quella beatrice. E Amore gli diceva lietamente nel cuore: “Pensa di
benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dei fare„. E a lui
pareva d'avere il cuore sì lieto, che non gli pareva il suo cuore. (VN.
24). E a me vengono in mente le parole di Maria: “_Magnificat anima mea
Dominum. Et exsultavit spiritus meus... ex hoc beatam me dicent omnes
generationes. Quia fedi mihi magna_„. È Dante che benedice, ma con le
parole di Maria, quel _dominus_ che è Amore (VN. 3), per nozze che
l'anima sua fece con Amore. (ib. 1)
Queste nozze per le quali l'anima “fu a lui sì tosto dispensata„,
quest'amore di Dante per Beatrice, ha come l'ispirazione dalle nozze
dello Spirito Santo con Maria.[116] Non c'è dubbio. Tra Maria e Beatrice
è amistà, oltre che somiglianza. La gentilissima sovente, si può
credere, “sedea in parte ove s'udiano parole de la reina de la gloria„;
(VN. 5) Maria “fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa
Beatrice beata„; (VN. 28) Beatrice era piena di “grazia„, come Maria;
(VN. 26) Beatrice veduta “tra le donne„ è cagione d'ogni salute; (s. 16)
Beatrice va a gloriare “sotto la 'nsegna di quella reina benedetta„;
(VN. 28) sale “nel ciel de l'umiltate ov'è Maria„. (s. 18).
È simile a Maria; non è Maria. Ora se Beatrice figura anche la sapienza,
che cosa sarà figurato in Maria? Una sapienza, certo, superiore a pur
questa, che pure consiste nella contemplazione di Dio. In vero, nella
Comedia c'è qualcuna che è migliore di Beatrice e che a lei sottentra
all'ultimo, quando a Dante non resta che contemplare il più sublime dei
misteri. Dante è nel cielo empireo, dove vede la candida rosa; e si
volge per domandare la sua donna di cose di che la sua mente è sospesa.
(Par. 31, 55). Come nella divina foresta, all'apparir di Beatrice, si
volge per dire alcunchè a Virgilio, e Virgilio non c'è più; (Pur. 30,
43) così nell'empireo cielo non vede più presso a sè Beatrice. Presso a
lui è il fedele di Maria, Bernardo; è il Virgilio di lassù, questo
santo, che lo conduce ad aver la grazia da un'altra e maggior Beatrice,
di drizzar gli occhi al primo Amore. (Par. 32, 142) Se Beatrice è la
sapienza. Maria che cosa è?
Il Convivio ci ammaestra. “Filosofia è uno amoroso uso di sapienza; il
quale massimamente è in Dio, perocchè in lui è somma sapienza e sommo
amore e sommo atto, che non può essere altrove, se non in quanto da esso
procede. È adunque la divina Filosofia della divina essenzia, perocchè
in essa non può essere cosa alla sua essenzia aggiunta; ed è
nobilissima, perocchè nobilissima essenzia è la divina, e in lui per
modo perfetto e vero, quasi per eterno matrimonio: nell'altre
Intelligenzie è per modo minore, quasi come druda, della quale nullo
amadore prende compiuta gioia, ma nel suo aspetto contentane la sua
vaghezza„. (Co. 3, 12)
Ebbene: par probabile che codesta gradazione di amoroso uso di sapienza
sia nella Comedia simboleggiato in Maria e Beatrice. Invero Maria è
l'unica sposa dello Spirito Santo; (Pur. 20, 97) Beatrice è l'amanza del
primo amante: (Par. 4, 118) la quale espressione ricorda quella del
Convivio e le equivale; poichè certo non significa ella che Dio non
possiede perfettamente la sapienza simboleggiata in Beatrice, ma che
essa è della sapienza divina parte minore, per noi, che quella che è
simboleggiata nella sposa di Dio.
La filosofia nel Convivio è dunque forse anche Maria? Nel fatto Dante ci
ammonisce che in esso trattato non sono soltanto i due sensi litterale e
allegorico, ma anche il morale e l'anagogico, de' quali “talvolta...
toccher_à_ incidentemente, come a luogo e a tempo si converrà„. (Co. 2,
1) Ora per questo senso _spirituale_ per il quale una scrittura
“significa delle superne cose dell'eternale gloria„, la Donna può ben
significare Maria, senza contradire il trattatista che la dichiara
allegoricamente per filosofia. E noi vediamo ch'ella assomiglia
all'angiola della Vita Nova, in quanto questa assomiglia a Maria, e che
assomiglia pure a Maria, quale è descritta nella Comedia. S'è già detto
ch'ella è umile come e Beatrice e Maria. Ma c'è ben altro. “Vede
perfettamente ogne salute„ chi vede Beatrice “tra le donne„: (VN. s. 16)
Ebbene è nel Convivio:
Chi veder vuol la salute
faccia che gli occhi d'esta donna miri.
(Co. c. 1).
Beatrice è maraviglia e miracolo: della donna del Convivio si potrà
vedere
di sì alti miracoli adornezza
che tu dirai...
Sentiamo anzi ciò che l'anima dirà:
Amor, Signor verace,
ecco l'ancella tua; fa che ti piace.
È la risposta di Maria all'angelo: _ecce ancilla domini: fiat mihi
secundum verbum tuum_. Dante pensava a Maria, nel cantare degli effetti
della Donna. Così come il salutare di Beatrice nella Vita Nova è ricordo
della salutazione angelica, che fece beata Maria: _ex hoc beatam me
dicent..._ Di che è sicura prova questo passo: “Quando questa
gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse
_obumbrare_ a me la intollerabile beatitudine, ma...„ La qual parola
_obumbrare_ è presa dal racconto di Luca evangelista: _Spiritus sanctus
superveniet in te et virtus Altissimi ~obumbrabit~ tibi._[117] E che si
tratti del medesimo concetto, riuscirà chiaro leggendo in San Bernardo:
“L'ombra del Cristo ritengo sia la carne di lui, della quale fu
_obumbrato_ anche a Maria, affinchè per il suo riparo (_eius obiectu_)
il fervore e splendore dello Spirito fosse a lei temperato„.[118] Dante
traduce _obiectus_ con “mezzo„, e rende con le parole “intollerabile
beatitudine„ quel fervore e splendore soverchio che occorreva temperare.
In questi ricordi non è sola associazione d'idee, ma vera riproduzione
di quel dolce e misterioso dramma. L'anima è salutata dall'angelo o
dall'angiola; e in ciò l'anima stessa è una specie di Maria; ma chi
saluta l'anima è pure una specie di Maria, e l'Amore è lo spirito (uno
spirito d'Amore, o spiritel d'amore) che sopravviene. Sapiente invero
(per chiarire sì fatto intreccio mistico), sapiente, cioè come Maria,
divien l'anima per il sopravvenire dell'amor della sapienza, la quale
sapienza è una specie di Maria. Maria rende Maria, la sapienza rende
sapiente. Così l'anima, nel Convivio, risponde, _Ecce ancilla tua_, a
quell'Amore, a quello spirito d'Amore, che nella Vita Nova obumbra
all'amatore l'intollerabile beatitudine.
E nella Vita Nova all'apparire dell'angiola, lo spirito de la vita
“cominciò a tremar sì fortemente che apparia ne li menimi polsi
orribilmente„; (VN. 1) e si può dire che egli non cessi mai di tremare;
e Dante sarebbe già sin dal principio apparso “vile„ come sin dal primo
saluto gli diceva Guido, se ciò che ho ragionato è vero;[119] e come
certo apparve a sè stesso dopo la morte di Beatrice, quando temeva “di
non mostrare la sua _vile_ vita„ (VN. 35); e nel Convivio la donna lo
signoreggia in modo che “'l cor ne trema sì che fuori appare„; (c. 1,
22) e uno spiritel d'Amore gli dice:
Questa bella donna, che tu senti
ha trasmutata in tanto la tua vita,
che n'hai paura, sì se' fatta vile.
(c. 1, 43)
E molte sono le espressioni di lode che sono o simili o uguali tra
l'angiola e la Donna. A me basti ricordare che anche della Donna il
Poeta vuol dire “la loda„, (Co. c. 2, 15) e che da lei discende
un spirito gentile
ch'è creatore d'ogni pensier buono;
(ib. 64)
e che i suoi sguardi
rompon come tuono
gl'innati vizii che fanno altrui vile;
(ib. 66)
e ch'ella
è colei ch'umilia ogni perverso;
(ib. 71)
cioè, come il Poeta dichiara, “volge dolcemente chi fuori dal debito
ordine è piegato„ (Co. 3, 15). Così Beatrice è reina delle virtù,
distruggitrice d'ogni vizio, dolce ispiratrice di perdono.
E la Donna somiglia a Maria della Comedia. Già nel Poema Maria è
chiamata Donna gentile. (Inf. 2, 94) Inoltre, sebbene non possa essere
che Dante quando scriveva nella Vita Nova della “gentile donna giovane e
bella molto„, (35) pensasse a Maria, tuttavia si deve credere che la
pietà e misericordia che nel libello le attribuisce, suggerisse poi al
trattatista del Convivio il pensiero di dichiararla l'imagine della
filosofia, che lo consola, come consolò Boezio che gli è autore. Or
bene: queste qualità di misericordia e pietà sono certo anche in colei
in cui è misericordia e pietà. (Par. 33, 19) E nella canzone prima del
Convivio, dice della Filosofia:
Mira quant'ella è _pietosa_ ed umile,
saggia e cortese nella sua grandezza,
e pensa di chiamarla donna omai.
O non ripensa queste parole il Poeta quando fa esclamare al fedele di
Maria:
_Donna_, se' tanto _grande_...
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza...?
(Par. 33, 13)
Non la chiama qui _Donna_ senz'altro? E poi “saggia„ la dice in quanto a
lei chiede la suprema visione. E “umile„ l'ha detta poco prima, e
“pietosa„ la afferma con due parole. E “cortese„ la proclama affermando
che in lei è magnificenza.
La qual magnificenza è non la generale, ma “la spezial cortesia„. (Co.
2, 11) E giova ricordare che molto probabilmente la signora della
cortesia,[120] a cui nella Vita Nova Dante chiama misericordia, è la
Madonna; non Beatrice, chiamata altrove sì cortese e cortesissima, (VN.
2) ma per la sua somiglianza alla Madonna; la quale è, essa, “donna
della cortesia„ come “sire della cortesia„ è Dio. (VN 42) Nella grande
preghiera suona: (Par. 33, 16)
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al domandar precorre.
E noi sappiamo come ella usi nel precorrere la domanda: chiede la Grazia
la quale opera nel cuore dello smarrito, infondendogli la speranza. La
Donna Gentile si rivolge a Lucia che va a Beatrice. Or bene nel Convivio
Dante narra: “Più da sua gentilezza, che da mia elezione, venne ch'io ad
essere suo consentissi„. Ella adunque precorse. “Chè passionata di tanta
misericordia si dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli spiriti
degli occhi miei a lei si fêro massimamente amici„. (Co. 2. 1) La
espressione della Vita Nova è: “gli occhi miei si cominciaro a dilettare
troppo di vederla„. (VN. 37) Nel Convivio riduce la vista a visione, gli
occhi a spiriti degli occhi. E non ci è, naturalmente, il “troppo„. Il
fatto è che la donna gentile del Convivio è mossa da misericordia, come
la Donna Gentile della Comedia: si compianse. La quale a principio del
Poema si compiange di lui, e alla fine gl'impetra la visione,
dislegandogli ogni nube di sua mortalità. E sì, anche la donna gentile
del Convivio, come ha fatta la prima cosa, fa la seconda:
Cose appariscon nello suo aspetto
che mostran de' piacer del Paradiso,
dico negli occhi e nel suo dolce riso.
(c. 2, 55)
Il che è dichiarato nel comento: “E qui si conviene sapere che gli occhi
della sapienzia sono le sue dimostrazioni, colle quali si vede la verità
certissimamente; e 'l suo riso sono le sue persuasioni; nelle quali si
dimostra la luce interiore della sapienza sotto alcuno velamento; e in
queste due si sente quel piacere altissimo di beatitudine, il qual è
massimo bene in Paradiso„. (Co. 3, 15) E leggiamo: (Par. 33, 40)
Gli _occhi_ da Dio diletti e venerati
fissi nell'Orator, ne dimostraro
quanto i devoti preghi, le son grati
_Indi all'eterno lume si drizzaro_,
nel qual non si de' creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.
Ed io ch'al fine di tutti i disii
m'appropinquava, sì com'io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.
· · · · · · · · · · · · · ·
quasi tutta cessa
mia visione, ed ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Provò Dante per certo “quel piacere altissimo di beatitudine, il qual è
massimo bene in Paradiso„; e per qual mezzo? Per quelli “occhi„. Per
certo Dante ciò che vide e godè in Paradiso, vide e godè sì per gli
occhi di Beatrice prima, e sì per gli occhi di Maria dopo. E Beatrice
che nella Vita Nova somiglia a Maria, nel Convivio è inclusa in Maria,
per ciò che a Maria somigliava.
Maria è la sposa dello Spirito Santo. Maria è madre figlia del suo
figlio. La Donna Gentile del Convivio, o filosofia o sapienza che dir si
voglia, è in Dio “per modo perfetto e vero, quasi per eterno
matrimonio„. Ella è “la bellissima e onestissima figlia dello imperadore
dell'universo„. (Co. 3, 12; 2, 16) Ella è “sposa dell'imperadore del
cielo„. Ella è “non solamente sposa, ma suora e figlia dilettissima„.
Anche suora: e ciò s'intende meglio di Maria che della sapienza; poichè
Maria essendo figlia di Dio e madre di Gesù, viene a essere sorella di
Gesù che è figlio di Dio. E madre no? la donna gentile, cioè
“nobilissima„ (Co. 4, 30) quale è colei che nobilitò l'umana natura? “la
luce virtuosissima... i cui raggi fanno i fiori rinfronzire e
fruttificare la verace degli uomini nobiltà?„. (Co. 4, 1) Anche madre.
Ella (la sapienza) è “madre di tutto qualunque principio„ (al. di tutto
madre; qualunque etc), e con lei Iddio cominciò il mondo. (Co. 3, 15) E
Dante riporta i detti del libro di sapienza: “Quando Dio apparecchiava
li Cieli, io era presente„. Il che, anagogicamente, si può intendere di
Maria, (Par. 33, 3)
termine fisso d'eterno consiglio;
come a lei non si disdicono i versi della canzone: (2, 54, 72)
Però fu tal da eterno ordinata:
Costei pensò chi mosse l'universo.
Così nel poema ella è “lo maggior fuoco„ (Par. 23, 90); e nella canzone
(2, 19):
Non vede il Sol, che tutto 'l mondo gira,
cosa tanto gentil, quanto in quell'ora
che luce nella parte ove dimora
la Donna.....
ed (ib. 33)
ella luce;
e le cose che appariscono nel suo aspetto soverchiano la nostra mente
(ib. 60)
come raggio di sole un fragil viso;
e (ib. 63)
sua beltà piove fiammelle di fuoco.
Nel poema Maria è (Par. 31, 134, e cfr. 32, 107, 23, 92 e al.)
una bellezza, che letizia
era negli occhi a tutti gli altri Santi;
una stella, un sole del cui splendore brillano le stelle. Così nella
canzone, (2, 23) la donna gentile,
ogn'intelletto di lassù la mira.
Nel poema (Par. 23, 94)
per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela, e girossi intorno ad ella.
È l'arcangelo. E nella canzone: (2, 41)
Quivi, dov'ella parla, si dechina
uno spirto dal ciel... (al. un angelo)
Per veder Dio, nel poema si dice che bisogna impetrarne grazia da quella
che può aiutare. (Par. 32, 147) Nella canzone si dice e nel comento si
spiega (c. 2, 51)
che il suo aspetto giova
a consentir ciò che par maraviglia.
Onde la nostra fede è aiutata.
Nessuna cosa par più maraviglia di ciò che Dante vede, per mezzo di
Maria: il mistero della Trinità. Infine, per non dilungarci in cento
altri raffronti, Maria è Regina del cielo, e la Donna del Convivio, la
filosofia cioè o la sapienza, è “eternale Imperadrice„ “che per _n_oi
drizzare, in _n_ostra similitudine venne a _n_oi„. (Co. 3, 15)
Così, la Donna gentile del Convivio è, anagogicamente, la Vergine madre
di Gesù che è sapienza, e, allegoricamente, è la SAPIENTIA o la
filosofia; e comprende nell'un modo e nell'altro quella sapienza che
nella Vita Nova è figurata in una specie di Madonna terrena, imitatrice
della celeste. Dante, nel comento, dichiarò che questa sapienza era già
personificata nella donna gentile e giovane e bella molto della Vita
Nova; il che non è; ma a lui parve di poter essere creduto; perchè
invero misericordiosa e pietosa egli aveva dipinta quella donna, come
nel libro di Boezio vide poi misericordiosa la filosofia, e, nella sua
religione, misericordiosa sapeva la Vergine madre. Ma, in vero, la pietà
della donna gentile egli aveva finta, perchè il suo breve innamoramento
fosse quel che egli voleva che fosse: un inganno fugace, dopo il quale
tornò subito al suo bene. Nè può stare ciò che altri pensarono, che
quell'episodio, svolto nel Convivio, figurasse un traviamento di Dante
da Beatrice alla filosofia.[121] Beatrice già figurava la sapienza e
rassomigliava a Maria; e la donna gentile rappresenta la sapienza e
filosofia, ed è anche, anagogicamente, Maria. Il mutamento è di forma,
non di sostanza; anzi è nella cornice e non nel quadro. Che già con le
due prime canzoni del Convivio Dante mostra d'aver mutato il proposito
che aveva fatto, di narrare una visione nella quale rivedesse Beatrice
che lo conducesse per la via della contemplazione. Degli studi fatti per
tale visione, egli si giovava in modo diverso, celebrando sì le lodi
della sapienza, ma rinunziando all'estasi o all'_excessus_.
Egli si era nel 1295 dedicato alla vita civile e prendeva bensì dai suoi
studi, fatti per forse trenta mesi, argomenti a poetare; ma non poteva,
certo, narrare un suo proposito di abbandonare la via nella quale
appunto allora si era messo.
XIV.
LA PIETRA
Nel commiato della seconda canzone del Convivio, nella quale, come nella
precedente, si parla di una Donna gentile che è allegoricamente la
filosofia e anagogicamente la Vergine madre, si legge:
Canzone, e' par che tu parli contraro
al dir d'una sorella che tu hai;
chè questa donna, che tant'umil fai,
ella la chiama fera e disdegnosa.
E il Poeta insegna alla Canzone, come scusarsi col dire che la donna non
era orgogliosa, ma pareva. Nel comento così narra e ragiona: “Veramente
l'ultimo Verso, che per Tornata è posto, per la litterale sposizione
assai leggermente qua si può ridurre, salvo in tanto quanto dice che io
lì chiamai questa donna fera e disdegnosa. Dov'è da sapere che dal
principio essa Filosofia parea a me, quanto dalla parte del suo corpo
(cioè sapienzia), fiera, che non mi ridea, in quanto le sue persuasioni
ancora non intendea; e disdegnosa, che non mi volgea l'occhio, cioè,
ch'io non potea vedere le sue dimostrazioni. E di tutto questo il
difetto era dal mio lato: e per questo, e per quello che nella sentenzia
litterale è dato, è manifesta l'allegoria della Tornata„. (Co. 3, 15)
Ora a noi parrà soverchio questo chiamar “fera e disdegnosa„ quella che,
anagogicamente, è la Madonna. E più ci parrà, se leggiamo la ballata
che, verosimilmente, è riconosciuta per la “sorella„ della canzone.
Leggiamo in vero: (Ca. 6, 9)
Voi che sapete ragionar d'Amore,
udite la Ballata mia pietosa,
che parla d'una donna disdegnosa,
la qual mi ha tolto il cor per suo valore.
Tanto disdegna qualunque la mira,
che fa chinare gli occhi per paura;
che d'intorno da' suoi sempre si gira
d'ogni crudelitate una pintura.
· · · · · · · · · · · · · ·
Par ch'ella dica: io non sarò umile
verso d'alcun, che negli occhi mi guardi
· · · · · · · · · · · · · ·
Io non spero che mai per sua pietate
degnasse di guardare un poco altrui:
così è fera donna in sua beltate
questa, che sente Amor negli occhi sui.
· · · · · · · · · · · · · ·
Disdegnosa la Donna, la cui benignità precorre al domandare? crudele e
spietata la Donna in cui è, se mai in persona, misericordia e pietà? Non
umile verso d'alcuno, la Donna umile ed alta più che creatura? Qualcuno
certo rigetterà subito i miei raffronti, e dirà: Non può essere; hai
sognato! Eppure anche fermandoci all'allegoria, che dico? anche non
andando più in là della lettera, dobbiamo trovare dello strano e del
contradditorio in questo chiamar fera e disdegnosa la donna gentile che,
come leggiamo nella Vita Nova, lo riguardava “sì pietosamente, quanto a
la vista, che tutta la pietà parea in lei accolta„; (VN. 35) che, come
leggiamo nel Convivio, “passionata di tanta misericordia si dimostrava
sopra la _di lui_ vedova vita, che gli spiriti degli occhi _suoi_ a lei
si fero massimamente amici„. (Co. 2, 2) Ma ognun dirà che tali sono le
contraddizioni dell'amore, e che nell'amore la donna oggi par buona,
domani cattiva, ora dolce ora amara. E, quanto all'allegoria, ognun
converrà nel ritener giusta la ragione che Dante assegna della fierezza
e del disdegno, che gli mostrò alcuna volta la filosofia, sebbene a
principio non fosse che una pia consolatrice. E dovrebbe anche ognuno
convenire che tali composizioni _polisense_ è malagevole condurre sì che
tutti i sensi riescono al pari congruenti e condecenti. E sol che abbia
data un'occhiata ai libri dei mistici, vorrà consentire... Ma il
consenso d'ognuno ha da venire dopo ben più difficili prove.
A questa medesima donna, o ad altra, in altre poesie fa la medesima
accusa. Queste poesie sono tre canzoni: _Così nel mio parlar_, _Amor tu
vedi ben_ (una sestina doppia), _Io son venuto_; tre sestine: _Al poco
giorno_, _Amor mi mena_, _Gran nobiltà_; un sonetto: _E' non è legno_.
Che esse, tutte, debbano interpretarsi come allegoriche, non credo abbia
opinato alcuno: in parte, sì.[122] A considerarle, in genere, come forti
espressioni d'un amore ardente, sono i più condotti da un tal quale
compiacimento, di vedere il mistico viatore dibattersi sotto l'impero
d'una passione umanamente vera. E questi non considerano che se Dante ha
pur destinata una passion di amore a figurare un concetto filosofico,
egli ha nell'animo suo, o memore o consapevole, trovate le note quasi
selvaggie per esprimere a quel modo quella passione. E dunque le ragioni
del compiacimento rimarrebbero uguali. Ma insomma i più, dimenticando
affatto Santa Teresa e San Francesco e tanti altri santi misticamente
innamorati, non ammettono che queste poesie possano o debbano
interpretarsi allegoricamente e anagogicamente; e perciò assegnarsi alla
medesima ispirazione, che dettò le altre canzoni del Convivio.
Un'idea congiunge tra loro tutte queste poesie; un'idea di durezza e
freddezza espressa con la parola “pietra„. Quest'idea le congiunge alla
seconda canzone conviviale, o a dir meglio alla ballata o a quella
qualunque poesia, che è “sorella„ della canzone, e che chiama fera e
disdegnosa la donna gentile. E tuttavia si potrebbe rimanere in dubbio,
perchè rare sono le donne che a volte non sembrino fiere, e rari gli
amori in cui elle non si mostrino, una volta o l'altra, disdegnose. Ma
la parola “pietra„, con la quale è espressa l'idea di durezza e
freddezza, e ferità e disdegno, vince quel dubbio. Ma, ciò che saprà
molto agro a principio, nella parola “pietra„ queste poesie pietrose si
convengono con la canzone _Amor che nella mente_, non tanto per ciò che
la donna è là litteralmente e allegoricamente, quanto per ciò che
anagogicamente significa. Sì: le poesie pietrose vanno interpretate
filosoficamente, perchè “pietra„ è la Vergine Maria.
Per vero S. Bernardo, grande autore di Dante, spiega il detto di
Isaia,[123] _Emitte Agnum de petra deserti_, così: “Taglia _pietra_ da
_pietra_: il santo e inviolabile sia prodotto dalla virginità santa e
inviolata„. E continua: “Se _pietra_ è Cristo, come dice
l'Apostolo,[124] non è la Madre d'altro genere che il Figliuol suo,
poichè anch'essa è intesa col nome di _pietra_„.[125] E questo nome
trova l'Abate di Chiaravalle, che a Maria ben si confà. “O non
rettamente è chiamata pietra colei che ver l'amore della interezza era
ferma di suo proposito, salda di suo affetto, e anche per il senso
stesso contro la lusinga del peccato era al tutto insensibile e pietrosa
(_lapidea_)?„[126]
Non altrimenti di tal sua donna dice Dante:
Così nel mio parlar voglio esser aspro
com'è negli atti questa bella pietra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda;
e veste sua persona d'un diaspro
tal, che per lui, o perch'ella s'arretra,
non esce di faretra
saetta, che giammai la colga ignuda:
(Ca. c. 9)
nella dura pietra
che parla e sente come fosse donna.
(Ca. sest. 1)
com'una donna
che fosse fatta d'una bella pietra.
(Ca. c. 10)
la mente mia ch'è più dura che pietra
in tener forte immagine di pietra.
(Ca. c. 11)
Quest'ultima coppiola di versi (nonchè il primo passo riferito) ci
mostra uno svolgimento della prima concezione. La donna è pietra
(_sente_ come una pietra) nel mostrarsi insensibile verso l'amatore, che
a sua volta è pietra nell'amarla.
(_Amor_) m'ha serrato tra piccoli colli
più forte assai che la calcina pietra.
(Ca. sest. 1)
Ed io, che son costante più che pietra...
talchè mi giunse al core, ov'io son pietra...
sì ch'ella non mi meni col suo freddo
colà, dov'io sarò di morte freddo.
(Ca. c. 10)
(_Di me_) saranne quello, ch'è d'un uom di marmo,
se in pargoletta fia per cuore un marmo.
(Ca. c. 11)
La qual parola, _pargoletta_, confrontata ai versi dolcissimi,
Io mi son pargoletta bella e nuova
· · · · · · · · · · · · · ·
Io fui del cielo, e tornerovvi ancora
· · · · · · · · · · · · · ·
Queste parole si leggon nel viso
d'un'Angioletta che c'è apparita;
(Ca. b. 8)
noi dobbiamo interpretare per _vergine_ o _verginetta_. Derivato pur da
questa concezione è il principio del sonetto _E' non è legno_:
E' non è legno di sì duri nocchi,
nè anco tanto dura alcuna pietra,
ch'esta crudel...
non vi mettesse amor co' suoi begli occhi.