degnamente di lei, di dirne una nuova _loda_ più degna) io studio quanto
posso„. Per alquanti anni occorre che gli duri la vita. Or a questa
promessa di più degno trattato o loda fa precedere un episodio che è,
sostanzialmente, la ripetizione degli altri due, che ne formano un solo,
dopo il quale viene il proposito della materia più alta, della loda,
delle rime nove, delle canzoni con intendimento difficile e nascosto ai
più e da non aprirsi a tutti, chiaro soltanto a chi ha ingegno, (19) e a
chi è “in simil grado fedele d'Amore„, ossia, secondo la figurazione che
farà poi di questo concetto, a chi è servo o fedele di quel signore che
è lo studio e si chiama Virgilio. E se l'episodio che precede è la
ripetizione di quell'antico, il proposito che segue sarà pure una
ripetizione, sia quanto si voglia modificata, di quell'antico. Onde noi
dobbiamo ammettere come provato ciò che si affermava prima da molti
dubitando, che la MIRABIL VISIONE, nella quale Dante “vide cose, che
_gli_ fecero proporre di non dir più di _quella_ benedetta, infino a
tanto che _e'_ non potesse più degnamente trattare di lei„ è tutt'uno
con la visione ch'egli fece manifesta nella grande Comedia.
E ne sèguita un corollario. La donna gentile è, molto facilmente,
inventata. In vero come è probabile, se pure è possibile, che nella vita
di Dante avessero luogo due fatti così simili ed uguali? Nel mezzo della
sua adolescenza, ha il saluto e poi la visione d'una giovinetta, e
l'ama; ma dopo qualche tempo prende per difesa un'altra donna e poi per
ischermo un'altra ancora, ossia ama, d'amor non nobile, altre; e così
perde il saluto di quella, e si pente, e rinunzia a tali simulacri
d'amore, e si prepara a trattare la nova e più alta materia della loda.
Al fine della sua adolescenza, muore la sua donna, ossia diventa più
bella, anima bella, e più degna d'amore; ed egli s'innamora d'un'altra
donna, e si dice perciò vile e incostante; che poi si pente e poi si
prepara a più degnamente trattare della donna morta e amata. Da questo
fine poetico e filosofico, è molto probabile sia stata determinata
l'introduzione della donna gentile, poichè quel primo duplice episodio
non poteva valer più; c'era di mezzo il primo pentimento e poi la morte
vera della gentilissima. E così riprendendo, con altra forma, il
medesimo concetto, e lasciando a mezzo le rime nove interrotte da quella
morte, crea questo nuovo smarrimento o traviamento. E si veda con quanto
identico sentimento e fine. Egli vuol trattare dell'inganno che subisce
l'anima fanciulletta nella sua adolescenza, quando il tallo ha da essere
“bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine„, se no, “poco
vale la sementa„ (Co. 4, 21); dell'inganno; e così, nel primo caso è
Amore stesso che consiglia e approva i simulacri o false imagini, nel
secondo, oh! è così pietosa la donna gentile, e si faceva d'un color
pallido “quasi come d'amore„, (36) ed egli si ricordava della sua
nobilissima donna “che di simile colore si mostrava tuttavia„, (VN. 36)
e dicea tra sè medesimo: “E' non puote essere, che con quella pietosa
donna non sia nobilissimo amore„, (35) e per quanto se ne crucciasse
molte volte nel suo cuore e se ne avesse per vile assai (37), pure
pensava di lei: “Questa è una donna gentile, bella, giovane e savia, e
apparita forse per volontà d'Amore, acciò che la mia vita si riposi„!
(36)
Un inganno anch'esso d'amore, o del cuore o dell'animo o dell'_hormen_ o
dell'appettito sensitivo. Ma la donna, che serve a Dante per preparare
la favola di questo dramma filosofico, è così vana parvenza, che nel
Convivio Dante la dichiara un simbolo; (Co. 2, 13) nella Comedia
Beatrice non ne parla, come avrebbe dovuto, o se ne parla, non ne parla
come avrebbe dovuto, in particolare; bensì, se mai, l'accomuna con le
altre vanità che hanno sì breve uso. (Purg. 30, 31)
XI.
LA VITA NOVA
I due argomenti, anzi l'unico sdoppiato, sono compresi in quel libello
che Dante chiamò Vita Nova. Che voglia dir vita nova, si dubita. Certo è
ch'ella cominciò per Dante, e secondo lui comincia per tutti, nove anni
dopo la nascita; perchè il libro della memoria “dinanzi a la quale poco
si potrebbe leggere„, ha una rubrica appunto ai nove anni, la qual dice:
INCIPIT VITA NOVA. Nella Comedia egli usò altra volta queste parole,
_vita nova_: (Pur. 30, 115)
questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
La vita nuova sarà, dunque, quella in cui la virtualità dell'uomo può
cominciare a svolgersi in abiti, destri o sinistri, buoni o cattivi.
E Dante pensa così: “Incontra che dell'umano seme e di queste virtù (la
disposizione del cielo) più e men pura anima si produce; e secondo la
sua purità discende in essa la vertù intellettuale possibile... E s'elli
avviene che per la purità dell'anima ricevente, la intellettuale virtù
sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontà in
lei multiplica, siccome in cosa sufficiente a ricevere quella: e quindi
si multiplica nell'anima di questa intelligenzia, secondochè ricever
può: e questo è quel seme di felicità...„ (Co. 4, 21) L'anima di Dante
(dice quel terzetto) era pura e aveva ricevuta la intellettuale virtù
bene astratta, e in lei la divina bontà multiplicava. Ma il medesimo
concetto si esprime poi “pel modo teologico, cioè divino e spirituale„,
mentre il modo sopra scritto è “naturale„. Dunque “per via teologica si
può dire, che poichè la somma deità, cioè Iddio, vede apparecchiata la
sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne
mette, quanto apparecchiata è a riceverne„. (Co. ib.) Questo beneficio
consiste nei doni dello Spirito Santo, che sono come una sementa, il cui
primo e più nobile rampollo “si è l'appetito dell'animo„; un tallo, come
già riferii, che si ha a indurare e rifermare.[72] Or questo tallo
s'indura e riferma in quella delle quattro età dell'uomo, la quale si
può assomigliare alla primavera (ib. 23), in quell'età che è entrata
nella buona vita, e ad essa entrata la buona natura dà certe cose, come
“alla vite le foglie per difensione del frutto, e i vignuoli, colli
quali difende e lega la sua imbecillità„ (ib. 24); in quell'età in cui
“l'anima nostra intende al crescere e allo abbellire del corpo, onde
molte e grandi trasmutazioni sono nella persona„ (ib.); in quell'età che
si chiama adolescenza, nella quale, “dinanzi all'entrata di _sua_
gioventute„ afferma d'aver parlato (Co. 1, 19); e che si può chiamar
_nova_, come in latino _novum_ si aggiunge a _ver_, e in volgare si dice
di tutto ciò che risulta “da molte e grandi trasmutazioni„. _Nova_
dunque questa _vita_, perchè è adolescenza, non, come volle alcuno,
gioventù. Nella gioventù quel tallo è già adulto, e, dritto o storto,
non c'è più che fare. Nella gioventù l'appetito caccia e fugge, bene o
male secondo che fu bene culto nell'adolescenza, e secondo che in essa
gioventù è bene o male spronato e frenato; ma un uomo, in gioventù, è
quel ch'è, non virtualmente, sì effettivamente. Nella gioventù, la vita
che si poteva chiamare nuova nell'adolescenza, non è più nuova, se non
come son nuove certe vie e nuovi certi ponti e castelli antichi. Ma di
lei non si dice. Nella gioventù è il “colmo della nostra vita„, e la
“perfezione„ rispetto a noi medesimi se non rispetto agli altri. (Co. 4,
26) Insomma nell'adolescenza l'uomo si va facendo, e nella gioventù è
bell'e fatto. Dunque Dante dice, _incipit vita nova_, cioè l'età dei
molti e grandi trasmutamenti; per tutti, non per lui solo. E vuole
appunto nel libello trattare di ciò che avviene al tallo o del tallo,
che dissi, nell'età in cui esso ha da indurarsi e rifermarsi. Il che si
vede, come accennai, chiaro in quel mettere la sua visione prima quasi a
metà dell'adolescenza, come poi dopo, nella Divina Comedia in cui lo
argomento era ben più esteso, metteva la sua visione ultima
Nel mezzo del cammin di nostra vita.
E poi _quasi_ a metà! chi ci dice che allora avesse le precise idee del
Convivio intorno alle quattro età dell'uomo? “Diversamente„ dice nel
Convivio (4, 24) “è preso il tempo da molti„, riguardo alla gioventù. E
a ogni modo, sappiamo qual valore ha il _quasi_ in certi computi di lui.
“Si può comprendere per quello _quasi_ (dice Luca che quando Gesù morì,
era _quasi_ ora sesta), che al trentacinquesimo anno di Cristo era il
colmo della sua età„. (ib. 23) Aveva trentatrè anni, dunque era nel
trentaquattresimo anno, dunque quasi nel trentacinquesimo, perciò nel
trentacinquesimo. Questo ragionamento ci porterebbe benissimo a credere
che Dante volesse intendere che a diciott'anni era proprio nel colmo
dell'adolescenza. Ma non è anche probabile ch'egli allora dividesse
l'età così: nove anni di puerizia, e due volte nove di adolescenza o
vita nova? Non vediamo che appunto gli anni di cui si parla nella Vita
Nova sono, oltre i nove della puerizia, quasi diciotto, divisi in due
novene, perfetta la prima e la seconda imperfetta, dal saluto e dalla
visione? e che dunque forse pensava allora che l'adolescenza finisse a
ventisette anni?
In vero quando fu scritto il libello?[73] Non nell'anno milletrecento,
sebbene la mirabile visione che chiude il libro sia tutt'uno con la
visione del Poema sacro e questa sia posta nel trecento. Non nel
trecento, perchè nel Poema Dante parla a Virgilio del suo lungo studio,
e siccome egli vuol intendere dello studio cominciato appunto per
descrivere quella visione, non poteva essere lungo lo studio che
cominciasse appunto allora. E invece egli dice che prima di cominciare
la prima canzone del Convivio, aveva studiato trenta mesi. “Cominci_ò_
ad andare là ov'ella si dimostrava veracemente (la filosofia in figura
di _donna gentile_), cioè nelle scuole de' religiosi e alle disputazioni
de' filosofanti; sicchè in picciol tempo, forse di trenta mesi,
cominci_ò_ tanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava
e distruggeva ogni altro„. (Co. 2, 2) E cominciò a dire: Voi che,
intendendo, il terzo ciel movete; la qual canzone essendo stata nota a
Carlo Martello, (Par. 8, 36) che fu in Fiorenza nei primi del 1294, e
morì l'anno dopo; fu fatta prima di quello o almeno di quest'anno, e lo
studio, se cominciò due anni e mezzo prima, cominciò dunque nel 1292 o
giù di lì. Ma abbiamo un altro dato di tempo. La gentil donna apparve
agli occhi di Dante quando “la stella di Venere due fiate era rivolta in
quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due
diversi tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata„. (Co.
2, 2) Dunque, secondo i calcoli astronomici antichi,[74] apparve poco
meno che quindici mesi dopo la morte di Beatrice, cioè dopo il giugno
del 1290, cioè a principio del settembre del 1291. Il cuore di Dante si
lasciò possedere dal desiderio di quella donna “alquanti die„ (VN. 39);
e dopo egli si pentì, e dopo ebbe la mirabile visione, e si propose di
studiare. Dunque questo proposito fu alla fine del 1291 o a principio
dell'anno seguente. Dante nato nel maggio del 1265, era allora nel suo
anno vigesimo settimo, sebben non l'avesse compiuto, ed era vissuto
quasi tre novene d'anni.
E ritorno al novennio in cui Sant'Agostino seduceva ed era sedotto.[75]
Questo novennio fu tra l'anno decimonono e il vigesimo ottavo, o, come
si può dire con lo stesso effetto, tra gli anni diciotto e ventisette
della sua vita. E il Santo parla dell'età sua prima “che non _si_
ricord_a_ d'aver vissuto, e di cui cred_è_ ad altrui„. Dice: “mi
rincresce d'annumerarla a questa mia vita che vivo in questo secolo...
Ma ecco, io tralascio quel tempo. E che ho da far io con ciò di cui non
ritrovo alcuna traccia?„[76] È impossibile non ricordare “quella parte
del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe
leggere„; (VN. pr.) impossibile non ripensare a quest'altro passo: “però
che soprastare a le passioni e atti di tanta gioventudine pare alcun
parlare fabuloso, mi partirò da esse„. (VN. I) Prima di quel novennio di
seduzione, il Santo giunge coi suoi studi, a un “certo libro d'un certo
Cicerone„ (da chi aveva imparato Dante a parlare in questo modo “udendo
ancora che Tullio scritto avea un altro libro etc.„? — Co. 2, 13): e
legge l'Ortensio che contiene un'esortazione alla filosofia. Egli
aggiunge: “Quel libro mutò il mio affetto, e mutò ver te stesso, o
Signore, le mie preci, e fece diversi i miei voti e desiri. A un tratto
mi si fece vile ogni vana speranza, e bramavo con fervore incredibile
del cuore l'immortalità della _sapienza_„.[77] Ciò a diciott'anni. E a
diciott'anni Dante (scrivendo quando già aveva compiuto il vigesimo
sesto) pone d'essersi innamorato veramente della gentilissima che
rappresentava la speranza vera, non _vana_, e la sapienza immortale. E
come il Santo subito dopo questo suo fervore per la sapienza, è sedotto
e seduce e dura a quel modo un novennio, così Dante scrive d'aver subito
preso uno schermo o una difesa, cioè d'esser stato sedotto o traviato. E
con tutte le vicende che nel libello sono descritte, pure abbiamo questo
notevol riscontro: che dopo su per giù un novennio Dante è pentito e
contrito, e ritorna all'amor di Beatrice.
Nè è da tralasciare il sogno che a Monnica dà a presentire la
conversione del figlio traviato: “ella vide... venir ver lei un giovane
splendido, ilare e a lei sorridente, mentre ella era mesta e rifinita
dal dolore„.[78] Dante s'è ispirato molto per certo alle Confessioni. Le
quali, notiamo, parlano di quel Fausto, contro il quale sono i libri già
ricordati.[79]
Dante scriveva la prosa della Vita Nova nel suo anno vigesimo settimo.
Vedasi come questa data è congruente a ciò che si disse del disdegno di
Guido. Nel trecento Dante figura di aver detto che Guido ebbe a disdegno
lo studio. Non parlava egli certo di quel tanto studio, che aveva
prodotto quella tanta e tale arte e scienza, quanta e quale avevano
tutti e due, i dolci amici, allora, al tempo della Vita Nova e delle
Rime Nove. Dante non mostra che in Guido vedesse allora alcun difetto;
anzi scrive a lui il libello e segue il suo consiglio di scriverlo in
volgare. (VN. 24 e 31) Quand'egli dice a Virgilio, Vagliami il lungo
studio, e dice di Guido, che forse ebbe a disdegno questo Virgilio
stesso, certo prescindeva da quel tempo, in cui ed esso Dante e Guido
rimavano non stoltamente. Noi comprendiamo, insomma, che Dante non
diceva che al suo primo amico mancasse ciò che a lui valse per scrivere
la Vita Nova. Dunque ebbe a disdegno qualcosa che cominciò per l'uno e
doveva cominciare per l'altro dopo la composizione di quel libello. Non
però molto dopo, non però nel trecento. O come avrebbe Dante detto di sè
che, in pochi giorni o in un istante diventò degno di trattar di
Beatrice? Dice pur esso che prevedeva gli sarebbero occorsi “alquanti
anni„! Non nel trecento, perchè se nel trecento egli avesse scritto tal
libello, che ha tal glorificazione del suo amico, non poteva Dante
essere tanto distratto, quando scriveva la Comedia, da finger di dire in
quel medesimo anno al padre di quel medesimo Guido, che l'un degli amici
non poteva fare, per manco d'arte e scienza, non ostante l'altezza
d'ingegno, quel che l'altro faceva.
Dante invece scriveva la Vita Nova a principio, su per giù, del 1292. Se
le rime erano nate sparsamente nei quasi nove anni addietro, la prosa
però è tutta d'un getto. Quando Dante si pose ad assemprare, il concetto
espresso nell'ultimo paragrafo l'aveva pure in mente: non s'ha mica a
credere a un “giornale„ che egli tenesse de' suoi casi d'amore! Ora la
prosa fu scritta quando aveva cominciato a studiare per trattare più
degnamente di Beatrice, quando leggeva Boezio e Tullio e frequentava già
le scuole dei religiosi e le disputazioni dei filosofanti. Ebbene si può
supporre che Guido appunto allora ebbe quel disdegno, che sette o otto
anni dopo Dante racconta d'avere riferito a suo padre sepolto. Perchè si
può supporre? Perchè nella prosa della Vita Nova ce n'è un chiaro cenno.
Leggiamo. Dopo aver parlato del simbolo nascosto in Beatrice e Giovanna,
soggiunge: “ripensando, propuosi di scrivere in rima al mio primo amico
(tacendomi certe parole le quali pareano da tacere), credendo io che
ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gentile„.
(VN. 24) Il sonetto, in verità, tace tanto quelle certe parole, che
difficilmente Guido s'avrebbe imaginato altro intendimento di quel che
v'appare. Ma la prosa, scritta ben più tardi del sonetto che fu scritto
vivente Beatrice, la prosa dice che Guido non amava più Primavera
gentile e dice che questa Primavera è detta così, perchè _prima verrà_,
e che “lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la
verace luce„. Dichiariamo meglio questa verace luce. “La beatitudine
precederà noi in Galilea, cioè nella speculazione. Galilea è tanto a
dire, quanto bianchezza. Bianchezza è un colore pieno di luce corporale,
più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce
spirituale, che altra cosa che quaggiù sia„. (Co. 4, 22) Son parole di
Dante. Chi può rimanere in dubbio che nella mente di lui, quando
scriveva quel luogo della Vita Nova, Beatrice non fosse trasfigurata in
questa luce spirituale della contemplazione? e che la sua precorritrice
o Giovanna non significasse l'altra beatitudine che è nella vita attiva?
Non forse dunque Dante afferma qui, nella prosa, che Guido non mirava
più la beltà di quella che precorre la beatitudine della contemplazione,
ossia quella che nella comedia è Matelda? ossia l'arte? E dice che
credeva allora che ancora la mirasse; dunque dice che un tempo la mirò;
e nel sonetto infatti non dà a divedere alcun dubbio, mentre nella prosa
esprime che per vero Guido non la mirava più. E quelle parole sono forse
un invito amichevole e discreto a riamarla e a rimirarla! In ciò dunque
che della Vita Nova Dante scriveva nel 1292, egli affermava che Guido
non mirava più la precorritrice della verace luce, cioè la Matelda della
Comedia; e nella Comedia, riferendosi al 1300 affermava che Guido ebbe a
disdegno colui che conduceva prima a Matelda e poi Beatrice. Non tutto
torna così?[80] Non sappiamo così il preciso momento a cui si riferisce
Dante con quell'_ebbe_? “Ebbe a disdegno quasi nove anni fa, quand'io mi
misi a studiare per trattare più degnamente di Beatrice, ossia per
acquistare l'abito dell'arte; ed esso rinunziò allo studio, perchè
all'arte più non mirava„. Non è in ciò la prova, sì che l'anno della
composizione del libello non è il trecento, e sì che non s'ha a mettere
troppo lontano dalla morte di Beatrice?
Ma c'è una difficoltà. “Dopo questa tribulazione (il pentimento del
malvagio desiderio) avvenne in quel tempo che molta gente va per vedere
quella imagine benedetta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio
de la sua bellissima figura...„ (VN. 40) Ebbene secondo la lezione di
codici meno autorevoli, si legge: che molta gente _andava_; e s'induce
che quei peregrini andavano a Roma per il giubileo del trecento.[81] Per
quanto il Villani nel narrare di tali pellegrinaggi faccia menzione
della Veronica, pure dice ch'ella si mostrava “per consolazione de'
cristiani pellegrini„; ma il fine precipuo loro era di accorrere a
quella “somma e grande indulgenza„, quale a differenza degli altri
centesimi d'anni, in cui era solo grande, fece in quell'anno Bonifazio
ottavo. Se il passaggio de' peregrini era per questa somma indulgenza,
non avrebbe Dante, nella prosa dichiarativa, parlato solo di ciò che si
dava ai peregrini come consolazione. Egli ha parlato altrove di abituali
pellegrinaggi per la Veronica (Par. 31, 103); quando gli è occorso
parlare dell'affollarsi della gente nell'anno del Giubileo, l'ha detto,
che era per il giubileo. (Inf. 18, 28) Ma poi, la lezione dei codici più
autorevoli reca _va_ e non _andava_. E pur tenendo _andava_, si potrebbe
sempre intendere che _quel tempo_ indichi la stagione, o che
l'imperfetto sia per attrazione del verbo principale _avvenne_, e ciò
anche se Dante scriveva in forma storica d'un fatto contemporaneo o
recente. Come del resto sarebbe, se egli avesse scritto nel trecento di
un fatto che nel trecento avveniva. Ma ciò che è assurdo del tutto è
questo, che nell'anno del giubileo, dieci anni dopo la morte della
gentilissima, il Poeta si rivolgesse a peregrini e si meravigliasse che
non intendessero il dolore della città per la perdita, fatta tanto tempo
prima, della “sua beatrice„. È invece possibile che il sonetto sia di
data più antica, e fosse scritto non dopo il pentère di Dante, ma dopo
il morire di Beatrice. Vediamo che l'imagine del peregrino, la quale
ebbe poi tanta efficacia sull'anima di lui esule, era presente al suo
spirito sin da quando figurava Amore in abito di tali mesti viandanti. E
lo studio di particolareggiare nella prosa il tempo e la meta di quei
peregrini, è forse per acquistar fede a tale fantasia, ch'egli pur
confessa essere fantasia in parte, in ciò che il Poeta parla ai
peregrini e invece no, quelle parole le aveva dette fra sè medesimo, e
aveva proposto di dire come se avesse parlato a loro, “acciò che più
paresse pietoso„. La qual mezza confessione ci può portare a credere che
Dante imaginasse e d'aver parlato, e d'aver veduto; e che per esprimere
più pietosamente il suo dolore, fingesse di gridarlo sì ai principi
della città, sì ai pellegrini che la città attraversavano, ricordandosi
di quella consueta formula _cives et peregrini_, e ponendola a confronto
con le esclamazioni del profeta. In verità la morte di Beatrice gli
poneva sulle labbra le lugubri parole: _Quomodo sedet sola civitas plena
populo! facta est quasi vidua domina gentium!_ (VN. 28) E nel sonetto
echeggiavano, quelle medesime:
che non piangete quando voi passate
per lo suo mezzo la città dolente,
come quelle persone che neente
par che 'ntendesser la sua gravitate.
Sì: ell'è _quasi vidua_ o quasi orba:
Ell'ha perduta la sua Beatrice.
Orbene questi peregrini non sono essi coloro cui il Profeta si volgeva
in quella medesima lamentazione? _O vos omnes qui transitis per viam,
attendite...._ Le quali parole Dante avea nel pensiero anche prima
dell'altre. (VN. 7) E Dante leggeva nel medesimo profeta: _Viae Sion
lugent...._ Leggeva: “Plaudirono su te tutti che passavano per la via;
fischiarono e tentennarono il capo sulla figlia di Gerusalemme, dicendo:
Questa è la città di perfetta bellezza, gioia di tutta la terra?„ Il
pensiero di Dante può ben derivare di qui. I suoi peregrini non plaudono
nè fischiano nè scrollano il capo sulle disgrazie della città di
Beatrice; certo; però l'attraversano
come quelle persone che neente
par che 'ntendesser la sua gravitate...
Insomma il sonetto viene da quella medesima fonte, da cui sgorgarono le
prime parole ch'egli diresse ai principi della città (quelli che erano
divenuti come arieti che non trovano i pascoli)[82] in quel momento
della morte; ed è ragionevole supporre, per ciò, che il sonetto sia più
antico di quel che Dante ci dica; più ragionevole, a ogni modo, che
credere che sia lontano di dieci anni da quell'ispirazione lugubre di
dolore.