Or qui, dunque, ci chiediamo: Quando cominciò lo studio lungo, che è

simboleggiato in Virgilio? Poichè Dante dice che Guido l'ebbe a disdegno

tale studio, questo non cominciò, credo io, quando i due amici

procedevano unanimi e a pari a pari per la stessa via; non cominciò,

vedo io, quando Dante trasse fuori le nove rime. Sino ad allora lo

studio, e l'arte e scienza conseguenti, di Guido doveva parere a Dante

non dissimile nè disuguale dal suo proprio, se fa dire a Bonagiunta “le

vostre penne„, tra le quali è intuitivo sia compresa anche quella del

vincitore dell'altro Guido, quella del primo suo amico d'allora, che la

pensava come lui riguardo al volgare, a cui aveva “scritta„ la Vita

Nova, con cui s'accordava nel disprezzo dei rimatori stolti. Ma nel

Convivio non nomina Guido, nemmeno a proposito dell'uso del volgare; ma

nel trattato dell'eloquenza, più e meglio che Guido, nomina Cino e sè.

Nella Comedia, riferendosi al trecento, e afferma che questo Guido tolse

all'altro la gloria della lingua e assevera che non imprese quel lungo

studio che aveva impreso esso. Non si tratta dunque di quel tanto pensar

che Dante fece prima e dopo quel cominciamento della canzone, prima

delle rime nove e del dolce stil novo e della materia nova. Si viene

invece, innegabilmente, all'altro momento della vita di Dante,

quand'egli ci narra d'essersi messo in un nuovo proposito. Ce lo narra

due volte. La prima: “Apparve a me una mirabil visione nella quale vidi

cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino

a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a

ciò io studio quanto posso„. (VN. 43) La seconda: “Dopo alquanto tempo,

la mia mente, che si argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio

nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato

avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da

molti, libro di Boezio... E udendo ancora, che Tullio scritto avea un

altro libro... misimi a leggere quello... E... io, che cercava di

consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli

d'autori e di scienze e di libri... E... cominciai ad andare... nelle

scuole dei religiosi e alle disputazioni de' filosofanti; sicchè in

picciol tempo, forse di trenta mesi„, cominciai a essere assai

addottrinato in filosofia. (Co. 2, 13) Della qual filosofia tratta in

quel libro. Ora e questa filosofia trattata nel Convivio e

quell'argomento promesso nella Vita Nova, rampollano, per così dire, da

un fatto che segnò nel libello giovanile una terza rubrica (la prima

_Incipit Vita Nova_, la seconda, le rime nuove o la lauda della

gentilissima), e introducono una materia nuova rispetto a quella nuova

che la precede. Il cominciamento, questa volta, era di Geremia profeta.

_Quomodo sedet sola_... Dante aveva concepita la terza canzone delle

rime nuove, e ne aveva già composta la prima stanza, quando e interuppe

la canzone e lasciò il suo disegno di “tragedia„ e persino, per un

momento, il suo proposito di scrivere in volgare. Al qual momento va

riferito, se mai, il consiglio di Guido; e non al primo principio del

libello. _Quomodo sedet sola civitas_... E aggiunge: “E questo dico,

acciò che altri non si maravigli, perchè io lo abbia allegato di sopra,

quasi come entrata de la _nova_ materia che appresso viene„. Questa nova

materia comincia alla morte della gentilissima.

IX.

BEATRICE BEATA

Bice era morta; e non molto prima le era morto il padre. Nella

narrazione che Dante fece, qualche tempo dopo, di questa ultima

sventura, leggiamo: “Colui ch'era stato genitore di tanta maraviglia...

di questa vita uscendo a la gloria eternale sen gìo veracemente„. (VN.

22) Quando la morte si concepisce così, e si crede un trasmigrare

_veracemente_ alla gloria eterna, qual luogo può essere al dolore in chi

rimane? specialmente, se chi rimane è di così grande bontà, che può

aspettarsi d'avere a trovarsi, di lì a poco, insieme con chi partì?

specialmente se chi dimora è un'angiola aspettata nell'alto cielo la

quale non resta in terra se non a far visibile quella cosa invisibile

che è la speranza della contemplazione di Dio? Eppure questa donna “fue

amarissimamente piena di dolore„. Dante che era pieno, a' quei tempi, di

quei concetti di morte mistica e di partita della mente, dalle vane

imaginazioni tornando a un tratto alla realtà, dovè giustificare a sè

stesso la contradizione tra quel concetto celeste della morte e questo

dolore terreno, e la giustificò con un ragionamento, che alcuni trovano

così fuor di posto che ne concludono che Dante qui allegorizzi,[66]

mentre pare evidente che qui dica il vero propriamente. Dice: “Onde con

ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e

sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade,

come da buono padre e buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre;

e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 'l suo padre (sì

come da molti si crede, e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto

è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. È un

ragionamento che mostra come all'anima di Dante assorta ed esaltata,

distratta, per così dire, in quelli abissi del profondo e dell'alto, la

morte non si mostrava più, da qualche tempo, scortata dal dolore. Di

vero egli disegnava quella sua “tragedia„, in cui ragguagliava

_l'excessus mentis_ alla morte, e in cui non parlava più con la sua

donna e della sua donna se non là, nel limitare dell'oltremondo, “in

quella parte della vita, di là da la quale non si può ire più per

intendimento di ritornare„. (VN. 14) Chi ha in suo pensiero rimproverato

a Dante quel suo finger morta la sua donna, quel, per così dire,

scherzare con la morte; veda qui ora l'ammenda che di quel suo fingere e

scherzare fa Dante, che torna, come trasognato, dal suo sogno mistico, e

balbetta il suo raziocinio. “Vero è bene, che per i buoni la morte è una

partenza per un luogo migliore; ma chi rimane? Le partenze sono sempre

dolorose; e chi rimane, più è buono, ossia più è certo di dover

raggiungere chi partì, più si duole. È strano, ma è così„.

Il risveglio doveva essere intero di lì a poco, “quando lo signore de la

giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la 'nsegna di

quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia

ne le parole di questa Beatrice beata„. (VN. 28) Come accolse il vero

transito della sua donna, colui che morta l'aveva sognata e descritta?

Egli si rivolge alle donne gentili, con le quali aveva parlato

volentieri di lei mentre era viva,

e dicer_à_ di lei piangendo, pui

che sì n'è gita in ciel subitamente.

(VN. 31 c. 3)

Subitamente? Oh! sì, della morte di lei aveva, appunto con quelle donne,

parlato, prima che la morte avvenisse; ma quella morte era ben diversa

da questa! E la canzone, anzi le canzoni, ch'egli aveva pur riempite di

tali imagini di trapasso, sì quella in cui gli angeli e i santi ad alte

grida la maraviglia terrena vogliono in cielo, e sì quella in cui essa

era coverta del velo funebre, quelle canzoni

erano usate di portar letizia

alle lettrici, mentre questa è disconsolata. Sono in quelle, almeno

nella seconda, gli stessi concetti, persino le stesse parole, di dolore;

eppur in quelle era letizia, questa è figliuola di trestizia. E c'è la

medesima umana contradizione nell'una e nell'altra. In quella: (c. 2)

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,

e vedea (che parean pioggia di manna),

li angeli che tornavan suso in cielo,

ed una nuvoletta avean davanti...

· · · · · · · · · · · · · ·

Lo imaginar fallace

mi condusse a veder madonna morta;

· · · · · · · · · · · · · ·

ed avea seco umilità verace,

che parea che dicesse: Io sono in pace.

Io divenia nel dolor sì umile...

In questa: (c. 3)

ed è sì gloriosa in loco degno.

Chi no la piange, quando ne ragiona

core ha di pietra...

Lo stesso dolore, irragionevole e ragionevole allo stesso modo, nelle

due sorelle; eppur sol una è disconsolata. L'altra portava letizia.

Perchè? Perchè doveva esser parte di quel poema, di quella tragedia, di

quella loda nella quale si sarebbe veduta sì Beatrice in paradiso, ma

senza ch'ella lasciasse la terra; e da tale visione e da tale colloquio,

dell'amatore con l'amata, sarebbe venuta la purificazione dell'uno e la

gloria dell'altra, ma senza uscir dal dolce mondo, se non per una

partita della mente di lui e non dell'anima di lei. Dante ha rinunziato,

ora, a quel disegno poetico. Ci ha rinunziato, quand'esso in vero

avrebbe avuto il suo pernio vero in quella vera morte. Ma nelle rime

nove la canzone cattivella non fa avanzar d'una linea quel disegno, e

ripete, si può dire, la canzone seconda. E chiude quella materia nova

della loda, che pure s'impernava sulla imaginata morte della donna in

cui era incarnata la speranza e la sapienza; e comincia una “nova

materia„. (VN. 30)

La qual nova materia che “appresso viene„ con quella terza canzone, ha

per “entrata„ “quello cominciamento di Geremia profeta che dice:

_Quomodo sedet sola_„. Invero Dante era nel proponimento d'una canzone,

che sarebbe stata la terza della loda, quando la interruppe, come s'è

detto, sorpreso dalla morte della sua donna che era “gita in ciel

subitamente„. La canzone interrotta doveva contenere “parole, ne le

quali e' dicess_e_ come _gli_ parea essere disposto a la sua (cioè della

donna sua) operazione e come operava in lui la sua vertude„. (VN. 27)

Questa operazione e vertude era tale, come si vede dalla prima stanza,

che gli spiriti pare che fuggano via, e l'anima sente tanta dolcezza

“che 'l viso ne smore„. Escono gli spiriti e chiamano la sua donna.

L'argomento è sempre un _mentis excessus_, come nella canzone seconda.

Ma resta alla prima stanza. Dante o l'interruppe per scrivere invece la

canzone, _Morte poich'io non truovo_ (Ca. c. 5), nella infermità mortale

della sua donna, o stette sospeso e muto ad attendere le novelle di

questa infermità, finchè, saputa la morte, “ancora lagrimando in questa

desolata cittade, scriss_e_, a li principi de la terra alquanto de la

sua condizione„, con quel cominciamento di Geremia: _Quomodo sedet sola

civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium._ Tale

epistola latina, che Dante non riferisce tutta “però che lo 'ntendimento

_suo_ non fue dal principio di scrivere altro che per volgare„, fa

vedere, a parer mio, insieme con la canzone terza _Li occhi dolenti_,

che Dante aveva modificato e in certa guisa scisso in due il suo

proponimento delle rime nove. Egli avrebbe cantato, in volgare, il suo

dolore per la partita dell'angiola, ed avrebbe, in latino, trattato di

contemplazion di Dio e di sapienza.

In verità, quali son essi quei principi della terra, cioè, o del mondo o

della città? E come Dante poco più che adolescente si mette a scrivere a

principi, fossero essi della città o del mondo? E come egli avrebbe loro

scritto della desolazione “della cittade„ per la morte d'una donna? E

d'una donna che, probabilmente, era moglie d'altra persona che colui che

scriveva?

Nello scrivere l'epistola Dante aveva il pensiero alla Bibbia, come si

vede dal cominciamento di Geremia. Ebbene, ricordiamo che è molto

probabile che ad un libro della Bibbia, al _Liber Sapientiae_, già

s'ispirasse, o direttamente o attraverso le mistiche dichiarazioni che

fece S. Agostino, di Lia e Rachele.[67] E leggiamo ora in quel libro.

“Chiara è ed immarcescibile la sapienza e facilmente è veduta da quelli

che l'amano ed è trovata da quelli che la cercano. Previene quelli che

la bramano, sì ch'ella si mostra loro per _prima_. Chi dal far del

giorno vigila per lei, non si affannerà: la troverà seduta alle sue

porte... chè ella, i degni di lei, va attorno cercandoli essa, e per le

vie si mostrerà a loro con lieto sembiante„.[68] È ben possibile che da

questo luogo prendesse Dante qualche circostanza nel cantar già la sua

donna che si veniva nel suo pensiero trasformando nella bella e perfetta

sapienza. Egli racconta d'averne avuto il saluto la prima volta mentre

ella passava per una via (VN. 2), ed ella è prima a salutarlo “molto

virtuosamente„. E “questa gentilissima salute salutava„ lui non

raramente, e andava spesso “per via„ (19 c. 1, 32), e trovava alcuna

volta “alcun che degno _era_ di veder lei„ (ib. 37), e passava (21 s.

11, 3), e veniva “inver lo loco„ ov'era il suo amatore (24 s. 14, 10), e

si mostrava (26 s. 15, 9); e “quando passava per via, le persone

correano per veder lei„. (26) Ed era tale, che era “laudato chi _prima_

la vide„ (21 s. 11, 11): il che non s'intende, se non credendo che si

tratti piuttosto che d'una donna, di codesta Sapienza cui vedere

significa essere o essere per essere sapienti.[69] E non s'intende che

Dante dica che trattando della partita di una donna, “converrebbe esser

_lui_ laudatore di sè medesimo„ (28), se non si crede ch'ella era tale,

che, se laudato era chi la vide, laudatissimo sarebbe stato chi avesse

detto di sè, d'averla non solo veduta e mirata, ma tanto amata.

Chè amar la sapienza vuol dire essere filosofo. Or dunque, quando il

Poeta dice che la città era rimasta quasi vedova e dispogliata da ogni

dignitade, pensa alla partita, da essa città, di quella chiara sapienza,

che andava per le vie, e si mostrava per prima o era _prima veduta_ da

quelli che la amavano, e preoccupava col suo saluto quelli che la

bramavano, e andava attorno mostrandosi alla gente _hilariter_, cioè

così piacente a chi la mirava. Di questa, cioè della sapienza, era

rimasta vedova la città. Non è possibile si tratti d'altro, perchè quali

sarebbero i principi della terra ai quali Dante si rivolge, se non

fossero quelli ai quali si rivolge in quel capitolo sesto l'autore del

libro della sapienza, o, meglio, il re Salomone, in cui persona quel

libro è scritto? “Udite dunque o re, e intendete; imparate, o giudici

de' paesi della terra! Porgete le orecchie voi che tenete le

moltitudini... A voi dunque, o re, si volgono queste mie parole,

affinchè impariate sapienza... Bramate le mie parole, amatele e avrete

intendimento. Chiara è ed immarcescibile la Sapienza e facilmente è

veduta...„ Per l'innanzi, facilmente veduta; or no: l'autore di questo

nuovo piccolo libro di sapienza, libro in latino, in versetti, di stile

biblico, il nuovo ingenuo Sirach o Salomone di Fiorenza, dice ch'ella

non si fa veder più, non saluta più, non sorride più. E questo pur dice

a principi, anch'esso. E che altro? Non sappiamo. E tuttavia possiamo

affermare che nell'uscir dall'adolescenza già Dante aveva in mente le

parole con cui quel libro di Sirach comincia, e che dovevano

fiammeggiare, lettera per lettera, nel cielo di Giove: (Par. 18, 91)

DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM.

Ma anche questo proponimento di fare, per una parte, trasformando una

donna amata nella amata sapienza, un latino libro di Sapienza, nel

quale, forse, s'insegnava rettitudine ai principi; e per l'altra,

conservando alla donna morta le sue sembianze, ahimè, svanite per

sempre, altre rime volgari d'amore; anche questo proponimento dileguò in

breve. Apparisce a Dante (egli racconta) il viso d'“una gentile donna„.

X.

LA DONNA GENTILE

Dante era “in parte, ne la quale _si_ ricordava del passato tempo„ e

“molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto che _gli_ faceano

parere di fare una vista di terribile sbigottimento„. (VN. 35) Ed ecco,

da una finestra, lo riguardava una gentile donna giovane e bella molto.

Egli s'accorse ch'ella pensava alla sua “vita oscura„ ed egli “temendo

di non mostrare la _sua_ vile vita„ o “di dimostrar con gli occhi _sua_

viltate„, si tolse dinanzi a lei, chè sentiva che gli veniva da piangere

nel veder lei compatire. Ritrattosi pensava: “E' non puote essere, che

con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore„, oppure:

ben è con quella donna quello Amore

lo qual mi fece andar così piangendo.

(s. 19)

L'amore di Beatrice morta era, dunque, nella donna gentile viva: Sì:

l'amore stesso. L'amore è la cera, e l'una e l'altra donna, la morta e

la viva, la gentilissima e la gentile, sono due impronte. L'amore è il

centro del circolo alla cui circonferenza sono quei due punti, questo

buono, quello men buono, l'uno qua, l'altro colà,[70] ma tutti e due

alla stessa distanza dal centro. Non è un amore; è l'amore; dunque il

nuovo è come l'antico. Così pensa il Poeta, o a dir meglio, torna a

pensare. Amore potrebbe apparir nuovamente a lui e dirgli: _Ego tamquam

centrum circuli_... La differenza è, a quel che pare, solo in ciò che

ora la gentilissima è morta e allora era viva; e ora quindi, il

traviamento o smarrimento di Dante e il suo cacciare _simulacra_ o

imagini false, non è più necessario, anzi non è più concesso, figurarli

come schermi o difese per salvare il segreto.

Oltre che in questa mossa, dirò così, psicologica, dell'amore centro di

circolo, che era ed è; l'episodio della donna gentile si riscontra con

quello della difesa già da principio nel cominciamento, dirò, esterno.

In quello della difesa, Dante “era in luogo, dal quale vedea la _sua_

beatitudine„; egli sguardava, mirava, era pieno della vista di lei. Il

suo atteggiamento era di dolore, sì ch'egli si sentì dire appresso:

“Vedi come la cotale donna distrugge la persona di costui„. (VN. 5) E

quest'altra volta, Dante “molto stava pensoso, e con dolorosi

pensamenti„, e “travagliare„ poteva chiamarsi il suo stato; e pensava e

travagliava per la gentilissima. Sin qui, salvo che la gentilissima era

allora visibile e ora no, è a un di presso la stessa cosa. E poi, nel

primo fatto, “nel mezzo di lei e di _lui_, per la retta linea, sedea una

gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale _lo_ mirava spesse

volte„; nel secondo, “vide una gentile donna giovane e bella molto, la

quale da una finestra _lo_ riguardava... pietosamente„. A un di presso,

la stessa cosa, nel suo principio.

E la stessa cosa, nel suo seguito, se consideriamo come un fatto unico

gli amori delle due donne dello schermo, dopo i quali avviene il diniego

del saluto. In verità i due amori hanno un pernio unico in

quell'apparizione di Amore peregrino che consiglia, cioè fa sostituire

l'uno all'altro. Or bene tale sostituzione si opera col recare il cuore

di Dante da una parte all'altra, da un vecchio a un novo piacere. (VN.

9, s.) E questo cuore è trasportato da Amore peregrino, meschino, a capo

chino. Leggiamo ora il contrasto tra gli occhi e il cuore (s. 21) e

l'altro tra l'anima e il cuore (s. 22); contrasti che sono tutti e due

tra l'anima e il cuore, ossia tra la ragione e l'appetito, (38) con

questo che il primo è piuttosto tra appetito ragionevole o ben diretto,

e appetito irragionevole o mal diretto, e il secondo, più recisamente

tra ragione cioè anima, e appetito cioè cuore. Il che è manifesto dalle

parole di Dante: “In questo sonetto (s. 22) fo due parti di me... L'una

parte chiamo _cuore_, ciò è l'appetito; l'altra chiamo _anima_, ciò è la

ragione... Vero è che nel precedente sonetto io fo la parte del cuore

(cioè propriamente della ragione) contro quella de li occhi, e ciò pare

contrario di quel che io dico nel presente (in cui fa la parte della

ragione o anima); e però dico, che ivi lo cuore anche intendo per lo

appetito, però che maggiore desiderio era il mio ancora di ricordarmi de

la gentilissima donna mia, che di vedere costei (e perciò l'appetito era

guidato ancora dalla ragione), avvegna che alcuno appetito n'avessi già,

(di vedere costei), ma leggero parea: onde appare che l'un detto non è

contrario a l'altro„. Così è: levando gli impacci scolastici, nei due

sonetti Dante esprimeva il contrasto tra un amore nobilissimo e un altro

non nobile, cioè vile. Si tratta anche qui d'amore malvestito che

predomina su un altro vestito di bianco. E per inganno; chè sulle prime

nobilissimo è detto il primo, e dal secondo è fatta “vile„ la vita.

Anche quando si struggeva per l'amor di Bice, sì che pensò poi alla

difesa, Dante, a giudizio di Guido, pensava vilmente![71]

Ma ecco, i drammi in simil modo impostati, si conchiudono in simil modo.

Nel primo, Dante, per una “soverchievole voce che parea che l'infamasse

viziosamente„ patisce il diniego del saluto della gentilissima, e gli

giunge tanto dolore che si apparta dalla gente, e piange e chiede

misericordia, s'addormenta e ha nella nona ora del dì la visione del

giovane biancovestito. (VN. 10 e 12) Nel secondo, “contra questo

avversario de la ragione si levò un die, quasi ne l'ora de la nona, una

forte imaginazione in _lui_„. (39) Non gli appare, a dir vero. Amore

biancovestito, sì la “gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne,

co le quali apparve prima a li occhi _suoi_„. Ma perchè tale

abbigliamento della prima fanciullezza, se non a dichiarare il concetto

“ch'_egli fu_ suo tostamente dalla sua puerizia„? (12) “Pareami giovane

in simile etade ne la quale io primieramente sì la vidi„: dice il Poeta

di lei, nella forte imaginazione. “Voglio che tu dichi certe parole per

rima, nelle quali tu comprendi la forza ch'io tengo sopra te per lei, e

come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia„: dice Amore al Poeta,

nella sua apparizione. E Dante dice allora quelle certe parole che si

assommano nella protesta: _e' non mutò 'l core!_ (b. 1, 24) E ora

“cominciò a pensare di lei; e ricordando_si_ di lei secondo l'ordine del

tempo passato, lo _suo_ cuore si cominciò dolorosamente a pentère de lo

desiderio, a cui vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra

la costanzia de la ragione: e discacciato questo cotale malvagio

desiderio, sì si rivolsero tutti li _suoi_ pensamenti a la loro

gentilissima Beatrice„. E qui sospira e lagrima e incierchia gli occhi

di corona di martìri. Il pentimento nel primo dramma vien prima

dell'apparizione; nel secondo, vien dopo; ma è per la medesima cagione

ed espresso quasi con le medesime parole: “in solinga parte andai a

bagnare la terra d'amarissime lagrime, e poi che alquanto mi fue

sollenato (_al._ sollevato) questo lagrimare, misimi nella mia camera„:

(12) “per questo raccendimento de' sospiri si raccese lo sollenato

(_al._ sollevato) lagrimare„. (39) E il pentimento è nell'un dramma e

nell'altro, sebbene nel primo, per via di quell'allegorizzare di schermo

e difesa, non sia espressamente dichiarato; ma il pargoletto battuto

lagrima forse per ira? E, dov'è il pentimento dovendo essere anche la

colpa, la colpa è nell'uno e nell'altro dramma, sebbene nel primo sia

espressa, al solito, per allegoria. In esso è mostrata con i vil drappi,

col sembiante di servo che ha l'amor peregrino che diede il mal

consiglio; nel secondo, l'amore stesso, non personificato, ma lasciato

quel ch'è, uno accidente in sustanzia, è detto “pensiero che in così vil

modo vuole consolar_lo_„ (38), è detto “desiderio a cui sì vilmente il

cuore s'avea lasciato possedere„, (39) e “per vile assai„ Dante se ne

teneva. (37) E se quella prima colpa era stata un consiglio d'Amore,

anche questa seconda era “uno spiramento di amore„. (38) E ambedue erano

“contro la costanzia della ragione„ (39), se nelle parole del giovane

biancovestito, _Ego tamquam centrum circuli_, è incluso il concetto

d'incostanza. E sì, sì. Quando il Poeta, nel primo fatto, protesta di

non aver mutato il cuore, dice appunto d'essere stato costante; e dunque

la colpa che gli si poteva addebitare era d'incostanza. E colpa era,

perchè se allegorizzando egli poteva dire che il suo amore per le donne

dello schermo era _simulato amore_, parlando proprio doveva dire che

quelli erano simulacri d'amore, cioè false imagini di bene.

Dopo il primo pentimento, con l'intervallo di alcuni capitoli e rime, è

espresso il proposito di prendere nova materia dilettevole a udire, (17)

troppo alta materia quanto _a lui_: la “loda di quella gentilissima„, e

non altro che questa. (18) Dopo il secondo pentimento, con l'intervallo

pur di alcuni capitoli e rime, egli si propone “di non dire più di

questa benedetta (era morta), infino a tanto che _e'_ potess_e_ più

degnamente trattare di lei„. (42) Allora non ardia cominciare e dimorò

alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare o mistica

per vederla; passaggio per l'inferno, con tale morte mistica, al fine di

raggiungere lei, adirata, perchè l'amatore ha seguito vani simulacri

d'amore, credendo seguir lei cioè il bene; visione della precorritrice,

di Giovanna, della Primavera, nel luogo, forse, dell'eterna primavera;

visione appresso lei della Beatrice; rimproveri d'incostanza; ascesa,

forse, con lei al cielo, dove era dileguata come una nebuletta, sebben

fosse ancor viva: dannati e beati, insomma, scienza e sapienza, o

primavera e luce, Giovanna e Beatrice. Cominciò.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 6 / 42 段