della sua vita (il Boccaccio dice “quasi nel suo vigesimo sesto anno„
perchè nella VN. non trovava altra data che quella dell'_annoale_, 34, e
poi _alquanto tempo_, 35, e _alquanti die_, 39, dopo la morte di
Beatrice: l'annoale, _un anno_; l'alquanto tempo e gli alquanti die,
_quasi_), Dante uscito d'adolescenza componeva questo libello
dell'adolescenza, col fine di farne un proemio a una loda della
benedetta morta, loda più nuova e più degna di quella che ne aveva
cominciata in vivente di lei. Quel suo primo disegno era stato troncato
dalla morte della gentilissima. Egli inserì nel libello quella loda
lasciata a mezzo, e con quel disegno stesso ma con maggiore ampiezza,
propose di farne un'altra, di cui tutto questo libello costituisse
l'antefatto. Perchè ciò fosse, Dante ripetè nella seconda parte del
libello il fatto che nella prima già costituiva lo antefatto delle Rime
Nove che cominciò e non finì: un inganno d'amore, che lo stornò
dall'amor suo vero; un amore per donna gentile, un amore che pareva
nobile ed era vile, che lo distolse dall'amore nobilissimo per la donna
gentilissima. Allora questa era viva; ora non più. È morta, ma che fa,
se anche in lei viva non vedeva ormai che la speranza della
contemplazione e la sapienza, la quale gli occhi non possono vedere se
non fuor degli strumenti loro, e la mente o l'anima non può raggiungere,
se non uscendo dall'involucro pesante del corpo? Che fa, s'ella, uscita
dalle sue membra, è ora di maggior bellezza e virtù che allora? Ora,
dunque, il suo disegno d'allora è più semplice: non è necessario fingere
la morte di tutti e due ora, come era necessario allora! Fingere, sì. E
agli argomenti di tanti valentuomini,[83] che hanno voluto dimostrare
che la beatrice sapienza era a principio una Bice bella e pia, e invano
amata in questa terra, io aggiungo questi miei. Se la gentilissima non
era in origine altro che la Sapienza che va per le vie e lietamente si
mostra a quelli che sono degni di lei, e si lascia vedere e trovare da
quelli che l'amano e la cercano, ma non si trova e vede perfettamente se
non da chi si libera del peso del corpo corruttibile; ebbene Dante non
avrebbe finto o narrato veracemente un sogno o un delirio o una visione,
in cui ella moriva od era morta: avrebbe finta, di donna imaginata, la
morte a dirittura. Nè si dica che Dante può aver finto prima il
presentimento e poi la morte. No: egli fingeva la morte della donna
amata, col fine evidente di fare un poema di canzoni, nel quale egli,
morendo anch'esso, lei vedeva, a lei parlava, con lei si univa nella
spiritualità della morte (infelice! e chi può rimproverarti tale
finzione?); ora se poi fingeva, non più solo il sogno di morte, ma la
morte reale, non poteva fingerla, se non per quel fine stesso; e
tuttavia quel fine come l'adempie più? dove rivede egli più, dove parla
più alla morta?
La rivede e le riparla; ma non nella Vita Nova. Qui la sogna bensì, ma
bambina; e poi “_gli_ parve„ vederla; e poi nessuna parola ne ode. Qui
un sospiro di lui esce dal cuore e va su, e vede, vede lei sì, _una
donna_; e lo spirito peregrino tornando al core, parla sottile e Dante
non lo intende, sebbene sappia che ricorda Beatrice; e così lo intende
bene, sì. La rivedrà, le riparlerà, ne avrà i rimproveri e le lodi,
ascenderà anch'esso con lei oltre quella spera che più larga gira; ma in
quella mirabile visione, che per ora gli fa proporre di non dir più di
lei infino a tanto che ne possa trattare più degnamente. Questa ultima
dichiarazione è il proprio fine del libello. Dante dice a tutti e
specialmente al suo primo amico, che tutto quello ch'egli ha detto sino
ad allora, è non degno, e tuttavia va ricordato per via di qualcosa di
più degno che verrà. Il rimatore si farà rivedere dopo alquanti anni;
per ora studia, quanto può, di venire a quel punto. “Guido„ sembra che
dica “mio primo amico, ciò che dicemmo, sì, era buono, e non era
stoltamente rimato, e bene a ragione era scritto in volgare; a te devo
anzi, se smisi quel pensiero di trattare in latino della Sapienza che
non si raggiunge se non da morti. Ma io non sono contento nemmeno di ciò
che dissi in volgare. Lo stil nuovo della mia materia nuova, delle mie
(e anche tue) rime nuove, non basta ancora. Io studio. E tu? Non miri
più la beltà della tua Primavera gentile? non vuoi seguitare, con me,
gli studi di arte e sapienza? non vuoi venir meco per la via migliore
della contemplazione? Hai dunque a disdegno l'Amore?„ E poteva
aggiungere: “È un tempo, questo, che l'altra via è per esserci impedita.
_I principi della terra_ non amano la giustizia!„
XII.
PER VIA NON VERA
Dante, affidato al libello, e il testimonio del suo ingegno e della sua
arte di adolescente, e l'antefatto del grande suo lavoro, attendeva allo
studio. A mano a mano comprendeva meglio gli autori latini; e passava da
un autore all'altro, da una scienza all'altra. Cercava argento e trovava
oro. Passò a frequentare le scuole de' religiosi e le disputazioni de'
filosofanti. In trenta mesi cominciò a sentir tanto della dolcezza del
sapere, che quest'“amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero„. Lo
studio insomma lo assorbiva tutto. (Co. 2, 13).
Nel frattempo, che faceva il suo primo amico? Guido era de' grandi; di
quelli nobili, che per essere la spada del comune, s'erano molto
insuperbiti per la vittoria di Campaldino, nel 1289, e furono molto
contrariati dalla pace conchiusa poi il 12 luglio del 1293 tra le città
toscane. Fu questo tempo[84] un bel tempo prima per i grandi, poi per il
popolo. Dante che era stato, molto probabilmente, tra i feditori a
Campaldino, che aveva certo veduto i fanti uscir patteggiati da Caprona
(Inf. 21, 94); che aveva anche veduti corridori, gualdane, torneamenti,
giostre nella terra Aretina: (Inf. 22, 1)
quando con trombe e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
al suo ritorno in patria da quei pericoli che finivano in gioia, lo
richiamò, se ne era straniato, ai consueti pensieri, anzi al consueto
dolore, la morte della gentilissima. E se nel tempo che due fiate si
volse Venere in quel suo cerchio, egli non s'era ancor messo di
proposito allo studio, cui alquanti dì dopo quelle due rivoluzioni si
dedicò; non però dobbiamo credere che, assorto in lamentare la donna
sparita, e in dipingere angeli e in piangere solingo, prendesse troppa
parte e all'insuperbire degli altri grandi e all'ingiuriare e al
malumore contro a' popolani e alle preoccupazioni per lo avvenire:
avvenire malfido, chè già un dei loro, Giano della Bella, si faceva capo
e guida del popolo contro i nobili. Quando poi nel 12 di febbraio del
1293 il popolo fu afforzato con gli ordinamenti di giustizia, Dante era
da più d'un anno immerso ne' suoi autori e libri e scienze. E non si
curò, vogliam credere, gran fatto di essere, con gli altri grandi, per
opera di quelli ordini, escluso dalla signoria e gonfalonierato e loro
collegi. Perchè la visione poetica che gli sorrideva, implicava la
rinunzia alla vita attiva: era, io ripeto e ripeto, il dramma dell'anima
la quale, dopo essersi appena provata per i diversi calli che le sono
avanti, si mette per quello che solo mena alla sua pace. (Co. 4, 22) E
questo calle non è in quella via che conduce all'imperfetta felicità
della vita attiva, sì nell'altra che mena a quella quasi perfetta della
contemplativa. (ib.) La “tragedia„ di canzoni che lasciò non compiuta, e
che inserì nel prologo della nuova tragedia o comedia la quale egli
prometteva, narrava già e doveva meglio narrare poi il viaggio per
giungere alla sapienza che viventi possiamo quasi vedere per una quasi
morte, quando di noi restino in vita soli gli spiriti visivi fuor degli
strumenti loro; quando, cioè, noi vediamo con gli occhi chiusi. Egli
raccontava già e doveva meglio raccontare le spirituali vicende d'una
professione religiosa; poichè questa altro non è se non l'abbandono
della via del mondo per quella di Dio. E si può credere che i sentimenti
che esprimeva ed era per esprimere, non fossero simulati, come d'un
cantor d'amore che cantasse amore non vero. Si può credere e si deve.
Notizie esatte sulla adolescenza di Dante non abbiamo; ma pur due
tradizioni, quanto si vuole incerte, che riflettono quella, accennano a
un proposito suo di incamminarsi verso la Galilea. (Co. 4, 22) Rammento
ciò che annota FDa Buti al XVI Inferni: (106-123) “Questa corda ch'elli
avea cinta significa ch'elli fu frate minore; ma non vi fece professione
nel tempo della sua fanciullezza... Questa lonza, come fu posto nel
primo canto, significa la lussuria, la quale l'autore si pensò di legare
col voto della religione di San Francesco„. Con la qual notizia consuona
ciò che racconta il Boccaccio delle riluttanze di lui a prender moglie,
mentre i parenti “trovata donna giovane, quale alla sua condizione era
dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro
intenzione gli scoprirono. E... dopo lunga tenzone, senza mettere guari
di tempo in mezzo, al ragionamento seguì l'effetto, e fu sposato„. Or
queste due notizie non s'hanno a buttar via. Si consideri che il Butense
è l'unico degli antichi interpreti a dichiarare a quel modo la corda:
non traeva dunque la notizia dalla lettera di Dante, poichè anche gli
altri ne l'avrebbero tratta; se non tutti, molti; se non molti, uno, un
altro solo! E il Boccaccio ha certo interpretato a modo suo
l'ostinazione di Dante a non volerne sapere, di quel conforto nuziale;
ma quell'ostinazione egli non rilevava dal libello, che si vuole quasi
unica sua fonte; in quel libello c'era il conforto della donna gentile,
e c'era il ritorno alle lagrime e ai sospiri. C'era in somma il
contrario di ciò che messer Giovanni dice che Dante, bene o male, si
consolò. A me pare che s'egli voleva inventare il perchè e il come del
matrimonio di tale cui “era... l'amore il quale a Beatrice portava, per
lo suo troppo focoso desiderio spesse volte noioso e grave a sofferire„;
di tale, tuttavia, di cui “niuno sguardo, niuna parola, niuno cenno,
niuno sembiante, altro che laudevole per alcuno _si_ vide mai„[85] in
quella ardentissima passione; di tale, inoltre, che raccontava nel
libello una sua violenta infermità, con delirio e con rischio, e con
quel nome nel cuore; mi pare che il Boccaccio avrebbe mosso, se
inventava di suo, prima i parenti a stare “attenti alli suoi conforti„.
Verso la Galilea, che tanto è a dire quanto bianchezza, bianchezza di
luce, verso la contemplazione, mediante la quale egli avrebbe ora
veduta, dopo Giovanna, la verace luce; andava l'anima di Dante, sin
forse da quando era fanciullo e vedeva la fanciulla sua vicina: la
vedeva senza mai udirne la voce, chi sa? perchè ell'era promessa sin da'
quei primissimi anni, ed era tenuta in disparte, come già sposa, sebbene
così piccola. E Dante, io imagino,[86] nè imagino per altro se non per
indurne la verosimiglianza d'un amor vero per una vera fanciulla e
donna; Dante, che pur la vedeva passare per la via e l'aveva veduta una
sola volta più da presso, in casa di lei, in una apparizione a una
festa; non l'aveva sentita parlare nè allora nè mai. E s'era assuefatto
a vedere in lei, piccola sposa, serbata per ciò in casa come in un
monastero e quale una piccola monaca, un qualche cosa di sacro e
d'intangibile e irraggiungibile se non di là della vita. E anch'esso
convertiva sè in un piccolo monaco, e prendeva il suo bordone avviandosi
per quella via, in cui non avrebbe mai trovata lei viva, ma lei morta,
sì, avrebbe trovata quando che sia. Ed ella andò a nozze, e forse in
quella festività, ella vide tra i convitati il vicino di casa Alighieri,
e salutò lui non meno che gli altri; ed egli, in quel giorno se in altri
mai, propose di non seguirla in quella via del mondo, per la quale ella
andava a riposare in un letto nuziale; ma di aspettarla in quell'altra.
E sognò di lei, ed ella era, involta in un drappo, nelle braccia
d'alcuno. E che più cantò di lei, sino alla ballata del perdono?
specialmente, se vogliamo escludere il nome di Bice, dal sonetto del
vascello incantato?[87] Egli si provò ad amare altre donne. Ma che!
erano finzioni, inganni, simulacri d'amore. E tornò a lei; ma a lei già
là, nella candida Galilea, trasfigurata nella luminosa sapienza e nella
speranza della contemplazione di Dio. E per giungere a lei, bisognava
morire al mondo, alla carne, al peccato; cercare anche quaggiù di
diventare pura anima e mero spirito visivo. E quand'ella morì, sia vero
o non vero che Dante dopo l'annoale della morte, si provò, come forse,
ancor più tardi, con le nozze, ad amare un'altra; quand'ella fu morta,
più che mai egli si propose d'andarla a vedere e a udire tenendo i piedi
in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più per
intendimento di ritornare.
Dante, dunque, mentre s'istituiva il gonfaloniere di giustizia che
inalberava la croce rossa nel campo bianco e che era cinto d'armati
suoi, Dante studiava. E Guido? Gli ordini di giustizia lo cacciavano
dalla vita pubblica. Esso, il filosofo amante della solitudine, poteva
rassegnarsi. Eppur no, non si rassegnò: di lì a sette anni egli sarà
confinato; e il confino era la conchiusione d'un periodo di lotte
civili. Possiamo congetturare che appena deliberati quelli ordini, egli
disegnasse quel pellegrinaggio che imprese e non compì, durante il quale
Messer Corso cercò d'assassinarlo. Il fatto è che, andasse subito o poco
dopo, tornò, a quel che pare, a Fiorenza senz'esser giunto a
Compostella.[88] A Fiorenza lo traeva la passione di parte. “Tornato a
Firenze... inanimò molti giovani contro a lui (Corso), i quali li
promisono esser in suo aiuto. E essendo un dì a cavallo con alcuni da
casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer
Corso, credendosi esser seguito da' Cerchi, per farli trascorrere nella
briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il dardo, il quale andò in
vano„. E questo non può essere che un episodio della vita, quale noi e
leggiamo e imaginiamo che condusse Guido in quelli anni, e prima che si
facessero gli ordini, e poi che furono fatti, e prima che Giano si
facesse capo e guida del popolo, e dopo che Giano fu bandito, coi “molti
modi„ che “i potenti cittadini„ seppero trovare per abbatterlo. Guido è
dipinto astratto e sdegnoso da cronisti e novellieri: è detto da Dino
“uno giovane gentile... cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e
intento allo studio„; intento allo studio, sì; ma dallo studio
frastornato certo, negli ultimi anni della sua vita, mediante le altre
sue qualità di “gentile e cortese e ardito„ e partigiano appassionato.
Se fosse rimasto intento allo studio, se avesse continuato a mirare “la
bieltade di _quella_ Primavera gentile„, Dante non avrebbe avuto
occasione di consigliare nel trecento il suo bando, e non avrebbe,
riferendosi al trecento, nel qual anno Guido moriva o si preparava a
morire, detto di lui, che esso, già intento allo studio, ebbe a disdegno
lo studio. Chi ben mira, nelle parole di Dante al padre legge il
rimpianto che tanta altezza di ingegno avesse dato, colpa più de' tempi
che di lui, così poco frutto.
Ma nel 1295, essendosi vinto che chi dei grandi volesse abilitarsi agli
uffici e agli onori, potesse, togliendosi dal novero de' Grandi e
iscrivendosi a una delle Arti; nel 1295 Dante si faceva popolano,[89] e
nell'anno stesso, nel luglio e nel dicembre, era consulente ed elettore.
Come mai? Non abbandonava egli così la via di Dio per quella degli
uomini?
Sì: lasciava la sua via. Ben di ciò lo rimprovera, in cima del monte
della purgazione, Beatrice: (Pur. 30, 122)
Mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte volto
Beatrice dimentica qui gli schermi e le difese; dimentica che, pur da
vivente, ebbe a negargli il saluto per quella “soperchievole voce, che
parea che l'infamasse viziosamente„. Dimentica o, meglio, è Dante che
scrivendo le dichiarazioni della Vita Nova a preparare la Comedia, ha
cancellato il traviamento suo avanti la morte di Beatrice, e pur non
così cancellato, che a noi non ne apparisca traccia. Insomma quel primo
duplice traviamento è come non sia. Continua Beatrice:
Sì tosto come in sulla soglia fui
di mia seconda etade, e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
“Quando fui sul mio anno vigesimo quinto e morii, questi si diede ad
altri„, cioè, cominciò, almeno, col darsi alla donna gentile.
· · · · · · · · · · · · · ·
E volse i passi suoi per via non vera
imagini di ben seguendo false...
Qual è questa via non vera, in cui Dante entrò seguendo _simulacra_
d'amore? Seguendo, per esempio, l'amore della donna gentile, si metteva
per questa via non vera? E poichè questa via non vera era quella in che
egli si mise, abbandonando, pien di sonno, la verace via (Inf. 1, 12) o
la diritta via (ib. 3); domandiamo ancora: Fu per seguire, o seguendo,
la donna gentile che venne a trovarsi nella selva oscura?
Sì: se avesse scritta la mirabile visione appena la vide o concepì,
Dante avrebbe detto che s'era smarrito seguendo quella donna e
assecondando quell'amore, che gli pareva nobilissimo per un inganno
dell'anima. Ma questo inganno, avrebbe detto ch'era durato poco:
alquanti dì. (VN. 39) Dante non scrisse subito la visione; anzi appena
l'ebbe concepita, disse che gli sarebbero occorsi alquanti anni. (VN.
42) Se Dante la Vita Nova avesse scritta nel trecento, quale
preparazione prossima alla Comedia, come nella Vita Nova avrebbe scritto
alquanti dì, mentre nella Comedia diceva alquanti anni? Invero egli dice
che dieci anni durò la sete che egli ebbe di Beatrice; (Pur. 32, 2) e
sente dire da lei, che egli si diè altrui non appena ella mutò vita; e
mostra col fatto di non essere tornato a lei se non nel trecento, nove
anni (poichè sino all'annoale e ancora un po' di tempo, era stato
fedele), nove anni dopo essersi dato altrui. Nè, dunque, egli scrisse,
anche per questa ragione, la fine della Vita Nova nel trecento; nè,
nella Comedia, significa un traviamento o smarrimento durato solo
alquanti dì. E non si opponga che egli può aver messo nel libello quel
poco tempo così indeterminato per significarne uno tanto maggiore. Gli
alquanti dì vengono dopo la designazione precisa dell'annoale: come
alquanti dì dovrebbero voler significare alquanti anni, mentre un anno
che ha trecensessantacinque dì significa un anno solo? E non sarebbe
sfuggito al sottile indagatore del mistero del _nove_, che nove anni su
per giù, _quasi_ nove anni, cioè nove anni, sarebbero corsi da
quell'annoale alla mirabile visione.
E poi: questa visione non era mica per essere uguale in tutto e per
tutto a quella della Comedia! E appunto questa via non vera o verace o
diritta della Comedia è un elemento che non ci è dato ravvisare tra gli
altri elementi che noi abbiamo scorti nella Vita Nova, e che abbiamo
giudicato costituire sì il primo disegno di rime nuove, sì il secondo di
mirabile visione. Nel fatto, quella via non vera della Comedia è anche
detta il corto andare del bel colle. Cioè, non precisamente: il corto
andare è la seconda parte della via non vera, di cui la prima parte è
quell'errore nella selva oscura. Dante si smarrì in una valle. Vi errò
una notte. Al mattino s'avviò per un colle. Mentre tornava verso la
valle, l'Ombra gli apparve. Egli dice a Brunetto: (Inf. 15, 49)
Lassù di sopra in la vita serena
. . . . . mi smarri' in una valle
avanti che l'età mia fosse piena,
ossia in età che non si poteva ancora chiamare perfetta e giunta al suo
colmo: non ancora in piena giovinezza; sì, quando era quasi tuttavia
adolescente:
pur ier mattina le volsi le spalle:
ier mattina? Ma si ritrovò nella selva oscura
nel mezzo del cammin di nostra vita,
ossia a trentacinque anni! Sono una notte e un mattino che durarono
dieci anni, dunque!
questi m'apparve, tornand'io in quella;
e riducemi a ca per questo calle.
Ora lo smarrirsi nella valle o errare nella selva, nella selva erronea,
avanti che l'età sia piena, è bensì un vivere “secondo senso e non
secondo ragione„, (Co. 1, 4) un mancare di _discrezione_ (Co. 4, 8; 24),
e di _direzione_ (M. 1, 41; Pur. 16, 82), e di libero volere e di lume
di prudenza;[90] ma non è la medesima cosa che lasciarsi impedir dalla
lonza e divenir drudo della lupa o della fuia.[91] Ebbene noi possiamo
credere che nei due concepimenti che ebbe Dante adolescente, di dramma
interno, smarrimento e conversione, egli avrebbe trattato, e cominciò
invero a trattare, di ciò che è figurato nella selva, e non di ciò che è
rappresentato nel corto andare verso il bel colle. Perchè, questo andare
significa il mettersi per la via del mondo o attiva o civile, e il bel
colle, simboleggia la beatitudine inferiore che si trova per quel
cammino. Il bel colle rassomiglia il santo monte, come la felicità di
questa vita rassomiglia alla felicità del paradiso terrestre — figuratus
— . Ora qual cenno è nella Vita Nova di tal risoluzione di Dante? In
essa egli dice di essere innamorato di tal donna, che è la speranza
della contemplazione di Dio e la vera sapienza, la quale non si
raggiunge perfettamente se non da morti, e si può veder sì, anche da
vivi, pur che quasi si muoia, si esca di noi stessi, ci si liberi, per
un momento, del peso della nostra mortalità. Amando lei, era in dritta
parte volto, Dante. Stornandosi, e dandosi altrui, certo cessava di
essere volto in dritta parte, ma tutte e due le volte, che ho detto,
prima delle rime nuove e della mirabile visione, per un inganno d'amore,
il quale amore, la prima volta, suggerì i _simulacra_, e, la seconda,
esso amore per donna viva gli si mostrava simile e tutt'uno con quello
che lo faceva andar piangendo per la morta. Questo inganno, proprio
dell'adolescenza, equivale allo smarrimento nella selva. Egli ne sarebbe
uscito subito con la morte, come esce nella Comedia,[92] con la morte
medesima che narra di sè anche nella Vita Nova, cioè nella seconda
canzone delle Nove Rime; e avrebbe riveduta Beatrice subito. Prima di
lei avrebbe veduta, forse, la precorritrice Giovanna, la Primavera che
_prima verrà_, la Matelda, insomma, che coglie i fiori dell'eterna
primavera; ma ad essa non sarebbe giunto dopo un “corto andare„, sì,
come nella Comedia, dopo “altro viaggio„. Il corto andare per la piaggia
diserta non poteva aver luogo in quei primi disegnati drammi dell'anima
semplicetta, perchè quella piaggia non si percorre nell'adolescenza, in
quell'età in cui l'uomo non può “certe cose fare senza curatore„, (Co.
4, 24) bensì in quella altra età in cui conviene frenare e spronare
l'appetito, e che deve essere perciò temperata e forte. (Co. 4, 26)
Nell'adolescenza tali virtù non hanno luogo, perchè non hanno luogo i
vizi contrari ad esse virtù. L'adolescenza ha da avere obbedienza, sopra
tutto, perchè l'adolescente, se da alcuno non gli è mostrato, non sa
tenere il buon cammino. E qui rendiamoci finalmente ragione degli amori
della Vita Nova; e fermiamo ben bene, che l'anima di Dante si volse
bensì a quella o quell'altra donna gentile e anche ad una (la seconda
dello schermo) che forse non era così gentile; ma non s'inoltrò tanto,
da aver bisogno del freno della temperanza, per partirsi da qualche
Didone. (Co. 4, 26) Andava l'anima dietro, bensì, a imagini false di
bene, che somigliavano a Beatrice; ma egli si disingannava, in un empito
di pentimento, e tornava a lei.[93] Nella Comedia, invece, il Poeta
racconta sì d'essersi smarrito adolescente, e pien di sonno, e sì, dopo
essersi ritrovato, di aver impreso un corto andare. Il quale è parte
della via non vera, che per consiglio di Virgilio, egli mutò in altro
viaggio. E l'altro viaggio lo condusse a Matelda e a Beatrice; la via
non vera o il corto andare, no, non l'avrebbe condotto nè all'una nè
all'altra. L'avrebbe portato al bel monte, non al santo monte. E il bel
monte, cui si giunge con corto andare, non è davvero il santo monte, cui
si giunge con tanto aspra fatica di scendere e salire, e con tanto più
tempo, e con tutt'_altro_ viaggio. Ben lo dichiara Beatrice
nell'apparirgli di là del fiume sacro, che ultimo deve passare il
viatore che altri quattro ne ha passati, uno d'acqua morta, un altro di
loto, un terzo di fuoco, un quarto di gelo; ben glie lo dichiara, che
c'è monte e monte:
“Non sapei tu che _qui_ è l'uom felice?
Qui, non là, dove volevi andare. E dovevi imaginare che io ero qui, nel
luogo della beatitudine, perchè io sono la beatrice„. _Non sapei_ va
unito a _Ben son Beatrice_.
Il bel monte non è il santo monte. L'uno è la meta della vita attiva,
l'altro è nel cammino della vita contemplativa. Stia certo il lettore.
L'andare a quello è l'uso pratico dell'animo, mediante le quattro virtù
cardinali, e il giungervi è ottenere buona felicità, non però l'ottima e
più eccellente e divina.[94] E il santo monte, se rassomiglia al bel
monte, se non altro nell'essere monte, e perciò nel figurare una
felicità, non rappresenta, no per certo, la felicità imperfetta. Vi è
l'Eden, si ricordi; e nell'Eden Dio non pose l'uomo perchè avesse la
felicità soltanto che viene dall'operare, sì anche quella che nasce dal
contemplare. Si ricordi che Adamo ebbe “tutta l'animal perfezione„,
(Par. 13, 83) non ebbe soltanto la prudenza regale, che ottenne Salomone
acciocchè re sufficiente fosse.
(ib. 96)
Adamo, cioè, nell'Eden era ugualmente atto alle due vite e felice delle
due felicità, mentre Salomone, soltanto alla vita civile, soltanto della
felicità buona e non ottima.[95] E nell'Eden apparisce Beatrice, e
nell'Eden, in cui è l'uom felice, parla di nuovo di quella via non vera,
per la quale Dante si straniò da lei, per la quale Dante non sarebbe
giunto a lei, al monte sacro, all'Eden, dove ella doveva apparirgli. In
vero Dante mal può elevarsi alla parola di Beatrice; ed ella gli
replica:
Perchè conoschi... quella scuola
c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
come può seguitar la mia parola;
e veggi vostra via dalla divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina.
(Pur. 33, 85)
E Dante soggiunge: