Il qual pensiero già il Dionisi vedeva conforme a ciò che il Poeta dice

nel Convivio (2, 1), che alberi son gli uomini che non hanno vita di

scienza e d'arte, e pietre coloro “che non hanno vita ragionevole di

scienza alcuna, chè sono quasi come pietre„.

Intorno a ciò, riassumo e in parte traduco qualche pagina di S.

Bernardo,[127] Beato l'uomo che non solo trova, ma conserva la

_sapienza_. Chi s'allontana dalla sapienza, una volta trovata, è segno

che non ha radici da cui sia tenuto. E in che modo potrà metter radici,

se non dimora? Qual pianta mai si radica, se non resta dove fu confitta?

Quelli che perdon pazienza, non tarderanno a gittar la sapienza! “Or che

cosa li offenda, l'ha detto avanti la scrittura, quando dice: _Quasi

lapidis virtus probatio erit in illis_. Urtarono nel sasso

dell'offensione e nella pietra dello scandalo, mentre la provata virtù

di quella rimproverava e ammaestrava gli insipienti, e provava le loro

menti, ed essi _la virtù della sapienza_ dicevano che era _durezza di

pietra_, e se la prendevano con tutto, con la disciplina, col viso, col

parlare, come fosser duri. Duro è, dicono, questo parlare.[128] Sia: il

parlare è duro: che forse non è verace? La pietra è dura: che forse non

è preziosa? E perchè la verità è a te dura, se non per la durezza del

cuor tuo? Se il core ti s'ammollisse di pietà, più a te piacerebbe la

saldezza della verità, che la vanità della menzogna o l'olio

dell'adulazione!„

Sin qui noi vediamo come Dante, dopo aver chiamata _pietra_ la donna che

rappresenta la _sapienza_, dicesse di diventar pietra anch'esso, perchè

nell'amarla egli era non tanto radicato come un albero quanto saldo e

immobile come un sasso; e si preparasse, per un altro verso, a spiegare,

comentando, come esso e il suo cuore erano veramente pietra e

marmo,[129] non la sapienza pargoletta, o ancor acerba per lui.[130] Ma

vediamo ora il senso anagogico, se persiste.

“Duro è, dicevano, codesto parlare, perchè per loro la prova della

sapienza era come virtù di pietra; e perciò non tardarono a gettarla e a

ritornarsene addietro. Nè per altra ragione riprovarono la pietra

preziosa ed eletta da Dio, che per ciò che la crederono dura, _ed era

per verità pietra il Cristo_, ma per la virtù non per la durezza. Era

pietra, ma tal che si poteva convertire, anzi si converse in istagni e

fonti d'acque, quando trovò molli e umili i cuori dei fedeli, in cui

sgorgare; chè anche cotestoro che così presto urtati da quella cotale

specie di durezza, se ne andarono, avrebbero anch'essi forse bevuto, con

quelli, da quella Pietra che li seguiva, avrebbero bevuto fiumi di acque

vive...„ E così il mistico continua predicando felice Simon Barjona (che

doveva esser chiamato Pietro), il quale volle rimaner col Cristo; e si

volge ai confratelli chiamando felici anche loro, se persevereranno

nella sapienza, essi “che si inscrissero nella disciplina della sapienza

e nella scuola della filosofia cristiana„, per duro che sia il parlar di

lei, per duro che sia ciò che ella ingiunge, per duri che siano i

rimbrotti che ella fa. E conclude questo punto con parole che s'hanno a

meditare, da quanti leggono le fiere imagini di spasimo e di crudeltà

che Dante usa in quelle sue poesie pietrose: “Io sempre (_o Signore_),

spererò in te, anche se tu mi _ucciderai_. Anzi allora spererò vie più,

quando mi _flagellerai_, _squatrerai_, _brucerai_, _ucciderai_ ciò che

viveva in me„.

Si parla del Cristo, e non di Maria, qui; ma come il Cristo è pietra,

così è pietra Maria: _petra de petra_. Ricordiamo. E ricordiamo che S.

Bernardo è nel futuro paradiso, per Dante, quel che Virgilio

nell'inferno: il Virgilio che lo adduce a quella maggior Beatrice, che è

la Vergine madre. Ricordiamo che le sue opere sono per Dante come

un'Eneide mistica.

Scendere a dichiarare minutamente le canzoni pietrose, non giova. Ognun

può farlo. E d'altra parte alcune d'esse meritano uno studio preventivo,

per istabilirne l'autenticità. Per esempio, delle tre sestine, due mi

paiono apocrife, per la ragione appunto che il buon Fraticelli assegna

della loro autenticità. Egli dice, e riferisco la sue parole,

singolarmente chiare: “Nell'una e nelle altre va il Poeta trattando

l'argomento medesimo, ch'è quello non tanto di parlare d'una donna

bella, giovine e gentile, la quale vestita a verde, ed aventesi in testa

una ghirlanda d'erba, gira danzando per piani e per colli; quanto di far

lamento della di lei durezza e insensibilità, protestando il Poeta, che

il suo amore non sarà mai per venir meno (ricordiamo l'ultimo passo di

S. Bernardo!), ed esprimendo la sua speranza di riuscire alla perfine ad

aver gioia e piacere di lei. Se l'una pertanto è, com'è di fatto, opera

dell'Alighieri, debbono esser pure le altre due...„ Appunto per questo,

le altre due è difficile siano dell'Alighieri, che non si ripeteva e non

si trastullava.

Ma consideriamo la prima d'esse, che è certamente dell'Alighieri. (VE.

2, 10; 13) In essa, come nelle altre, le parole finali sono: _ombra_,

_colli_, _erba_, _verde_, _pietra_, _donna_. Di queste parole le prime

cinque hanno, rispetto alla _Donna_ per eccellenza, cioè a Maria, un

alto senso mistico. _Ombra_ vedemmo già[131] come possa riferirsi a

Maria. L'_ombra_, di cui la virtù dell'altissimo circuì Maria, è,

secondo S. Bernardo, la carne stessa del Cristo, la quale, col suo

mezzo, temperò il fervore e lo splendore dello Spirito. Ma leggiamo

ancora nei libri del fedel di Maria: “L'ombra di lui (del Cristo) è la

carne di lui; l'ombra di lui è la fede. A Maria fece ombra la carne del

proprio figlio; a me, la fede del Signore. Sebbene, anche a me come non

fa ombra quella carne, poichè in mistero io la mangio? E santa come è,

la Vergine tuttavia provò anch'essa l'ombra della fede, poichè le fu

detto: beata che credesti!„[132]

I _colli_ hanno anch'essi un valore mistico rispetto alla Vergine

Deipara. È notevole che S. Bernardo lo dichiari in uno di questi sermoni

sui Cantici. I monti e i colli che lo Sposo salta per giungere alla

terra, sono secondo l'abate di Chiaravalle, gli spiriti celesti,

maggiori e minori, che Dio passò per esinanirsi (secondo l'espressione

di S. Paolo) e ricever la forma di servo, e farsi simile agli uomini, ed

essere trovato, nel portamento, come uomo.[133] Nella poesia di Dante,

anche questa volta invece del Cristo sarebbe Maria, invece dello sposo

la sposa: il che si spiega troppo bene, dovendo le canzoni letteralmente

essere d'amore. L'_erba_ e il _verde_ traducono l'espressione _virgae

virorem_ che è pure in S. Bernardo, a proposito della nota profezia di

Isaia: Uscirà un rampollo (_virga_) dalla radica di Iesse, e dalla sua

radica un fiore salirà. Ora così si esprime S. Bernardo, e mi faccio da

un po' lontano, perchè torna in volta l'_ombra_ di prima, la quale così

si trova anche nell'autor di Dante poco separata dal verde e dall'erba.

“Buona e desiderabile è l'_ombra_ sotto l'ali di Gesù, dove è sicuro

rifugio ai fuggenti, grato refrigerio agli stanchi. Pietà di me, Signore

Gesù; pietà di me; poichè in te confida l'anima mia, e nell'ombra

dell'ali tue spererò, finchè non trapassi l'iniquità. Nondimeno in

cotesta testimonianza di Isaia intendi per fiore il figlio, per

germoglio (o ramicello: _virgam_), la madre; poichè il germoglio fiorì

senza seme (_absque germine_), e la Vergine concepì non da un uomo. Nè

la emission del fiore offese la verdezza del germoglio (_virgae

virorem_), nè la produzione del sacro parto offese il pudore della

Vergine„.[134] Della _pietra_ ho già parlato; qui giova aggiungere che,

come nel passo riferito più su di S. Bernardo, anche in questa sestina

abbiamo la _pietra_ in due sensi, di _pietra_ dura e fredda, e di

_pietra_ virtuosa e preziosa. Chè in vero oltre la pietra dura,

insensibile e non mossa dal tepore primaverile e stretta tra la calcina,

e vai dicendo, è anche la pietra che ha virtù nascosta:

Le sue bellezze han più virtù, che pietra.

Possiamo aggiungere che altre imagini della sestina, come “il bianchir

de' colli„, che tornano poi “di bianco in verde„, e la “neve all'ombra„,

trovano riscontro in caratteri mistici della Vergine. Invero: “quanto

lucido avorio era quello che piacque agli occhi di Re sì grande e ricco,

ne' cui iorni l'argento non è di alcun pregio! quanto _freddo_, che non

si scaldò nè per il concepimento! quanto _solido_, cui nè il parto

violò! quanto candido insieme e rubicondo, cui il candore della luce

eterna e il fuoco dello Spirito santo riempì di tutta la pienezza sua!

Invero Maria anch'essa fu e più candida della neve e più rubiconda

dell'avorio antico...„ Quasi quasi mi pare che il Poeta dando alle sue

donne chiome così bionde, segua e corregga qui il suo autore. Nella

sestina dice:

Quand'ella ha in testa una ghirlanda d'erba

trae dalla mente nostra ogni altra donna;

perchè si meschia il crespo _giallo_ e 'l verde

sì bel, ch'Amor vi viene a stare all'ombra.

E nella canzone _Così nel mio parlar_, ha:

biondi capegli

ch'Amor per consumarmi increspa e dora.

Se Dante avesse comentate allegoricamente e anagogicamente queste

poesie, certo in parole e imagini, che a noi sembrano insignificanti e

comuni, avrebbe rivelato a noi intenzioni non sospettate. Ma come

avrebbe dichiarate certe eruzioni di passione così carnale e accesa,

quali troviamo qua e là in tutte? Anagogicamente, io dico, non le

avrebbe dichiarate. In fatti nelle tre che comenta, dopo aver detto che

il senso anagogico c'è, lo tace però quasi del tutto, appagandosi

dell'allegorico, oltre il letterale. Non avrebbe aperto il senso

anagogico; ma questo pur c'è, non ostante la crudezza di certe parole e

di certi pensieri. Di che occorre agl'immemori lettori fornire alcuna

prova.

Rileggiamo la stanza più terribile della canzone più aspra.

Così vedess'io lui fender per mezzo

lo core alla crudele che 'l mio squatra;

poi non mi sarebbe atra

la morte, ov'io per sua bellezza corro;

chè tanto dà nel sol, quanto nel rezzo

_questa scherana micidiale e latra_.

Oimè! perchè non latra

per me, com'io per lei nel caldo borro?

che tosto griderei: io vi soccorro;

e fare' volentier, siccome quegli,

che ne' biondi capegli,

ch'Amor per consumarmi increspa e dora,

metterei mano e sazieremi allora.

S'io avessi le bionde treccie prese...

A tutti sembrerà impossibile che queste parole siano dirette alla

Vergine. Impossibile, sì: invero sono l'espressione d'un amor terreno

che deve, allegoricamente, figurare l'amore per la sapienza o la

filosofia che non si lascia amare dall'ardente amatore, la qual sapienza

o filosofia è, anagogicamente, la Madonna. Non son dunque propriamente

dirette a lei, tali parole. E tuttavia udite: “O donna, che rapisci (si

può dir, _rubi_) i cuori degli uomini con la dolcezza, non rapisti (o

_rubasti_) tu, donna, il cuor mio? Dove di grazia l'hai messo, che io

possa trovarlo? O rapitrice (_rubatrice, latra_) di cuori (quella

scherana di che è micidiale e di che è _latra_, se non del cuore di

Dante?), o rapitrice di cuori, quando mi renderai il mio cuore? Perchè

così rapisci?(_rubi_) i cuori dei semplici? Perchè fai violenza agli

amici tuoi? che lo vuoi sempre tener con te?„ Basta colorire un poco le

parole, e qui avremmo presso a poco la stanza di Dante. Ma leggiamo

ancora: “Quando te lo chiedo (il mio cuore), tu mi sorridi, e subito

addormentato dalla tua dolcezza mi cheto. Quando tornato in me, lo

chiedo ancora, mi abbracci, o dolcissima, e subito io m'inebrio

dell'amor tuo: allora il cuor mio non discerno dal tuo, nè so chiedere

altro che il tuo„. Qual è questa donna? chi a lei parla con tanto

languor di dolcezza? La donna è Maria; e chi le parla, è il suo fedel

Bernardo.[135]

Sia questo, ripeto, per esempio.

E ripeto che il senso anagogico è più là o più su dell'allegorico. Non

maraviglia perciò che nell'ardente figurazione del litterale, si

perdesse di udita quell'eco, che ne aveva a risonare tanto lungi, senza

arrivar mai alle orecchie del volgo.

XV.

RECTITUDO

Nella via non vera, per lui, si mise il Poeta nel 1295. Durante

l'equinozio di primavera del trecento, fingerà poi d'essersi smarrito e

ritrovato in una selva. Poichè la notte era uguale, in quella stagione,

al dì, ed egli uscì della selva al principio del mattino, e quella notte

e quel dì figurano dieci anni della vita di Dante; noi possiamo credere

ch'egli, pareggiando i tempi, intendesse d'assegnare cinque anni, dal

1290, tosto che Beatrice mutò vita, al 1295, quand'egli si diede alla

vita civile, cioè riprese via per la piaggia diserta, alla notte e alla

oscurità; e cinque anni, “dal principio del mattino„ all'ora in cui “lo

giorno se ne andava„, al corto andare. Conosceva egli il verso

Virgiliano delle Georgiche nel quale si dividono l'ore tra il _sonno_ e

il _giorno_?[136] Non mi par difficile, essendochè il concetto, espresso

in quel primo canto, che il mondo fu creato di primavera, poteva egli

averlo imparato mediante citazione, se non altro, delle Georgiche, le

quali lo contengono;[137] e con quella poteva essere questa altra

citazione dell'equinozio che le è legata.

Sappiamo della vita pubblica di Dante in quei cinque anni, qualche cosa:

per esempio: il 6 luglio del novantacinque fu consulente nella riforma

degli Ordini di giustizia; il 14 dicembre dell'anno medesimo,

partecipava all'elezione bimestrale de' Priori;[138] il 3 giugno

dell'anno seguente era dei cento, e parlò; il 7 maggio del novantanove

andò ambasciatore a S. Gimignano;[139] nel trecento dal 15 giugno al 15

agosto fu dei Priori. L'elezione non fu senza grande contrasto tra

Cerchieschi e Donateschi. Egli scriveva poi, secondo la testimonianza di

Lionardo Aretino, “tutti i mali e inconvenienti suoi dalli infausti

comizi del suo priorato aver avuto cagione e principio„. Nel fatto, non

molto più d'un anno dopo, nel 27 gennaio del 1302, era accusato e

condannato in contumacia da Cante de' Gabrielli; e il 10 marzo di

quell'anno, era destinato al rogo. Per quanto il colmo, per dir così,

della vita politica di Dante sia dopo l'equinozio vernale del trecento,

pure nella Comedia egli assegna al marzo di quell'anno la fine di quella

breve favola. La lupa, in quel mese e in quel torno, (Inf. 1, 60)

_lo_ ripingeva là dove il sol tace.

Dalla notizia conservataci dall'Aretino, comprendiamo perchè, nel tempo

stesso che altre ragioni per certo v'erano per Dante, di porre la sua

visione nel trecento, questo fatto, che la fine della sua vita pubblica

non avvenne in quell'anno, non contrastasse. Le altre ragioni quali

possono essere? Era l'anno del giubileo, e una visione di spirituale

purificazione ben era adatta a quell'anno di perdono. Eppur non è questa

la ragione precipua, se pure è tra le ragioni: il giubileo, nella

Comedia, si ricorda una volta per descriverci nell'inferno due schiere

di peccatori più e meno ignobili e meno e più sfacciati; (Inf. 18, 28)

un'altra volta, per poter introdurre un soavissimo episodio, d'un appena

giunto nel mondo di là sul vasello snelleto e leggiero, e che là canta

la canzone “_Amor che nella mente mi ragiona_„. La qual canzone è lode

della filosofia e lauda di Maria, e bene risuona nel lido del mare, in

quel mattino luminoso, alle radici del monte santo della purificazione,

sacro alla madre purissima. Ma certo dell'anno santo sarebbe presente in

ogni parte del Poema l'idea, se nel pensiero di Dante ell'era stata

precipua.[140] Anche l'altra ragione di sceglier l'anno centesimo, che

fu quella di partire a mezzo la seconda età del Poeta, ossia la

giovinezza, e tutta la sua vita, non appare poi, sebbene si scorga sin

dal primo verso, così forte. Coi rimproveri di Beatrice ci sembra che si

sarebbe adattata meglio un'età più giovanile, più prossima all'età delle

false imagini di bene, un'età in cui la barba non fosse troppo dura e

lunga. A mettere la visione in quell'anno, determinando ch'era

l'equinozio di primavera, e riassumendo allegoricamente dieci anni di

vita in una notte e in un dì, facendo cominciare la notte col sonno,

cioè con la sera, quando l'aer bruno toglie i viventi dalle loro

fatiche, e terminare con l'ora in cui la luce lambisce ancora a pena le

cime dei monti, e curando con tanta diligenza che il dì sia ben marcato,

dal principio del mattino all'andar del giorno; a ciò fu indotto

principalmente il Poeta da questa simmetria che vedeva veramente nei

dieci anni della vita trascorsa dopo la morte di Beatrice; che furono

tagliati in due parti uguali, di cinque anni l'una, dal consiglio ch'ei

prese di dedicarsi alla vita civile. La qual vita civile era, se non di

fatto, almeno potenzialmente, finita con la sventura, con la

persecuzione, con l'esilio, nei comizi infausti del trecento. A questa

norma, i primi cinque anni dei quali un anno e più era stato di dolore,

e trenta mesi, di studio, furono dichiarati tutti, da tosto che Beatrice

fu partita, di smarrimento e di sonno.

Se la lupa lo ripingeva verso la selva delle tenebre e della viltà

nell'anno trecento (e ciò fu virtualmente, non realmente), la lonza lo

impediva “dal principio del mattino„, “quasi al cominciar dell'erta„.

Dante fu “per ritornar più volte volto„. (Inf. I 29) Questo impedimento

dunque sarebbe venuto al principio di quel giorno di cinque anni,

intorno al tempo in cui Dante era entrato nella vita civile. Poichè in

quel volgersi più volte per ritornare, è da intendere che Dante non fu

vittorioso della carne, se non dopo alcuna battaglia perduta, noi

dobbiamo credere ch'egli dica che intorno al 1295 e poco più oltre egli

ebbe a cedere alle tentazioni di ciò che la lonza simboleggia,

dell'incontinenza carnale. E in vero con Forese egli condusse una vita

che è grave memorare; (Pur. 23, 115) e della quale restano a testimoni i

tre noti sonetti. Quando ciò? Prima del 1296 nel qual anno “Bicci novel„

moriva; dopo il 1295, nel qual anno Dante si dedicava alla vita civile,

se da quella vita, Dante dice nel purgatorio a Forese, (23, 118)

mi volse costui

che mi va innanzi;

ossia Virgilio, che lo volse non già dalla vita viziosa, ma dalla via

del mondo, per fargli fare altro viaggio per la via di Deo. Chè Dante

non vuol veramente dire che Virgilio lo tolse a suoi disordini: della

lonza era stato vincitore, e della lupa stava per diventar vittima;

vittima sì, non già drudo! Ma pur qui non dice che lo tolse alla via del

mondo; bensì che lo sottrasse dal tornar nella selva oscura, dove

sarebbe stato quel che era prima d'uscirne, senza virtù e senza vizio.

Dunque non confessa alcun vizio di gola o d'altro, ma, come vedremo, uno

stato di “miseria„. Soltanto, nel tempo in cui si metteva nella via del

mondo, egli ebbe a patire degli stimoli della carne e a vivere con

alcuna libertà; di che presto riuscì a bene, prendendo la lonza, non più

forse, ora, con la corda con cui altra volta aveva creduto di poterla

prendere, (Inf. 16, 106) ma, più che probabilmente, col matrimonio. E

così continuò il suo cammino, essendo aiutato dalla sua temperanza e

fortezza a fuggire sì la carnalità e sì l'accidia che ne nasce. Chè la

lonza è l'una e perciò l'altra[141]. Ma sorvenne la violenza, la quale,

anch'essa forse, non avrebbe avuto il potere di respingerlo, se non era

la frode, nella quale si fuse la violenza. Invero egli fu vittima del

_paciaro_ che viene senz'arme e giostra con la lancia di Giuda. (Pur.

20, 73) Egli fu vittima d'un papa non solo simoniaco e usurpatore e in

varii modi fraudolento (Inf. 19, 52; 27, 98; Par. 27, 22 etc.), ma anche

violento, se faceva del cimiterio di S. Pietro una cloaca non solo di

puzza, come è alcuna bolgia della frode, ma anche di sangue, come è la

riviera dei predoni e tiranni. (Par. 27, 25).

Vincitore dell'incontinenza, sereno ed alacre, dice di sè il Poeta, che

saliva e sarebbe salito. Le altre due virtù della vita attiva, cioè,

oltre la temperanza e fortezza, la prudenza e la giustizia, dice di sè

il Poeta, che le aveva, poichè uscì dalla selva e fu minacciato e tratto

a mal partito, non sedotto, dall'ingiustizia, cioè dal leone e dalla

lupa. Tra i giusti che Ciacco vede in Fiorenza, fossero essi due soli

oppur due o tre, come a dire pochi, Dante metteva al certo sè medesimo,

e si dichiarava immune di quell'incendio maligno che è acceso dalle tre

faville, superbia, invidia e avarizia; di quell'incendio che è

l'ingiustizia.[142] E sebbene e' facesse una strada che non era la sua,

e perciò non era vera o verace o dritta, come quella che era stata

intrapresa dopo l'oblìo di Beatrice, cioè della sapienza che si trova

soltanto per quell'altra via; nondimeno non si può dire che agli studi

avesse rinunziato al tutto. Egli aveva, intorno al cominciare della vita

attiva, significato l'abbandono della contemplativa, mettendosi come

sotto la protezione della filosofia che è anche la _Regina Coeli_. Ciò

con le due canzoni _Voi che intendendo_ e _Amor che nella mente_; di cui

la prima era nota a Carlo Martello morto nel 1295, e l'altra, a Casella

che forse le diede la nota, e che morì nel tempo del giubileo. Altra

canzone, che non c'è difficoltà di assegnare a tempo precedente l'anno

centesimo, è quella che comincia: _Le dolci rime_; ossia la terza del

Convivio. C'è anzi così qualche ragione in favore, come nessuna contra.

La canzone ha uno stretto legame con le due precedenti.

Le dolci rime d'Amor, ch'io solïa

cercar ne' miei pensieri,

convien ch'io lasci.

In secondo luogo, essa vuol riprovare un “giudicio falso e vile„, che è

presumibile fosse, in quei tempi avanti il trecento, pronunziato contro

il Poeta medesimo. Invero, o nobile o popolano che fosse di schiatta,

Dante iscrivendosi nelle arti poteva sentirsi rimproverare, anche da chi

fu suo primo amico, di non essere nobile o non essere più. Ma

prescindendo anche dalla sua persona, è ben certo che a quei tempi

nessun discorso doveva essere più frequente e vivo di questo intorno

alla nobiltà, in quella Fiorenza che nel 1293 faceva gli ordini di

giustizia contro i Grandi, nel 1295 li riformava, e via via non quetò

per il malumore e il discordare di essi grandi o nobili. In tale aria

ambiente è verosimile che Dante esponesse il suo pensiero, che la

nobiltà consiste non nella ricchezza redata, con bei costumi o

senz'essi, ma nelle virtù convenienti a ogni età dell'uomo.

Questa canzone è “contra gli erranti„; ed è fatta per riprovare un

giudicio falso; e ha quindi, non più per soggetto l'amore o _Venus_, sì

la direzion della volontà o _rectitudo_ o _Salus_ (VE. 2, 2). Ma meglio

considerando si troverà che pure trattando un de' _magnalia_, ed essendo

diretta alla utilità, cioè alla salute, non ha per soggetto propriamente

la direzion della volontà, se non in modo proemiale. Essa dice infatti:

“Chi è nobile o non vile? Chi ha virtù. E che è virtù? Un abito

eligente. Nell'elezione ha luogo la volontà. Virtù significa aver la

volontà educata a scegliere, tra due contrari, il mezzo che è bene„.

Dunque della direzion della volontà è per trattare trattando della o

delle virtù. E questo, che la nobiltà stia nella virtù, non è che il

proemio al trattato della rettitudine. E questa considerazione aiuta

anch'ella a porre il componimento proemiale al tempo in cui Dante

tuttora dormiva in Firenze agnello nemico ai lupi.

E qui giova ricordare l'epistola che Dante scrisse ai principi della

terra dopo la morte di Beatrice. Quest'epistola, la quale è più che

verosimile contenesse precetti di rettitudine e significasse lo sparire

dalla _terra_ di quella sapienza, confondeva la sapienza che è speranza

della contemplazione di Dio, con quella che è prudenza regale o

senno.[143] Ora non le confonde più. Ora dice di deporre il soave stile

che ha tenuto “nel trattar d'amore„; ora tratta di _salute_, che è

termine generico in cui è compreso gentilezza e nobiltà (v. 106); ora

proemia a un trattato di rettitudine nella via del mondo. Sì; perchè le

virtù alle quali accenna qui, e delle quali vuol trattare poi, come si

vede dal fatto, che ne trattò veramente, sono virtù di quelle che stanno

nel mezzo a due contrari, cioè sono virtù morali, nelle quali consiste

la vita attiva.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 11 / 42 段