questo codice poetico di vita attiva, quest'illustrazione in istile
tragico delle virtù morali. Notevole è che le canzoni dovevano essere
quattordici. Con le tre già nominate, che sono tra tutte e tre un grande
proemio, mostrando la prima l'abbandono del disegno primo di visione, la
seconda avendo le lodi della donna che deve presiedere al trattato, la
terza contenendo il fine a cui è destinato il libro. Le altre canzoni
dovevano essere, dunque, undici. Ora undici appunto sono le virtù
dell'Etica: Fortezza, Temperanza, Magnificenza, Magnanimità, Amativa
d'onore, Mansuetudine, Liberalità, Affabilità, Verità, Eutrapelia,
Giustizia. (Co. 4, 17) Se determinò questo numero, quando scrisse il
primo trattato; (Co. 1, 12; 8) certo, almeno quando lo scriveva, pensava
a coteste undici virtù. Ammettiamo in vero che esso trattato sia stato
scritto dopo i tre seguenti, e soli compiuti.[144] Egli aveva innanzi
sè, da cominciare piuttosto che da compiere, la parte sostanziale del
suo libro, e questa doveva consistere d'undici canzoni e trattati. Ciò
non esclude ch'egli avrebbe potuto mutare; e che qualcosa già mutasse, è
manifesto anche di qui. Invero delle canzoni che è verosimile fossero
fatte per il Convivio, e che a noi sono pervenute, è una, _Doglia mi
reca_, che riguarda la liberalità. Ella è contro uno dei vizi
collaterali di essa; non però trascura l'altro, poichè dicendo (85 seg.)
come con dismisura si raguna
così con dismisura si distringe,
accenna che si deve pure ragunare e distringere con misura, e quindi
riprova chi non raguna e non distringe affatto. Inveisce il Poeta
specialmente, anzi, se si vuole, esclusivamente contro gli avari e
l'avarizia, ma tien fermo il concetto che la virtù di liberalità, come
le altre morali, è un abito eligente, e che il vizio o i vizi contrari
sono dismisura. E il comento avrebbe certo contenuto molto di più di
quel che la canzone. È dunque intonata alla canzone della nobiltà, in
cui definiscesi la virtù. E dunque si fa, per questa, probabile che
veramente Dante volesse in undici canzoni trattare delle undici virtù.
Sì; ma essa doveva essere l'ultima. Dice infatti il Poeta: “Per che sì
caro costa quello che si prega, non intendo qui ragionare, perchè
sufficientemente si ragionerà nell'ultimo trattato di questo libro„.
(Co. 1, 8) L'ultima, invece, delle virtù nell'enumerazione che Dante
trae dall'Etica, è la giustizia. Possiamo dunque dire che non avrebbe
seguito quell'ordine; invero dice egli stesso che le virtù morali
“diversamente da diversi Filosofi sono distinte e numerate„. (Co. 4, 18)
Ed egli stesso le distingue nella Canzone _Amor che nella mente_, ed
enumera nel comento, diversamente, sebbene dica: “dove aperse la bocca
la divina sentenzia d'Aristotile, da lasciare mi pare ogni altrui
sentenzia„. (ib. 17) e sebbene, col prestabilire a undici le canzoni,
abbia mostrato di volere quella divina sentenzia seguire. Ma nella detta
canzone e nel detto trattato pur così distingue e numera, se non le
virtù, le “cose necessarie„ almeno, alle singole età: alla adolescenza,
obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale; (Co. 4, 24) alla
gioventù, lealtà, cortesia, amore, fortezza e temperanza; (ib. 26) alla
senetta, prudenza cioè saviezza (senno), giustizia, larghezza,
affabilità. (ib. 27) Altra volta a fortezza fa uguale magnanimità:
“questo sprone si chiama fortezza ovvero magnanimità, la qual vertute
mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungare„. (ib. 26) Da tutto ciò si
vede, primo, che pur mantenendo alle virtù il numero aristotelico di
undici, egli si sarebbe governato liberamente, col fonderne almeno una
(la magnanimità) in un'altra, e con introdurre se non virtù nuove,
almeno nuovi nomi. Per es. la leggiadria.
Di essa tratta nella canzone, _Poscia ch'amor del tutto m'ha lasciato_,
il cui principio consuona col cominciamento della canzone, _Le dolci
rime_.
Si parla, in quella, di tali che gittano via i loro averi, che intendono
a conviti e a lussuria e ad ornarsi; e che ridono sempre e parlano
troppo per piacere, e fanno gli arguti e i popolari, e non trattano con
donne gentili e savie. Si dice che per aver leggiadria, bisogna che
sollazzo si unisca con amore. Si conchiude che leggiadro è l'uomo che,
nel dare e ricevere, non si duole, anzi “in ciò diletto tragge„, a
somiglianza del sole che illumina le stelle e ne è illuminato; l'uomo
che non s'adira per parole che oda, che non dice parole che offendano
altrui; che si cura dei savi e de' selvaggi no; non si inorgoglisce e
pur non tien nascosto il suo pensiero. Se cerchiamo tra le undici virtù
di Aristotile, qual sia quella che si convenga con questa, troviamo che
può essere l'affabilità “la quale fa noi ben convivere cogli altri„, e
può essere l'eutrapelia “la quale modera noi nelli sollazzi, facendoci
quelli usare debitamente„. (Co. 4, 17) Ma, prima per il chiaro raffronto
dell'espressione della Canzone, _Sollazzo è che convene con esso Amore_,
e la frase citata, poi per una ragione che si vedrà, sembra piuttosto,
la leggiadra canzone, tradurre in leggiadria nostrana l'eutrapelia
aristotelica.
Della temperanza avrebbe discorso nel trattato settimo, ossia nella
canzone terza dopo le tre proemiali, mentre nell'ordine aristotelico
delle virtù ella è la seconda. Enea sarebbe stato il modello. “Quanto
raffrenare fu quello, quando (Enea) avendo ricevuto da Dido tanto di
piacere, quanto di sotto nel settimo Trattato si dirà; e usando con essa
tanto di dilettazione, elli si partì; per seguire onesta e laudabile via
e fruttuosa, come nel quarto dell'Eneida è scritto!„ (Co. 4, 26) La
giustizia sarebbe stata l'argomento della penultima canzone. “Di questa
virtù innanzi dirò più pienamente nel quattordecimo Trattato„. (Co. 1,
12) “Di Giustizia nel penultimo trattato di questo libro si tratterà„.
(Co. 4, 27) Tale canzone sembra ci resti, e sarebbe quella che comincia
_Tre donne intorno al cor mi son venute_, la quale per le difficoltà
allegoriche ond'è avviluppata, è naturale che porgesse occasione a
ragionare della forma allegorica. Poichè Dante dice anche: “Perchè
questo nascondimento fosse trovato per li savii, nel penultimo Trattato
si mostrerà„. In essa canzone, quella delle tre donne che è madre e ava
delle altre due, si chiama Drittura; delle altre due non è detto il
nome. E così, ritenendo che l'eutrapelia entri nella canzone _Poscia
ch'amor_, non vi si legge però quel nome, nè si legge il nome di
liberalità nella canzone, _Doglia mi reca_.
Ne deduciamo che tenendo il numero di undici, Dante nascondeva per
altro, in suo modo faticoso e forte, la congruenza delle virtù sue con
quelle dell'Etica. E così non ci meraviglieremo che anche in un'altra,
la quale possiamo attribuire al Convivio, quella che comincia, _Io sento
sì d'amor la gran possanza_, sia, per esempio, la virtù che è chiamata
Amativa d'onore. Si tratta in essa d'un amore non dei soliti:
Ben è verace amor quel che m'ha preso
e ben mi stringe forte
quand'io farei quel ch'io dico per lui:
chè nullo amore è di cotanto peso,
quanto è quel che la morte
face piacer, per ben servir altrui.
Questo amore, per cui s'affronta la morte, nacque dal dì che vide prima
quella donna gentile, e d'allora è servo e non si duole, e tutta la
mercede che spera, è far bene, e non pensa a sè, amando, ma ad
accrescere il bene e l'onore di lei. È un amore ben disinteressato!
Altri ch'Amor non mi potea far tale,
ch'io fossi degnamente
cosa di quella che non s'innamora,
ma stassi come donna, a cui non cale
dell'amorosa mente,
che senza lei non può passare un'ora.
Non ne vuol nulla, l'amatore; e quanto più la guarda, più la trova
bella. E tra una verità che ha scoperta e un'altra che deve ancora
scoprire, è uno stato di martiro e di dolcezza. Si parla della soave
necessità della scienza, la quale di null'altro compensa l'amante, che
d'onore. E in un verso Dante rivela il suo pensiero con due parole quasi
messe a caso:
_Amor_ di tanto _onor_ m'ha fatto degno.
Viene in mente il passo centrale del Paradiso; il passo, cioè, del canto
di mezzo, decimosettimo, che ha avanti sè e dopo sè un pari numero di
canti: sedici. In quel passo Dante chiede alla cara pianta sua notizie e
consigli intorno alla ventura o fortuna che a lui è per toccare, e di
cui aveva già intese parole gravi e a cui egli già si sentiva tetragono.
Invero delle due eterne rivali, la sapienza e la fortuna, la sapienza
egli amava; sì che ella, in sembiante di Beatrice, poteva dir di lui:
“L'amico mio e non della ventura„.[145] E Cacciaguida gli rivela le
contingenze future: l'esilio, lo stento, l'avversione pur dei compagni,
la fiera solitudine, e anche il benevolo accoglimento degli Scaligeri e
la misteriosa aspettazione di Cane, e l'infuturarsi della vita di Dante
_via più là_ che la pena che i nemici di lui avranno della lor frode.
(Par. 17, 37) E Dante mostra un po' di dubbio su quel che gli può
accadere di male, per suoi carmi, che, liberamente espressi, possono
privarlo d'ogni asilo, e di altra parte, egli dice: (ib. 118)
s'io al vero son timido amico
temo di perder vita tra coloro
che questo tempo chiameranno antico.
Allora il tritavolo lo conforta a far manifesta la sua visione, checchè
debba accadergli: sia il suo grido come il vento, che più percuote le
cime più alte; (ib. 135)
e ciò non fia d'_onor_ poco argomento.
Prima ch'egli si ponesse al poema sacro, lo studio e l'imitazione di
Virgilio, la cui Eneide era il poema allegorico per eccellenza, l'aveva
fornito di quel bello stile che gli aveva fatto _onore_. La Comedia
ch'egli per due cantiche aveva composta in compagnia e quasi a dettatura
dell'autore della alta tragedia, doveva, a suo giudizio, fargli ben
altro _onore_, come fa dire al suo progenitore martire! E _onore_
cercava col Convivio, volendo egli fuggire ciò per cui “ciascuno profeta
è meno _onorato_ nella sua patria„, ossia le macchie che la presenza
discopre. (Co. 1, 4) E nella canzone citata egli proclama che l'amor
della sapienza gli fa piacer la morte; perchè? Perchè quella morte non è
tale da far perder vita tra gli avveniri. E in altra canzone, che non si
può dubitare fosse per appartenere all'amoroso Convivio, nella canzone
_Tre donne_, ossia della giustizia, egli esclama, con parole degne del
colloquio tra la fronda e la sua radice:
Ed io che ascolto nel parlar divino
consolarsi e dolersi
così alti dispersi,
l'esilio che m'è dato _onor_ mi tegno;
e se giudizio, o forza di destino,
vuol pur che il mondo versi
i bianchi fiori in persi,
cader tra' buoni è pur di lode degno.
Questi argomenti meditava o già svolgeva Dante prima dell'anno infausto
e in quell'anno medesimo e dopo. La canzone dell'Amativa d'onore
porremmo volentieri in quel tempo, nel quale, come Dante fa dire a
Cacciaguida, già si cercava l'esilio di lui. (Par. 17, 49)
Questo si vuole e questo già si cerca,
nella curia papale. La canzone della giustizia, è naturalmente, di Dante
esule, che facendo tali opere di stile tragico non pensava certo
d'esprimere duplicatamente i medesimi concetti nella Comedia.
E gli argomenti appartenevano, come egli stesso era poi per dichiarare,
alla vita attiva. Infatti era per domandare: “Poichè la felicità della
vita contemplativa è più eccellente che quella dell'attiva, e l'una e
l'altra possa essere e sia frutto e fine di nobiltà, perchè non anzi si
procedette per la via delle vertù intellettuali, che delle morali?„ (Co.
4, 17) Qual che sia a questo punto la sua risposta, noi crederemmo
meglio che la ragione fosse nel fatto che egli andava per questa nuova
via pratica, e voleva, come altrove dice, “gridare alla gente che per
mal cammino andavano, acciocchè per diritto calle si dirizzassono„,
voleva “per tostana via... medicina ordinare, acciocchè tostana fosse la
sanitade, la quale corrotta, a così laida morte si correa„. (Co. 4, 1) E
ciò, come, e precipuamente, per il falso concetto di nobiltà, che era
intorno al trecento in Fiorenza il vero veleno della vita pubblica, così
per gli altri errori. E voleva rivolgersi a tutte le età, dichiarando
via via le virtù loro convenienti. (Co. 4, 23 sgg.) E in ciò è da
riconoscere la ragione per cui la liberalità o larghezza è così fuor del
posto che le assegnò Aristotile, e si trova all'ultimo; perchè ella è
virtù propria della senetta, la quale per il contrario è afflitta
dall'uno dei vizi collaterali: dal mal tenere; mentre il mal dare
difficilmente in lei si ritrova. E così poco o punto se ne ragiona nella
canzone: il che conferma che la canzone era destinata ai vecchi. E così
dei vecchi ha da essere la giustizia, che è la penultima canzone.
E così possiamo ora dire che leggiadria è traduzione piuttosto
d'eutrapelia, che d'affabilità, perchè, essendo ella virtù giovanile,
meglio si conviene con le doti che Dante ascrive all'adolescenza
(obbedienza, soavità, vergogna, adornezza corporale — Co. 4, 24) e alla
giovinezza (temperanza, fortezza, amor dei maggiori e minori, cortesia,
lealtà — ib. 26), nel mentre l'affabilità è detta virtù della senetta. E
per conchiudere con un'ipotesi che può condurre altri a disegnare un
assai razionale ordinamento del Convivio, io suppongo che sola Dante
avesse fusa una virtù in un'altra: la magnanimità nella fortezza,
dandone anzi alcunchè all'Amativa d'onore, poichè e questa e quella
hanno molto di comune; essendo la magnanimità “moderatrice e
acquistatrice de' grandi onori e fama„; essendo l'Amativa d'onore
“moderatrice _che_ ordina noi agli onori di questo mondo„. (Co. 4, 17) E
ricordo, per l'altra parte: “questo sprone si chiama fortezza, ovvero
magnanimità„. (ib. 26) Ridotte le virtù a dieci, numero perfetto,
suppongo che Dante se avesse continuato l'amoroso Convivio, avrebbe
trattato, prima che di queste dieci, della Prudenza, di cui parla così:
“Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere morale vertù; ma
Aristotile dinumera quella intra le intellettuali, avvegnachè essa sia
conducitrice delle morali vertù, e mostri la via per che elle si
compongono...„ La canzone che avrebbe avuto a essere quarta di tutto il
Convivio, prima di quelle di rettitudine, seguìta da dieci virtù morali
che con essa lei avrebbero formato il classico numero di quelle
dell'Etica, suppongo dunque che avrebbe trattato della Prudenza e
addimostrato in che modo si compongono le virtù seguenti. E con la
supposizione, metto avanti un mio sospetto: che interrompendo il
Convivio, Dante all'ultimo trattato affidasse molte idee destinate da
prima ai Trattati che dovevano seguire. Esso è infatti quasi il doppio,
per estensione, del precedente, e più del doppio dei due primi.
Probabilmente i tre trattati sulle tre canzoni, che aveva già composti
nel 1309, quando morì re Carlo secondo, il quale è accennato come vivo,
(Co. 4, 6) e prima ch'egli avesse sentore dell'elezione d'Arrigo di
Lucimburgo, (ib. 4, 3) giudicò sufficiente al suo fine di mostrare il
suo valore; e scrisse intorno al 1310, quando la sua giovinezza andava
trapassando, secondo le sue teoriche, ed era, secondo la verità,
trapassata, il proemio col quale l'opera si presentava assai organica e
compiuta.
Nè certo in tutto questo tempo, dal trecento al trecento dieci pensava
più alla mirabile visione. Il pane ch'egli imbandiva agli uomini non era
il pane degli angeli: era qualche briciola caduta dalla mensa alla quale
si era voluto sedere e ora non sedeva più. E sè non dimenticava, e per i
miseri erranti alcuna cosa riservava. (Co. 1, 1)
XVI.
LEGNO SENZA VELA
Di questo nuovo decennio della sua vita, l'anno centesimo e il seguente
distolsero certo il Poeta da ogni utile studio. Poi dal gennaio del
trecentodue egli cominciò a errare per l'Italia, sulle prime, come è
verosimile, ansioso per troppo corte speranze, poi afflitto dalla
dolorosa povertà che lo faceva, secondo il suo sentimento, vile apparire
agli occhi di quelli a cui nel suo peregrinare e quasi mendicare si
presentava. Dopo qualche anno egli si diede a mettere insieme un libro,
con l'intendimento professato di rialzar sè stesso in faccia a “quasi a
tutti gl'Italici„, e accennato pietosamente di tornare, “con buona pace„
di Fiorenza, a “riposare l'animo stanco e terminare il tempo che _gli
era_ dato„ nel dolcissimo seno della sua patria. (Co. 1, 3) Egli parla
di sè, come d'uomo che “per alcuna fama„ potesse essere da quelli a cui
andava “per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende„,
imaginato in altra forma, che quella d'un peregrino mendico. E questa
alcuna fama era per certo procacciata, oltre che dagli uffizi esercitati
nella sua patria, come priore e ambasciatore, e da ciò che, nei primi
tempi dell'esilio, aveva operato con gli altri esuli e solo; anche e
specialmente, come si scorge dall'accenno alla _lingua_, dalle sue rime.
Di che abbiamo testimonianza nella divulgazione così rapida della sua
canzone _Donne che avete_,[146] e del suo libello di Vita Nova, come
scorgiamo dallo studio con cui ora egli ne parla. Egli scusa col fatto
che “certi costumi sono idonei e laudabili a una etade, che sono sconci
e biasimevoli ad altra„, il fervore e la passione di quell'operetta.
(Co. 1, 1) Ed è notevole che non mette innanzi per la Vita Nova
l'interpretazione allegorica, che le sarebbe stata ben più valevole
scusa. Ma egli crede che infamia gli sarebbe venuta, se gl'italici
avessero creduto a quella tanta passione che era nelle canzoni scritte
dopo la Vita Nova, nè solo perchè composte in altra età che quella in
cui tanta passione è scusabile, ma perchè contradicevano al grande e
poetico amore per l'angiola. È manifesto che la fama sua e il consenso
degli animi egli vedeva causati da quelle rime così ardenti e pure; e
che credeva, se non vedeva, che le altre rime d'amore che aveva composte
o veniva componendo, non si lasciassero ammirare ed amare, perchè
trovavano i cuori preoccupati dall'imagine e quasi dall'amore di
quell'angiola giovanissima. Così succede: succede che e la prima e più
fresca e ingenua opera d'un autore sia guardata con gelosa cura
dall'animo del lettore; e la figura ideale, che da essa vien fuori, sia
amata dal lettore come fu amata dall'autore; così che quello non
consente così facilmente a questo di fare ingiuria all'amore che ormai è
di tutti e due. E così Dante non intende alla Vita Nova “in parte alcuna
derogare, ma maggiormente giovare per questa quella„. Invero togliendo
alla giovane salutatrice ogni veste simbolica, fa a grado dei lettori
che in quelle soavi e ardenti espressioni sentivano un amor vero, e non
fa torto a sè, perchè a quell'età era laudabile anche il fervore e la
passione; e lasciando (se non forse, ad alcuna, anche mettendo) codesta
loro veste alle canzoni venute dopo, toglie ogni infamia a sè, che, già
perfetto e maturo, si perdesse in fantasie amorose, e riesce caro ai
lettori, cui l'infedeltà a Beatrice non era cara. E perciò vuol
cancellare anche l'episodio della donna pietosa, dichiarandola, contro
ogni verità, un simbolo di sapienza e di filosofia anche nel libello.
La sua fama di poeta e di scrittore non su altro si fondava allora che
sulle rime della Vita Nova e su alcune altre che parevano contradire a
quelle e forse contradicevano.
Non su altro; che egli non avrebbe lasciato di accennare a quant'altro
avesse fatto o fosse per fare, come ricorda la Vita Nova e promette il
libro di eloquenza. (Co. 1, 5) Specialmente se aveva già compiuta alcuna
parte della Comedia, ne avrebbe parlato. Che dico? S'egli la avesse
avuta solo ancora in mente, solo per allora come ombra, non avrebbe per
certissimo trasposta nella Donna Gentile tutta l'essenza simbolica di
Beatrice, se doveva poi nella Comedia rimettere, se già rimetteva anzi,
la donna gentile tra le imagini false di bene, e faceva di Beatrice una
Donna del cielo strettamente congiunta, mediante Lucia, a quell'altra
più alta Donna del cielo. La quale doveva chiamare pur Donna Gentile,
che riusciva così quella stessa del Convivio e tutt'altro che quella
della Vita Nova. Nè si dica che il Poeta affermando, nel Trattato, che
della “viva Beatrice beata„ non intende più parlare “in questo libro„
cioè nel Convivio, prometta in tal guisa un altro libro, nel quale sia
per parlarne. A ogni modo, questo non sarebbe la Comedia, nella quale è,
sì, Beatrice viva della sua vita immortale, ma tale che manda e si
mostra a Dante vivo, sebben morto di morte mistica; mentre in quel
capitolo del Convivio esso Poeta non si aspetta di riveder Beatrice, se
non passando veramente ad altra vita migliore. (Co. 2, 9) Nello scrivere
il Convivio, è mosso da timore d'infamia; d'infamia “di tanta passione
avere seguita„. Come, scrivendo ciò, poteva avere in mente la Comedia in
cui confessasse di aver seguita veramente quella tanta passione? Come
poteva pensare alla Comedia, in cui “quella tanta passione„ si riducesse
a un inganno dell'animo? E a scrivere il Convivio, era anche mosso dal
desiderio di dottrina dare. Come poteva egli aver cominciata o non avere
già rifiutata quella Comedia, in cui era per mettere tanta dottrina? E
pietosamente e rimessamente parla del suo bando: “Poichè fu piacere de'
cittadini della bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di
gettarmi fuori del suo dolcissimo seno (nel quale nato e nudrito fui
fino al colmo della mia vita, e nel quale, _con buona pace_ di quella,
desidero con tutto il cuore di riposare l'animo stanco e terminare il
tempo che m'è dato), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua
si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato...„. (Co. 1, 3) Tra
le canzoni ch'egli è per imbandire col pane orzato del suo comento, è,
come ho detto, forse quella che dice:
l'esilio che m'è dato onor mi tegno.
Comunque il pane avesse menomato l'agro sapore della vivanda, noi
vediamo che Dante, che desidera ardentemente il ritorno, non l'avrebbe
implorato con viltà. Avrebbe adoperato come nella Comedia, la quale,
piena di aspre contumelie alla patria e ai cittadini, contiene pure,
molto in là, quasi come conchiusione personale, la speranza che il poema
sacro vinca la crudeltà dei suoi banditori. (Par. 25, 1) Il medesimo
fine, diremo, pratico, perseguì Dante coi medesimi mezzi, in vita sua, e
con la medesima libertà di sentire e parlare. Ora può essere che avesse
a mano i due mezzi nel tempo stesso? che mentre preparava il Convivio, e
che doveva essere di XV trattati, un'enciclopedia, a dirittura, di vita
attiva, avesse in mente anche la Comedia, altra enciclopedia e di vita
attiva e di contemplativa, poema immenso, senza dubbio, ma che poteva
esser dato fuori per particole? Non avrebbe messe tutte le fatiche in
compiere una cantica, almeno, di questa? Non avrebbe dato il suo tempo
tutto alla Visione, che per avere Beatrice a capo, sarebbe stata più a
grado dei lettori di quella Vita Nova, a cui derogare non voleva? E
come, avendo assunta una così fatta impresa, da non pigliarsi a gabbo,
di descriver fondo a tutto l'universo, poteva pensare a tale altra
enciclopedia, la cui prosa, così nuova, non doveva costare meno tempo e
fatica che le sottili e aspre e artificiosissime rime? E tutto questo è
avvalorato dal sospetto che al Convivio, il quale doveva constare di
quindici trattati, il Poeta desse una certa fine, sia pur provvisoria,
facendo così ampio e comprensivo l'ultimo trattato. Il che possiamo
indurre facesse per il suo intento di tornare in patria. Ora questo
medesimo intento poteva figurarsi d'avere a ottener meglio pubblicando
la prima cantica del poema; se l'aveva già cominciato, se l'aveva ancora
in mente, se non ne aveva ancora deposta l'idea.
Dante non pensava alla mirabile Visione da tanti anni veduta, non
pensava alla divina Comedia, che di lì a poco doveva intraprendere, non
ci pensava più, non ci pensava ancora, quando apparecchiava “il generale
convito„ di ciò che sino ad allora aveva mostrato. (Co. 1, 1) E così non
ci pensava, poi e ancora, quando, scrivendo il Convivio, disegnava e in
parte faceva l'altro libro di volgare eloquenza. (Co. 1, 5) Invero non è
possibile, che, avendo in mente il poema sacro, ed è inconcepibile, che,
avendolo già cominciato e condotto avanti, egli esponesse le teoriche
sulla lingua e sugli stili e sui generi letterari, che espose nel libro
dell'eloquenza. Nessuna industria di critico ci può convincere che il
concetto, il quale Dante aveva dello stile comico, quando scriveva il
libro di eloquenza, sia lo stesso che aveva, quando componeva la sua
Comedia.