Il poeta domanda alle Muse che gli concedano dell'acqua che da quel

monte scaturisce, ossia la potenza di pensare e mettere in versi cose

forti cioè difficili. E le Muse invita a concedergli tale potenza, per

quelle fami e quei freddi e vigilie che sofferse per loro: per quel

molto soffrire e fare e sudare e gelare e il resto, oraziani. Si tratta

dunque di studio e di meditazione, d'arte e di scienza, chè quest'ultima

parola “scienza„ è appunto dichiarata dal poeta uguale a Musa: (VN. 25)

“Per Orazio parla l'uomo alla sua _scienza_ medesima, siccome ad altra

persona... _Dic mihi, Musa, virum_„. Dunque, in quella sua canzone

augurale, Dante bevve all'Elicona, non quando la lingua da sè parlò, ma

quando pensò alquanti dì prima di cominciarla. E leggiamo ancora: “Ma

badare e discernere a quel modo che si deve, _hoc opus et labor est_,

poichè non mai, senza valentia di ingegno e assiduità d'arte e abito

delle scienze (le quali sono tutte membra di sapienza — Co. 3, 11), è

ciò possibile. E tali sono quelli che il Poeta, nel sesto delle Eneidi,

chiama diletti di Dio e dall'ardente virtù sublimati all'etere, e figli

degli Dei, sebbene e' parli figuratamente. E perciò confessino la loro

stoltezza (tornano in volta quelli che rimano _stoltamente_) coloro che

immuni d'arte e scienza (la quale richiama le scienze di più su ed

equivale perciò a sapienza), confidando nell'ingegno solo, prorompono a

cantare di tali altissimi soggetti nell'altissimo stile (_summe summa_);

e desistano da tanta prosunzione; e se sono oche per loro naturale

ignavia, non vogliano imitare l'aquila che va alle stelle„.

Oh! l'_aquila astripeta_ è l'ingegno sì, ma che s'unisce all'arte e alle

scienze! Pensiamo: Pindaro[58] figurava il poeta grande nell'aquila che

non va come i corvi predando terra terra nei solchi un facile cibo;

Dante lo figura, anch'esso nell'aquila che vola verso le stelle, e a lei

oppone un altro animale che ama gli stagni se non i solchi. Ebbene

quest'animale, che è l'oca, è a rappresentare coloro che non hanno arte

e scienza, cioè confidano nel solo ingegno. Può parere che le due aquile

abbiano molto differente natura; può parere che l'aquila di Dante si

levi tant'alto in virtù del cibo che amavano i corvi di Pindaro, e che

l'aquila Dircea diventi, nel pensier di Dante, un'oca italica. Può

parere e non è: Dante s'è incontrato, senza saperlo, con Pindaro; perchè

ciò che leva agli astri la sua aquila è l'ingegno che studia e ama,

ossia l'ingegno che è ingegno. L'ingegno delle oche non è che un vano

starnazzare, un pesante desiderio di levità, un alzare verso le stelle

il solo collo, che è lungo sì, ma non arriva alle stelle.

E diciamo dunque che il dolce stil nuovo di che udiva Bonagiunta,

consiste nel fatto che le penne andavano strette diretro a un dettatore

che si chiama studio; studio dell'arte. E lo studio dell'arte per Dante

consisteva nell'intento d'imitare il più da presso possibile i poeti

grandi cioè regolari. E tale studio gli diede la potenza,

riconosciutagli subito dal buon lucchese, di significare a quel modo che

l'Amore dettava. Dante viene a dire che in lui “forma... s'accorda...

all'intenzion dell'arte„, perchè non è sorda, “a risponder la materia„.

(Par. 1, 127) E ciò ottenne per quel lungo studio e grande amore, che è

adombrato in Virgilio studio e amore. Questa sublime facoltà di

scrivere, poetando, come sotto dettatura, è espressa per tutte le due

prime cantiche della Comedia in altro modo: con andare insieme a

Virgilio e udirne di presenza le parole e notarle. Ma con questa

facoltà, diremo, stilistica, nelle parole a Bonagiunta egli indica,

ripeto, un altro effetto della sua imitazione prossima de' poeti grandi.

Nella sua invettiva giovanile contro i rimatori stolti, parla d'un

verace intendimento che ha da essere sotto la bella vesta di figure o

colore, e d'un ragionamento che ha a giustificare un tal uso; e nel suo

trattato teorico non disgiunge mai dall'arte le scienze, cioè la

filosofia. La frase “quando Amore spira noto„ vale a indicare, mi

sembra, codesto _scientiarum habitus_, codest'abito filosofico, che è

appunto un consueto spirare dell'amore di sapienza, cioè filosofia. Al

che gioverà meditare questo passo: “Per amore io intendo lo studio il

quale io metteva per acquistare l'amore di questa donna (la sapienzia o

filosofia)... È uno studio il quale mena l'uomo all'abito dell'arte e

della scienzia; e un altro studio, il quale nell'abito acquistato

adopera, usando quello: e questo primo è quello, ch'io chiamo qui Amore,

il quale _nella mia mente informava continue nuove e altissime

considerazioni di questa donna_ (quella _primaia_ scienza che _è vera

filosofia in suo essere_ — 2)„. (Co, 3, 12) Sì, questo informare di

continue, nuove e altissime considerazioni nella mente è quello che

Dante chiama spirar d'amore. E insomma nel suo terzetto Dante dice a

Bonagiunta: Lo studio che mi mena all'abito delle scienze, cioè della

filosofia, e all'abito dell'arte, mi fornisce “continue, _nuove_ e

altissime„ considerazioni, e mi dà la facoltà d'esprimerle. Questo,

s'intenda, aiutato da un po' d'ingegno...

VIII.

GUIDO E IL SUO DISDEGNO

Ma no: l'ingegno non lo nomina neppure. Perchè quelle parole sono

professione di, secondo il pensamento degli uomini, modestia. Dante

dice: “È lo studio che mi fa quel che sono: io non duro altra fatica che

in trascrivere ciò che mi si detta„. Certo l'ingegno è sottinteso: non è

possibile poetare “_sine strenuitate ~ingenii~ et ~artis~ assiduitate

~scientiarumque~ habitu_„. (VE. 2, 4) È sottinteso: altra volta se lo

riconosce e lo dice _alto_; (Inf. 2, 7) qui non ne parla. Ne parla anche

a proposito de' suoi studi al loro principio o a dir meglio alla loro

ripresa: nella sentenza d'un libro di Boezio e d'un altro di Tullio era

entrato “tant'entro quanto l'arte di Gramatica ch'_egli_ avea, e un poco

di _suo_ ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come

sognando, già vedea; siccome nella Vita Nova si può vedere„. _L'arte_ di

gramatica e un poco _d'ingegno_, allora; ora l'abito delle scienze e

l'assiduità dell'arte, con l'alto ingegno, sottinteso, però, nel

conversare con Bonagiunta. Conversando con costui, Dante non ha già più

sulla fronte il primo P, nè dà prova di quella vanagloria o superbia

(che noi chiameremmo coscienza legittima di sè), della quale egli pur

s'accusa in altra cornice (Pur. 13, 136), e della quale, chi ben

consideri, dà prova nel trattare di quel peccato istesso, facendo che

altri, nella finzione poetica, indichi, mentre indica esso, nella

realtà, uno che all'uno e all'altro Guido toglierà la gloria della

lingua, cioè del dire. (Pur. 11, 98) Con Bonagiunta fa professione di

modestia. Il vecchio rimatore domanda se ha in presenza l'autore di

quella tale e tanta novità; e il rimatore nuovo risponde: “Oh! non c'è

da menarne vampo! è per un po' di studio che faccio, innamorato come

sono del sapere!„ E tale studio e amore è così, per così dire, fuor di

noi, s'appartiene così poco all'io che dentro noi “in alto galla„, che

appunto il grande Poeta nostro lo raffigura in altra persona che con lui

vada; in Virgilio. Ma l'ingegno si sottintende. L'amore spira; chi nota,

se non l'ingegno? Lo studio detta; chi accoglie le sue parole, se non

l'ingegno? Il “seguace ingegno„, come Dante stesso dice (Pur. 18, 40):

“Le tue parole,„ cioè di te, o studio, “e il mio seguace ingegno...

m'hanno amor discoverto„ cioè, mi hanno data la conoscenza di codesta

teorica sull'amore. Così come quella volta, è sempre. Con lo studio, ci

vuol l'ingegno; e si capisce bene, tanto che si può anche tacere; e con

l'ingegno, ci vuol lo studio; il che non si vuol capire da tutti; dai

vecchi rimatori, per un esempio, come il Notaro e Guittone e Bonagiunta,

cui questo nodo ritenne di qua del dolce stil nuovo di Dante: dagli

stolti rimatori per un altro (proprio altro?) esempio, che “_arte

scientiaque immunes, de solo ingenio confidentes_„ si buttano ai grandi

soggetti e al grande stile. Dante, no. Subito a principio della prima

cantica del poema sacro esclama: (Inf. 2, 7)

o Muse, o alto ingegno or m'aiutate!

o Muse, cioè, “tu, o _scienza medesima_ del poeta„. (VN. 25) Dunque

_scienza_ del poeta o _arte_ poetica, e ingegno. E a capo della seconda

cantica (Pur. 1, 1) fa alzar le vele alla navicella del suo ingegno e

chiama ancora le Muse, cioè la scienza o arte:

O sante Muse, poichè vostro sono:

come a dire che dell'arte poetica è ormai padrone. E a capo, infine,

della terza più sublime parte dell'opera sua, se non l'alto ingegno, ha

l'intelletto che “si profonda„,[59] e oltre le Muse dell'un giogo di

Parnaso, ha il buono Apollo che siede nell'altro. Anche qui, dunque,

ingegno e scienza o arte. E con essi, nomina, nella prima e nell'ultima

cantica, in principio e in fine della visione, anche la mente che

scrisse ciò che vide (Inf. 2, 8); e la mente che fece tesoro, sì, di

qualche cosa del regno santo, non però di tutto, che non sa nè può

ridire: (Par. 1, 5) la memoria, insomma. E noi pensiamo alle parole di

Beatrice: (Par. 5, 40).

Apri la mente a quel ch'io ti paleso,

e fermalvi entro, chè non fa scienza,

senza lo ritenere, aver inteso.

Or come le cose che Dante nella sua visione vide e udì, appartengono

tutte ora all'una ora all'altre di quelle _scientiae_ che sono le membra

della Sapienza (Co. 3, 11), così questo ritenere le cose che vide e udì,

è tutt'uno con quello _scientiarum habitus_ che con l'ingegno strenuo e

con l'arte assidua egli dice necessario al poeta che non sia stolto.

(VE. 2, 4) Poichè “abito„ propriamente detto è un perfetto acquisto (Co.

3, 13), e così può ben ragguagliarsi a un apprendere non solo ma

ritenere.[60] E usare, aggiungo; chè all'abito consegue l'uso di ciò che

s'è perfettamente acquistato (Co. ib.); sì che noi leggendo questo verso

(Par. 10, 43)

perch'io lo ingegno e l'arte e l'uso chiami,

ci troviamo innanzi sempre quella triade: la strenuità dell'ingegno,

l'assiduità dell'arte, l'abito delle scienze, che allora è perfetto,

quando noi possiamo usarne.

Fermiamo dunque nella mente nostra che Dante proclama necessari alla sua

visione l'ingegno, l'arte e l'abito e uso conseguente delle scienze,

ch'egli, quasi allegorizzando, dice non essere se non la memoria delle

cose ch'egli udì e vide; e non vide certo nè udì a quel modo che dice;

ma studiò e apprese e ritenne e usò. L'ingegno l'aveva da sè; ed egli lo

riconosceva dalle gloriose stelle dei Gemini (Par. 22, 112), qual che

egli si fosse; e anche assai giovane se lo riconosceva, sebben dicesse:

un poco (Co. 2, 13); e lo riconosceva, perchè sottintesa, in tutto il

libello della Vita Nova, circola[61] questa frase del libro della

Sapienza: “Puer... eram _ingeniosus_ et sortitus sum animam bonam„;

frase che echeggia sotto le parole di Beatrice: (Pur. 30, 115).

Questi fu tal nella sua vita nuova

virtualmente, ch'ogni abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova.

In tale sua virtualità era certo anche l'ingegno. Ingegno egli aveva:

che gli mancava? Qual parola avrebbe usata Dante a indicare, nel

proposito dell'ingegno, in una parola sola, quel che gli mancava? Nella

Comedia fa dire a un angelo: L'altra vuol troppa d'ingegno e d'_arte_;

fa dire a Virgilio: Tratto t'ho qui con ingegno e con _arte_ (Pur. 9,

125; 27, 130); dice: La gente con ingegno ed _arte_ acquista. (Par. 14,

117) Facilmente questa parola, _arte_, avrebbe egli detta, come quegli

che dice in vero che ne aveva una dall'arti, l'arte di grammatica, che

non poteva bastare. E ad acquistarla, l'arte, ci si mise di proposito

come afferma sul fine del suo libello: “di venire a ciò (a poter

trattare più degnamente della benedetta) io studio quanto posso„; e lo

conferma altrove dicendo di essersi messo a leggere un libro di Boezio e

uno di Tullio, e poi d'aver trovato “vocaboli d'autori e di scienze e di

libri„, e d'essere andato “nelle scuole de' religiosi e alle

disputazioni de' filosofanti„. (Co. 2, 13) Ma così finiva egli forse con

acquistare soltanto l'abito dell'arte? Anche l'altro abito, diciamo noi,

quello _scientiarum_. Ma l'uno adduceva l'altro, per naturale

svolgimento, sì che a dir l'uno si dice anche l'altro; e noi non

crederemmo, per esempio, che Virgilio dicendo “Tratto t'ho qui con

ingegno e con arte„, non comprendesse nella parola arte anche l'abito

delle scienze, delle quali dà tante prove nel suo viaggio. E così

leggendo nel libro dell'eloquenza volgare, che il volgare illustre cerca

gli eccellenti _ingenio et scientia_, e che gli ottimi concetti non

possono essere se non dove è _scientia et ingenium_, e che l'ottima

loquela non conviene se non a quelli in cui è _ingenium et scientia_

(VE. 2, 1), noi non esitiamo a credere che in quella parola _scientia_

sia compreso tutto ciò che ci vuole, oltre l'ingegno; quindi, oltre

l'assiduità dell'arte, anche l'abito delle scienze; o oltre questo,

quella; sia che _scientia_ crediamo stia qui per arte, come parrebbe dal

raffronto con la locuzione _casu magis quam arte_ (VE. 2, 4, 1), sia che

valga per _scientiae_, come supporrebbesi col raffronto a _arte

scientiaque immunes_ (ib. 7). La frase _excellentes ingenio et

scientia_, senz'alcun'ombra di dubbio, vale a indicare quelli stessi

uomini, diletti di Dio e sublimati al cielo, che ebbero strenuità

d'ingegno e assiduità d'arte e abito di scienze. E di questi era certo

il Poeta che guida il rimatore nuovo per la sua lunga via! Ora egli si

chiama studio e amore, interpretando; quello stesso studio e amore “il

quale mena l'uomo all'abito dell'arte e della scienzia (cioè

sapienza)„;[62] “quello studio e quella affezione che suole precedere

negli uomini la generazione dell'amistà, quando già dall'una parte è

nato amore, e desiderasi e procurasi che sia dall'altra„. (Co. 3, 12).

Or bene. Da una delle arche dell'inferno, sorge alla vista del viatore

un'Ombra che è il padre del primo amico suo degli anni giovanili. (Inf.

X, 51) L'ultima parola che suona nel discorso di Dante, sembra abbia

avuta virtù di farlo levar su in ginocchione. Guarda, come se volesse

vedere s'_altri_ era col fiorentino che aveva parlato, e non vedendo

un'Ombra come lui, oltre Dante, piangendo dice: “Se per questo cieco

carcere vai per altezza d'ingegno, mio figlio ov'è? e perchè non è

teco?„ Poichè all'andare per quel cieco carcere si era resi idonei da

qualcosa di cui almeno un elemento era l'ingegno (a giudizio del

sepolto, era anzi l'unico); ebbene possiamo subito dire quali altri

elementi costituivano quella facoltà, dato che ella non fosse costituita

da quel solo elemento. Così se un bimbo dice: tu mi dai soltanto la

buccia; noi intendiamo, che quel che ei vuole è costituito anche da

polpa o gheriglio. E così se un altro dice: voglio solo il tuorlo;

intendiamo che ciò che non vuole, è il bianco e magari il guscio. E

dunque è certo già dalla domanda che, se Dante è per rispondere che

l'alto ingegno (che riconosce a sè e riconosce al primo amico suo) non

basta, risponderà che a Guido mancava, o ciò che è indicato dalle Muse e

dalla mente che scrive, (Inf. 2, 7) in quel passo dove è l'alto ingegno;

o ciò che è significato dai due gioghi di Parnaso e dalla memoria,

nell'altro passo dove è l'intelletto che si profonda (Par. 1, 5); o ciò

che è accennato dalle sante Muse e da Calliopea nell'altro luogo dove è

la navicella dell'ingegno; (Pur. 1, 2) o ciò (aggiungo) che è

simboleggiato in quella diva Pegasea, senza la quale gli ingegni

avrebbero un bello essere alti ma non sarebbero gloriosi e longevi (Par.

18, 82); risponderà che a Guido mancava ciò che è accoppiato da solo con

ingegno nella Comedia, ossia l'arte; ciò che è accoppiato a ingegno da

solo nella Volgare Eloquenza, ossia la scienza; ciò che nel poema e nel

trattato è meglio esplicato per due elementi, ossia l'arte e l'uso,

ossia l'assiduità dell'arte e l'abito delle scienze, ossia, come si

dice, ricapitolando, in questo ultimo passo, _l'arte e la scienza_. E

Dante parla e dice: Da me stesso non vegno. Dunque risponde negando ciò

che il sepolto ha affermato: Tu vai per altezza di ingegno. E Dante

aggiunge: Mi _mena_ per il cieco carcere quell'Ombra che attende là.

Dunque dice: per qui mi mena, non ciò che dite voi, o almeno non ciò

solo, ma lo studio; lo studio o amore (ripetiamo con le parole del

Convivio 3, 12) “il quale _mena_ l'uomo all'abito _dell'arte e della

scienza_„. Invero quell'Ombra è un savio gentil che tutto seppe, è uno

“che onora ogni _scienza ed arte_„. E Dante conclude:

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

Ebbe: perchè lo studio che ora menava Dante per il cieco carcere, era

cominciato da un buon po'; e da un buon po' avrebbe dovuto cominciare in

Guido, se voleva fare il medesimo viaggio; da un buon po', come assevera

Dante stesso, sul principio del poema, a Virgilio: (Inf. 1, 84)

“Vagliami il lungo studio„ oltre il grande amore. Ebbe: perchè si tratta

dello studio che conduce all'arte e alla scienza, e non di queste

medesime; chè allora Dante avrebbe detto: “Aveva in disdegno, quand'io

mi mossi; ha in disdegno, ora che vo„. Ebbe; e non si può dire se non,

_ebbe_; quell'_ebbe_ che non sta con alcun'altra interpretazione.

L'ingegno Guido l'aveva, e alto, come per bocca del padre di lui

proclama il primo di lui amico; ma che è l'ingegno? L'ingegno è come,

sulle panche di scuola, il bimbo che scrive a dettatura dell'amore o

studio; ossia è _seguace_ delle _parole_ di codestui, che attende là: se

non c'è lui che parli e che detti, che cosa intende, che cosa scrive

questo bimbo dell'ingegno? E così il nostro Poeta con Cavalcante fa la

stessa professione di modestia, che farà con Bonagiunta. “Da me stesso„

non farei nulla; chi fa è un altro, sono altri; sono i grandi poeti e i

grandi filosofi che mi parlano e mi dettano.[63]

Così Dante non dice di Guido filosofo e autore d'una nobile canzone

filosofica: Non fu o era filosofo. Non dice di Guido poeta e partecipe

con lui dello sdegno per gli stolti rimatori, e tale che tolse all'altro

Guido la gloria della lingua: Non fu poeta. Il che è ben assurdo che

Dante dicesse, quando sappiamo che non lo pensava: nello sdegno, in

vero, per quelli che rimano stoltamente, senza verace intendimento, sono

implicite, a non parlar d'altro, le conoscenze filosofiche e artistiche:

(VN. 25) e, se l'avesse pensato, assurdissimo sarebbe che lo dicesse al

padre amoroso, e così seccamente. E poi avrebbe detto: Non era, quando

m'avviai, non è, ora che sono in via, filosofo o poeta; e dice invece:

Ebbe a disdegno. E altrettanto assurdo è pensare che, secondo il

pensiero di Dante, avesse avuto a disdegno, in Virgilio, la latinità.

Sì: da Guido fu Dante confermato nel suo consiglio di scrivere in

volgare la Vita Nova: “lo intendimento mio non fu da principio di

scrivere altro che per volgare... e simile intenzione so che ebbe questo

mio amico a cui ciò scrivo, cioè che io gli scrivessi solamente in

volgare„ (VN. 31). Fu confermato in tal consiglio, e così bene, che

Dante poi difese l'uso del volgare nel Convivio e ne teorizzò nel

trattato della Eloquenza e lo sublimò nella Comedia. E ora, con le

parole di appunto questa sua Comedia in volgare, rimprovererebbe tal

consiglio di lui e tal uso di tutti e due all'amico? E più che mai è

assurdo pensare a un disdegno di Guido per la ragione sommessa alla

fede; la qual ragione così sommessa fosse simboleggiata in colui che

attende là. Il che non è; ma se fosse, a Dante si farebbe dire che

Guido, d'alto ingegno, non disdegnava la sommessione alla fede, bensì la

ragione; come, per tacer d'altro, si rileverebbe dalle parole di

Virgilio: (Pur. 18, 46)

Quanto ragion qui vede

dirti poss'io, da indi in là t'aspetta

pure a Beatrice ch'è opra di fede.

Nè si esce dall'assurdo, imaginando che la disdegnata o il disdegnato

sia Beatrice o Dio. Lasciando al solito ogni altra considerazione, la

risposta, in tal caso, di Dante non sarebbe cominciata col dire: Da me

stesso non vegno; e non avrebbe continuato con l'indicare la guida; ma

poniamo anche che il Poeta con quel giro di parole mostri... che altro

se non una cotal vergogna di andare a Dio o Beatrice? Poniamo questo

assurdo: ma il fatto è che Dante nella sua risposta non inchiuderebbe se

non la notizia che era inclusa nella domanda del Cavalcante, il quale

sapendo che Dante è vivo e va per il cieco carcere, sa appunto che fa un

viaggio di contemplazione, con la sua _altezza d'ingegno_, e che la

contemplazione è di Dio.

Ma che giova indugiarci? La mia dichiarazione non è di quelle che hanno

bisogno dell'assurdo delle altre, per essere probabili.[64] È

indubitabile, la mia dichiarazione. Dante risponde umilmente al padre di

Guido: gli dice: Faccio questo viaggio perchè mi sono fatto seguace,

servo, discepolo di colui, che è mio duca, signore, maestro. E con ciò

non dice, al padre di Guido, che questi non istudiò; bensì che non

istudiò tanto da bastare a tal via. Dice soltanto che questi non si

diede a tale umile e paziente studio a quale si era dato esso. E perciò

l'arte, che da sè può esprimere ciò che occorre oltre l'ingegno, l'arte

che è la parola al cui suono par destarsi dal suo letto il padre di

Guido, l'arte di Guido non era quanta bisognava. Ma, pur nel fare un

appunto al suo primo amico, Dante ponendo la causa invece dell'effetto,

indicando lo studio piuttosto che l'arte, lo viene in certo modo a

scusare. Lo studio i poeti sogliono (e solevano anche al tempo di

Dante), quasi per proprio istituto, spregiarlo o sdegnarlo. Essi

preferiscono dovere i loro canti a qualche cosa che non è loro merito se

l'hanno, come non è nostra colpa se non l'abbiamo, cioè all'ingegno; di

quello che a qualche altra cosa che è nel poter nostro averla o non

averla, e quindi è vero merito se l'abbiamo e vero demerito se non

l'abbiamo: allo studio. Tant'è: e il padre di Guido, che ha l'orgoglio

di padre, mostra anch'esso, con quel fissarsi sull'altezza dell'ingegno,

di non aver presente allo spirito quell'altro termine del binomio e di

non curarne più che tanto. E Guido stesso, ciò che di lui morto dice

l'amico, se l'avesse potuto udir da vivo, oh! quasi quasi l'avrebbe

ascoltato con piacere. Chè l'amico gli riconosceva ciò che non è in noi

acquistare quando manca, e gli negava solo ciò che si può avere quando

si voglia e da chi si voglia. E poi, _forse_! poi, non del tutto!

Virgilio personifica, sì, lo studio di Dante e l'amore; ma, ripeto, uno

studio che fu lungo e un amore che fu grande. Andare col “savio gentil

che tutto seppe„ significa saper tutto. Udire da Virgilio tante

dichiarazioni storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche e vai

dicendo, vuol dire avere studiato storia, mitologia, filosofia,

teologia: tutto il trivio e tutto il quadrivio e altro. E avere appreso

e ritenuto.[65]

Nel che è da osservare che se è vero che Dante raffigura in Virgilio che

lo volve per gli empi giri, lo studio che mena all'abito dell'arte e

della scienza, non è men vero che viene a rappresentare in lui l'abito

stesso, e l'uso d'esso: perchè Dante finge sì d'essere addottrinato via

via da Virgilio, ma s'intende che quelle dottrine e' le possiede già;

possiede l'arte con cui egli scrive e possiede la scienza della quale

egli tratta. S'intende. E s'intende, per contrario, che, quando, vedendo

l'Ombra nel gran deserto, dice a lei: Miserere di me!, non da quel

momento vede Virgilio e l'opera sua, e non da quel momento comincia lo

studio, che in Virgilio o nel suo volume è simboleggiato. Lo grida egli

stesso, che non comincia d'allora!

vagliami il lungo studio e il grande amore

che m'han fatto cercar lo tuo volume!

Che m'han fatto! Quando? nella selva oscura? mentre avanzava verso la

lonza e arretrava avanti la lupa? E sì, il tempo del verbo farebbe

pensare proprio a quel mattino! Ma nell'allegoria Dantesca il verace

intendimento è nascosto sotto una vesta di figura; non è a parte a parte

e del tutto impersonato in tante figure. Scoprendo via via tal vesta o

tal velame, voi vedete il verace intendimento che si svolge sovente con

parole sue proprie.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 5 / 42 段