
del bello ovil...
Vogliamo, anzi possiamo noi, credere che in un momento della sua vita
Dante dopo aver cominciato questo poema sacro, e questa visione di vital
nutrimento, ne levasse la mano sfiduciato, e perseguisse i medesimi fini
col comento, spesso artifizioso, di sue canzoni, non sempre e in tutto
belle? E così bisogna credere, se si afferma che il poema fu cominciato
nell'aspettazione delle mosse (dubbie al certo sin da quando si volgeva,
_per cupidigia di costà_, contro la Boemia — Par. 19, 115) di Alberto. E
bisogna credere che l'interruzione sarebbe stata, nella mente del Poeta,
un abbandono e non una dilazione; che, avendo fermato sin dal principio
del poema la natura simbolica e ultraumana di Beatrice, (Inf. 2, 124)
nel Convivio, la ritornava all'esser suo di donna amata quaggiù, e dava
a un'altra il suo sacro uffizio di sapienza. E poi il Convivio e il
libro d'eloquenza quando sarebbero stati avviati? da che sarebbero stati
interrotti, se non furono interrotti dalla Comedia? Dalla morte, si
risponde. A parte tante altre ragioni, gli amici e scolari che scrissero
versi per il suo sepolcro, avrebbero accennato a queste opere che non
potè finire, se uno di essi annunzia che la morte gl'interruppe un'opera
bucolica,[162] che egli supponeva avesse intrapresa; se gli altri, l'uno
ricorda solo la Monarchia e il poema, l'altro con le parole
_conditor eloquii lumenque decusque latini_
sembra alludere al poema soltanto, come a me par di ritrarre dal verso
che segue,
_vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens,_
che vuol dire: abbattuto dalla morte mentre si alzava alle stelle, cioè
mentre scriveva il Paradiso.[163] A ogni modo il poeta di quest'ultimo
epitafio, che è Minghin da Mezzano, non accenna ad altra interruzione
che, se mai, a quella della Comedia.[164] E del Convivio (limitandoci a
questo) non è punto menzione in sì fatti epigrammi, nè nelle ecloghe, sì
di Dante, sì di Giovanni del Virgilio. Il Convivio non lo finì, non
perchè non potesse, ma perchè non volle.
Forse Dante cominciò la Comedia subito, dopo l'interruzione del
Convivio, appena egli seppe della discesa d'Arrigo? No. Nella Comedia si
canta la rinunzia alla vita civile, resa impossibile dalla mancanza o
assenza dell'imperatore; e questa rinunzia e questa impossibilità è
dichiarata nel primo canto angolare del poema. Non poteva dunque Dante
dichiarare e l'una e l'altra, quando s'attendeva l'imperatore, che
avrebbe sgombrata a lui e agli altri la via. A voler credere che il
poema fosse iniziato nell'aspettazione o d'Alberto (che questo argomento
vale anche per lui) o di Arrigo, bisognerebbe supporre che il poema
dovesse avere altro svolgimento e altro esito. Ora il primo canto dice
subito che il poema doveva avere lo svolgimento e l'esito che ebbe:
questo: poichè la vita attiva o civile non è possibile, si imprenda
l'_altro viaggio_, ossia la vita contemplativa. Giova ripetere e
insistere.
Dunque alla Comedia pose mano dopo la vana discesa d'Arrigo? Certamente:
tutto lo afferma e conferma.