Mentre andavano consumando la villeresca cena, Bernardo e Gaudenzo

continuarono a parlare delle faccende che stavano ad entrambi tanto

a petto, proponendo alternativamente varii progetti sul modo in

cui meglio conveniva impiegare il ricavo che il giovine contadino

avrebbe fatto de’ suoi pochi tenimenti di Civiasco, affine di prendere

stabile dimora nelle terre soggette alla giurisdizione vescovile,

sottraendosi al dominio del prepotente Biandrate. Dirigevano nel calore

del discorso alcuna volta la parola anche allo Straniero, ma questi,

sempre assorto ne’ proprii pensieri, non rispondeva che motti tronchi

ed insignificanti. Dopo molti ragionamenti protratti in lungo sinchè

Maria ebbe sparecchiato, Gaudenzo sorse in piedi dicendo: — «La notte

s’innoltra e mia madre che sta aspettandomi potrebbe essere agitata da

sinistri presentimenti se non mi mettessi subito in cammino. A passare

la Colma ci vuole il suo tempo; e va e va non si è mai giunti là in

cima. Una volta però che vi sia arrivato balzo giù dalla punta della

Croce ai pascoli e in quattro salti sono a casa.

«Giacchè hai risoluto di partire mio figliuolo (disse Bernardo

alzandosi anch’esso) sì, è meglio che non ritardi di più. L’ascesa è

lunga, e mi ricordo che io pure quando aveva le gambe buone come le tue

a pervenire colassù non faceva mai tanto presto quanto desiderava...

Ora tu, o Maria, che hai versato l’olio nella lanterna, accendila e

dagliela che egli se ne possa andare con San Giuliano che l’accompagni.

«No, no: non voglio lume (soggiunse Gaudenzo trattenendo il braccio

della fanciulla in atto d’accenderlo). Un Romito con una gran barba

bianca ch’è venuto da poco ad abitare vicino al nostro paese, ha detto

che di notte le anime dannate se veggono un chiaro andare in volta gli

corrono dietro ed i diavoli saltano giù dagli alberi a graffiare chi lo

porta.

«E volete passare in mezzo ai boschi e vicino al campo dei morti solo

ed all’oscuro? (esclamò Maria con amorosa temenza).

«Ho gran pratica di questi luoghi e tu lo sai, Maria; nè poi è

tanto bruno di fuori (in così dire spalancò la porta). Guarda come

risplendono le stelle: se spuntasse la luna non potrebbe il cielo

essere più lucente, si distingue il sentiero a meraviglia — Addio,

addio, state sani, doman l’altro si rivedremo ed ogni fastidio, spero,

sarà finito.

Si pose quindi a spalle la scure, diede la buona notte al Pellegrino

che gli augurò felice il viaggio, e prese la via. Bernardo e la figlia

lo seguirono sino al cancello che fu aperto fra nuovi saluti, e un

momento dopo non si udirono che le sue pedate per il bosco, il rumore

delle quali fu ben presto coperto da quello dell’incessante caduta del

vicino torrente.

PARTE SECONDA

Dopo il bacio di Giuda il primo è questo

De’ tradimenli umani, ma la fama

Sdegnò pietosa numerar le arcane

Orrende fila onde fu ordito un tanto

Delitto e il tacque alla futura istoria.

_Romanzi-Poetici._

Non iscorse che un giorno e fu commesso un fatto esecrando. La misera

Maria sorpresa all’improvviso presso il suo casolare venne portata a

Monrigone e rinchiusa nelle mura del castello del Conte. Quivi vano è

ogni suo grido, vano ogni pianto, poichè quelli che la circondano non

hanno orecchio pei lamenti femminili.

Ma chi è mai colui che nella gotica antica galleria tutta guernita

intorno di ampj oscuri quadri frammisti a corazze rugginose, ad elmi,

ad azze, a daghe passeggia a lenti passi colle braccia incrocicchiate e

gli occhi rivolti al suolo?... Oh tradimento!... Egli è il Pellegrino

accolto sì ospitalmente nel mulino di Arola... lo stesso conte Jago

Biandrate![11].

Mostra all’aspetto più di trent’anni: è alto, magro, con muscolatura

risentita e nervosa. Ha spaziosa fronte, pallide le guancie che

alquanto sceme rendono oblungo il suo viso. Nerissimi sono i suoi

occhi e nera del paro la capellatura, una ciocca della quale gli

sta ritta sulla fronte essendo nei rimanente fitta ma breve. Una

striscia di barba ricciuta e bruna ma non lucida come i capelli gli

contorna il volto passando sotto il mento bipartito. Nudo, slanciato,

tendinoso gli si scorge il collo chiuso al confine dall’orlo trapunto

del giustacuore color verde-bruno, spoglio in tutto d’ornamenti e che

s’informa strettamente alla persona come i calzoni rossi che riveste, i

quali gli scendono ristretti sino alla nocca del piede. L’unico oggetto

che s’abbia sulla persona, il quale non consuona colla simplicità del

vestimento è un cordone d’oro che lo cinge ai lombi nel quale porta

infisso un pugnale col manico cesellato di argento in vagina d’avorio.

Benchè i suoi lineamenti rimangono quasi immoti, un certo fremito

che gli erra sulle labbra, un leggiero corrugarsi della fronte ad

intervalli, un tener fiso lo sguardo ora in un punto ed ora in un

altro, mostra ad evidenza che la sua mente sta appuntata in immagini

vive che lo scuotono dalle intime fibre.

Ad un tratto fermasi presso una finestra che guarda nel cortile

rinserrato fra le alte merlate mura, al di sopra delle quali s’alza la

torre del Castello. Guarda verso di questa, porge l’orecchio, ed udendo

come il suono d’un gemito soffocato, che parte da quella torre, si

ritrae dal davanzale con moto di dispetto.

Passava in quel mentre in fondo alla galleria il falconiero Tibaldo,

confidente e Consigliero suo prediletto; ei gli fece segno colla mano

d’entrare in sala, rimanendo immobile in prossimità della finestra.

Quando gli fu vicino accennò col guardo la torre e disse:

«Che fa là dentro?

«Piange» — rispose con tutta indifferenza il Falconiero.

«Quel suo miagolare continuo mi annoja.

«Fateci mettere un bavaglio alla bocca e non la sentirete più.

«No. — Benchè sia una villana non voglio usarle violenza... se venisse

a deformarsi colle contorsioni, il suo promesso potrebbe non volerla

più, ed io non ho intenzione di rompere il loro matrimonio.

«Ah!... ah!... v’è da scommettere una moneta d’oro contro un soldo che

al matrimonio non v’è più un’anima che vi pensi (disse Tibaldo con riso

beffardo).

«Oh! perchè credi che non si celebreranno le nozze? lo sposo è mio

vassallo, ed alla fine del conto troverà convenirgli assai meglio

venire a fare gli sponsali nel mio castello, vedersi qui festeggiato e

godere poscia egli ed i suoi figli della mia protezione, che condursi

ad abitare sotto altro dominio vendendo i suoi averi ad ogni vil

prezzo.

«Sì, mettete la pecora nella tana del lupo e poi sperate che si consoli

il pastore coll’offrirgliene i resti.

«Come? non fosti tu stesso che mi dicesti che per introdurre l’uso di

quel diritto già da tanti altri feudatarj praticato, era necessario

adoperare per le prime volte la forza, e che poi i vassalli vi si

sarebbero a poco a poco abituati, piegandovisi senza difficoltà?

Tu m’hai narrato del mio contadino Gaudenzo che sposare doveva la

mulinara di Arola; tu me l’hai dipinta quale bellissima fanciulla,

gli imponesti tu di venire a far le nozze al castello ed allorchè

giungesti a scoprire ch’egli meditava di sfuggire al mio potere, fosti

tu quello che consigliasti il modo d’impedirlo. Ora che la fanciulla

è qui in mia mano, e che il nostro scopo non può essere raggiunto se

non viene lo sposo a ricercarla ed ottenerla da me, tu sembri dubitare

della riuscita di quest’impresa!... M’avresti tu posto a repentaglio

di sostenere una guerra col Vescovo Signore d’Orta e dell’Isola per

avere rapita una donna del suo dominio, senza poter venire a capo di

stabilire quanto ci eravamo proposto?...

«Che mai v’importa ancorchè il primo colpo andasse fallito?... ma che

dico: andare fallito?... non è anzi riuscito ottimamente? Senz’ombra di

pericolo, senza che a voi nè ad alcuno dei vostri alabardieri sia stata

pure scalfita la pelle colla scure o colle mazze dei villani, vi siete

impadronito della più bella fanciulla di tutto il dominio della Riviera

e vorreste far lamento se il miserabile a cui era destinata non viene a

riprendersela?... Vi ricordate quanto costò l’ultimo fatto consimile,

quando faceste qui trasportare la nipote del Priore di Serravalle?

dodici arcieri rimasero sul terreno, tre furono presi ed appiccati, io

ebbi da un graffio scorticata una mano ed a voi uccisero il cavallo.

«Per ciò appunto aveva determinato di non mettermi mai più in cimento a

causa di donne: esse alla fin fine non recano che svantaggio, non sono

che di peso. Almeno si potesse ottenere alcuna buona somma pel loro

riscatto; tutti fanno grande apparecchio e rumore per non lasciarsele

portar via, ma una volta che siano state qua dentro non darebbero una

lira per riaverle. Lo sai ch’io non voleva pensarci più: se non venivi

in campo colle tue maladette parole, io non usciva certamente a questa

caccia... e nel momento in cui siamo!

Rimase pensieroso alcun istante, poi riprese a bassa voce: — «Due delle

mie bande più valorose sono perdute; erano cento uomini, i migliori

che portassero elmo e giaco in tutte le terre che bagna la Sesia...

Ma poteva io far di meno per sostenere Fra Dolcino, quell’uomo santo

e incantatore che mi aveva legato a lui con tante promesse!... Se non

erano le genti d’armi di Novara alla battaglia di Zebello il Vescovo

Vercellese non cantava vittoria di certo! nel momento che si menano le

spade ci vuol altro che gli scongiuri e le invocazioni del piviale e

della mitra, abbisognano buone loriche e braccia di ferro... Or bene, i

castellani Novaresi che diedero ajuto a quel di Vercelli non potrebbero

impegnarsi a sostenere il Vescovo loro, se questi mi chiedesse

ragione della violazione del suo dominio? Ora che mancano gli uomini

e che i miei vassalli hanno ardito di manifestare qualche segno di

malcontento.....

«Da quali pensieri mai vi lasciate dominare? Vivete pure nella massima

tranquillità, poichè il Vescovo di Novara signore della Riviera ha

troppo gravi impegni in questi momenti per volersi impacciare in simili

faccende. Che mai gli deve importare d’una villana ignorata da tutto il

mondo, per torsi la briga poi di sfidare un signore potente e temuto

come siete voi e di cui sono sì celebri le imprese. Oh! via scacciate

ogni temenza, nè abbiate alcun sospetto sopra i vassalli, che se lo

desiderate vi faccio vedere a ridurli in pochi giorni umili e timorosi

più che un branco di pecore. Un pajo solo di que’ mascalzoni che si

prendono, e si.....

«Sono stanco ti dico di vedere i miei soldati a fare da carnefici; nè

voglio più che i cameroni del mio castello siano luoghi da tormenti

come le sale nel convento degli Inquisitori. Fra Dolcino insegnavami

che egli è opera meritoria il dare soccorso agli infermi, e non

accrescerne il numero; che il demonio si fa compagno di chi sparge

inutilmente il sangue umano.

«Gran pazzo briccone ch’era Fra Dolcino! Ed egli crede alle massime di

quell’eretico impostore che a forza di ciarle lo spogliò di danaro e

di soldati (così pronunciava tra sè Tibaldo mentre il conte Jago s’era

posto a passeggiare di nuovo per la galleria come assorto in un grave

pensiero).

«Orsù voglio che questa faccenda finisca lietamente per tutti, e nel

termine di pochi giorni (esclamò il Conte arrestandosi d’un tratto

presso il Falconiero). Farai che Maria sia levata tosto dalla torre e

condotta nelle stanze che erano di mia madre; mi recherò io poi colà

a consolarla; le regalerò dei giojelli per il giorno delle sue nozze,

e mi proverò a parlarle da galante cavaliero: essa non possiede il

candore del latte, nè sa agire e proverbiare secondo i precetti della

corte d’amore come le dame dei nostri castelli, ma ha un non so che

di deciso nella sua fisonomia che mi va sommamente a genio. Quando

poi sarà sposa la colmerò di nuovi doni e allora tutte le altre la

invidieranno e ambiranno di godere nello stesso grado il mio favore e

la mia protezione.

«Oh quanto mai vi siete cangiato! (disse Tibaldo facendo un gesto di

stupore). Usare di queste dolcezze verso i vassalli egli è un volerli

far diventare orgogliosi, caparbi ed intrattabili.

«Ho determinato di far così e tanto basta (pronunciò il Conte

imperiosamente). Tu andrai in cerca di Gaudenzo, gli dirai che la sua

Maria non gli fu tolta che per punirlo dell’aver tentato di sottrarsi

a’ miei comandi ed al mio dominio, e lo persuaderai a venire fra

due giorni al castello dove gli sarà resa la sposa e si celebreranno

pomposamente le sue nozze.

«Io andare in cerca di Gaudenzo, di quel villano impertinente, di

quel...

«Oseresti tu rifiutare d’obbedirmi? (disse il Conte prendendolo con

forza per un braccio). Se fra due giorni non conduci Gaudenzo placato

al castello ti faccio seppellire vivo in fondo al sotterraneo.

«Non ho mai ardito, nè ardirei esitare un istante ad eseguire la

volontà vostra (rispose timidamente il vile Falconiero). Non era

che per serbare più completamente il grado e il decoro... che io

osservava... ma se altrimenti vi piace faccio subito porre l’arcione

al mio ronzino falbo e non gli leverò il freno di bocca se non ho

ritrovato e ridotto Gaudenzo al vostro volere.

Così dicendo levò il berretto salutandolo rispettosamente, s’incamminò

verso la porta della galleria ove il Conte lo seguì e nell’atrio gli

ripetè il comando di far condurre la fanciulla di Arola dalle rozze

ed anguste stanze della torre ove gemeva, nelle camere più addobbate

del castello ch’erano quelle in cui aveva dimorato la defunta contessa

Isabella sua madre.

La notte che susseguì al rapimento di Maria, Bernardo il mugnajo

solo e desolato passò la Colma e discese a Civiasco, narrando il

crudele evento a Gaudenzo. Un furore indescrivibile invase alla prima

l’animo di questi; ma poi si raffrenò; stette alcun tempo silenzioso,

indi rivolto a Bernardo disse con voce di disperata risoluzione:

— «Le lagrime, i lamenti, le imprecazioni sono inutili: fa d’uopo

vendicarsi o morire. Datemi la mano, o padre di Maria, e promettete di

accompagnarmi nell’impresa che sono per tentare.

«Oh noi miseri! (esclamò Bernardo). Che mai possiamo intraprendere

contro un signore chiuso in un forte castello, e circondato da tanti

uomini d’armi? Ohimè noi poniamo a sicuro pericolo la nostra vita, e

forse rendiamo più crudele la sorte della mia misera figliuola!

«Non temete: vi sono molti e molti che odiano mortalmente il Biandrate.

Gli uomini d’Ara, quei di Vintebio, a cui esso tolse più volte i buoi

e le messi, non attendono che il momento opportuno di concorrere a

sterminare il feroce loro aggressore: anche i montanari della Val

grande covano contro di lui un astio mortale per le sue crudeltà, e per

avere con ogni possa favorita l’eresia di Fra Dolcino.

«Ma a che mai può questo giovarci? Abbiamo noi mezzo di parlare con

quelle genti, di adunarle secretamente onde il Conte non ci sorprenda

e ci assalga coi suoi prima di essere in grado di opporgli resistenza?

Potremo noi persuaderli a versare il loro sangue per nostra cagione? O

figliuol mio, non lasciarti trascinare dalla smania di una impossibile

vendetta.

«No, ripeto, non è impossibile. Io sono disposto a tutto, e gli

ostacoli che voi calcolaste non sono insuperabili. Noi avremo il

soccorso d’un potente ausiliario.

«Di chi?

«Di Padre Anastasio l’Eremita.

«Oh che mai dici? L’Eremita di Civiasco coopererebbe alla depressione

del Conte? darebbe egli mano ad unire le genti dei dintorni per

liberarle dal loro oppressore?... Ma come lo sai tu?

«Gli ho parlato più volte, e quando gli riferii la prepotente esigenza

del Biandrate che io facessi le nozze con Maria al suo castello, come

mi significò lo scellerato Tibaldo, quel sant’uomo, il quale benchè

vecchio conserva tutta l’ardenza e il vigore della giovinezza, si

scagliò contro di esso colle parole più violenti e disse che un giorno

o l’altro la mano del cielo lo avrebbe colpito in un modo esemplare e

tremendo.

«Se l’Eremita è con noi egli ci assolve da ogni colpa: andiamo; andiamo

da lui ed io eseguirò ciecamente quanto egli saprà consigliarmi.

Arrivarono di notte al romitaggio, ch’era una casupola presso una

cappelletta posta verso la metà del monte; entrarono colà mentre il

vecchio solitario appoggiato a rozza tavola stava meditando sopra un

ampio volume al chiarore d’una lucerna che rischiarava un teschio

umano. Si gettarono i due villici a’ suoi piedi, poichè quell’uomo

era per l’austera sua vita venerato qual santo, e rialzati poi da

lui cortesemente, fecero il racconto delle loro sventure, e Gaudenzo

annunziò energicamente i suoi arditi progetti.

Nessuno sapeva di qual patria fosse quel vecchio Eremita di nome

Anastasio e tutti parimente ignoravano da qual paese egli provenisse.

Comparve in quella terra e si stabilì sul monte presso Civiasco

allorchè Fra Dolcino l’eresiarca aveva posta la sua sede in quelle

vicinanze, favorito e sostenuto apertamente dal Biandrate.

Vedevasi di quando in quando alcun monaco straniero recarsi a visitarlo

nel suo eremo, lo che accresceva la di lui riputazione, ma nulla però

traspirava intorno alla vita antecedente di lui, a’ suoi rapporti ed

al suo stato. Egli s’adoperava con tutta possa a far sparire dagli

spiriti le tracce lasciate dalle dottrine ereticali seminate da Dolcino

e da’ suoi seguaci e a ritornare in forza i sentimenti di sommissione

e d’obbedienza verso il Pontefice, i Vescovi ed i Sacerdoti che gli

eretici avevano tentato di distruggere. La severità de’ suoi costumi,

la vita di penitenza ch’egli menava, corroborando i suoi detti,

davangli sommo vantaggio sopra i suoi avversarii, la rilasciatezza ed

immoralità dei quali favoriva le perverse inclinazioni dei potenti, ma

era oggetto di scandalo alla maggior parte del popolo. Non tralasciava

pure nei caldi sermoni che teneva alle bande villerecce ora nei prati,

ora ne’ boschi ove soleva adunarle, di parlare con veemenza contro i

ricchi, di minacciare ad essi la maledizione del Signore in pena dei

loro gravi peccati, e soventi volte dipingendo un reprobo incallito

nella colpa, si serviva di tali immagini che tutti facilmente vi

riconoscevano ritratto il conte Jago.

L’Eremita udì la narrazione di Gaudenzo e di Bernardo senza punto

lasciare apparire sentimento di piacere o di dolore: appena appena

la sua calva e rugosa fronte si raggrinzò per un lieve moto di sdegno

quando ascoltò il modo in cui era stato condotto il nero tradimento.

Allorchè essi ebbero cessato di parlare, egli rimase alcun tempo

meditabondo, appoggiata una mano alla gran barba, sostenendo il

capo: poscia disse ai due contadini che riedessero agli abituri

senza palesare i loro progetti a persona, e ritornassero da lui il

giorno seguente prima del cader del sole che avrebbe ad essi dati

que’ consigli che il Cielo per le sue preghiere gli avrebbe ispirati

migliori. Benedetti con sante reliquie i due villici ritornarono al

casolare colla mente ingombra di mille pensieri ed agitati dal timore e

dalla speranza.

Nel dì vegnente quando i raggi del sole che s’inclinava ad occidente

facevano rosseggiare le vette nevose delle Alpi vicine, e penetravano

obbliqui per entro gli ampii annosi boschi fra cui era tracciato sul

monte l’incerto sentiero che guidava al romitaggio, Gaudenzo e Bernardo

armati delle loro scuri vi salivano impazienti d’udire se la divina

ispirazione nel venerando vecchio avesse a confermarli o distoglierli

dalla meditata perigliosa impresa. Pervenuti nel praticello che formava

piazza innanzi alla capanna del Solitario, lo viddero starsi ritto

innanzi alla porta, ed appena gli ebbe mirati, venire loro incontro.

Brillavano d’insolito fuoco i suoi sguardi e sembrava avere acquistata

in tutta la persona straordinaria energia e robustezza.

«La vostra proposta è ben accetta dalle anime beate (esclamò con voce

ferma e sonora verso i due sopraggiunti). Siete voi ancora disposti

ad eseguirla con tutta intrepidezza versando anche l’ultime gocce del

vostro sangue?

«Sì, vi persisterò sino all’estremo respiro» — rispose focosamente

Gaudenzo.

«Se i voti del cielo non ci sono contrarii io non risparmierò la mia

vita» — aggiunse moderatamente ma con risolutezza Bernardo.

«Ebbene giuratelo su questa divina immagine!» — e porse innanzi a loro

il Crocifisso che gli pendeva da un lato appeso ad un cordone.

«Lo giuriamo» — pronunciarono quei due unitamente piegando un ginocchio

a terra e stendendo su quel Crocifisso la mano.

«Ora che siete legati con questa inviolabile promessa, io medesimo mi

unisco a voi (proseguì l’Eremita), e quantunque non abbia mano capace

di adoperare le armi, pure sono certo di prestarvi un ajuto di opere e

di parole non meno valide ed efficaci. — Osservate nel breve giro di un

giorno quanti alleati vi trovai nell’impresa. — Olà uomini di Vintebio,

di Seravalle, montanari di Valsesia, uscite, venite ad abbracciare

questi due nuovi vostri fratelli.

A tale chiamata balzarono fuori dalla casupula del Solitario e

dall’interno della chiesetta varii contadini in diverso costume, armati

chi di balestre, chi di scuri, chi di ronche, e si schierarono sul

prato intorno all’Eremita, prendendosi in mezzo e stringendo con aria

e con isguardi di viva intelligenza la mano a Gaudenzo e Bernardo,

sorpresi oltre modo e giojosi di quella inaspettata comparsa.

«Udiste il giuramento che questi due prestarono di sacrificare nel

periglioso cimento la vita? (domandò l’Eremita con voce grave e

solenne). Ho bramato che vi convinceste con tutta certezza della

loro decisa volontà e della fiducia che ripongono non in me ma nella

onnipotenza di Quello che tutti ci regge. Ora voi stessi se viltà e

codardia non v’invase, giurate che siete egualmente pronti a perire.

TUTTI.

Lo giuriamo.

EREMITA.

Quel Dio che conquise a Zebello le bande scellerate di Dolcino, che

trarre volea nel lezzo dell’eresia e nell’infernale perdizione i popoli

tutti di queste belle contrade, quel Dio sarà propizio alla nostra

impresa. Colpirà la sua mano sterminatrice il feroce Biandrate che

versò tanto sangue innocente proteggendo a tutto vigore gli iniqui

Gazzari.

TUTTI.

Morte ai Gazzari... Morte... Si stermini il Conte.

EREMITA.

Egli commise infinite rapine ed ogni sorta di nefando delitto.

UOMINI DI VINTEBIO.

È vero, è vero. A noi furono tolti gli armenti da’ suoi satelliti, che

uccisero ne’ prati i pastori.

UOMINI DI SERRAVALLE.

A noi rapì le biade, ed impose esorbitanti tributi minacciando

d’incendiarci la terra se non li pagavamo.

MONTANARI DI VALSESIA.

Per proteggere l’eretico fece invadere le nostre montagne dalle sue

bande sacrileghe, che commisero orrendi eccessi.

GAUDENZO.

Ora vuole obbligarci ad un tributo il più vile ed inaudito: pretende

usurpare i maritali diritti: a me, che non cedetti, rapì la donna. Così

vuol fare in avanti con tutti i vassalli.

TUTTI.

Morte al rapitore, all’adultero, all’omicida: s’assalga il Conte; non

siamo più suoi vassalli.

EREMITA.

Ma di chi sarete voi? Egli è pur d’uopo avere un signore.

MONTANARI DI VALSESIA.

Faremo i Podestà come gli abitanti dell’alta valle.

UOMINI DI SERRAVALLE.

No: i Podestà non bastano; bisogna creare un capitano del popolo.

UOMINI DI VINTEBIO.

I capitani fanno lega coi ricchi: non vogliamo il capitano. Ogni Comune

comandi da sè.

BERNARDO.

Noi della Riviera d’Orta abbiamo per signore il Vescovo di Novara: i

nostri privilegi e i nostri diritti furono sempre sacri e rispettati.

TUTTI.

Sì. Proclamiamo Signore il Vescovo di Novara! Sterminiamo il Biandrate

e viva il Vescovo — Viva.

L’Eremita seppe far prevalere su quella moltitudine i suoi moderati ed

accorti consigli. Furono orditi i piani, e stabiliti i modi di muovere

il paese ad intraprendere l’assalto. Finalmente quando divenne fitta la

notte e tutto fu determinato e conchiuso colle più formali promesse i

collegati si separarono, ritornando ciascuno alle proprie terre.

Scendevano dal monte Bernardo e Gaudenzo con alcuni degli uomini di

Vintebio, che tenevano quella strada medesima, e che Gaudenzo nella

gioja anticipata della vendetta obbligare voleva a pernottare seco

lui a Civiasco, giacchè il cielo s’era fatto minaccioso, rimbombava

il tuono e balenava. Allorchè furono a poca distanza dal paese

s’arrestarono udendo i passi d’un cavallo giù nel sentiero, e la

voce d’un estraneo cui rispondeva un contadinello. Diceva l’estraneo

d’essersi smarrito, siccome poco pratico della strada che guidava a

Civiasco, e sulla risposta del fanciullo che Civiasco era affatto

d’appresso, domandava se conoscesse il giovine Gaudenzo di quel

villaggio all’abitazione del quale era diretto.

Gaudenzo riconobbe quella voce odiatissima funesta a lui; era desso il

falconiero Tibaldo.

Racconti storici · 第 8 / 10 段