ch'io straniassi me giammai da voi...
Ora quella scuola e dottrina e via, per la quale Dante si straniò da
Beatrice, è la scuola, dottrina, via del mondo o civile o attiva. E
questa è la via non vera, non verace, non diritta; la via che fu per una
notte dentro una selva, e poi per un giorno, avanti e indietro, in una
piaggia diserta infestata da fiere; eppure non si dichiara già per
malvagia o peccaminosa in sè, ma solo, a questo punto, per imperfetta e
inefficace, che non può seguitare la parola volante sopra l'umana
veduta; e distante all'infinito da Dio, non _divina_,[96] non però
opposta. Se vogliamo interpretare subito l'episodio, diremo che Dante
riconosce che la vita attiva alla quale si diede lasciando la
contemplativa per cui già s'era messo, gli aveva lasciato qualche
impaccio nell'intelligenza, qualche tardità, qualche offuscamento; sì
che, riprendendo la sua vera via, non ci si ritrovava così facilmente.
Invero Lia, che aveva veduta in sogno, non aveva più gli occhi malati, e
si specchiava, ma non quanto Rachele che mai non si smaga dal suo
miraglio. (Pur. 27, 103) E Matelda non assomiglia più a quella Lia, i
cui occhi deboli e infermi s'interpretano come le _cogitationes
mortalium timidae_;[97] ma tuttavia ella canta un salmo in cui sono le
parole: _nimis profundae factae sunt cogitationes tuae_;[98] ed ella
dice a Dante, segnando un divario tra sè e quella che verrà dopo:
venni presta
ad ogni tua question, _tanto che basti_.
Alla questione, in cui la parola di Beatrice tanto alto volava sopra la
veduta di Dante, Matelda non sarebbe, per esempio, potuta bastare.
Insomma il santo monte è la beatitudine della vita attiva ma in quanto
s'è disposta alla contemplativa; la beatitudine della vita attiva in sè
e per sè, è l'altro monte, il bel monte, il colle al termine della
valle. Se questo e quello fossero il medesimo monte, Beatrice non
avrebbe detta “non vera„ la via che aveva addotto l'amatore a quel monte
e a lei. Non vera ella chiamava la via per la quale Dante non l'avrebbe
riveduta in cima al colle, sul quale Dante, avrebbe, se mai, veduta in
sogno Lia _lippis oculis_, Lia che non s'adornava e non si specchiava; e
avrebbe trovata poi, nella realtà, una Matelda, se mai, affaticata e non
lieta della sua operazione. C'è una vita attiva ch'è fine a sè stessa, e
una vita attiva che conduce alla contemplazione, che purifica e
_dispone_ a veder le stelle. (Pur. 33, 145)[99]
Ma Dante insegna nel trattato _de Monarchia_ (3, 15): Due fini ha
l'uomo, secondo che è corruttibile e incorruttibile: “la beatitudine di
questa vita, che consiste nell'operazione della propria virtù, _ed è
figurata mediante il paradiso terrestre_; e la beatitudine di vita
eterna, che consiste nella fruizione dell'aspetto divino; alla quale la
virtù propria non può salire, se non aiutata dal lume divino; _ed essa
felicità si dà a intendere col paradiso celeste_„. Errerebbe chi
raccogliesse da queste parole che essendo il colle simbolo della
beatitudine di questa vita, esso è una cosa col monte, poichè su esso è
il paradiso terrestre, che figura quella medesima beatitudine.
Errerebbe. Nella Comedia c'è il vero paradiso terrestre, a cui Dante
giunge mediante la contemplazione: _vero_. E in esso è la vera
beatitudine di questa vita, che però in questa vita non possiamo aver
più, dopo il peccato d'Adamo. Dante potrebbe in esso rimanere, pago di
quella vera beatitudine? Virgilio invero lascia a lui l'elezione della
seconda parte del viaggio, mentre dichiara di necessità la prima.[100]
Noi rispondiamo: Virgilio esprime questo concetto: “O la vita attiva o
la vita contemplativa (la qual ultima non si dà senza un esercizio di
vita attiva che disponga) si può scegliere„. Ma sì: come sarebbe mancato
in Dante la volontà di salire, dopo essersi fatto così leggero e nuovo?
quando lì era l'_anima più degna_, per rapirlo seco e addottrinarlo nei
misteri imperscrutabili? Dante dunque, una volta _puro e disposto_, non
si sarebbe fermato nel paradiso terrestre. Ma s'intende che in questo
discorso non si tratta d'una _vera_ dimora; perchè Dante giunge sì al
paradiso terrestre vero, ma, con la contemplazione, vi giunge! Se il
monte ha il vero paradiso, cioè quella che era già e non può esser più
la vera beatitudine della nostra vita in terra, il colle invece è il
simbolo di essa beatitudine; è nella Comedia quel che è il paradiso
terrestre nella Monarchia; simbolo esso come è simbolo quello. Ma come
per contemplativi che fossero, i beati di Saturno quand'erano quaggiù,
non erano in Saturno, sebben godessero una felicità che è figurabile col
paradiso celeste, così gli spiriti attivi di Mercurio non trovavano,
nella loro via del mondo, quaggiù il paradiso terrestre. Ebbero anzi
tutt'altro che quella pace, quella letizia, quell'agevolezza che è in
Matelda: tutt'altro. E anzi gli spiriti attivi pur avendo in vita una
beatitudine che è simboleggiata nel paradiso terrestre, il paradiso
terrestre proprio non l'avrebbero in vita potuto veder mai; perchè sì il
terrestre e sì il celeste non si possono vedere dai viventi se non in
una estasi di contemplazione; ed essi erano attivi, non contemplativi.
Il colle non è il monte. Il colle è una figurazione simbolica, come la
selva, la piaggia diserta, la notte e il mattino. Tutto in essi è
accorciato e appena adombrato. Noi ci chiediamo: Se Dante fosse salito
fino alla cima, che cosa sarebbe stato di lui? Possiamo rispondere solo:
Avrebbe avuta la beatitudine di questa vita data all'azione; non avrebbe
avuta la beatitudine di questa vita data alla contemplazione. O la
beatitudine eterna l'avrebbe poi avuta? Perchè ci sono due vie, attiva e
contemplativa, per giungere alla beatitudine in questa terra;
beatitudine minore e maggiore, imperfetta e quasi perfetta; ma nè l'una
nè l'altra sono la beatitudine perfetta, che è di là della vita, oltre
la terra, nel cielo. Avrebbe Dante operato in modo da guadagnarsi la
salute eterna? Chi sa? Farinata a ben fare pose l'ingegno; pure è
nell'arca di fuoco. Altri che come lui furono attivi perchè loro
succedesse onore e fama, sono pur beati, sebbene si mostrino in
“picciola stella„. (Par. 6, 112) Ma non potè salire: dunque non era per
lui quell'andare. Nella selva, nella quale arretrava, egli sarebbe stato
privo di quell'“onore e fama„, che è il fine della vita attiva; sarebbe
stato vile e oscuro. Perciò dice Dante e ripete Beatrice che
quell'andare era per via non vera.
Ma questo solo perchè Dante, come il fatto mostrò, non era per salire?
perchè c'era, a' piedi del colle, la lupa che impedisce e fa arretrare
nella selva? Ciò non basta perchè si dica non vera la via. Non vera,
dunque, per nessuno? nemmeno per il Veltro? Diciamo che non era vera per
Dante, perchè Dante era nato e fatto per un'altra vita, per l'altra. _La
sua traccia_ era stata _fuor di strada_, perchè il _provveder divino_
aveva impresso la sua cera d'altro suggello, che quello; perchè la sua
radice era fatta per portare altri effetti, che quelli; perchè, non
attendendo _al fondamento che natura pone_, non era stato _buono_, s'era
_torto_ ad altro che a ciò a cui era _volto_. (Par. 8, 127) E questo gli
rimprovera Beatrice, d'aver contrariato la sua natura e contrastato alla
sua stella: (Pur. 30, 109)
Non pur per ovra delle rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine,
secondo che le stelle son compagne;
ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor prova,
che nostre viste là non van vicine;
questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
È accennato chiaramente che le rote magne drizzavano Dante a un fine
ch'egli non perseguì. E se alcuno vuol credere che si tratti solo di
bene o male, e non di “differenti uffizii„, vediamo che cosa ne pensa
Dante stesso. Il quale ci dice quali stelle eran “compagne„ a lui,
quando e' nacque. Egli si volge ai Gemini ed esclama: (Par. 22, 112)
O gloriose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno...
E Brunetto nel vedere per qual “calle„ Dante cammina, sembra subito
approvare, e dire che la sua “stella„, ora, lo guida per la sua via
buona. (Inf. 15, 54) Per certo tale stella e tal lume di gran virtù, in
quell'esempio duplice che Dante pone, d'uomini torti ad uffizio non
loro, ossia d'un guerriero torto alla religione e d'un “da sermone„
fatto re, esempio generale e sintetico che val quanto dire “torcere alla
vita contemplativa chi è nato per la attiva e _viceversa_„; (Par. 8,
145) tale compagnia favorevole all'ingegno, disponeva Dante più al
sermone e alla religione, che ad esser re o guerriero, più alla vita di
Dio che a quella del mondo. Ma c'è altro. Che vuol dire “ogni abito
_destro_„? Ogni abito, forse, buono, virtuoso, gentile? Vuol dire: ogni
abito della vita contemplativa. Destro è qui opposto, come sovente, a
sinistro; agli _ufici_, grandi o men grandi, della _sinistra cura_ (Par.
12, 128). Ossia della vita attiva o civile o, come altri dice, carnale,
opponendola a spirituale. Così S. Bernardo afferma che nel lato sinistro
della Chiesa sono significati gli uomini carnali, e nel destro, gli
spirituali. Perciò (e mi limito a questa citazione) la destra è la vita
spirituale o contemplativa; la sinistra è l'altra, inferiore. Così di
terra cotta è il pie' destro del Veglio; e significa l'autorità
spirituale. (Inf. 14, 110)[101] Beatrice dunque afferma che Dante non
seguì la strada che gli era tracciata, ossia la strada della
contemplazione, e si mise nell'altra, in quella dell'azione, che perciò
non fu vera, perchè non era per lui. Ella ha nel Poema e nel trecento
qualcosa da rimproverare, che non avrebbe avuto nelle laudi che Dante
cominciò a disegnar di lei nella Vita Nova. Allora ella l'avrebbe
garrito per i simulacri d'amore e inganni dell'animo o cuore o appetito,
e false imagini di bene. Ora può rinfacciargli anche d'aver seguitata
una scuola che non era quella di lei; di non esser tornato a lei dopo
quelli inganni, anzi d'essersi inoltrato per una via non vera, che non
era, cioè, quella di lui. E dice:
E volse i passi suoi per via non vera
imagini di ben seguendo false;
con ciò fondendo nei primi inganni d'adolescente questa seconda più
diserzione che traviamento, e facendoci intendere che questa era come
effetto di quelli.
XIII.
L'ANGIOLA E LA DONNA
Intorno all'anno, in cui Dante inscrivendosi nelle arti mostrava di
dedicarsi alla vita attiva o civile, va posta la canzone _Voi che
intendendo_. Che a farlo incamminare per la nuova via fosse stato di
alcun momento la venuta, in Fiorenza, di Carlo Martello, mi par
probabile. Questi gli dice nel Paradiso: (Par. 8, 55)
Assai m'amasti, ed avesti bene onde;
chè, s'io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
Le fronde sono della pianta, rispetto ai frutti, quel che la promessa è
rispetto all'attendere. La natura, dice Dante, “dà alla vite le foglie
per difensione del frutto„; (Co. 4, 24) sì che dell'amor di Carlo
apparendo le fronde, si doveva argomentare che sarebbero venuti i frutti
che elle hanno a difendere. Dante insomma ebbe ad aspettare qualche
cosa, e fu di quei fiorentini cui il giovane principe d'Angiò mostrò il
suo amore e di cui egli ebbe la grazia. Sembra verosimile che la venuta
di quel gran re con la bella compagnia di dugento cavalieri, scotesse
Dante che era stato de' feditori a Campaldino, e lo ispirasse a due
cose: a far quella canzone per mandarla, forse, a lui, e a voler essere
qualcosa nel governo del comune. Le quali due cose sono strettamente
unite, perchè la canzone chiaramente mostra il mutamento del proposito
che Dante aveva fatto di dedicarsi alla vita dei contemplanti.
Il qual proposito era figurato nell'amore per la donna ch'era a Dante
“la speranza dell'eterna beatitudine„. Ebbene nella canzone egli dice
che il suo desiderio di morire o _excedere_, cioè di andare ove era
Beatrice, a' pie' di Dio, era contrastato da un amore, ch'è apparso, e
fa fuggir quell'altro. Così è ripreso e contradetto con medesime parole
e imagini il sonetto ultimo della Vita Nova. In questo un sospiro
ch'esce del cuore va su, oltre il primo mobile, cioè nel cielo empireo,
che è “lo luogo di quella somma deità„. (Co. 2, 4) Il sospiro che nel
sonetto è pur detto “peregrino spirito„, il Poeta spiega poi nella prosa
come “penserò, nominandolo per lo nome d'alcuno suo effetto„. (VN. 41) E
nella canzone è
un soave pensier, che se ne gia
molte fiate a' pie' del vostro Sire.
È proprio quel pensiero peregrino, che
giunto là dove disira,
vede una donna che riceve onore;
(S. 25)
chè anche quel della canzone
una donna glorïar vedìa;
e quello parlava, parlava sottile, di quella gentile, ricordando spesso
Beatrice, e questo parlava sì dolcemente a Dante di quella donna,
“d'un'Angiola che in cielo è coronata„. Ora il pensiero della Vita Nova,
nella canzone
trova contraro tal, che lo distrugge.
E l'anima piange la fuga del pensiero consolatore.
Qual donna è quella il cui amore è così efficace a mutare il cuor di
Dante? Non è certo una donna come le altre. Anche senza leggere il
comento, noi messi nell'avviso dalle parole:
Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragione intendan bene,
tanto la parli faticosa e forte;
arguiremmo che il verace intendimento della canzone non è quello che
apparisce dalla sua forma amorosa, che è ancora d'obbligo per il Poeta.
La donna va interpretata allegoricamente, cioè non è donna proprio. Ella
invero, come Dante comenta; nè c'è ragione alcuna di credere ch'egli nel
trattato forzi, per sue ragioni, la lettera; è la filosofia. Ora la
filosofia Dante sa bene, e a lungo dichiara nel Convivio, essere amor di
sapienza e di sapere. (Co. 3, 11 segg.) E in esso trattato e nelle
canzoni che vi si comentano, è distinta sovente filosofia ne' suoi
elementi, ma non sì da farne due persone. O meglio l'un d'essi, l'amore
“ch'è parte di Filosofia„, (ib. 14) è personificato talvolta, ma in
guisa, dirò, meglio metaforica che allegorica; anzi meglio filosofica
che poetica. Leggasi, per esempio: “Filosofia per suggetto materiale qui
ha la sapienza e per forma amore, e per composto dell'uno e dell'altro
l'uso di speculazione„. (ib. 14) C'è, sì, nella prima delle canzoni
conviviali “uno spiritel d'amor gentile„, e nella seconda “l'amor che...
ragiona„, e “move cose„, e ha parlare che “dolcemente sona„; ma, pur
_menando_ esso all'abito dell'arte e della scienzia, non perde mai, se
non per un po' di tropo quasi necessario anche a noi, la sua natura
d'accidente in sustanzia e di forma di ciò di cui sapienza è materia.
Questo fa vedere che Dante, pur filosofando, non ha più in mente di
fare, per visione, un cammino in cui, condotto dall'amore o studio
personificato, discendendo e ascendendo, riesca a veder la sapienza.
Dante ha rinunziato alla mirabile visione.
E senza dubbio. Beatrice nella Vita Nova era trasformata a figurar la
sapienza. Ora la sapienza non è più figurata in lei, bensì, avendo in sè
commisto anche l'altro elemento, cioè l'amore, in una donna che Dante
omai deve chiamar “donna„. (Co. c. 1, 48) Nel tempo stesso Beatrice
torna ad essere quello ch'era nella sua prima giovinezza: un'angiola.
(ib. 29)
E questo nome d'intelligenza separata le è dato ora, quand'ella
rappresenta qualcosa di materiale in rapporto alla spiritualità
dell'altra donna; come allora, che per quanto sublimata a simbolo, era
pur donna viva e vera. Questo nome d'_angiola_, qui e là, è una delle
prove più convincenti ch'ella fu _donna_. Ora, ella è morta e vera; e
tutto ciò che prima figurava come simbolo, è passato a questa altra.
Tutte e due invero sono umili e spirano umiltà. Nella Vita Nova,
Beatrice:
E sì l'umilia ch'ogni offesa oblia. (c. 1, 40)
Ogne dolcezza e ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente. (s. 11, 9)
Ed avea seco umilità verace. (c. 2, 69)
Io divenìa nel dolor sì umile,
veggendo in lei tanta umiltà formata. (ib. 71)
d'umiltà vestuta. (s. 14, 6)
La vista sua fa ogni cosa umile. (s. 16, 9)
E sì è cosa umil, che nol si crede. (st. 14)
luce de la sua umilitate
passò li cieli. (c. 3, 21)
fu posta da l'altissimo signore
nel ciel de l'umiltate, ov'è Maria. (s. 18, 3)
Nel Convivio, della Donna gentile, che ha preso a Beatrice il posto di
Sapienza, si dice:
Mira quant'ella è pietosa ed umile. (c. 1, 46)
Miri costei ch'è esemplo d'umiltate. (c. 2, 70)
quest'è colei ch'umilia ogni perverso. (c. 2, 71)
Ora questo concetto d'umiltà pertiene a ciò che le donne simboleggiano,
alla sapienza, non veramente alla loro natura o parvenza umana. Umiltà e
sapienza sono tra loro nella norma in cui sono tra loro superbia e
ignoranza. Come Lucifero fu stolto nella superbia sua, perchè esultò in
sè, così Maria fu sapiente nella sua umiltà, perchè lo spirito di lei
esultò in Dio, donatore di salute;[102] e l'uno fu travolto nel luogo
infimo e l'altra fu elevata su tutti i cori degli angeli. Ella è _regina
caeli_, l'altro imperador del doloroso regno. La pacifica oriafiamma è
opposta a _vexilla regis inferni_. (Par. 23, 128 e al. 31, 127; Inf. 34,
27 e 1) E superbia e insipienza fu anche di Eva, quando consentì al
diavolo; e poi “di nuovo la sapienza empì il cuore e il corpo d'una
donna, sì che noi, deformati nell'insipienza mediante una femmina, siamo
riformati mediante pure una femmina alla sapienza„.[103] In verità il
serpente che sedusse Eva, dicendo, Sarete come Iddii, fu conculcato da
Maria che di Dio si professava ancella. Sì: Maria è l'_ancilla dei_
(Pur. 10, 44); e “solo dell'umiltà, ella piena di tutte le virtù, credè
di doversi gloriare, come quella che dice: Dio si volse a guardare
l'umiltà dell'ancella sua„.[104] Eppure, anzi perciò, è la creatura che
invia più chiaro d'ogni altra l'occhio nel lume eterno. (Par. 33, 44)
Or come mai è tanta somiglianza sì dell'angiola e sì della donna (che
ormai anche noi abbiamo a chiamar _Donna_) a Maria?[105]
Invero l'angiola nel sogno di Dante dorme nelle braccia d'Amore. (VN. 3)
Maria è la sposa del primo Amore. Quella è gentilissima; questa è nobile
più che creatura. Quella “fu distruggitrice di tutti i vizi e reina de
le virtudi„. Questa è una stella che “_fovet virtutes, excoquit
vitia_„;[106] ed è posta dal Poeta, dietro S. Bonaventura, come esempio,
via via per le cornici del santo monte, delle virtù contrarie ai vizi
tutti. Avanti l'angiola fuggono superbia ed ira: (VN. s. 11) Maria, come
Gesù che disse, Imparate da me che sono mite e umile di cuore, ha con
l'umiltà per virtù precipua la mitezza.[107] L'angiola è meraviglia che
si vede nel mondo, è venuta di cielo in terra a miracol mostrare: (VN.
c. 1, s. 15) Maria, per usare le parole di Dante, è “baldezza e onore
dell'umana generazione„. (Co. 4, 5). Chi ha parlato all'angiola, non può
finir male; e Dante nell'ultimo del suo delirio si trova il nome di
Beatrice nel cuore: (VN. 23 e c. 2) “sì mi si cessò la forte fantasia
entro in quello punto ch'io voleva dire, O Beatrice, benedetta sei
tu...„: Maria salva i peccatori nell'ora della morte; nel nome di Maria
finisce la parola di chi a Dio si converte. (Pur. 5, 101) Di quelle
parole a Beatrice, Dante delirando non riesce a dire che, O Beatrice;
così come Buonconte, non dice che, Maria; se avesse potuto continuare,
avrebbe anche questi soggiunto: ... benedetta sei tu tra le donne...
Maria è _mater salutis_, è quella che propinò agli uomini e alle donne
l'antidoto della salute, è il legno di vita che solo fu degno di portare
il frutto di salute.[108] L'angiola era una gentilissima salute che
salutava; nelle sue salute abitava la beatitudine dell'amatore; (VN. 11)
vedeva ogni salute, chi la vedeva; (s. 16) il saluto di lei era il fine
dei desideri di lui; (19) e bene a ragione perchè nel saluto era salute.
Maria è madre di carità;[109] di carità nessuno ebbe più di lei;[110] di
carità ell'è meridiana face. (Par. 33, 10) Quando l'angiola “apparia da
alcuna parte, per la speranza de la mirabile salute neun nemico
_all'amatore_ rimanea, anzi _gli_ giugnea una fiamma di caritade...„. Ma
che? Maria è “_giuso intra i mortali_... di speranza fontana vivace„. E
che è l'angiola se non la speranza, che i beati non hanno, come dice
anche per bocca di Bernardo chiaramente Dante, e che Dio lascia in
terra?[111] Dice invero Bernardo che nel cielo è ardente carità, non
speranza, che è quaggiù tra quelli che hanno a morire. Maria, udite...
“non sapeva ella che Gesù sarebbe morto? E senza alcun dubbio. E non
sperava ella che sarebbe risorto subito? E con fede. E così ella si
dolse che fosse crocifisso? E quanto! Ciò fu effetto di carità,
ch'ell'ebbe quanta nessun altro„.[112] Ricordate il ragionamento di
Dante, sul dolore di Beatrice alla morte del genitore?[113] “Manifesto
è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. E Maria, o
Signore, _mater tua, imo martyr tua... quam ~amare~ flebat, quam ~amare~
dolebat! Nec mirum..._„[114] Lo stesso problema si propongono il fedele
di Beatrice e il fedele di Maria, a proposito della loro donna o
_domina_! L'angiola è una _filia_, come Maria è una _mater_ (e tuttavia
ell'è figlia del suo figlio!) _dolorosa_. E la figlia dolorosa piange
pietosamente (la parola _pietà_ torna a ogni momento e val quanto
_charitas_), e “sì che quale la mirasse dovrebbe morire di pietade„; e
Dante piange pur non avendola veduta piangere, e le donne si
maravigliano: (VN. 22 s. 12 e 13)
Lascia piangere a noi e triste andare
(e' fa peccato chi mai ne conforta),
che nel su' pianto l'udiamo parlare.
Ell'ha nel viso la pietà sì scorta...
Ricordate lo _Stabat Mater_? Nel passo di Dante echeggiano le parole di
quella lamentazione:
_Quis est homo qui non fleret?_
E specialmente le parole “e' fa peccato chi mai ne conforta„, sono
l'applicazione di tali altre:
_Fac me tecum pie flere..._
_Et me tibi sociare_
_in planctu desidero..._
_Fac me tecum plangere._
È un dolore necessario e santo; consolarsene è far peccato. Or quando
vediamo tanta somiglianza di dolore e di effetti di dolore, non crediamo
più che sia mera formula quella con cui Dante inizia il capitolo: “sì
come piacque al glorioso Sire, lo quale non negoe la morte a sè„. Nè
crediamo che abbiano il solito senso umano la parola _loda_ e _lauda_ e
_laudare_, così spesso adoperate a proposito di Beatrice; nè crediamo
che la beatitudine di Dante la quale era “in quelle parole che lodano la
donna _sua_„, fosse qualcosa di terreno. (VN. 18) La lauda di Beatrice
somiglia alle laudi di Maria; e qual sorta di beatitudine sia nel
recitare le laudi della Vergine, ognun sa.
Ma Beatrice, come nel dolore, così nella gloria assomiglia a Maria.
Dante vedeva
li angeli che tornavan suso in cielo,
ed una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual gridavan tutti: — Osanna —
e se altro avesser detto, a voi dirèlo.
Beatrice è così assunta in cielo, come Maria. E noi possiamo dichiarare
quel verso, che può sembrare ad alcuno posto per la rima: “e se altro
avesser detto, a voi dirèlo„. Dante vuol dire che non sonavano intorno
all'assunta se non voci di gioia. Perchè potrebbe parer ragionevole, che
qualche voce di pianto s'udisse dalla terra. Ma continuerò con le parole
del fedele di Maria: “Meritamente risuona negli eccelsi l'azion di
grazie e la voce della lauda; ma noi pare che dobbiamo piuttosto
_plangere_ che _plaudere_... Ma cessi la nostra querela, perchè nemmen
noi abbiamo qui la nostra stabile città... È degno che pur nell'esilio,
anche sulle fiumane di Babilonia, noi ci ricordiamo di lei, comunichiamo
delle sue gioie, partecipiamo della sua letizia... Ci ha preceduti la
regina nostra, preceduti, e tanto gloriosamente fu accolta, perchè con
fiducia i poveri servi seguano la Donna, gridando: Portaci dietro
te!...„[115] Così Dante vuol andar con Beatrice, vuol morire, invoca la
morte, e dice
guardando verso l'alto regno:
Beato, anima bella, chi ti vede.