il quale anzi in essa e per essa solo diviene adorazione del Padre in
spirito e verità. Accetta, anzi esige, la revisione critica delle
dottrine o dei credo cristiani; poichè tutto lo sviluppo storico dello
spirito umano, in quanto esso è aumento di consapevolezza e di dominio
delle cose e di sè, riferisce ad una unica fonte di progresso, la
divinità interiore della quale vi ho detto; e tutto lo spirito e tutta
la coscienza vede presente con atto inscindibile in ogni sua diretta e
spontanea manifestazione. Non può quindi ammettere che esista un
dissidio fra la fede religiosa e il sapere scientifico o lo spirito
pratico, il quale si esercita nelle attività giuridiche ed economiche
e nel tessere, nella trama degli istituti sociali, la sua storia. Il
sapere scientifico ci ha condotti a considerare le religioni storiche
come lente complesse formazioni culturali, idee erompenti dallo
spirito religioso, in un momento solenne di intuizione precorritrice e
di visione profetica, ma che poi si organizzano in Chiese, assumendo e
assorbendo dal mondo circostante le forme e le vesti concrete, con
forza di assimilazione degradante, sino a che la lettera e il corpo
non sopraffanno lo spirito? Ebbene, con tal occhio noi dobbiamo
esaminare la storia anche delle nostre confessioni religiose. Lo
spirito pratico dà luogo ad una magnifica fioritura di istituzioni
democratiche e ad un affanno assiduo di correzione e rinnovazione di
questi istituti? Ebbene, questo principio democratico, che afferma ed
attua la sovranità dello spirito umano sulla sua storia, deve essere
accettato anche dagli istituti religiosi, simili a ogni altro nei loro
processi storici, in quanto fatti e forme concrete dello spirito anche
essi.
In questo senso la libertà religiosa è, di fronte ad ogni Chiesa che
voglia chiudersi nelle sue tradizioni e nel suo passato, _modernista_;
poichè essa è l'attualità, l'atto vivente e fluente della coscienza,
l'onnipresenza di questa in ogni manifestazione della sua vita,
anteposta alla abitudine ed alla stasi. La vita religiosa, in quanto
vita, è assimilazione, sintesi, creazione continua.
E per ciò stesso essa è unità interiore, armonia. La storia delle
Chiese cristiane è ricca, sotto questo aspetto, di un insegnamento
solenne che non deve andar perduto. In essa noi vediamo sempre, di
fronte a pochi spiriti irrequieti ed ardenti, autoritari e severi, per
i quali l'autorità era spesso uno strumento di dominio, un numero
grande di coscienze nelle quali la medesima fede degli apostoli, dei
pastori, degli inquisitori, era una mezza sincerità e una mezza
coscienza, sorretta dall'abitudine, dal timore, dall'ignoranza,
accanto alla quale coesistevano motivi di condotta di assai diverso e
spesso di opposto valore.
Ed abbiamo anche visto quello che agli occhi della divinità deve
essere stato il più triste dei tanti tristi spettacoli dei quali è
piena la storia degli uomini: coscienze costrette a mentire con gli
atti esterni una fede che non avevano, sotto pena di vessazioni d'ogni
genere, di tormenti e di morte. Nei quali fatti non è possibile vedere
l'illusione, che troppo sarebbe stata assurda, anche nei teologi
medioevali, di chi tenta di imporre una fede a una coscienza come si
impone una veste a un corpo legato; ma la persuasione che l'omaggio,
anche esteriore e falso, reso da una coscienza all'_autorità_
religiosa, valesse più che quella medesima coscienza. L'autorità era
fatta Dio.
Nella libertà religiosa, invece, la coscienza, messa in possesso di
una fede o direttiva spirituale alla quale corrisponda l'intimo
testimonio suo proprio, aspira quella fede con tutti i suoi polmoni,
la trasfonde nel suo essere morale, ne fa, come io vi dicevo innanzi,
la sua stessa temperatura spirituale.
E tanto è lungi la libertà religiosa dal promuovere la dissociazione e
l'anarchia spirituale che solo in essa è possibile l'unità. Poichè non
vi è possibile intendere unità vera fra più credenti in ciascuno dei
quali s'abbia dissidio e discordia interiore; sia perchè quello che
essi contribuiscono all'insieme è solo una parte di sè, sia perchè il
consenso al vincolo esterno rispecchia le stesse fallacie che abbiamo
riscontrate nel consenso interiore a una fede, sia infine perchè in
ciascuno rimangono elementi non assimilati ed irriducibili, abitudini,
egoismi, cupidigie le quali impediscono praticamente l'unità vera
degli animi, l'amore, nel quale sta tutta la legge e tutta la
profezia.
L'unità religiosa.
Parrà tuttavia a taluno che esista contraddizione fra il postulato
della libertà religiosa che è: sii te stesso, e il postulato
dell'unità religiosa che è: _siate uno_. E, ad ogni modo, giova veder
più addentro in questa materia.
Se le due esigenze, quella della libertà e quella dell'unità, fossero
inconciliabili, noi dovremmo purtuttavia, penso, dare la precedenza
alla prima. Poichè i fini dell'essere e della vita sono concretamente
posti nell'individuo e raggiunti da esso, e ogni individuo non può
altrimenti raggiungerli che cercando la conservazione, la pienezza,
l'armonia del suo proprio essere. Se le Chiese esistono per le
coscienze e non queste per quelle, il giudizio della coscienza, come
Newman diceva, è superiore al papa, è definitivo ed inappellabile; e
qualora non ci fosse, per ottenere l'unità delle coscienze, altro modo
che il giudizio supremo ed inappellabile del papa, del capo di una
Chiesa, rinunziamo alle Chiese, avvenga quel che vuole.
Ma la contraddizione è impossibile, e per un motivo semplicissimo:
l'unità cercata esiste già nelle coscienze, anteriormente ad ogni
nostra ricerca; poichè ciascun uomo è umanità, ciascuna coscienza è
spirito, una è l'intima natura e la vocazione originaria degli uomini,
che nella vita e nella storia si esplica e si attua, innumerevole
nelle forme concrete, identica nelle profonde esigenze ed aspirazioni.
Ma, appunto, l'unità esiste, allo stesso modo che la coscienza, come
farsi, come divenire, come processo perenne. L'innumere frazionamento
dello spirito negli spiriti è il dato, il fatto bruto, l'individuazione.
Ma come in ciascun uomo il farsi, come uomo, è il divenire sempre più
consapevolezza, coscienza, volontà autonoma, l'educare da sè ed in sè
l'umanità e lo spirito, così il farsi di molti uomini è il farsi
dell'uomo, dell'umanità, dello spirito, dell'uno ed universale, nei
molti, è il divenire molti uno. E poichè questo è il supremo dovere
umano, e per ciò stesso è il dovere religioso, il primo precetto
religioso è il porre come norma, come esigenza, come dover essere, come
fede, questa unità. _Siate uno_, perchè una è la vostra divina genitura,
è quindi il supremo precetto religioso; e la religione che questo
precetto ha dato ha raggiunto l'assoluto religioso, sia esso l'assoluto
essere che è poi divenire _in noi_, o l'assoluto divenire.
Giungere, dove giunge taluno, sulle tracce di Hegel, a dire all'uomo:
sii lo spirito, è molto, ma non basta; perchè ineluttabilmente, in un
certo senso, l'uomo è questo che gli si chiede di essere; anche
quando, negando lo spirito, non si libera dalla immanente dialettica
di esso e procura e prepara, nella negazione della negazione, la
sintesi.
Dire agli uomini, senza confini di razza o di spazio, _siate uno_, è
aggiungere al fatto la norma, designare praticamente lo sforzo che è
necessario compiere per comprimere, dominare, tagliar via quello che
ripugna all'unità, è tracciare la via al divenire spirituale non del
singolo, ma dell'uomo fra gli uomini, moralizzare la condotta umana
moralizzando insieme tutto quel complesso intricato di rapporti e di
interdipendenze sociali, sulla cui trama essa si svolge; è assegnare
la massima importanza a ciò che unisce, e che ha virtù di unire, non
in certe situazioni e in vista di certi interessi, ma sempre e
dovunque, su ciò che divide.
Cristo è quindi prima di Kant e dopo Hegel, è l'inserzione viva, nella
storia umana, della suprema esigenza religiosa.
A questo modo noi sappiamo di poter, cercando la libertà, cercare
insieme l'unità. La molteplicità, concretezza bruta di fatti e di cose
date, coincide con la necessità; la coscienza che, nelle condizioni
storiche dalle quali emerge e che le sono assegnate, cerca sè stessa
consciamente e con volontà retta, cerca insieme l'unità, l'essere suo
_vero_ eterno profondo. La verità vi farà liberi.
Le Chiese e il loro ufficio.
Ed ora s'intende che cosa sono le Chiese; poichè come, in un primo
momento, dal concetto di libertà deducevamo quello di rispetto alle
fedi sincere, così ora possiamo dedurne un altro anche più positivo e
fecondo, quello di un voler essere _uno_ che è anche un farsi insieme,
un cooperare, un cousare e trasmettersi una certa somma di beni
spirituali, di riti, di simboli, di norme, di sussidii esteriori di
tali attività pratiche; in altre parole, una comunità religiosa, una
_ecclesia_.
Ma alcune considerazioni sono qui necessarie per meglio intendere la
natura di queste comunità religiose.
Innanzi tutto, non dobbiamo dimenticare che quello che in esse ha
importanza prevalente e decisiva sono dei fatti di coscienza. Attraverso
alle astratte concezioni giuridiche ed alle personificazioni
antropomorfiche, noi dobbiamo giungere alla sola vera realtà, e
concepire le Chiese come gruppi di coscienze nelle quali la vita
spirituale è sempre uno sforzo, un tendere verso, un voler divenire, che
ha già in questa volontà buona il suo parziale e progressivo compimento.
Nell'unità inscindibile di questo atto spirituale, ciascuna coscienza è
la sua fede, e la sua Chiesa, è _una_ incarnazione del divino.
Ma esse coscienze sono poi associate; associate da un'altra serie di
fatti spirituali che potremmo dire secondari e riflessi, i quali
vengono in rilievo esaminando la formazione storica e la costituzione
delle singole Chiese. Essi sono una tradizione comune, dei riti e dei
simboli; sono i rapporti pratici di fraternità correnti fra i socii,
le forme concrete di tutela giuridica che lo Stato accorda
all'associazione per il raggiungimento dei suoi fini sociali, le
iniziative e le opere alimentate con comune sforzo.
Questo insieme di fatti spirituali, questo vincolo sociale ha,
evidentemente, valore e forza solo in quanto esso giova alle singole
coscienze; in quanto, accettato da queste come spiritualmente utile e
buono, serve ad esse per nutrirsi di una fede, per esprimerla, per
suscitare emozioni giovevoli, per permetterle di esercitarsi più
facilmente in opere pratiche. Se cessasse questa interiore e personale
giustificazione dell'adesione a una Chiesa, se questa non servisse a
far più intenso ed efficace lo sforzo degli associati verso una più
intima vita spirituale loro, per la quale tutto il resto ha ragione di
mezzo, l'adesione stessa non sarebbe più un fatto _religioso_, ma sì
politico o economico o giuridico, come spesso avviene.
Da ciò apparisce, di nuovo, come libertà ed unità procedono insieme,
nelle Chiese degne di questo nome, e si rinsaldano l'una l'altra.
E da ciò anche ci è permesso di intravedere una più alta unità, non
più tra i singoli in una Chiesa, ma tra le Chiese medesime. Poichè se
ciascuna di queste deve, naturalmente, aver fiducia nella bontà e
nell'efficacia dei suoi simboli e delle sue dottrine, senza la quale
fiducia non si avrebbe sincerità ed efficacia di proselitismo, una
equa considerazione della infinita molteplicità e varietà delle
coscienze e delle formazioni storiche e delle condizioni di cultura
deve pur avvertire ciascuna di esse della contingenza e relatività
sua, nei confini della quale l'opera dello spirito non può essere
limitata.
E ciò tanto più facilmente avverrà quando si tratta di confessioni
varie che, come le chiese cristiane di occidente, sono allacciate,
nella storia e nella cultura, in un grande processo di formazione
comune; o di dottrine metafisiche e morali le quali, a dispetto delle
superficiali contraddizioni, di questa cultura cristiana europea sono
come il frutto maturo.
Ma non mi si fraintenda. Io non dico che il senso della relatività
delle singole chiese ed istituti ecclesiastici debba condurre le
coscienze ad un relativismo religioso, ad un giudizio di equivalenza
delle singole fedi, il quale poi finirebbe con l'essere un amabile
scetticismo. Nel bambino che, divenendo grandicello, impara che vi
sono molte madri non viene meno per questo l'amore alla _sua_ madre.
Alla chiesa nella quale uno si è trovato e vive spiritualmente bene,
la quale gli ha dato e gli dà i maestri interiori, i fratelli di
affanni e di ricerche, il linguaggio religioso, e che è per lui come
una patria dell'anima, quegli rimarrà legato per questi vincoli dei
quali è tessuta la sua stessa coscienza¹. Ma, appunto, il riconoscere
che egli ama quella chiesa non perchè è l'unica madre, o la più grande
delle madri, ma perchè è _sua_ madre, lo farà persuaso del dovere di
rispettar le altre madri.
¹ Le chiese protestanti valgono in questo più della cattolica:
perchè, essendo in esse una vita interiore più intensa e
maggiore sincerità, nascono fra anime affini rapporti frequenti
e stretti di amicizia religiosa e di vera paternità o fraternità
spirituale. L'esperienza che chi scrive ha fatto, sotto un tale
aspetto, della Chiesa cattolica, dell'aridità delle coscienze
che essa educa, del difetto di ogni sussidio affettuoso ed
illuminato alla inquietudine religiosa, la incapacità nelle
anime, dominate dal terrore, di ogni cordialità di rapporti
fraterni, è davvero terrificante.
In altre parole, quanto più direttamente l'amore e il culto vanno alla
vita interna e alle fonti occulte e misteriose che l'alimentano,
quanto meno essi si arrestano sulle forme e i simboli, tanto più il
credente potrà unire la sicurezza e la gioia del possesso individuale,
nel quale, ma solo nel quale, forme e simboli e contenuto fanno uno,
con l'ammirazione rispettosa della molteplicità di processi e di forme
che la vita stessa religiosa riveste. E se egli fosse anche indotto
dai suoi studi a considerare la propria fede come il frutto più maturo
dello spirito religioso, sa che non si può forzar le altre piante ad
identico frutto; e che giova alimentarle del comune succo della terra,
perchè dieno il _loro_ frutto, ma buono e polposo.
Per usare ancora una imagine, io direi che l'intelligenza teorica
religiosa si va facendo luce più chiara ma più fredda, e che l'anima,
invece, raccoglie più intimo e più vivo calore d'azione. Educare in
noi la volontà buona, nobilitare nelle nostre vite la vita, andare
diritto all'animo degli altri, attraversando tutto quello che in essi
ci trattiene o ci respinge, questo è il processo che affina i liberi
credenti, questa è l'unità che, per i singoli e per le chiese, erompe
dalla libertà, una volta che la libertà sia sicuramente conquistata.
In questa ampia e nobile libertà c'è posto per tutti, solo che
s'intenda come le molte vie dello spirito procedono dallo stesso
principio, conducono allo stesso assoluto; e si accetti questa comune
progenitura, questa solidarietà degli individui e delle generazioni,
insieme con quel patrimonio di beni che la stirpe spirituale, da cui
ciascuno di noi discende, ci trasmette; e su questa parte di
patrimonio che è nostra si riconosca il diritto di tutti e ognuno
voglia accrescerlo in sè e per sè, pensando e volendo che ogni
accrescimento, da noi laboriosamente conquistato, divenga anche
ricchezza degli altri che sono intorno a noi e con noi vivono.
Se amare è volere il bene, amare il prossimo è includerlo ed
associarlo nella comune ricerca di un identico bene.
Come poteva negli uomini, e sopratutto fra i cristiani, sorgere e
radicarsi e diffondersi l'idea di questa vita che si conquista
perdendola, di questo arricchimento che è abnegazione e donazione di
sè, di questa personalità che quanto è più ricca tanto è più
rappresentativa, se non perchè veramente tali dottrine ci rivelano ad
un tempo il segreto del nostro essere spirituale e il segreto
dell'universo spirito? Esci da te, unisciti con l'altro che è anche
te; uniti che siate, cercate profondo, stringetevi insieme, guardate
alto, lontano, sino a ohe vi riesca di immergervi in questa grande
unità vivente, che è voi, che è prima di voi e dopo di voi, nella
quale sparisce per voi il prima e il dopo, perchè essa è la vita dello
spirito eterno, l'assoluta coscienza.
L'avvenire del cristianesimo.
Taluni han cercato, nella loro opera di studiosi, della quale
documenti numerosi sono raccolti negli Atti di questi congressi, di
fissar le linee di una specie di evangelio primitivo, originario e
fondamentale, che potesse essere come il comune patrimonio di tutte le
Chiese cristiane e il vincolo della loro unità. Ma la ricerca ha pur
sempre un carattere teologico; ed è inefficace allo scopo pratico
verso il quale fu avviata.
Al cristianesimo non possono esser tracciati confini precisi. Esso è
prima di Cristo, nei profeti; in Cristo è, come fu dimostrato,
inscindibilmente, dottrina morale e visione escatologica; nei seguaci
suoi incomincia presto ad essere cristologia. Si fonde in esso la
cultura ellenica e crea il domma, la tradizione giuridica e imperiale
romana e crea la Chiesa di Roma, riti di varie religioni orientali e
creano il culto; superstizioni di popolo trasformano la nuova
religione in superstizione.
Gli elementi tradizionali e sociali sono un poco alla volta così
saldamente costituiti, così spontaneamente oggettivati che ogni intimo
moto di religiosità personale, in quanto voglia erompere in
proselitismo, è eresia e scisma. E ogni Chiesa cristiana è oggi eresia
e scisma, per rispetto alle altre. Esse si sono moltiplicate
contraddicendosi. E la personalità religiosa era così poco sicura di
sè, così vincolata alla vecchia tradizione, al bisogno di appoggi
esteriori, da esser quindi necessariamente portata a tradursi in
chiesa, ad affermarsi come domma e come rito, a dominare ed
escludere¹.
¹ Molti si chiedono perchè in Italia il protestantesimo non abbia
alcuna forza di proselitismo, e gli sforzi tentati, spesso con
molti mezzi, da talune chiese protestanti non dieno che
pochissimi frutti. I motivi sono quelli stessi per i quali il
movimento protestante non attecchì, in Italia, quattro secoli
addietro: la scarsa interiorità religiosa degli italiani,
innanzi tutto. Da allora la presenza e l'autorità soffocante del
cattolicismo della controriforma va maturando un movimento
religioso più radicale di ogni forma storica di protestantesimo.
Gli italiani non potevano andare dal cattolicismo al
cristianesimo; troppo cosa loro era quello. Essi potranno forse
tentare il rinnovamento del cattolicismo, conservando,
radicalmente rinnovati, i valori essenziali, estetici e sociali,
di questo; ma, per giungere a ciò, bisogna che si rifacciano
prima una coscienza religiosa capace di essere il sustrato del
nuovo organismo. Vi siete mai chiesti a che cosa serviranno le
nostre magnifiche cattedrali quando teologia e disciplina della
Chiesa romana sieno ricordi del passato?
La pace, quando vi fu, fra le diverse confessioni avvenne
praticamente, o in odio a un comune nemico più forte, la Chiesa di
Roma, o per volontà di un comune patrono, lo Stato.
La libertà religiosa, il costituirsi di una personalità autonoma nelle
fedi e negli atti suoi religiosi esigono uno sviluppo intellettuale e
morale che non a molti, ancora, è dato raggiungere. Per i più, le
chiese sono ancora una pedagogia necessaria. L'opera loro deve essere
rispettata, può essere guardata con simpatia, sinchè si limiti ad
offrirsi sussidio spontaneo a chi lo chiede, non si faccia imposizione
e non cerchi insidiosamente di legare a sè le anime con altri vincoli
che non sieno quelli spirituali.
Ma conservare una ortodossia propria diviene sempre più difficile a
queste Chiese, per due motivi. Primo, perchè dinanzi alle negazioni
radicali, involgenti tutto il cristianesimo e tutte le religioni
positive, i particolari di dottrine e di rito hanno sempre minore
importanza; secondo, perchè, dinanzi alla critica storica e biblica, i
testi ed i documenti dell'ortodossia perdono molto del vecchio
prestigio e la tradizione, anche la più vasta ed augusta, rivela la
relatività sua e la complessità spuria di elementi e di vicende dalle
quali è sorta.
E, mutato, come abbiamo detto, l'atteggiamento della coscienza dinanzi
alle dottrine, considerate sempre più come espressioni mutevoli di una
verità spirituale che bisogna sprigionarne, e dinanzi ai riti, appresi
e cercati come strumenti di suggestione e di concentrazione religiosa,
non come veicoli di grazia, ne viene di necessità che l'elemento
dottrinale e liturgico abbia sempre minore importanza e che il vincolo
fondato su di essi si allenti.
Ma previsioni intorno alla efficacia ed alla durata loro non è
possibile fare. Le chiese sono il _passato_, in quanto esse hanno
potere sui seguaci per la forza di una lenta formazione storica che
foggiò le coscienze religiose entro forme e sistemi d'interdipendenza
i quali sono come la struttura esteriore delle singole Chiese;
l'efficacia pedagogica e la tenacia di conservazione di queste
dipendono dalla maggiore o minore rapidità degli sviluppi spirituali,
dalla maggiore o minore attitudine di singoli e di razze a stare ed a
far da sè in materia religiosa.
Noi possiamo con fondamento supporre che per la maggior parte degli
uomini le esigenze religiose continueranno ad essere motivo di
socialità e di collaborazione in un determinato gruppo di fedeli; e
possiamo trovare nel rito e nella disciplina di quella o di questa
chiesa cristiana simboli e gesti i quali, ricondotti al loro
originario significato o spiritualizzati con un contenuto nuovo,
giovino ancora per molti secoli ad esprimere il pensiero od i
sentimenti religiosi di una parte dell'umanità.
E possiamo anche ritenere--le esperienze religiose più vive degli
ultimi tempi lo mostrano--che, con il diminuire della forza del
vincolo creato dall'ortodossia, aumenti invece l'efficacia di un altro
vincolo: la cooperazione nel compimento pratico del bene; specialmente
se sulla beneficenza individuale e dispersa prevarranno le forme di
educazione, di assistenza sociale e di previdenza che ci sono divenute
familiari in questi ultimi tempi ed altre che potranno essere
escogitate.
Può darsi che le Chiese si trasformino in gruppi di servizi sociali.
Può darsi che le grandi manifestazioni popolari di culto assumano una
forma sempre meno ecclesiastica; che il sacerdozio diventi, come in
talune Chiese è divenuto, libera designazione di fedeli a funzioni di
educazione e di assistenza pratica¹.
¹ Certo si è andati troppo oltre nella reazione alle forme
positive, esteriori e sociali, di religione, appunto perchè le
si ritenevano pericolose per l'interiorità e troppo impresse di
dogmatismo; ma, passata la reazione, con il venir meno
dell'«estrinsecismo» clericale che la provocò, anche le forme
rituali e collettive di culto rifioriranno; si intende che molto
liberamente. Anticipare previsioni su di esse sarebbe oggi
prematuro.
Nelle comunità cristiane, libere, che certamente si formeranno,
il rito cattolico rivelerà forse una grande plasticità e
possibilità di durata.
In tutti questi vari processi, che ho brevemente indicati, un fatto
apparisce costante: la sempre minore importanza di elementi
particolaristici e storici; la sempre maggiore importanza di elementi
universalistici e pratici.
È necessario fare infinite riserve nel parlare dei prossimi futuri
processi dello spirito e dell'associazione religiosa; ma possiamo
prevedere, al confine dei tempi, una religione veramente umana ed
universale che sia il _culto della vita_, e di ciò che della vita
umana esprime le originarie e più profonde aspirazioni e tende al
massimo della intensità spirituale; della vita divina, della massima
somma di valori assoluti realizzantesi nel massimo sforzo di coscienze
gelosamente educate a questa tensione e intenzione spirituale; e che,
ogni opera della vita diventando così religiosa, per il significato e
per il fine, la religione cessi di essere un aspetto ed un ramo
speciale delle organizzazioni e delle attività umane, per abbracciarle
tutte, spirito che vivifica.
La Chiesa di Roma.
Se quanto sono venuto esponendo è esatto, la Chiesa romana, non nel
cristianesimo che essa ha comune con le altre confessioni, ma in ciò
che è propriamente e caratteristicamente suo, può esser considerata
come la negazione radicale della libertà, della vera unità religiosa.
Per tutto ciò che la lega, dall'una parte alla tradizione cristiana,
dall'altra alla vita della coscienza contemporanea, essa è
ineluttabilmente affaticata dal medesimo processo di dissoluzione e di
ricostituzione che tutte le forme storiche della vita spirituale
affatica: e questo la fa ancora, e non ostante tutto, cara a quelli
che crebbero in essa e che, rinnegati dal dominatore, si sentono pur
sempre fratelli delle vittime sue.
Ma questo intimo moto, che è il modernismo, questa divina gravidanza,
coloro che quella Chiesa rappresentano e dirigono si affannano a
comprimere e a soffocare nel nome di tutta la tradizione: tragica
pazzia, come la chiamava, fatto davvero demente, uno dei più fervidi
persecutori del modernismo.