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BIBLIOTECA POPOLARE DI PROPAGANDA DEMOCRATICA
N. 2.
ROMOLO MURRI
DEPUTATO AL PARLAMENTO
Il cristianesimo
e la religione di domani
Primo migliaio
ROMA
COMITATO DI AZIONE LAICA
EDITORE
Piazza Trasimeno, 2
INDICE
Al lettore Pag. 5
Introduzione » 11
La libertà religiosa » 31
Interiorità ed immanenza » 37
La pratica della libertà » 43
L'unità religiosa » 48
Le chiese e il loro ufficio » 52
L'avvenire del cristianesimo » 59
La chiesa di Roma » 65
Roma e l'Italia » 73
AL LETTORE
_Nel giudicare delle religioni e del fatto religioso due atteggiamenti
caratteristici ha lo spirito italiano: uno di quelli per i quali la
religione è la Chiesa cattolica apostolica romana e essere religiosi
significa accettare--attraverso a molteplici e inevitabili adattamenti
individuali--quella religione, come una società esteriore storica
ecclesiastica papale; l'altro di quelli che, persuasi della molta
menzogna che quella religione racchiude, o giunti con molta
spensierata disinvoltura a conclusioni materialistiche e scettiche,
scrollano le spalle e si disinteressano insieme della Chiesa romana e
di ogni religiosità e religione._
_Nessuno di questi due atteggiamenti è sincero; poichè l'uno
e l'altro egualmente vengono da ripugnanza allo sforzo di esame, di
discernimento, di giudizio religioso: sono, anzi, questa stessa
ripugnanza tradotta in pratica di vita._
_Nessuno di essi, egualmente, può ispirar fiducia per l'avvenire;
perchè, essendo insinceri, essi sono insieme immorali; ed hanno per
effetto una crescente diminuzione dei valori delle energie delle
attività morali; un impoverimento di vita, se vita è innanzi tutto
attività spirituale, crescente consapevolezza e dominio di sè e delle
cose._
_L'uno e l'altro, anche, segnano un arresto nella rinascita della
coscienza italiana. Poichè le generazioni rivoluzionarie del secolo
scorso furono profondamente ed intensamente religiose. I cattolici, da
Parini a Manzoni a Rosmini a Gioberti a Tommaseo a Mamiani, avevano
incominciato a rifarsi un loro cattolicismo _liberale_ o
_romantico_, in contrasto, sotto molti aspetti, con quello della
Chiesa di Roma; e frutto immediato e felice di questo cattolicismo fu
la lotta contro di quella per l'abolizione dei suoi privilegi
medioevali e per la soppressione del potere temporale. Gli altri--e
basti nominarne uno: Mazzini--per lo stesso loro idealismo intenso
ardente operoso, per l'ampiezza della loro visione, che mirava a tutto
un rinnovamento umano, per l'agitare che fecero elementi e motivi e
tradizioni religiose (attinte dal classicismo e dal Medio Evo)
cercarono egualmente di spronare ed elevare gli animi ad una
religiosità e religione nuove._
_Questa doppia corrente si è interrotta dopo il 1870, od ha avuto solo
manifestazioni parziali e fugaci. E non avemmo nemmeno, salvo poche e
fiacche eccezioni, ricerche di filosofia della religione e di storia e
critica delle religioni, così fiorenti in quest'ultimo periodo in
Francia in Germania in Inghilterra._
_Le pagine che seguono, saggio limitato e modesto, vogliono essere una
reazione a questa stasi dello spirito religioso italiano. Non hanno
uno scopo dottrinale, ma pratico: vogliono, innanzi tutto, esser
l'esempio di un atteggiamento, dinanzi ai problemi e ai fatti
religiosi, diverso da quei due che ho indicato._
_Esso si riassume in questo criterio fondamentale: le religioni sono
la storia della religiosità umana la quale è perenne come lo stesso
spirito umano e, come lo stesso spirito umano, in un lavoro assiduo di
creazione (solo dove è creazione è vita; e dove è stabilità è morte),
fa e disfà e rifà la sua storia il suo linguaggio le sue istituzioni._
_Quindi noi dobbiamo giudicare la nostra storia religiosa, e in
particolare la religione cattolica degli italiani, con questo senso di
superiorità dello spirito che riconosce l'opera sua, ma insieme non
vuol essere vincolato ed incarcerato da essa._
_Accettando il cattolicismo come esso ci è presentato dal papa, e dai
suoi ministri, noi ci rendiamo schiavi di ciò che noi stessi--o i
nostri avi per noi--abbiamo fatto, sacrifichiamo la nostra attività
presente alle forme storiche istituzionali della nostra attività
passata, ci lasciamo, come alcuno disse, governare e dominare dai
morti. Disprezzandolo e trascurandolo, noi disprezziamo e trascuriamo
noi stessi in quanto siamo, assai più che non ci sia noto, come popolo
e quindi anche come individui, fattura di questa società e tradizione
religiosa. Nell'un caso e nell'altro ci estraniamo da noi stessi,
rigettiamo nella penombra dell'abitudine e dell'inconscio una parte, e
la più preziosa, di noi._
_Collocarci dinanzi ai fatti ed alle dottrine religiose senza
devozione cieca e senza odio, esaminarle serenamente per vedere ciò
che in esse è vivo e ciò che è morto, ciò che può essere energia o
strumento o linguaggio di vita in noi e separarlo da ciò che,
essendoci rimasto addossato e attaccato, costituisce quasi una parte
morta di noi, questo è il nostro dovere._
_Molti non possono giungere a questa serenità di considerazione e di
giudizio perchè interessi estranei li spingono a prender posizione
senza aver cura dei valori veramente religiosi, e un poco alla volta,
soffocandoli. E la Chiesa di Roma ha posto ogni sua arte nel
moltiplicare questi interessi di carattere non religioso che avvincono
a sè tanta gente e fare i vincoli sempre più saldi: esempio tipico
quello che giustamente fu detto il _patto della vergogna_._
_Altri temono l'ignoto, i venti e le tempeste delle vie della ricerca
affannosa, e comprimendo in sè il dubbio, e cercando di persuadersi
che in far ciò sono uomini virtuosi e pii, preferiscono riparare sotto
la vecchia casa, umili e malvisti, vagheggiando una suocera più
benevola e qualche ritocco all'edifizio._
_Altri, maestri di idealismo, si contentano dei concetti puri e delle
astratte soluzioni definitive, anche se ciò li allontani dagli operosi
contrasti della vita ed isterilisca in parte l'efficacia spirituale
del loro idealismo._
_Altri, infine, preferiscono non occuparsi in alcun modo di religione,
abbandonandosi, per ottenere questo risultato, ad una superficiale e
fatua concezione della vita che fu tanto in voga in questi ultimi
tempi; ed è fra tutte la soluzione peggiore e più rovinosa, perchè la
più infesta ad ogni forma di attività e ad ogni inquietudine
religiose._
_Queste pagine sono, come il lettore vedrà, qualche cosa di diverso.
Esse muovono dal concetto e dalla rivendicazione della libertà
spirituale; libertà che è attività in moto e ricerca delle leggi
interiori e immanenti di questa attività ed opposizione di essa alle
leggi esteriori e tiranniche che si pretende imporle dal di fuori;
libertà che non si regola, nel cercare e vagliare e rifiutare e
accettare, secondo odî e amori e antipatie preconcette, ma sceglie e
prende quello che le giova; e intende a rimuovere dalla scelta
preoccupazioni e interessi i quali, non essendo di carattere
religioso, possono solo condurre all'errore e all'ipocrisia._
_Pochi sono che accoglieranno con favore queste
pagine; ma è appunto questo dover lottare
contro i molti che ce le fa ritenere opportune
e ci fa sperare che qualche anima pensosa ed
inquieta--di queste sole giova il consenso--incontreranno
per via._
Introduzione.
Una breve introduzione è necessaria per il più facile intendimento
delle pagine che seguono: nelle quali si parla di religione, di
coscienza, di libertà, supponendo noto al lettore il senso che a
queste ed altre parole affini va attribuito, dopo i più recenti
chiarimenti dell'idealismo filosofico.
Ma l'introduzione dovrebbe essere un trattato; e il trattato, nei
brevi confini di questi volumetti, è impossibile. Debbo dunque
contentarmi di esporre, in forma quasi assiomatica, talune delle
conclusioni metodologiche più ovvie le quali, per ogni studioso delle
cose dello spirito, dovrebbero essere oramai acquisite e sicure.
1. La parola religione ha due significati molto diversi.
In un significato, essa dice lo stesso spirito umano in quanto,
antecedentemente ad ogni concreta determinazione storica del fatto
religioso, è in esso l'esigenza, originaria ed irreducibile, di
pensare ed agire religiosamente, cercando di esprimere in sè una
conoscenza sintetica della vita, dell'essere e dell'universo, e di
coordinare a questa sintesi la sua attività. Le religioni storiche
procedono da questa fonte e non l'esauriscono mai. Esse possono esser
considerate, sotto questo aspetto, come i torrenti di lava di un
vulcano vivo. La forza ignea che accende e fonde la materia è
nell'interno ed erutta di quando in quando la lava, la quale poi si
raffredda e solidifica, scorrendo sul declivio.
Coloro i quali non sanno parlare di religione, senza riferirsi,
implicitamente almeno, a qualche religione storica, confondono lo
spirito e la coscienza umana con un momento ed un fatto storico,
contingente e relativo, concretato in dottrine ed in riti, nel quale
lo spirito, benchè più lentamente che non faccia la lava del vulcano,
stagna, si raffredda, si solidifica e muore; confondono l'idea con
quello che forse è già divenuto il cadavere di una idea.
E il maggiore errore è di quelli i quali, osservando la diversità e la
complessità dei fatti religiosi, cercano di ridurli scientificamente
all'unità, ricorrendo alle prime e più elementari e rudimentali
manifestazioni dello spirito religioso, p. es. al _tabou_. Come
farebbe, ad es., chi per cercare la definizione dell'arte ricorresse
alle prime arcaiche figurazioni artistiche.
2. Quindi, per giudicare della religiosità o meno di un individuo,
conviene non arrestarsi alle forme concrete, storiche, di religione,
nelle quali questo si è trovato a crescere ed a vivere, ma esaminare
il grado di sviluppo del suo spirito; vedere cioè se egli è giunto a
quella maturità di consapevolezza nella quale solo nasce il bisogno di
collocarsi spiritualmente nell'insieme degli esseri e dell'universo;
al vigore di volontà per il quale si giunge a volere, non solo sè
stesso come individuo e i propri fini immediati, ma quei beni che
all'individuo sembrano degni di esser raggiunti _per sè stessi_, per
il loro oggettivo valore, e quindi anche, se è necessario, con
sacrificio di sè. La forma concreta che assume questa estensione
dell'individuo in una zona di attività e di fini vasti e
superpersonali è la _sua_ religione.
Prendete ad es. lo scienziato naturalista il quale si è persuaso del
determinismo universale e della superiorità dei fini che la natura
raggiunge con la sua esuberanza di manifestazioni fisiche, chimiche e
organiche; questo scienziato, secondando in sè lo sviluppo della vita
fisica e il raggiungimento dei più egoistici piaceri individuali con
il disprezzo di ogni norma morale, agisce «religiosamente», in quanto
cerca di realizzare in sè, con consapevole sforzo, quelli che _crede_
essere i fini universali e supremi delle cose; in quanto coordina la
sua vita alla vita della materia e dell'istinto «divino». È, ad es.,
la religione della _laus vitae_ di Gabriele D'Annunzio.
E questa religione ha i suoi precedenti storici in molte superstizioni
brutali delle religioni antiche; nei cui riti si cercava di esprimere,
con grossolana confusione, l'adorazione della vita fisica e della
natura; p. es., nella prostituzione sacra e nei culti dionisiaci.
3. Nella storia e nelle società nostre, molti gradi e stadii di
sviluppo religioso si sopravvivono e coesistono. Anche qui
l'ontogenesi ripete la filogenesi, con innumerevoli complicazioni ed
anacronismi. Per es., nei costumi religiosi del popolo italiano non è
difficile trovare ancora tracce e sopravvivenze di tutte le religioni
che da due millennî esso è venuto accogliendo ed elaborando; dalle
primitive superstizioni totemistiche e animistiche al naturalismo ed
al politeismo di molti riti pagani; specie quando le une o le altre
vennero assunte sotto il patrocinio della religione dominante e
superficialmente segnate da questa del sigillo di una più alta
religiosità.
Una riduzione analitica del cattolicismo alla molteplicità degli
elementi religiosi, sovente assai più antichi, dei quali esso si è
servito per comporre l'attuale religione o superstizione popolare è
oggi assai facile; e la volgarizzazione delle sue conclusioni più
certe sarebbe uno strumento efficacissimo di educazione religiosa. Lo
Stato italiano ha reso alla Chiesa romana un immenso servigio,
abolendo nelle università, e quindi sopprimendo di fatto, lo studio
scientifico delle religioni in Italia.
Evidentemente, questa religione popolare è, in tal caso, una religione
_inferiore_; corrisponde a stadi di cultura già superati. Superati,
s'intende, da coloro i quali appartengono spiritualmente alla loro
età; non dal contadino analfabeta, ad es., il quale non ha avuto e non
può avere, isolato nel suo fondo e nella sua casupola, contatti con la
cultura del tempo, e che quindi seguiterà a comporre il suo mondo
interiore di imagini e di previsioni grossolane, presso a poco così
come, millennî innanzi, se lo composero i suoi antecessori.
Le religioni costituite, se sono riuscite a trarre il loro vantaggio
da questa ignoranza e ad aggiogarla al loro carro, sono per necessità
conservatrici ed affaticano i propri teologi nel cercare delle
spiegazioni accomodanti; come quel decreto della Curia romana il quale
permetteva e sanciva l'uso di pezzettini di carta, con su formule e
invocazioni religiose, da ingoiare per ottenerne, in certi casi,
effetti fisici miracolosi.
Ma lo spirito religioso è necessariamente ed essenzialmente innovatore
e, contro tali costumi, rivoluzionario; poichè esso abdicherebbe a
suoi fini più essenziali se non cercasse di profittare, per le sue
sintesi superiori e per il dominio della vita da parte degli interessi
ideali, di tutti i progressi dello spirito e della cultura.
Questo spirito religioso ha tuttavia una preoccupazione; quella di
giudicare delle dottrine e dei riti dal loro valore di vita non solo
in astratto ma, particolarmente, negli individui nei quali essi
operano; e quindi di rispettare, per la sincerità e l'efficacia morale
che essi possono avere, quelle dottrine e quei riti, in certune
categorie di individui, in quanto non gli riesca di sostituirli con
norme più ricche di vita e di efficacia morale. In questi casi si è
dinanzi a un doppio dovere: di educare con bontà coloro i quali sono
nella ignoranza superstiziosa e di combattere apertamente e
risolutamente coloro i quali profittano della loro ignoranza.
4. Se la religione, nelle sue caratteristiche essenziali, è lo sforzo
che la coscienza umana fa per vivere consapevolmente la _sua_ vita,
non come sua, ma come _vita_, realizzando i beni di questa, in quanto
è vita della coscienza, cioè dello spirito, consapevolezza del proprio
essere e dei fini di questa attività immanente e tutta presente che è
in continuo fluire e creare ed emergere e riversarsi esteriormente,
noi dovremo concludere che la religione è il culmine della personalità
umana e il culmine della storia.
Quello che negli individui ha appunto questo carattere e significato
più alto, e veramente quasi divino, di rivelare e di praticare la
pressione degli interessi ideali nella vita, il tentativo di
raccogliere nell'unità interiore le diverse tendenze ed atteggiamenti
pratici dello spirito, di costruire le sintesi unificatrici e di
mettere la propria vita ed il mondo esteriore che è il mondo di
ciascuno di noi in armonia con esse, l'intendere l'arco della propria
vita ad un fine più alto, questo è in essi e per essi la loro
religione.
Si comprende quindi come si possa parlare anche di una religione della
patria o della bellezza o della cultura o dell'umanità; poichè patria,
bellezza, cultura, umanità, così come giustizia, bontà, libertà umana,
cioè il culto della umanità vittoriosa e dominatrice in ciascun
individuo umano, sono parole con le quali si indica, sotto l'uno o
l'altro aspetto, l'esigenza che negli spiriti singoli e nelle
coscienze è posta da questo più alto e ricco e profondo significato
della vita umana che è come la presenza, in ciascuno di noi, dello
_spirito_, nella universalità ed assolutezza sua.
E questi vari ideali, ciascuno dei quali separatamente è monco ed
imperfetto, ed approfondendo ciascuno dei quali noi scuopriamo, in
complicazioni e rapporti sempre più intimi via via che il nostro
pensiero si aguzza, anche gli altri, noi diciamo, con termine
generico, Dio; il quale esprime la necessità che noi abbiamo di
concepire questa più ricca ed occulta vita dello spirito come il
massimo della universalità ed insieme il massimo della concretezza e
della personalità; perchè l'universalità astratta, quella che il
pensiero razionale e scientifico può darci, è la forma e la categoria,
il vuoto, mentre la vita è concretezza ed attualità e personalità.
Quindi l'ideale religioso, Dio, è posto non dalla ragione ma dalla
_fede_; è posto con lo stesso atto di vita e di volontà con il quale
noi vogliamo quella più ricca vita che ci trascende e della quale,
insieme, non sentiremmo il bisogno ed il desiderio, se essa non fosse
già in noi, se non fosse noi stessi, in vocazione ed in germe.
E poichè non si tratta per noi, in quanto religiosi, di sapere e di
volere ciò che è e ci si manifesta nel nesso esteriore ed oggettivato
delle causalità e delle successioni e nella concretezza del suo
essere, percettibile e misurabile da noi, ma di sapere e di volere
quella ulteriore sintesi e realtà ed armonia e ricchezza di vita che
non è, ora, ed in tanto può essere--per noi--in quanto ci è dato di
intravederla e di volerla e di farla, così una religione la quale si
identifichi con la scienza o con la stessa filosofia è una
contraddizione in termini; poichè l'una e l'altra sono di ciò che è,
della vita vissuta, della realtà che è divenuta queste realtà
concrete, delle cose fatte e morte.
La filosofia ha anche per oggetto lo spirito e si sforza di rimuovere
l'illusione dell'intellettualismo astratto e di colpire la vita
nell'atto della sua unità e continuità; ma essa lo fa con un atto di
riflessione, e cercando quasi di sdoppiare lo spirito, di cogliere sè,
dal di fuori, nell'atto del suo fare e di decomporre questo fare negli
elementi che lo costituiscono, di definirlo.
La fede è invece l'occhio interiore che ci è dato per discernere
nell'attualità della vita la sostanza e le direzioni della sua feconda
creazione; essa è quello che _non è_, nè come forma di realtà
definita, nè come volontà giunta a realizzarsi e possedere il suo
mondo; ed è insieme l'affanno della creazione, la creatura-creatore
che «_ingemiscit et parturit usque adhuc_».
Ed essa è indefinibile e inafferrabile e intraducibile, perchè
è--dicevo--l'atto vivente dello spirito, gravido di vita, natività
continuata e rinnovantesi.
Ed ora, o mai più, il lettore intenderà perchè la religione vera è,
per ed in ciascun individuo, il massimo della personalità, il suo
santuario interiore, il suo Dio incomunicabile, il fiore alto e puro
della sua vita, se questa è nobile e pura, capace di generare un Dio,
e non solo dei mostricciattoli morituri. E intenderà come è sciocco
parlare di religioni solo come di assemblee di teologi e volumi di
dottrine e corpi di riti e di simboli; poichè tutto questo o è il
cadavere della religione od è il materiale del quale le coscienze
religiose si servono per creare la loro fede. Ma quanti ancora
confondono il neonato con gli strumenti della levatrice!
5. Altra conclusione, la quale, anche essa, ci interessa molto.
Come negli individui la religione è il culmine della personalità, il
fiore della vita ricca e pura, così nei popoli e nella loro storia la
religione va cercata in ciò che essi sanno compiere, come unità
spirituale, per l'avvento dei grandi ideali umani, per il trionfo
della cultura, della giustizia e della bontà. E i sacerdoti veri dei
popoli sono i loro condottieri in queste opere eroiche, in questi
momenti solenni delle creazioni sociali nelle quali vien raggiunto e
si compie un qualche concreto ideale di giustizia e di solidarietà
umana.
Ciò apparirebbe agli uomini assai più facilmente se le vecchie
religioni storiche non avessero tutto l'interesse di far della
religione una cosa professionale e di fissare della norme di vita e un
tipo di bontà dal quale chi si allontana è giudicato perverso; e se
quindi gli uomini, concentrando tutto il loro interesse sui progressi,
nelle coscienze singole e nelle istituzioni, dei beni e delle energie
ideali dalle quali dipende per tanta parte l'arricchimento della vita
e della personalità umana, potessero intelligentemente e serenamente
giudicare di ciò che a tali fini con più efficacia conduce.
Così nel secolo scorso, ad esempio, se gli italiani avessero equamente
saggiato i benefici spirituali della vecchia religione cattolica e per
contro quelli che al paese dovevano venire dai moti spirituali dai
quali procede l'Italia moderna, così profondamente diversa da quella
che la Chiesa romana avrebbe voluto perpetuare, essi avrebbero
giudicato che assai maggiore religiosità vera e vivente era nell'anima
ignea e negli scritti e nell'opera di Giuseppe Mazzini che non in
quella gelida e diffidente di Gregorio XVI e dei suoi preti ortodossi.
E, giudicando in tal modo, si vedrebbe che la società contemporanea,
se pur sembra irreligiosa perchè non esterna nelle vecchie forme il
suo ossequio ad una divinità e non ha fiducia nelle vecchie dottrine,
è invece pervasa e percorsa da intime correnti di religiosità sincera
e fattiva, le quali si manifestano in tante forme di lotta contro il
male--l'alcoolismo, la tubercolosi, la miseria, l'abbandono o la poca
cura dell'infanzia, ecc.--e di propaganda per iniziative benefiche,
così varie e numerose che il solo esemplificare sarebbe lungo.
L'età nostra e la coscienza contemporanea ha dunque la sua religione
così come le altre età hanno avuto la loro; e se essa offre
caratteristiche assai diverse da quelle delle religioni passate: la
poca cura delle formule dottrinali, la ripugnanza ai riti
tradizionali, lo sforzo verso la libertà e la personalità, il culto
della vita quale essa si offre alla nostra esperienza presente, senza
affannose indagini su l'al di là, il senso della interiorità del
divino, la praticità di intenti e di opere, tutto ciò a chi non abbia
la mente ingombra di pregiudizii religiosi apparisce come un progresso
e non come uno smarrirsi dello spirito religioso.
6. Ancora una osservazione. L'attenuarsi del vincolo, già così
stretto, fra la fede interiore e la religione esteriore, con la sua
gerarchia e le sue dottrine e i suoi riti, ha gettato in una crisi
gravissima le vecchie religioni e in particolar modo il cattolicismo.
Roma, soprattutto, sentendo venir meno il sostegno di tutto il suo
colossale edificio esteriore, si affanna a dare a questo la maggior
consistenza possibile, perchè esso possa reggersi, corpo senz'anima,
quasi per l'istesso suo peso¹. Di qui le varie riforme di Pio X: la
condanna del modernismo, la codificazione del diritto, le riforme
liturgiche, la rigida difesa della tradizione ortodossa; tentativi
disperati di puntellare un edificio sotto il quale viene mancando il
terreno.
¹ Un esempio tipico della prevalenza presa nel cattolicismo romano
da elementi che non hanno nulla di religioso e che manifestano
il carattere intimamente reazionario di esso è il
neo-cattolicismo dell'_Action française_ o quello estetizzante,
meritamente assai poco noto, de' giovani del S. Giorgio. Molti
atei e scettici, remoti quanto è possibile essere dal
cristianesimo e sin da ogni scrupolo morale, affettano per il
cattolicismo romano una simpatia veramente rivelatrice. E questo
non ha ritegno di vantarsi e di giovarsi di tali simpatie. Forse
lo fa per mostrare che, dopo tutto, anche esso è larghissimo di
libertà...
Ma chi giudica del valore dei segni e dei riti religiosi da ciò che
essi contengono di religiosità viva e palpitante, quegli è condotto ad
una grande serenità di giudizio e ad un rispetto sincero che va
diritto alle coscienze e da esse discende alle forme esteriori con le
quali queste manifestano, con maggiore o minore chiarezza ed
efficacia, le loro fedi.
E lo sforzo di questo osservatore, se egli si trasformi in uomo di
azione, sarà, non già quello di difendere tenacemente ed imporre delle
forme fisse, ortodosse, di religiosità, quali che si sieno, ma, al
contrario, di cercar di diminuire quanto è possibile ogni differenza
artificiosa ed ipocrita fra la interna religiosità e la religione
esteriore; di ravvivare e liberare ed alimentar quelle, anche se
l'effetto inevitabile sarà una reazione immediata contro le vecchie
formule che tenevano servo ed avvinto lo spirito.
Questo modo di regolarsi, quando esso fosse riconosciuto buono e
praticato da molti, avrebbe certo risultati preziosi nella nostra vita
spirituale di individui e di popolo; poichè ci permetterebbe di
liberar noi stessi e via via il popolo italiano dai pregiudizi e dalle
passioni che esso porta nel giudizio di materie religiose; di scindere
la causa della religione popolare, vestita di forme cattoliche, da
quella della teologia e della gerarchia romane; di vedere nel
clericalismo, non la difesa della religione, ma l'ultimo sforzo d'una
gerarchia che dal progresso dello spirito religioso si vede minacciata
e dannata; di elevare e nobilitare ai nostri occhi le varie forme di
attività educatrice e benefica nelle quali si dispiega la religiosità
dello spirito contemporaneo; di permettere a ciascuna coscienza ed
all'insieme di esse un più libero e sincero e coerente atteggiamento
dinanzi a sè stesse e ai doveri e ai misteri e ai fini supremi della
vita.
7. Quali sieno stati gli effetti della confusione fra religione
esteriore chiesastica e religiosità negli ultimi tempi è noto. Quattro
secoli di storia di questa confusione hanno fatto la grande menzogna,
della quale soffre, nei paesi latini, la civiltà contemporanea: hanno
messo, dall'una parte, la religione con la reazione, dall'altra, la
democrazia con la rivolta. Fatali, storicamente, l'uno e l'altro
accoppiamento, ma fonte oggi, di equivoci, di confusioni, di danni
innumerevoli. Perchè l'alleanza della religione storica dei popoli
latini, del cattolicismo, con la reazione ha profondamente falsato il
concetto della religione e delle energie spirituali che essa alimenta;
come, d'altra parte, la pertinace ideologia di rivolta impedisce alla
democrazia di vedere chiaramente i suoi compiti positivi, la lenta
paziente faticosa costruzione della società nuova; costruzione che
deve cominciare dalle coscienze ed educare queste e modificarle
profondamente, prima di tradursi in fatti in leggi in istituzioni
sociali.
Dissociare queste due tenaci e false associazioni di idee e di cose
deve essere oggi l'ufficio di quanti amano sinceramente la democrazia.
Dall'una parte, cioè, bisogna distaccare la religione dalla reazione,
abbandonando a questa tutte le forme e le formule di quella, oramai
morte e vuote di contenuto, portando alla democrazia l'anima viva di
una religiosità che è fervore di fedi di entusiasmi di sacrificio per
il bene.
Dall'altra parte, alla democrazia stessa bisogna fare intendere che se
essa deve riserbare alla violenza un posto nelle eventuali ore
decisive della storia, nelle quali un mondo nuovo non può nascere
senza una lacerazione del vecchio, oggi, conquistate le libertà
politiche, aperte dinanzi al proletariato innumerevoli vie di azione
positiva, l'ideologia rivoluzionaria non fa che turbare gli spiriti ed
offuscarli, nascondendo ad essi i compiti positivi della riforma.
Il modernismo religioso lotta per la democrazia, analizzando e
risolvendo le religioni storiche, dividendo le cose morte dallo
spirito vivo del quale quella ha bisogno di alimentarsi. La rivolta
lotta per la reazione, perchè nella irrequietezza torbida delle
fermentazioni proletarie delle grandi città e negli impazienti e nei
demagoghi attenua od annulla il senso delle responsabilità e dei
doveri morali, crea ed alimenta la sciocca illusione che quello che
deve esser fatto con molto amore e con molta pazienza, con il
contributo assiduo e volonteroso di tutti, dipenda da un colpo di
forza. Ed essa permette alla reazione di avvalersi e di profittare del
timore suscitato nelle classi medie dai tumulti irrequieti e dalle
minacce insistenti dei demagoghi.
Ma coloro i quali, ribellandosi alla tradizione di secoli di lotta,
riescono a superare le antitesi ed a vedere nella democrazia un'anima
religiosa, nelle impazienze della rivolta un'anima reazionaria, sono
ancora molto pochi.
Essi muovono da questo concetto, così semplice e fondamentale, che
come l'età antica, il medio evo, in ciò che lo costituisce, era
l'assoggettamento dell'uomo ad istituzioni ecclesiastiche e civili
concepite come dominatrici per un diritto superiore e divino, l'età
moderna consiste invece nella affermazione della sovranità dell'uomo,
dello spirito umano sui costumi sulle leggi sulle istituzioni sociali.
Questo sforzo continuo di effettiva sovranità, di rinnovazione
sociale, di dominio dello spirito sulla storia ha due lati, due
momenti, due aspetti che non possono essere divisi; dei quali l'uno
interiore, l'altro esteriore.
Primo momento. L'individuo, il singolo, diviene uomo, cioè umanità,
cittadino, coscienza libera, signore delle sue fedi e delle norme
della sua condotta, capace di effettiva sovranità, non in nome di un
capriccio individuale, ma in nome delle esigenze ideali di giustizia e
di bene che egli porta con sè. Ed egli pone e nutre così in sè stesso
una esigenza, una sete, una energia di giustizia di riforma di
rinnovazione la quale potrà poi essere impiegata nelle lotte e
conquiste civili.
Secondo momento: questa sete di giustizia più alta, di fraternità più
largamente ed efficacemente umana, che si è venuta facendo nella
esperienza della vita sociale, entra in conflitto con gli ostacoli che
la realtà concreta oppone alla sua realizzazione, educa e prepara ed
organizza le forze le quali possano assicurare la vittoria dell'ideale
democratico. Queste forze lottano e si addestrano nelle libertà
politiche, nelle iniziative pratiche, nelle riforme positive.
Il primo momento è quello della democrazia come _interiorità_, come
sogno e fede e entusiasmo, della democrazia--religione; il secondo
momento è quello dei compimenti esteriori, delle lotte sociali e
politiche.
Questo concetto della religiosità e della religione è il messaggio che
il modernismo ha per molti contemporanei; il messaggio che
modestamente ma tenacemente noi ripeteremo, nelle vie e nelle piazze,
a chi ascolta e a chi non ascolta, a voce alta e ferma, sinchè esso
non sia inteso.
LA LIBERTÀ E L'UNITÀ RELIGIOSE
La libertà religiosa.
L'_unità religiosa nella libertà_ è il motto di questi congressi,
opposto all'altro: l'unità religiosa sotto la mia autorità, nel quale
si compendiano la dottrina e la pratica della Chiesa di Roma.
E il nostro congresso realizza già largamente l'unità nella libertà;
poichè gli aderenti ad esso:
o sono credenti secondo la regola di fede di alcuna delle
confessioni religiose protestanti, qui fraternamente adunate;
o sono uomini che, cristiani non iscritti a chiese, riconoscono e
apprezzano nel Cristo e nel cristianesimo, considerato nelle sue
direzioni e credenze fondamentali e nei valori di vita religiosa che
esso ha esaltato, una interpretazione dell'esistenza umana e del
mistero delle cose la quale, se non può essere definita per essi in
formule e riti precisi, è ricca pur sempre di un significato e di un
contenuto vitali ed esige l'adesione dello spirito;
o, se anche sieno giunti a conclusioni le quali non permettono di
vedere in ogni fatto religioso e religione positiva e in ogni
rivelazione e dottrina altro che momenti storici definiti dello
spirito religioso che si svolge, superando, con l'impeto di una
interiore attività creatrice che mai non resta, ogni sua precedente
posizione e definita concretezza, veggono pur sempre nel cristianesimo
storico una grande pedagogia religiosa della civiltà europea, la
quale, per i servigi che può ancora rendere, sotto molti aspetti ed a
molti spiriti, merita di essere considerata con animo scevro da ogni
passione polemica, e condotta, per altri sviluppi ed applicazioni
forse secolari, sino all'esaurimento ed annullamento di sè nella piena
maturità dell'alunno, che è lo scopo di ogni buona pedagogia.
Nell'uno o nell'altro di questi modi, il fatto cristiano ci unisce
tutti, come punto di partenza e come via, quali che siano le mete più
o meno lontane alle quali tendiamo; e ci permette di essere insieme
fraternamente e di discutere e di intenderci intorno al modo di aver
fra noi rapporti sempre più intimi, di aiutarci nella comune opera
intenta a detergere la coscienza religiosa europea dagli odii
teologici che ancora la intorbidano e le annebbiano la vista e ad
ottenere dai valori cristiani, messi in armonia con la cultura e le
aspirazioni del nostro tempo, il massimo risultato possibile.
Egli è che tutti qui abbiamo imparato, eredi di una esperienza storica
maturatasi in lotte secolari gloriose, od ammaestrati dalla nostra
stessa esperienza personale, l'importanza ed il pregio della libertà
religiosa, e questa anteponiamo, in qualche modo, allo stesso giudizio
che ciascuno di noi si fa della legittimità o della credibilità delle
speciali dottrine religiose alle quali aderiamo come singoli. Poichè
nessuna fede ci sembra degna di esser vissuta e per la quale si lavori
o si faccia sacrificio di sè, che non sia capace di vivere e di
crescere nella libertà, non educhi anzi alla libertà lo spirito di chi
la riceve; e, per converso, ogni fede alla quale l'animo aderisca con
intima persuasione e che sia, non parola o gesto vuoto di vivente
significato, ma traduzione in simbolo e in rito di quei valori
spirituali e morali che la coscienza praticamente realizza, termometro
della temperatura spirituale, saliente con questa, ci sembra degna del
massimo rispetto e considerazione, come frutto dello spirito, che
spira dove vuole.
Noi siamo dunque qui adunati, non per talune fedi contro altre--non
siamo un concilio--e non per cercare il minimo comune denominatore di
un certo numero di fedi, opera impossibile e vana, essendo ogni
concreta fede vivente tutta sè stessa, ma per asserire e propugnare,
contro ogni forma di ipocrisia religiosa e contro ogni pretesa di
fissità storica e dommatica intangibile di una determinata fede, e di
autorità ecclesiastica imponente o misurante dall'esterno le fedi, la
_sincerità_ religiosa; sincerità che è libertà, poichè è
riconoscimento dell'esigenza, imprescrittibile in ciascun individuo,
di giungere ad una fede consapevole la quale sia diretta e perspicua
espressione del suo vero animo religioso e si alimenti di tutta la sua
vita interiore.
E, così facendo, noi abbiamo fiducia di raccogliere ed in qualche modo
precisare le tendenze spirituali e religiose della nostra epoca.
Poichè la gloria e il tormento di essa, da quando sorse l'età moderna,
fu appunto la liberazione della coscienza e dello spirito umano dal
peso opprimente di vecchi istituti sociali, la costituzione della
personalità umana sulla base dell'autonomia, e la sovranità dell'uomo,
fatto così padrone di sè, sulla sua storia.
La prima rivendicazione dell'uomo moderno è quella della divinità,
strappata al sacerdozio che ne aveva fatto monopolio, restituita
all'intima coscienza umana. La prima libertà proclamata, quella dalla
quale ogni altra doveva poi logicamente discendere, fu la libertà
religiosa; benchè poi questa, prima ad illuminare i vertici della
coscienza filosofica, rimanga ultima da conquistare per le
moltitudini, che debbono innanzi giungere con cammino faticoso a una
sufficiente padronanza di sè e somma di cultura.
Dalla fine del sec. XV, ogni riforma religiosa è un passo verso la
libertà, ogni grande moto d'idee affina o prepara, talora
inconsapevolmente, questa consapevolezza dello spirito dell'uomo,
signore di sè e della sua storia. Signore non perchè non porti con sè
la sua legge di bene, alla quale obbedire è regnare, ma perchè non ha
e non riconosce padroni _fuori di sè_; o, meglio, non si fa servo
delle sue illusioni, le quali solo possono effettivamente sancire il
dominio su lui di un altro; ad esempio, del papa, al quale fosse
riconosciuta un'autorità che, all'infuori del tramite della coscienza,
gli venisse direttamente e miracolosamente da Dio.
La nostra libertà adunque, quella che noi siamo fieri di aver
rivendicato e difendiamo e vogliamo, per noi e per il prossimo nostro,
far sempre più larga e sicura, non è orgoglio di anima che si ribelli
alla divinità, non filosofia audace che proclami vuoti i cieli e
l'uomo creatore non solo degli dèi, ma di Dio; è libertà che si
afferma storicamente, nel seno delle istituzioni trasmesseci dagli
avi, per piegarle al dominio di una crescente consapevolezza, per
liberarle da ciò che di esse muore, mutando la cultura ed il senso dei
valori spirituali, per investirle insomma della presenza viva di uno
spirito che, affaticato da una divinità interiore, continuamente crea
la sua storia, vive la sua nuova vita.
In questa continuità di vita che è creazione e perenne novità, noi
accettiamo il passato--le tradizioni, le dottrine, i riti, le
chiese--non come norme immutabili e limiti, ma nella misura in cui
esso è continuità vera, acquisizione e patrimonio nostro; accettiamo
il presente, i dati di fatto offerti al nostro spirito come materia
del suo lavoro, ma lo accettiamo appunto come somma di dati, di
condizioni poste, di materia da elaborare, non come misura ed argine;
obbediamo alla divinità, quale essa ci si offre, al lume della nostra
esperienza religiosa, come a legge dello spirito, come a necessità
della libertà.
Interiorità e immanenza.
Ma un passo sul terreno filosofico conviene pur fare, almeno per
rimuovere equivoci, facili e frequenti in materia.
Nell'affermata immanenza della divinità, nello spossessamento del
sacerdozio che pretendeva frapporsi, arbitro e sovrano, fra essa e
Dio, noi abbiamo veduto modificarsi profondamente un rapporto; non
quello che lega la coscienza al _suo_ Dio, ma l'altro che lega la
coscienza alle _sue_ creazioni sociali e storiche. Abbiamo detto:
tutto, nella storia, è opera dell'uomo; in ogni atto o momento o
istituto di questa si rivela l'uomo, così come egli è, frutto e
fattura di una complessa tradizione, coscienza che si dibatte nella
lotta con l'errore e col male, per ascendere al bene e alla verità.
Dal regno della storia--al pari, del resto, che dal regno della
natura--Dio non è quindi escluso, in forza della posizione della
libertà spirituale o del determinismo fisico; può essere è pur sempre
presente, ma in un altro piano. La parola, il comando, l'opera di lui
giungono a noi attraverso alla storia, tradotti cioè in parola, in
precetto, in opera di uomini, fatti già _storia_, e quindi concretezza
e relatività e miscela; e a noi rimangono pur sempre la necessità e il
dovere d'interpretare, di discernere, di prendere quello che sentiamo
esser vita per noi, di assumere e trasfondere in questa nostra vita
gli elementi che ne sono capaci, rimuovendo e sacrificando il resto.
E la norma di questa assimilazione e nutrizione spirituale non può
essere che in noi, nella luce interiore che si fa nel nostro spirito,
se esso segue «sua via».
Vi sono bensì delle parole, degli atti di tale più alto e divino eroe
ed assertore della coscienza religiosa che ci appariscono come
traslucida rivelazione dell'assoluto religioso: molte pagine del
Vangelo, la morte di Cristo. Ma sono parole, atti e momenti singoli
immensamente remoti dalla complessità di una dottrina e di un sistema
religioso, di una liturgia, di una Chiesa; poichè appena quel lucido
rivo incomincia la sua via, incomincia anche necessariamente ad
ingrossare del contributo di innumerevoli coscienze.
Ma questa autonomia spirituale di ciascuna coscienza, si chiede, non
rende impossibile ogni religione positiva, se religione positiva è
consenso di più persone nell'adorazione di un Dio? E la coscienza
religiosa, che adora il _suo_ Dio, non tende necessariamente a
superarsi e contraddirsi, per il fatto che essa, riconoscendo nel suo
Dio il vero Dio, non può per ciò stesso ammettere o tollerare altre
forme di adorazione di Dio, altri dèi? «In quanto e nel momento in cui
io adoro il mio Dio, non posso ritenere questo Dio come esistente
soltanto dinanzi a me, senza, per ciò stesso, annullarlo come Dio, e
quindi anche in quanto mio. O è Dio per me e per gli altri, o non è
Dio neppure per me»¹.
¹ F. CARABELLESE, in _Rivista di filosofia_, anno V, pag. 281.
A parte il fatto che una tale difficoltà deve essere risolta in
qualunque sistema religioso, poichè anche in un noviziato di gesuiti
il Dio di un novizio non è Dio dell'altro che per approssimazione e
artificiosamente, tanto che il Dio del superiore dei novizi vuol
essere obbedito ciecamente e senza discussione, e quindi il Dio degli
inferiori non è che un odioso gendarme... di se stesso, la difficoltà
nasce dal non aver compreso di qual natura sia e quale possa apparire
alle coscienze il Dio della immanenza, nel senso non trascendentale ma
psicologico e storico da noi indicato.
Il Dio che io adoro, il mio Dio, è una mia creazione e costruzione; e
io lo adoro. Egli è mio, e quindi talmente mio che non può esser di
altri, perchè è specchio e fattura e personificazione della mia
coscienza; e tuttavia mi unisco ad altri nell'adorarlo.
Mai forse si trovarono insieme, come in questo congresso, uomini di
fedi diversissime--o forse solo al congresso delle religioni a
Chicago--; e pure queste nostre riunioni sono una tacita adorazione di
un unico Dio.
La verità è che non nell'oggetto o nel fatto o nel verbo della mia
creazione sta la religione mia, ma nell'_atto_ stesso della creazione;
non in quanto va a Dio, ma in quanto viene da Dio ed è uno sforzo con
il quale questo Dio da cui viene si trasfonde nel mio essere e lo
nobilita e lo spinge innanzi, a superarsi, ad ascendere, a divenire
più efficace ed intensa creazione.
Quindi il mio Dio non in tanto è Dio in quanto viene, uno e identico,
adorato da molti, ma in quanto uno s'incarna ed esprime e traduce in
molti, ineffabile e incommunicabile secondo quel che egli è, vivente e
vero e concreto in ciò che noi siamo ed andiamo divenendo secondo lui,
in cui viviamo, ci muoviamo e siamo; uno e vero nella stessa
molteplicità delle imagini.
Aver creduto di poter passare dalla interiorità alla esteriorità
spirituale fissando un Dio oggetto, persona esteriore e tipo, è
l'errore, in proporzioni più o meno gravi, di tutte le religioni
storiche del passato, ed insieme la fonte di tutte le discordie
teologiche e religiose; aver veramente e definitivamente ricondotto la
religiosità nella interiorità è la grande conquista spirituale della
coscienza moderna.
In essa i diritti dell'individuo sono salvi, appunto perchè è preclusa
ogni via alla sopraffazione di un altro individuo nel nome della
divinità; ma insieme sussiste il vincolo religioso, fra individui,
nello spazio e nel tempo, come vedremo.
Quale sia poi la natura metafisica di questo Dio, quale il suo essere
ed i rapporti del suo col nostro, quali il carattere, i limiti, le
leggi della nostra personalità spirituale in rapporto ad una
personalità divina trascendente, od in ordine ad uno spirito davvero
immanente del quale noi non siamo che momenti e frammenti, sono
questioni troppo difficili e vaste, che non ci è necessario qui
esaminare.
Ma quello che in ordine a tali argomenti si può oramai dire, nella
speranza di essere intesi da molti, è l'incitamento a una grande
modestia. Oramai non può non apparirci puerile chiunque esponendo la
sua filosofia non mostri il senso vigile della relatività del proprio
sistema e delle conclusioni tratte con dialettica faticosa, nella
quale molti oscuri elementi extradialettici s'insinuano, dai proprî
principî.
Affatichiamoci a far la luce intorno ad alcune concezioni
fondamentali, a chiarire le esigenze di quello che, in molti pensanti,
è pur sempre il pensiero. E, d'altra parte, affatichiamoci a porre in
luce le esigenze e i postulati della nostra vita morale, seguendoli
poi fiduciosamente. Sono due traduzioni faticose; l'una, traduzione
della realtà fatta, compiuta, presente, che c'è data, e del nostro
spirito, colpito, non nel suo più intimo essere, ma nell'atto
dell'indagarla, in scienza; l'altra, traduzione della realtà stessa
intima, profonda, creatrice, che è in noi, di noi come attitudine e
possibilità di essere, di un essere in noi che è divenire, e
dell'immenso mistero che questo divenire accoglie nel grembo, in fede.
Non riusciremo certamente con ciò a fondere in armonia le varie
correnti e scuole d'idealismo e di spiritualismo che dominano ai
nostri giorni: per esempio, Croce, Bergson, Royce, tre gradi
dall'astratto verso il concreto essere spirituale; ma procederemo più
cauti, insieme, e più fiduciosi.
La pratica della libertà.
In forza adunque di questa libertà spirituale che c'è cara e per la
quale abbiamo lungamente lottato e sentiamo di dover continuare a
lottare, noi non ci sentiamo isolati, non ci costituiamo come grezze
individualità, in lotta con ogni altra, non ci disinteressiamo nè
della tradizione religiosa, nè della Chiesa, nè del prossimo nostro.
Come nella vita civile, anche per la nostra vita spirituale noi
abbiamo bisogno di alimento e sentiamo di dover procurarcelo insieme,
raccoglierlo da ogni parte. Il buon grano, in qualunque continente
prodotto, ci nutrirà, poichè una è la legge di conservazione e di
sviluppo delle nostre anime.
E se, nei secoli e per gli uomini che ci precedettero, dinanzi alla
sete di libertà si delineò il più spesso un còmpito di opposizione e
di distruzione, tanto era forte e vicino il nemico di essa, oggi un
più sereno lavoro incomincia: e il desiderio di avvicinamenti
proficui, d'intesa, di collaborazione ci spinge gli uni verso gli
altri. Ed è una prova palpabile della presenza e dell'efficacia di un
Dio interiore, il quale regna su di noi, il fatto che noi siamo
portati a cercare--mossi gli uni verso gli altri da un'intima
simpatia--quali sieno i còmpiti positivi e ricostruttivi della
libertà.