Prima del 1290[51] Dante propose di prendere “per materia del _suo_

parlare sempre mai quello che fosse loda di _quella_ gentilissima„; e

questa era dunque “materia nuova e più nobile che la passata„, e come

nuova “così troppo alta„. (VN. 17 e 18) Con le due canzoni, per ciò,

tentò far già quello che prometteva di fare nell'ultimo capitolo del suo

libello: “più degnamente trattare di lei„. Con le due canzoni, quindi, e

con altre che dovevano seguire tentò fare quello che poi compiè con la

divina Comedia, se questa è accennata e annunziata in quelle ultime

parole. Ora egli pensò di parlare a donne in seconda persona. Nel che si

deve riconoscere che gli sarebbe stato malagevole indirizzar la lauda di

lei a lei. E pure sarebbe consistita, essa lauda, di rime d'amore,

poichè, anche dopo, Dante parlava “contra coloro che rimano sopr'altra

matera che amorosa„. Ma il rimatore avrebbe avuto “alcun ragionamento in

_sè_ di quello„ che avrebbe detto, e “domandato avrebbe saputo denudare

le sue parole da cotale vesta (di figura o di colore retorico) in guisa

che avessero verace intendimento„.[52] Certo è che già la prima canzone

di tal lauda ha un verace intendimento sotto altra vesta. Invero la

donna che vi si loda, è sì la donna che Dante aveva amata e amava, ma è

posta a significare la sapienza, cioè la speranza dell'eterna

contemplazione, cioè la speranza per la quale siamo salvi. E anche nella

Comedia Dante dice d'essere stato salvo per opera della speranza, poichè

fa cantare agli angeli, _in te Domine speravi_, poichè chi lo soccorse,

nel momento in cui aveva perduta la speranza dell'altezza, fu l'amor di

quella stessa gentilissima, che significava pur la stessa sapienza e

speranza. Nella canzone Dante dice che egli la avrebbe proclamata, tale

sua salvezza per opera della speranza, nello inferno ai malnati. Dunque

egli sarebbe stato nell'inferno, poichè tali parole là avrebbe detto, e

non ci si sarebbe fermato, poichè era salvo e appunto proclamava

d'essere salvo. Dunque per l'inferno sarebbe passato. Come nella

Comedia. Dove, in vero, egli non dice a nessun malnato d'aver veduto

Beatrice nè ciò ch'ella significa, sapienza o speranza della

contemplazione; il che mostra che Dante non pensava allora a questo

poema sacro così almeno come lo fece; ma però passa, appunto perchè è

salvo, salvo per la speranza, da quella porta che è aperta ma ha al

sommo, “lasciate ogni speranza„; il che mostra che il concetto espresso

nella canzone è simile a quello espresso nella Comedia. Per l'inferno

sarebbe passato: dice chiaramente nella canzone prima. Come? Nella

Comedia egli entra e passa morendo: e noi vediamo che nella seconda

canzone di questa giovanile tragedia, sì, muore. E vede la gentilissima,

morta anche lei; e la vede morta corporalmente e viva spiritualmente;

vede un corpo sotto un velo, e vede una nebuletta avanti ad angeli.

Dante dunque non solo pensava a qualche cosa di analogo a ciò che poi

scrisse nel poema sacro, ma già lo compieva. Nella canzone vi è la morte

di Dante, come nella Comedia; vi è Beatrice morta, come nella Comedia.

Beatrice sale al cielo nella canzone; e nella Comedia sale al cielo. E

qui vediamo perchè sin dalla prima canzone il poeta si rivolga alle

donne e non a lei. Egli sapeva sin d'allora ch'egli avrebbe imaginata

morta la sua donna: dunque non avrebbe potuto facilmente indirizzar la

parola a lei. Eppure anche, in questa seconda come senza dubbio nella

prima, noi possiamo figurarci che Dante avrebbe potuto, volendo,

indirizzare alla donna sua, invece che alle altre donne. Per esempio:

riscosso dal suo letargo, avrebbe detto alla sua donna: “Oh! dolore, io

vi sognai morta! e morto ero anch'io„. Ora mi par lecito supporre che

nelle canzoni che dovevano seguire e non seguirono, ma che Dante aveva

già concepite, questo parlare a Beatrice sarebbe stato via via sempre

meno agevole. Nel fatto egli sarebbe passato per l'inferno; l'ha

annunziato. Pure anche di questo passaggio avrebbe potuto parlare a lei,

che certo l'aspettava dopo quello, per rimproverarlo. Quando, infatti,

sarebbe stato impossibile a dirittura rivolgere la canzone a Beatrice in

seconda persona? Io dico, quando nella canzone stessa Dante avesse

narrato di aver parlato a lei. Il raccontare a Beatrice che ella gli

aveva parlato, il dire, _Voi mi diceste_, oltre recare imbarazzo al

dicitore e oscurità al lettore, avrebbe infirmata ogni credibilità della

cosa narrata. Perchè, o non doveva sapere Beatrice ciò ch'ella stessa

aveva detto? perchè ridirglielo? Perchè, si risponde, non era vero che

Beatrice avesse detto... Non era vero! ed ecco ogni illusione svanita in

chi legge, sopratutto pensando che in tali visioni è necessaria, oltre

la verosimiglianza sulla quale conta ogni poeta, anche, e precipuamente,

la verità delle dottrine che il filosofo vuole insegnare. Da ciò si può

arguire che il poeta continuando le due canzoni, avrebbe narrato un suo

viaggio negli inferi tra i malnati e un suo arrivo al cielo, dove si era

alzata quella nuvoletta tra gli osanna degli angeli. Ma abbiamo un

indizio che la gentilissima sarebbe apparsa dopo un'altra donna gentile.

Leggiamo invero che dopo fatte le due canzoni di materia nuova Dante

ebbe una imaginazione d'Amore (VN. 24) Amore gli parlava nel cuore, o il

cuore gli diceva con la lingua d'Amore: “Pensa di benedicere lo dì che

io ti presi, però che tu lo dei fare„. Ed ecco venire verso lui una

gentil donna, di famosa beltà, il cui nome era Giovanna, ed era

sopranomata Primavera “e fu già molto donna di questo primo _suo_

amico„, di Guido Cavalcanti. Appresso lei vide venire la mirabile

Beatrice. E Amore parve dire: “Quella prima è nominata Primavera solo

per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a

chiamarla così Primavera, _ciò è prima verrà_, lo die che Beatrice si

mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele„. Quale imaginazione?

Quella _vana imaginazione_ che è raccontata nella canzone seconda, nella

canzone dell'_excessus mentis_. Continua Dante: “E se anco vuoli

considerare lo primo nome suo, tanto è quanto dire _prima verrà_, però

che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la

verace luce, dicendo: _Ego vox clamans in deserto: parate viam domini_„.

E ciò è buon indizio che dopo la canzone dell'_excessus_ o vana

imaginazione, avrebbe fatto o altra o altre canzoni, nella quale o in

una delle quali la gentilissima si sarebbe mostrata al suo fedele, si

sarebbe mostrata dopo quella gentil donna. Dante, possiam credere,

avrebbe veduta la Primavera, cioè quella che prima verrà, prima di

vedere la Beatrice. Non avrebb'egli fatto una selva ombrosa e canora per

questa Giovanna, in cambio del deserto per cui errava Giovanni? non

avrebbe adornata d'ogni fiore e d'ogni frutto la stanza di questa

Primavera? non l'avrebbe egli trovata là dov'è “primavera sempre„? non

l'avrebbe veduta simile a quella Proserpina che “perdette... primavera„?

non l'avrebbe contemplata scaldarsi “ai raggi d'amore„ e danzare e

cantare, (cantare la precorritrice, in una divina foresta; come

_clamare_ il precursore, in un deserto), cantare quella che quaggiù gli

era annunziata da Amore allegro? non avrebbe indotto lei a dire “Perchè

ciò che vien diretro... non guardi?„; lei che quaggiù aveva appresso

qualcosa di più bello di lei? (Pur. 28) Chè ella doveva precedere “la

verace luce„. E non forse avrebbe vedute, l'una e l'altra, monna Vanna e

monna Bice, tra “una gentile schiera„ di donne; come racconta di loro,

quaggiù, in un sonetto che non incluse nella Vita Nova? (Ca. s. 19) una

gentile schiera di donne, come le tre donne che venivano danzando dalla

destra ruota del carro, e le quattro che facevan festa dalla sinistra?

Chè tali donne che raffigurano virtù, avrebbero avuto luogo in tale

“tragedia„, poichè certo Dante avrebbe cantata monna Bice trasfigurata

nella Beatrice sapienza, se è vero, come è vero, che nella prima canzone

ravvisava in lei la speranza che si vede, e spiegava il come di

quest'assurdo che è di vedere una speranza, e nella seconda narrava di

essere come morto, e di _excedere_, e di veder perciò lei, che era

perciò la sapienza. E monna Vanna precorritrice, sarebbe, di questa

tragedia, stata quella che nella Comedia è Matelda, cioè quel che è

_scientia_ rispetto a _sapientia_, quel che è il fiore della vita attiva

rispetto al fiore della vita contemplativa.[53]

Ed ella lo avrebbe rimproverato così come nella divina foresta lo

rimprovera, perchè Dante a lei allora si sarebbe presentato colpevole di

ciò di cui era colpevole quando a lei fu condotto per loco eterno da

Virgilio: sì: era stato ingannato dall'appetito, dall'animo, dal cuore;

aveva seguito dei _simulacra_ d'amore, ma in verità ella doveva sapere

ch'egli era amico suo, non d'altri. (Inf. 2, 61) Questo gli poteva dire

colui che lo guidava; un giovane in bianche vesti, che spesso nella sua

vita nuova gli s'era fatto incontro nella via, e talvolta anche come

peregrino in vil drappi: Amore. Non sarebbe stato, a guidarlo, Virgilio;

no: ma Virgilio non significa nella Comedia studio cioè amore? anzi

rispetto a Beatrice piuttosto amore che studio? E dunque l'avrebbe

guidato il medesimo personaggio, sebbene con nome e vesti differenti; il

medesimo in sostanza, se non in apparenza. E la gentilissima avrebbe

concesso a Dante quel perdono, che nel libello giovanile che racconta la

colpa, non troviamo. In vero che effetto fu delle parole adornate di

soave armonia, nella quale era amore, e che Dante mandò a Bice, come il

suo signore gli aveva proposto? (VN. 12) Nessuno; se pure tale effetto

non fu il gabbo, quella volta che l'amatore “tenne li piedi in quella

parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento

di ritornare„. (VN. 14).

La donna non sapeva la condizione di Dante che se l'avesse saputa, non

avrebbe, dice egli, gabbata la sua persona, anzi molta pietà le ne

sarebbe venuta. Non la sapeva, e così gabbava “con l'altre donne„ sua

vista. O non avrebb'egli trasformato questo gabbo della sua donna tra

altre donne, nel rimprovero ch'egli soffrì, quand'ella gli si mostrò in

su la divina basterna, tra le tre e quattro donne, e tra i fiori e la

festa degli angeli? (Pur. 30, 16) Prima del gabbo, a lui parve sentire

uno mirabile tremore... “nel _suo_ petto da la sinistra parte, e

distendersi di subito per tutte le parti del _suo_ corpo„, e dovè

poggiare la sua persona ad una pintura, e i suoi spiriti erano come

morti ed egli era nel confine estremo della vita e della morte. E così

prima del rimprovero, quando vide Beatrice, lo spirito suo (Pur. 30, 34)

che già cotanto

tempo era stato, ch'alla sua presenza

non era di stupor tremando affranto,

(Dante si ricorda del mirabile tremore di quella volta!)

sanza degli occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

d'antico amor sentì la gran potenza.

E così vorrebbe dire a Virgilio, come, nel fatto del gabbo, parla

all'amico:

men che dramma

di sangue m'è rimasa, che non tremi...

Qualche cosa di simile a quel rimprovero, le donne dall'intelletto

d'amore avrebbero inteso da Dante che la gentilissima gli aveva rivolto;

e qualche cosa di simile anche all'encomio dolce amaro ch'ella fece di

lui in quell'occasione: (Pur. 30, 115)

Questi fu tal nella sua vita nuova

virtualmente, ch'ogni abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova...

Sì, avrebbero inteso anche quest'encomio dolce amaro. Poichè la Vita

Nova nella sua prima parte è così costruita, che il dramma abbia quello

scioglimento di quel rimprovero e di quell'encomio; come si vede non

ostante le sovrapposizioni di dopo. Dopo nove anni di vita innocente e

incosciente, vede la gloriosa donna della sua mente; per altri nove anni

cerca di vedere e va cercando quest'angiola giovanissima; al termine di

questi ha il saluto di lei, e ne ha la prima visione. E dopo “picciol

tempo„, ecco, il primo “schermo della veritade„, col quale si celò

“alquanti anni e mesi„; passati i quali, essendo la donna dello schermo

partita dalla città, egli trova, per consiglio di Amore errante e

vilmente vestito, un'altra difesa; e così incorre in quella

“soverchievole voce, che parea l'infamasse viziosamente„; e la

gentilissima gli nega il saluto. E a lui giunge quel tanto dolore, e si

propone di pretermettere i _simulacra_ d'amore, e poco stante concepisce

le rime nuove o la tragedia giovanile. Per quanto incerte siano le date

(e pure non sembra improbabile che nel 1289 avesse il cattivo consiglio

d'Amore, cioè dell'appetito, animo, cuore), noi possiamo scorgere una

divisione, che fa Dante, degli anni vissuti fin allora, analoga a quella

che poi fece nella Comedia.

Nella Comedia egli distingue un tempo di bontà e virtù e dirittura: il

tempo che Beatrice lo guidava con gli occhi giovinetti: l'adolescenza; e

poi dieci anni, sino al mezzo del cammin della sua vita, d'oblio e

d'oscurità e di smarrimento e di sete. Tosto che Beatrice era sulla

soglia della seconda età, cioè adolescenza, e da pochissimo, da qualche

mese, Dante aveva di tal soglia levato il piede. Dante si tolse a lei.

Sono dunque, di trentacinque anni di vita, venticinque, cioè

l'adolescenza, dati al bene, e dieci (subito dopo il ritorno al cielo di

Beatrice, quando le era cresciuta bellezza e virtù) di, mettiamo,

disamore. E nel libello sono diciotto anni (chè tosto, picciol tempo

dopo la visione per la quale s'innamorò veramente della gentilissima,

egli prese a schermo della verità la gentile donna di molto piacevole

aspetto) diciott'anni e poco più d'amore, e sette anni, (su per giù non

molto avanti la morte d'essa egli cominciò le rime nove) di _simulacra_,

di schermi e difese. Ebbene la vita di Dante sì nella Comedia, sì in

questa supposta tragedia, riesce presso a poco divisa nella stessa

proporzione:[54] in un periodo, cioè, di bontà tra due e tre volte

maggiore del secondo periodo, che non è di bontà, sebbene non sia di

cattiveria. E il periodo primo contiene, nella Comedia, la adolescenza

tutta con tutta la puerizia, e il secondo metà esatta della giovinezza;

nella Vita Nova, il primo periodo è la puerizia con un po' più della

metà dell'adolescenza. Ora si legga questa dottrina del Convivio: “Il

primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere

fruttifero, si è l'appetito dell'animo, il quale in greco è chiamato

_hormen_: e se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona

consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere

seminato. E però vuole Santo Agustino, e ancora Aristotile nel secondo

dell'_Etica_, che l'uomo s'ausi a ben fare e a rifrenare le sue

passioni, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine

induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e

del suo frutto uscire la dolcezza della umana felicità„. (Co. 4, 21)

Ebbene questo tallo s'ha a ben coltivare e sostener diritto e indurare e

rifermare, quando? Nell'adolescenza, nell'età, vale a dire che è “porta

e via, per la quale s'entra nella nostra buona vita„. (ib. 24) E il

centro, si può dire, della divina Comedia è il torcersi, in Dante ossia

nell'uomo, di questo tallo; il disviare, posto con l'esempio tipico di

Dante, del mondo per l'inganno dell'“anima semplicetta„, che non aveva

guida e freno; cioè il freno sì, della legge, ma non la guida che

reggesse questo freno, cioè l'imperadore. Ebbene questo centro della

Comedia, nella Comedia sta un po' a disagio; poichè il tallo si torce o

si riferma nell'adolescenza, e Dante, quando in lui si torse non era più

nell'adolescenza, sebben di poco ne fosse uscito, ed era già con la

barba quando di tale torcersi gli fu fatto rimprovero.[55] Or come

sarebbe mancato tale rimprovero di tale torcersi, nella tragedia

giovanile? Quando si vede che tutto è dal Poeta impostato, per così

dire, a questo fine, di far vedere che, nel bel mezzo dell'adolescenza,

quel tallo si torce? come si torse, poco dopo i diciott'anni, in Dante,

la cui anima semplicetta, il cui cuore fu subito ingannato e non

pervertito? E col rimprovero avrebbe avuto luogo l'encomio, perchè,

infine, si trattava d'una stortura temporanea, dopo la quale Dante,

riconoscendo sè, ripudiava i _simulacri_ e gl'inganni e tornava alla

sapienza; dando così prova, e meglio che nella Comedia, ch'egli aveva

fatto ciò che l'adolescente deve fare, indurare e rifermare quel tallo,

non ostante le intemperie solite di quell'età; e che perciò era

virtualmente ben disposto se, pur dopo aver errato, ritornava sulla

retta via. Non si può concepire un trattato di simil genere, se non si

presenta al lettore il bene e il male; e quando si voglia parlar di sè

stesso, se non si narra un traviamento e una conversione. E Dante aveva,

come vedremo, un modello nelle Confessioni di Santo Agostino.

Questo era l'argomento delle rime nuove, le quali pur essendo

necessariamente d'amore, avevano in sè “alcuno ragionamento„. E alle

personificazioni che in esse sono e avrebbero dovuto essere, Dante e sì

anche il suo primo amico, avrebbero potuto togliere la vesta. E in ciò

consisteva la novità di tali rime, e questo era lo stil nuovo.

VII.

LO STIL NUOVO

Chiede Bonagiunta da Lucca:

Ma dì s'io veggo qui colui che fuore

trasse le _nove rime_, cominciando:

Donne, ch'avete intelletto d'amore.

E Dante risponde:

Io mi son un che, quando

Amore spira, noto, ed a quel modo

ch'ei ditta dentro, vo significando.

E Bonagiunta replica:

O frate, issa vegg'io... il nodo

che il Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil nuovo ch'i' odo.

(Pur. 24, 49 segg.).

Dante fa vedere con la sua risposta d'avere sentita nella domanda “Sei

tu quel Dante?„ un'altra domanda implicita: “come facesti a trarle

fuori, quelle rime così nuove per me e per quelli che rimavano come me?„

Questa domanda Bonagiunta non l'aveva espressamente formulata, ma si

leggeva in quell'aggiunto di nuove alle rime, si leggeva in

quell'accento di ricordevole ammirazione (siamo nel Purgatorio, e

l'invidia consueta dei pitocchi e dei poeti non ha più luogo), col quale

ripeteva a memoria il grande _cominciamento, Donne ch'avete_. Perciò

risponde Dante a quel modo che altrimenti sarebbe sembrato deviar dalla

domanda, e invece sembra a Bonagiunta echeggiarle bene e breve, sì che

esclama; Issa vegg'io! Dunque Dante rispose implicitamente alla prima

domanda espressa; ed espressamente alla seconda sottintesa. “Sì: ma la

novità, codesta gran novità (Dante non si pavoneggia mica avanti il suo

modesto fratello! chi può crederlo?) sta in questo, che io noto quando

Amore spira e vo significando a quel modo che detta„. E questa è tutta

la novità, e così intende Bonagiunta: “ecco in che consisteva il dolce

stil novo, di cui non mi rendevo ragione quando vivevo, e m'impediva

d'assemprarlo un nodo, che ora vedo!„ Ma questo nodo che Bonagiunta,

sebben tardi, vide, lo vediam noi? Noi diciamo: il nodo era che il

Notaro e Guittone e lor seguaci non notavano la spirazione d'amore: ed

erano invece imitatori di provenzali; e non significavano nel modo

schietto che Dante e altri sapevano fare, anzi erano goffi e impacciati.

Per essere esatti bisognerebbe ripetere la spiegazione che dà Bonagiunta

stesso:

Io veggio ben, come le vostre penne

diretro al dittator sen vanno strette;

che delle nostre certo non avvenne.

E questa spiegazione si riferisce appunto a ciò che Dante ha risposto:

ed a quel modo

che ditta dentro, vo significando.

Il nodo era dunque, secondo Bonagiunta, l'impaccio delle loro povere

penne che non avevano quel dittatore, e (e qui sta il punto) dovevano

far da sè. Ora quel dittatore è propriamente l'Amore come e quale

intendiam noi? e il buon lucchese ha voluto dire, che il difetto del suo

stile proveniva da un difetto d'amore? ch'esso, voglio dire, e gli altri

scrivevano goffo e impacciato, perchè cantavano, poniamo il caso, amori

non veri?

In primo luogo osserviamo che nelle parole di Bonagiunta è sottinteso

che quel nodo essi avrebbero potuto scioglierlo, cioè correggersi di

quel difetto. “Issa vegg'io!„ dice egli intendendo: “Troppo tardi!

l'avessi saputo prima!„. E dunque egli dice che, se fosse stato vivo, si

sarebbe procurato un amor vero qualunque, che, si nota quando spira, e

allora si significa bene? Non pare che egli dica così. E vediamo come

intende il Giuliani. Egli commenta questo passo: “Allora dico che la mia

lingua parlò quasi come per sè stessa mossa, e disse _Donne che avete

intelletto d'amore_„; che è appunto il verso ricordato da Bonagiunta. E

il Giuliani dice: “Dante qui _nota_ l'ispirazione d'amore; poscia

sovr'essa pensando, ecco che dopo alquanti dì Amore gli _detta_ di nuovo

in cuore ed egli, secondo che ode, scrive„. (VN 19). Ora in verità Dante

non dice che il seguito glielo dettasse Amore; sì, che “pensando

alquanti dì, cominciò una canzone con questo cominciamento„.[56] Bene:

dunque Bonagiunta intende che, se avesse voluto, si sarebbe potuto

fornire di tale spirazione, che fa che la lingua di per sè mossa parli?

di tale spirazione, che non solo aveva quel frate suo ch'egli vede là

nel purgatorio, ma anche altri cui appartenevano quelle penne andanti

diretro al dittatore? Non pare. So bene che ci si può ragionar sopra e

frullare attorno con le parole; ma è come nel più delle particolari

questioni dantesche: ci vuole qualche dato nuovo! Senz'esso, si può

ottenere il consenso di questo o quello a qualche suo ritrovato; ma la

verità non risplende: si ottiene per qualche tempo un po' di silenzio;

ma poi si ricomincia a chiacchierare.

E qui c'è il dato nuovo. Amore nella Comedia è personificato in

Virgilio, che è studio cioè amore, che è studio e amore; studio, più in

particolare, in quanto conduce all'arte, cioè a Matelda, amore, più

specialmente in quanto conduce alla sapienza, cioè a Beatrice. Ora qui,

dove il poeta dice “quando Amore spira„, si ha a intendere appunto di

quell'amore che è anche studio, e che è raffigurato nell'Ombra che ode i

ragionamenti de' due rimatori. E allora quale è il concetto di Dante?

Questo. Bonagiunta: “Sei tu quello che uscisti fuori con quella tal

novità di rime, cominciando da quella tal canzone?„ Dante: “Sì: l'amore

della sapienza e lo studio dell'arte mi posero in grado di compiere tali

novità; novità nella sostanza, che è filosofica, novità nella forma, che

è adeguata alla sostanza„. Bonagiunta: “Ora vedo l'impaccio che legava

le nostre penne: ci mancava appunto quell'amor di sapienza e quello

studio d'arte!„. Dante avrebbe potuto dire: “Ho uno, io, che mi detta:

colui che attende là„; e Bonagiunta avrebbe potuto dire: “Ora vedo:

bisognava ci procurassimo anche noi, un tal dittatore!„; e l'uno e

l'altro avrebbero espresso il medesimo concetto che con quelle parole

che invece usarono.

Il qual concetto Dante esprime anche altrove. A proposito appunto della

personificazione d'Amore che non è corpo, eppure egli pone che rida e

parli, dice: “Conciosiacosachè a' poeti sia conceduta maggiore licenza

di parlare che alli prosaici dicitori, e questi dicitori per rima non

sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole, che a loro sia

maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari:

onde se alcuna figura o colore rettorico è conceduto alli poeti,

conceduto è a' rimatori... E acciocchè non ne pigli alcuna baldanza

persona grossa, dico che nè li poeti parlavano così senza ragione, nè

que' che rimano deono parlare così, non avendo alcuno ragionamento in

loro di quello che dicono; perocchè grande vergogna sarebbe a colui, che

rimasse cosa sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia

domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa

ch'avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io sapemo

bene di quelli che così rimano stoltamente„. (VN. 25) Ho già osservato

che non si tratta di poveri rimatori che dicendo “la terra ride„ cioè

facendo una metafora; o “la mia donna è un'angiola„ cioè facendo

un'iperbole; o “Amore m'ha detto„, cioè facendo una personificazione;

non sapessero poi spiegare che la terra non ride, ma fiorisce, e che la

donna non è un'angiola, ma una femina bella e pura, e che non c'è una

persona di nome Amore, che abbia parlato, sì un sentimento chiamato

amore, che ha commosso.[57] Si tratta di rimatori stolti, che adoperano

tal veste di figura o di colore rettorico, per coprire un bel nulla; chè

i dicitori per rima sono pur poeti, sebben volgari, e devono avere, come

quelli hanno, un verace intendimento sotto la loro veste poetica. Or

dunque che cosa non hanno questi che così rimano stoltamente, che Dante

e il suo primo amico hanno? L'intendimento che è altro dalla vesta, la

quale sebbene assomigli, in alcuna figura e colore retorico, a quella

dei letterati poeti, deve tuttavia essere di una sola foggia sempre,

poichè non è lecito rimare sopra altra materia che amorosa: un

intendimento, insomma, filosofico. L'intendimento che il Poeta teme

d'avere a troppi comunicato, della prima canzone, chi crederà sia non

altro che il senso letterale? (VN. 19). È possibile che un autore

invidii questo al suo lettore? Il dubbio che il Poeta non stima a sè

bene di dichiarare nel settimo sonetto, chi crederà sia intorno a

interpretare Amore che uccide come amore che fa morire? (14)

L'intendimento è là nel far della donna la _spes quae videtur_, e qua il

dubbio è intorno all'_excessus_ che dà la visione. Quanto poi ciò

consuoni col fatto di Guido, suo primo amico, che fece la canzone _Donna

mi prega_, ognun vede. E dunque questo biasimo ai rimatori stolti, è il

medesimo nodo che ritenne il Notaro e Guittone e Bonagiunta; nodo che

veniva da non avere per dettatore, essi pur poeti d'amore, l'Amore della

sapienza, cioè la filosofia.

E altrove Dante parla dei rimatori volgari in confronto ai poeti

antichi. (VE. 2, 4) Il pensiero di Dante s'è sviluppato, e noi lo vediam

meglio ma non lo troviamo dissimile. I rimatori volgari egli chiama

poeti, e dice “ben a ragione, se rettamente consideriamo la poesia, la

quale null'altro è che una finzione retorica musicamente composta„. E

aggiunge: “Differiscono tuttavia dai poeti grandi cioè regolari, in

quanto che i grandi poetarono con stile (_sermone_) e arte regolare; e

questi qui invece a caso, come dicemmo„. Aveva detto invero, a proposito

del modo delle canzoni, il quale molti a caso piuttosto che con arte

sembrano usare, che egli vuol aprire il magistero dell'arte di quel modo

che fino allora era stato assunto casualmente; nel che si vede che

quando scriveva il trattato dell'eloquenza volgare negava il cosciente

modo dell'arte al primo suo amico della Vita Nova. Nel fatto dovendo

recare esempi di rimatori che avessero trattato in volgare dei soli tre

grandi argomenti propri del volgare illustre, _Salus Venus Virtus_,

trova di illustri uomini che avessero cantato l'amore e la rettitudine,

cioè la direzione della volontà, non Guido dei primi, ma Cino, non Guido

dei secondi, ma sè; per l'armi, nessuno. Guido dunque è taciuto come

poeta sì d'amore e sì di filosofia morale: chè non più come nella Vita

Nova Dante afferma che il rimatore volgare non deve cantare se non

d'amore; anzi a lui propone tre soggetti, sebbene il suo esempio di

canzone materiata di rettitudine non contradica del tutto la teorica

giovanile, trattando ella di _directio voluntatis_ quanto si voglia, ma

essendo diretta a donne innamorate. Diremo ch'ella di quella teorica

serba alcuna traccia.

Continuando il discorso sui poeti grandi e poeti volgari, Dante

proclama: “Pertanto accade che quanto quei (grandi) più da vicino

imitiamo, tanto più rettamente poetiamo. Di che noi, dando opera

all'opera della dottrina, dobbiamo emulare le loro dottrine poetiche.

Sicchè avanti tutto diciamo che ognuno deve ai propri omeri agguagliare

il peso della materia, non per avventura la virtù degli omeri essendo

troppo aggravata, sia di mestieri sdrucciolar nel fango„. Dunque, come

poi spiega, quando s'hanno a cantare Salute, Amore e Virtù, bisogna

adoperare il volgare illustre e lo stilo tragico. Ciò, a imitazione dei

_poetae magni_, e con lo studio delle loro dottrine poetiche. Or egli in

questo libro reca ad esempio tipico della canzone, che è appunto una

_tragica coniugatio_ di stanze uguali, la stessa canzone che Bonagiunta

ricorda: _Donne che avete intelletto d'amore_. (VE. 2, 8) Dunque

implicitamente ammette che in essa canzone giovanile era appunto quella

conoscenza e coscienza dell'arte, quella imitazione dei poeti grandi o

regolari, quell'emulazione delle loro dottrine poetiche, che ha detto

richiedersi a quelli che rimano in volgare. O sarebbe ella nella Comedia

invece l'esempio di poesia fatta, così, senza meditazione, con

estemporale facilità? Oh! nella Vita Nova afferma ben egli che il

cominciamento lo pronunziò la lingua di per sè mossa, ma aggiunge che

esso durò “pensando alquanti dì„ prima di cominciarla con quel

cominciamento. Ora se quel pensare alquanti dì prima di cominciarla,

vuol dire significarla a dettatura d'Amore (se mai, codesta dettatura

cominciò quand'egli cominciava a scrivere), ebbene dobbiamo credere che

quest'Amore che detta sia appunto lo studio; quello studio che è amore,

quell'amore che è studio.

Ma leggiamo ancora: “Badi adunque ognuno e discerna ciò che diciamo; e

quando questi tre argomenti puramente intende cantare o quelli altri che

a questi tre direttamente e puramente seguono, prima beva all'Elicona,

tenda le corde, e prenda sicuramente il plettro e cominci a moverlo„.

Che vuol dire “bere all'Elicona„? forse quell'ispirazione inconsapevole

che mosse la lingua a pronunziare il cominciamento di quella canzone?

Vediamo.

O sacrosante Vergini, se fami,

freddi o vigilie mai per voi soffersi,

ragion mi sprona ch'io mercè ne chiami.

Or convien ch'Elicona per me versi

ed Urania m'aiuti col suo coro,

forti cose a pensar, mettere in versi.

(Pur. 29, 37)

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 4 / 42 段