esserle adatto se non ora il mediocre ora l'umile. Ma il poema sacro
doveva avere un paradiso, oltre i due primi regni; e non sarebbero
sembrati _summa_ quelli argomenti e da cantare _summe_? E diciamo il
paradiso, e potremmo dire il purgatorio, dove sono le disquisizioni sul
libero arbitrio e sull'amore, per non parlar d'altro; e potremmo dire
l'inferno, dove è la lezione di Virgilio sui peccati e le pene:
argomenti che il cantor della rettitudine avrebbe detto di “salute„ e da
“tragedia„.
Nel Poema era a Dante guida Virgilio sin dal primo canto della prima
cantica; e l'ingegno dell'uno sin d'allora era seguace delle parole
dell'altro: non si può significar meglio, per certo, quel _proximius
imitari_. (VE. 2, 4) Or bene non sentiva già egli, se aveva già
cominciato, che se c'erano nel poema delle cose da cantare _comice_ ed
_elegiace_, ce n'erano e ce ne sarebbero state da cantare _tragice_? E
in volgare altissimo? Come non prevedeva egli che la sua Visione sarebbe
stato un genere da racchiudere e i tre volgari e i tre stili? che
avrebbe avuto luogo, in esso, e _Salus_ e _Amor_ e _Virtus_, soggetti
degni, come diceva nel libro d'eloquenza, soltanto di canzone? Tanto più
che il poema doveva essere o era contesto, in tutto e per tutto, del
_superbissimum carmen_, cioè dell'endecasillabo, che dà, col suo
prevalere, gravità alla canzone; la quale quando comincia con un
eptasillabo, fa sentire una cotal ombra d'elegia. (VE. 2, 12; 5) E
avrebbe affermato che le canzoni son quelle che _magis honoris
afferunt_? (VE. 2, 1) E avrebbe detto che sole le canzoni comprendono
tutta l'arte? e non ciò che meditava o preparava o componeva, a cui
doveva valere lungo studio e grande amore, e in cui descriveva fondo a
tutto l'universo? E avrebbe relegata la trattazione di tal genere
poetico al libro quarto, in cui oltre quel delle ballate e dei sonetti,
avrebbe compreso, come un serventese qualunque, la comedia, tra _alios
illegiptimos et irregulares modos_? Insomma, e scritta e scrivendo la
Comedia, Dante sapeva quel che faceva e avea fatto. E il trattato
d'eloquenza o fu composto prima d'intraprendere il poema, perchè il
Poeta non sapeva allora quel ch'egli avrebbe fatto; o fu composto, dopo
compiuto il poema; e allora egli avrebbe dichiarato di non aver fatto
nulla di buono. Il che non sta.
Nel poema egli dice _comedia_ il suo, e _tragedia_ quello del suo duca.
Certo in tali appellativi vi è alcun ricordo di ciò che assevera e
insegna nel Trattato d'eloquenza; ma si intuisce che la ragion precipua
non è quivi, come non è nella lettera a Can della Scala: perchè abbia
lieto fine e perchè sia scritto in lingua che anche le femminette
parlano: è nel confronto e nella proporzione tra il poema volgare e il
poema latino, la ragion precipua. Come egli non chiama tragedie le sue
canzoni (io sì, per brevità) sebbene scritte in istile tragico, così,
solo per essere in lingua e stile comico, mettendo che il tutto sia in
tale stile e lingua, non avrebbe chiamata comedia la Comedia. Comedia
dice Dante la sua Eneide (Eneide, per le due prime cantiche; nell'altra,
ascende e trascende), per modestia; perchè simile e pur tanto, a suo
dire, inferiore all'altra Eneide, che è tragedia: tragedia, per
eccellenza. Or questo concetto non è nel libro d'eloquenza; perchè in
esso della possibilità d'un poema volgare non è nemmeno il sospetto.
Infine, il trattatista dell'eloquenza è pieno del suo disegno di
filosofare per canzoni e di filosofare prosaicando, in volgare. Le due
opere, dell'eloquenza e del Convivio, erano tirate avanti insieme, a
rinforzo l'una dell'altra, col fine, anche, di far vedere che il
prosatore volgare del Convivio poteva anche proseggiare in latino; tanto
insieme condotte, che tutte e due si fermarono a un certo punto,
arrestate dalla medesima cagione. Non c'era più bisogno del trattato
d'eloquenza volgare, quando non si aveva più intenzione di scrivere in
prosa volgare un comento filosofico a canzoni.
Il Trattato d'eloquenza è accennato nel Trattato di filosofia. (Co. 1,
5) Questo, per il cenno che ha della morte di Gherardo da Cammino, (4,
14) morto il 26 marzo del 1306, e per il cenno, come di vivente, di
Carlo II (ib. 6) che morì il 5 maggio del 1309, si pone tra questi due
anni, tra il 1306 e il 1309, il che s'accorda con la rimessione e
stanchezza di Dante nel ricordare il suo esilio che doveva esser già
lungo. E il trattato d'eloquenza dovè dunque essere cominciato dopo il
trecento e nove; ma il ricordo che v'è di Giovanni da Monferrato come
vivente, (1, 12) mentre morì nel gennaio del 1305, induce a credere che
ne fosse stata scritta, già da allora, alcuna parte.
Nel 1309, dunque, Dante che aveva rinunziato sin dal 1295 a profittare
degli studi suoi per dire degnamente di quella gentilissima e descrivere
quella mirabile visione, speculava bensì, nel suo triste esilio, ma per
dare soltanto ammonimenti di vita attiva. In quell'anno, o meglio nel
seguente, stabilì, forse, di dar fuori intanto il comento alle tre
canzoni (il numero tre ha il suo valore) come saggio e promessa di tutta
l'opera, col fine d'impetrare il ritorno; e così scrisse allora il
proemio. Doveva ancora fare undici Trattati in prosa, in cui parlare
delle undici virtù morali, diversamente composte e denominate e intese,
ma in quel numero che Aristotile aveva fissato. Per esempio, è possibile
che facendo una virtù sola della fortezza e magnanimità, includesse nel
novero e facesse anzi prima del canone, la virtù intellettuale di
prudenza. Doveva anche compire il suo libro d'eloquenza volgare,
aggiungendo almeno due trattati e finendo il secondo. Beatrice,
l'avrebbe riveduta nell'altra vita, quando a Dio fosse piaciuto chiamar
di là anche lui. Che il transito avvenisse “nella bellissima e
famosissima figlia di Roma, Fiorenza„ era suo desiderio e già speranza.
I due trattati, dei quali l'uno aiutava l'altro, forse avrebbero fatto
sì che il legno senza vela e governo “portato a diversi porti e foci e
lidi dal vento secco che vapora la dolorosa povertà„ finalmente
giungesse al dolcissimo seno della patria.
Anche se sapeva dell'elezion d'Arrigo, poteva sperare in una sua
discesa? Tale speranza non s'era avverata nel predecessore. E poi, anche
sapendo che sarebbe disceso, Dante il suo ritorno non l'avrebbe
aspettato dall'armi dell'impero, bensì dal consenso di tutti tra un
grande intenerimento di pace e amore.
XVII.
IL RE PACIFICO
Nell'anno 1308, il 27 di novembre, era eletto imperatore Arrigo conte di
Lucimburgo.
Dante nel Convivio intanto trattava anche dell'imperiale maestà. Egli
diceva che l'imperio era necessario alla vita felice; poichè la felicità
non può essere che nella pace, e la pace, via via nella casa, nella
vicinanza, nella città, tra le città, tra i regni, non può essere
procacciata che da un principe dell'intero mondo; che tenga contenti i
regni, quiete le città, amiche le vicinanze, sodisfatte le case, e così
felice l'uomo. Nè altri può essere questo principe, che lo imperatore di
Roma, la cui elezione procede da Dio; chè il popolo santo latino, nel
quale era misto il sangue troiano, fu a ciò più disposto, come dice
Virgilio: “A costoro (cioè alli Romani) nè termine di cose, nè di tempo
pongo: a loro ho dato imperio senza fine„. (Co. 4, 4) E l'imperio ebbe
da Dio spezial nascimento, e da Dio spezial processo. Invero il Figlio
di Dio scese in terra, a ristabilire la concordia tra l'uomo e Dio
quando la terra era in ottima disposizione a riceverlo, quando cioè era
tutta a un Principe soggetta. Così David, onde doveva nascere Maria, era
al tempo in cui Enea veniva da Troia in Italia. Tutta poi la storia
Romana ci attesta che le braccia di Dio erano presenti. (Co. 4, 4 e 5)
Questa teorica imperiale non è necessario supporre che fosse pensata e
scritta all'annunzio dell'elezione d'Arrigo. Già sotto il ponteficato di
Benedetto parve che le idee dei Ghibellini e dei Guelfi potessero
accordarsi; e Dante potè sperare il suo rimpatrio dall'opera d'un
paciaro che era cardinale di Santa Chiesa e pur ghibellino
d'origine.[147] Il rimpatrio, che così ardentemente bramava e così
sommessamente chiedeva, a capo del Trattato primo, come egli non avrebbe
voluto a patto d'alcuna viltà, così doveva credere possibile anche con
siffatte teoriche imperiali. Però, certe parole del Trattato quarto
possono metterci in sospetto, che Dante già sapesse dell'elezion
d'Arrigo o del suo proposito di scendere in Italia. Son queste: “Oh!
istoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d'uomini pascete, che
presumete contro a nostra fede parlare; e volete sapere, filando e
zappando, ciò che Iddio con tanta prudenzia ha ordinato! Maledetto siate
voi e la vostra presunzione, e chi a voi crede!„ (Co. 4, 5) Ma no.
Leggiamo quest'altre parole dello stesso Trattato: “..... quasi dire si
può dello Imperadore, volendo il suo ufficio figurare con una immagine,
che elli sia il cavalcatore della umana volontà, lo qual cavallo come
vada sanza il cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente
nella misera Italia che sanza mezzo alcuno alla sua governazione è
rimasa„. (ib. 9) Quest'imagine e queste parole, confrontandole a quelle
notissime con cui nel purgatorio Dante rimprovera ad Alberto tedesco di
non inforcare gli arcioni d'Italia, sembrano un residuo delle
imaginazioni e dei parlari fatti al tempo in cui d'Alberto sperava e
disperava; al tempo precedente il maggio del 1308, nel quale Alberto
morì.
Del resto sì fatte teoriche imperiali non toccavano il punto in cui era
dissidio tra chiesa e impero, tra guelfi e ghibellini; punto che il
Poeta tratterà nel terzo di Monarchia; e anche in quella limitata
esposizione, Dante sembra piuttosto un guelfo che risponda a chi l'abbia
accusato di misconoscere l'autorità imperiale, che un ghibellino che si
faccia vanto di riconoscerla. Anche l'invettiva contro le bestiole può
sembrare rivolta più che a guelfi contumaci, a ghibellini scìoli che
cercassero, in loro grossi discorsi, filando e zappando, altro
fondamento al diritto d'imperio, che quel della fede. Quando scriveva
questo Trattato, Dante s'era già fatto parte per sè stesso; la qual
condizion d'animo se gli aveva suggerito di lasciar la compagnia
malvagia e scempia de' Guelfi Bianchi, gli aveva permesso di cercar
rifugio presso gli Scaligeri Ghibellini, e di lasciarli poi mal
soddisfatto di loro nobiltà non verace; e di essere ospite d'un altro
Ghibellino, Franceschino Malaspina, e d'essere amico, forse, anche a
Guelfi congiunti di costui, e di esser portato da quel “vento secco„ a
porti e foci e lidi che possono essere anche città guelfe come Lucca e
Bologna. Chè certo essi porti e foci e lidi non si possono ridurre a due
soli, cioè a Verona e a Mulazzo, sebbene questi due asili siano i soli
accertati, perchè hanno ambedue, la esplicita testimonianza del Poeta
nella Comedia; (Par. 17, 70; Pur. 8, 13) e il secondo anche un documento
storico inoppugnabile.[148] Dovendo errare per tanti luoghi, quanti egli
accenna, in tempi, in cui erano partite non solo le città, ma le
famiglie (in Lunigiana egli ne faceva esperienza) la necessità stessa,
se anche non era la sublimità equanime del pensiero, gli ingiungeva di
elevarsi sulle parti e di non presentarsi se non come un dotto e un
poeta immeritamente esule dalla dolce patria.
Comunque ciò sia, noi dobbiamo credere che il Convivio egli lo
interrompesse, soprapreso da una grande improvvisa speranza. Arrigo
s'apparecchiava a venire in Italia, e nell'ottobre del 1310 passava le
Alpi. Già prima della discesa, Dante, secondo la testimonianza di
Leonardo Aretino, aveva scritto lettere “non solamente a' particulari
cittadini del reggimento, ma ancora al popolo„, chiedendo il ritorno.
Quest'ultima cominciava con le parole, _Popule mee, quid feci tibi_; ed
era dunque del tono con cui a principio del Convivio mostra la pia brama
del patrio dolcissimo seno. Quando la discesa era imminente, scrisse “a
tutti e singoli i re d'Italia e senatori dell'alma città, a' duchi,
marchesi e conti, ed a' popoli„.[149] L'umile italo _Dantes Alagerii_
fiorentino ed esule innocente, pregava pace a costoro; e indicava i
segni precursori di questa pace: un'alba con la brezza mattutina. “Noi
vedremo la gioia aspettata, noi che pernottammo a lungo nel deserto; chè
è per sorgere il Titano pacifico, e la giustizia, che languiva come fior
d'eliotropio senza sole, rinverdirà, appena quegli avrà lanciato il
primo raggio„. L'imperadore verrà alle nozze con l'Italia che libererà
dal carcere degli empi, e questi distruggerà, e affiderà la vigna ad
altri vignaioli che rendano nella vendemmia frutto di giustizia. E sarà
clemente, e concederà misericordia a chi la invocherà; nel punire sarà
di qua del mezzo, nel premiare, di là. Non per questo e' non vorrà
vincere: egli è Augusto e vorrà la sua fatale Tessaglia per distruggere
del tutto i suoi nemici. O Lombardi, figli della Scandia, preparatevi ad
accogliere “l'aquila sublime che vien giù come folgore„. “Non vi seduca
la lusinghiera cupidità che a mo' delle Sirene, con non so qual
dolcezza, mortifica la vigilia della ragione.„ E voi, oppressi,
riprendete cuore: germinate il verde che frutta la vera pace, e
perdonate; a ciò che l'Ettoreo pastore vi riconosca per pecorelle del
suo ovile. Egli “quantunque da Dio abbia il potere di castigare
temporalmente, tuttavia, perchè sappia odore della bontà di Lui, da cui
come da un punto si biforca la podestà di Pietro e di Cesare, volentieri
bensì corregge la sua famiglia, ma più volentieri ne ha pietà. Se dunque
_culpa vetus_ non pone ostacolo, la quale spesse volte come serpente si
torce e si volge contro sè, gli uni e gli altri (Guelfi e Ghibellini)
potete riconoscere che a ognuno è preparata la pace...„ la pace che solo
l'imperio può dare, come si dimostra col fatto che Gesù non si mostrò,
se non quando Augusto ebbe stabilita la pace. E Gesù poi stabilì la
netta divisione dei poteri, _Sibi et Caesari universa distribuens_. E lo
confermò anche legato, che affermò provenir di lassù l'autorità cui
Pilato vantava come vicario di Cesare. E il successore di Pietro,
Clemente, ci ammonisce d'onorare il successore di Cesare. Dove non basta
il raggio spirituale, ci deve illuminare lo splendore del minor
luminare.
Questa lettera interpreta divinamente il pensiero e il consiglio di quel
buon principe che veniva per conciliar le parti irreconciliabili e non
voleva sentir parlare di Guelfi e Ghibellini.[150] E noi nel linguaggio
latino, nell'indirizzo a re e principi, nelle reminiscenze bibliche, ci
ritroviamo avanti l'adolescente di venti anni prima, che si volgeva ai
_principi della terra_, lamentando la sparizione della sapienza, e
ricordando, forse, di amar la giustizia.
Ma il sogno di concordia svanisce presto. I Fiorentini chiudono la città
di mura e di steccati, e l'apparecchiano a resistere all'imperatore. E
allora Dante scrive _scelestissimis Florentinis intrinsecis_. Egli
minaccia loro la vendetta celeste, perchè, “allettati dalla funesta fame
(_ingluvies_) della cupidità„, si diniegano a ciò che è la provvidenza,
a ciò che è la pace e il diritto. Come c'è un sole unico, ossia una
autorità spirituale, così c'è un'unica luna (e voi ne volete fare
un'altra), l'autorità civile. “O acciecati da strana cupidità, che vi
gioveranno lo steccato e i baluardi e le torri, quando volerà verso voi
l'aquila d'oro terribile?„ Voi siete ciechi e non vedete “la cupidità
tiranna che con velenoso sussurro vi lusinga, con vane minaccie vi
astringe, vi fa schiavi nella legge del peccato, vi vieta di ubbidire
alle sacre leggi che della naturale giustizia imitano l'imagine; la cui
osservanza, se è lieta se è libera, non solo si prova non essere
servitù, ma, chi ben guardi, apparisce, qual essa è, il sommo della
libertà. Che infatti altro è libertà se non il libero corso della
volontà all'azione, corso che le leggi appianano ai loro seguaci? Sicchè
soli essendo liberi quelli che volontariamente obbediscono alla legge,
quali crederete esser voi, che mentre vi coprite con l'amor di libertà,
cospirate, offendendo tutte le leggi, contro il principe di esse?„ E
continua paragonando il “baiulo dell'imperio romano„ al Cristo “che patì
le nostre infermità e portò i nostri dolori„.
Scriveva a' 31 di marzo, nei confini di Toscana, sotto il fonte
dell'Arno (ch'egli chiama Sarno male interpretando Virgilio), l'anno
primo del faustissimo passaggio di Arrigo Cesare in Italia. In verità ad
Arrigo non era valso di parlare “_in nomine Regis pacifici_„, cioè di
Gesù, che, come aveva scritto il buon papa Benedetto, “per la pace del
mondo venne fra noi e pace lasciò a noi„;[151] non era valso di non
voler udir ricordare parte guelfa o ghibellina; non era valso che la sua
volontà fosse giustissima “perchè ciascuno amava, ciascuno onorava, come
suoi uomini„.[152] Egli vedeva imperversare le vecchie discordie sotto i
suoi occhi, si vedeva chiuder le porte della città, si doveva indugiare
ad assediare Brescia e a districarsi dai sempre rinascenti viluppi di
Lombardia. E Dante, dal fonte dell'Arno, aspettava con impazienza. E ad
Arrigo, ponendo pochi giorni in mezzo, scrisse di là un'epistola in cui
ricorda d'averlo veduto (nei primi del 1311 a Milano) tutto benigno, e
averlo udito tutto clemente, e d'aver toccati con le sue mani i suoi
piedi, e d'aver con le labbra pagato il suo debito.[153] Nell'epistola
egli dice, per sè e per altri, di temere che il sole, che era sorto
annunziando miglior secolo all'Italia, si sia fermo o torni addietro.
Maraviglia è in tutti per questo tardo indugio. L'Italia e l'impero non
hanno così piccoli confini, come egli mostrò di credere fermandosi prima
in Lombardia e poi in Liguria! Che fa egli a Milano? L'idra non si
uccide per tagliar di capi. Bisogna svellere al pestilente animale il
principio della vita, come fece il magnanimo Ercole. Che Cremona, che
Brescia, Pavia, Vercelli, Bergamo! La volpe (_vulpecula_) della puzza
non è sul Po nè sul Tevere; è sull'Arno, e si chiama Fiorenza. Questa è
la vipera volta contro le viscere della madre; questa è la pecora
inferma che infetta col suo contagio tutto il gregge del signor suo;
questa è Mirra scellerata ed empia che brama l'amplesso di Cinira suo
padre; questa è quella intollerante Amata che volle il genero non
concesso dai fati, e attizzò la guerra, e infine s'appese a un laccio.
Ella vuol lacerare sua madre, ella alza le corna contro Roma, ella esala
fumi di putredine. Ella vuol farti nemico il Pontefice. Resiste
all'ordine di Dio, riconosce un re non suo. Su, rompi gl'indugi, o prole
d'Isai, abbatti Golia con la fionda della tua sapienza, con la pietra
della tua fortezza. Fuggiranno i Filistei, e l'eredità nostra ci sarà
restituita. Noi gemiamo nell'esilio...
L'epistola è del 18 aprile del 1311. In essa colui che segnava in
_nomine regis pacifici_, è anche meglio che nella precedente
assomigliato al Cristo: “Allora esultò in te lo spirito mio, e tacito
dissi tra me: _Ecce agnus dei, ecce qui abstulit peccata mundi_„.
E l'agnello di Dio veniva per mare a Pisa poco men d'un anno (quanto
lungo aspettare per l'esule!) dopo quell'epistola. Ivi dimorava dal 6
marzo al 23 aprile del 1312, e ivi forse Dante lo rivedeva. Egli già,
dal 24 settembre dell'anno prima, era stato ricondannato, per non vero
guelfo, nella riforma di Baldo d'Aguglione; e non aveva più speranza di
tornare in patria che con l'armi imperiali. Le quali invano assediarono
la città dal 19 settembre del 1312 a tutt'ottobre. La notte d'Ognissanti
l'imperatore levava il campo e si trasferiva a S. Casciano e a
Poggibonsi e a Pisa. Il 24 agosto del 1313 l'imperatore moriva. L'“alto
Arrigo„ come lo chiamò Dante, il “fierissimo tiranno Arrigo, conte che
fu di Lucimburgo„, come lo chiamava la signoria di Firenze, finiva a
Buonconvento la vita sua e portava con sè le speranze, se pur sino
all'ultimo erano durate, dell'esule Poeta.
In questo tempo dell'aspettazione e poi della venuta dello sperato
pacificatore, è da mettere, a parer mio, il trattato _de Monarchia_. Al
che non si oppone direttamente se non il fatto che si trova citato il
paradiso della Comedia, canto quinto. Questo è il passo: “_Hoc viso,
iterum manifestum esse potest, quod haec libertas, sive principium hoc
totius nostrae libertatis, est maximum donum humanae naturae a Deo
collatum_„, alle quali parole, alcuni codici, secondo lo Scartazzini,
tutti, secondo lo Scheffer Boichorst,[154] fanno seguire quest'altre:
_Sicut in paradiso comediae iam dixi_. Per ora notiamo che non si deve
intendere che Dante pubblicasse, al tempo del _cursus_ di Arrigo, bensì
componesse, il Trattato. Quale è la notizia del Boccaccio: “Similmente
questo egregio autore nella venuta di Arrigo VII imperadore fece un
libro in latina prosa, il cui titolo è _Monarchia_, il quale, secondo
tre quistioni le quali in esso determina, in tre libri divise„.
Pubblicato non fu forse mai in suo vivente. Invero, quando gli
argomenti, che in quel libro erano, furono usati in favore di Lodovico
duca di Baviera, il Cardinal del Poggetto lo dannò, e proibì che non lo
dovesse studiare alcuno. Se fosse stato pubblicato al tempo della venuta
di Arrigo, qualche segno di riprovazione si sarebbe veduto da Fiorenza,
e da altra autorità o città. Nè ci par probabile che Dante così
tranquillamente potesse cercare ospitalità presso il Polentano guelfo,
se avesse così fieramente messo il campo a rumore con tal libro
ghibellinesco.