cui allo svilupparsi di un solo, più altri s’intraveggono con secreto
presentimento. Armando di Nerra al primo mirare avanzarsi dalla
spalancata porta la Dama del castello, sentì con certezza che da nessun
altri che da lei sola potevano essere partite quelle maravigliose note
che avevano richiamate tante dolci e dolorose memorie al suo spirito.
Unfredo nominò alla moglie il Cavaliero, magnificandolo per la nobiltà
del sangue e le illustri sue gesta. Ella lo salutò con sorriso gentile,
e allorchè si fu assiso in prossimità di lei e del marito, le chiese se
recavasi allora nei campi della Palestina o ne retrocedeva. Rispose il
Cavaliero che di là veniva e ritornava nelle sue terre di Francia per
riabbracciare il padre cadente, che più non aveva veduto dal giorno che
s’indossò la bianca sopravveste dei Templari.
— Oh voi felice (esclamò con trasporto Evelleda), che avete la
bella sorte di ricalcare quel suolo ove apriste gli occhi alla luce
coll’indiscrivibile consolazione di esservi atteso dall’autore dei
vostri giorni! Quanti e quanti hanno posto il piede fuori della patria
terra e non la rivedranno mai più! —
Queste ultime parole furono pronunciate con tutta l’espressione della
soavità e della melanconìa, ed Armando assorto nel contemplare quel
volto e quell’angelico sguardo che s’abbassò con tristezza, vi lesse la
storia della profonda piaga d’un cuore senza amore e senza speranze. —
_Oh figlia di una terra prediletta dal sole, perchè non ho io pel tuo
spirito languente un balsamo più dolce del frutto della palma, più del
ditamo fragrante?_ — così susurrò a bassa voce in favella orientale il
giovine Cavaliero e una gioja inaspettata si diffuse sul volto alla
bella. Ma Unfredo s’alzò, onde fu forza ad Armando seguirlo, e ad
Evelleda ritirarsi nelle proprie stanze.
Chi può descrivere i sogni d’una mente colpita dallo spettacolo
incantatore della bellezza, d’una bellezza mesta e pensierosa a cui
si sente il potere d’infondere nel cuore il sorriso della felicità?
A tale immagine la fantasìa vagando fra il sereno e le rose, dà forma
alle beatitudini eterne e si crede la favorita del cielo. Ahi troppo
ingannata! poichè non sa che il destino alla coppa dei beni aggiunge
irremissibilmente quella delle più crudeli amarezze.
Unfredo accolse più volte Armando nel proprio castello, sicchè questi
divenne famigliare a segno, che pure allorquando il Signore n’era
assente, o per sedere nel consiglio dei capi della valle o per seguire
le alpestri caccie, entrava liberamente tra quelle mura e vi stanziava
a suo talento.
Fragile è l’uman cuore e troppo possente incanto esercitano su di esso
le grazie, gli amorosi sospiri e le dolci animate parole che giungono
sommesse all’orecchio con un alito fragrante, carezzevole e quasi
affannoso, allora quando si è liberi da ogni altro umano sguardo e il
sole stesso non manda che timido il suo raggio a traverso i cristalli
colorati e le tende!
Nell’oratorio di Evelleda troppo felici scorrevano le ore per lei,
per Armando. Allorchè essa s’accompagnando con flebili o lieti suoni
cantava a piana voce canzoni piu tenere dell’usato, il Cavaliero in
un’estasi voluttuosa stava immobile contemplandola, sorreggendo il
mento col braccio appoggiato sul morbido velluto del sedile di lei, e
quando egli narrava le proprie imprese o ripeteva le novelle apprese
sulle rive del Giordano dagli Arabi pastori, ella pendeva beata dalle
labbra di lui, immemore per sino di sè medesima.
L’invidia rabbiosa e la vigilante maldicenza non concessero però che
lunghi corressero quei giorni di felicità. Tronche parole, maligni
sorrisi, inattese interpellazioni stillarono il veleno della gelosia
nel cuore d’Unfredo: si fece cupo e taciturno, parlava rado e sulla
moglie più non alzava che severo lo sguardo. Intese tremando Evelleda
la giusta causa di quel cangiamento, e risolvette di sacrificare anche
sè stessa al proprio dovere. Da fido messo fece recare un foglio ad
Armando in cui dicevagli «Non doversi essi rivedere mai più; averli il
cielo riuniti un istante per disgiungerli per sempre; solo giurava che
vivrebbe nell’anima sua eternamente la memoria di lui, che pregava non
dimenticarsi d’una infelice per la quale erano estinti tutti i beni
della terra.
La disperazione s’impossessò d’Armando. Il pensiero di non più rivedere
Evelleda era per lui tremendo come quello della morte: egli sentiva di
non potersi staccare da quei luoghi, di non poter sopportare la vita se
non le porgeva un addio, un ultimo addio, e se non udiva ripetere dalla
bocca stessa di lei il giuramento di mantenere sempre impressa nel
seno la sua immagine. Fece ogni cosa disporre per la propria partenza,
e messo frattanto uno scudiero in agguato, quando seppe che Unfredo
erasi allontanato a cavallo dal castello, ei vi si recò e penetrò
nell’oratorio di Evelleda.
Scorse però breve spazio di tempo da che egli aveva posto piede in
quelle soglie e già Unfredo, benchè discosto, n’aveva avuto avviso:
rivolge a furia il destriero, galoppa per una via fra’ boschi, rientra
nel castello e sale nella camera di riposo di Evelleda, da cui a passi
sospesi s’affaccia alla porta dell’oratorio, e vede... oh che vede
egli mai!... Il Cavalier del Tempio, un ginocchio a terra innanzi
ad Evelleda, con ambe le proprie mani premevasi al cuore una mano di
lei, ed essa seduta e colla faccia inclinata verso la sua lo inondava
singhiozzando di lagrime e faceva forza per rilevarlo.
A sì tenero spettacolo la pietà imbrigliò il furore, e le dita di
Unfredo rimasero un momento arrampinate al pugnale senza trarlo dalla
vagina. Ma ohimè! non fu che un lampo: una crescente foga d’affetti
vinse gl’incauti amanti, le loro labbra s’accostarono, s’unirono ed
essi si perdettero in un bacio di delirio... Era il primo... e fu
celeste quanto fatale. Il pugnale d’Unfredo s’infisse fino alla guardia
nel cuore d’Armando, Evelleda acciecata con un ferro rovente perì fra
gli spasimi: ruina e desolazione regnarono in quel castello dal quale
Unfredo disparve senza che più traccia si trovasse di lui.
FINE.
LE NOZZE AL CASTELLO
SCENE FEUDALI
PARTE PRIMA.
Sei giorni se n’andò mattina e sera
Per balze e per pendici orride e strane.
Dove non via, dove sentier non era,
Dove nè segno di vestigia umane.
ARIOSTO.
La campana del solitario villaggio di Arola dava i primi segni
dell’Avemaria, ed il rimbombo di quei tocchi radi e prolungati
spandevasi come una patetica voce per la ristretta valle a cui quel
villaggio dà nome. Il cielo che da un lato erasi fatto d’azzurro
bruno mostravasi verso occidente del colore dell’oro; su tutte le
cime d’intorno e pei rialzi dei valloncelli vedevasi il fogliame
imporporato, e l’ultima luce trapassando pel varco de’ monti scendeva
ben anco al fondo della valle ove faceva apparire d’argento quei tratti
di corrente del limpido Plino che le rupi e le piante non celavano
sotto la nereggiante loro ombra.
Scendevano dal ripido sentiero che dall’erta metteva ai casolari le
contadinelle, mandando innanzi chi le capre, chi un branco di pecore.
Calavano drappelli di donne portando altre le gerla ed altre elevati
fardelli sul capo; veniva di quando in quando un vecchio montanaro
spingendo il somiero che mutava a fatica i passi sotto il pesante
carico delle legna o del fieno. Alcuni di questi entravano negli
abituri di Arola, varj passavan oltre, e procedendo verso inferiori
disperse capanne valicavano il torrente sopra un ponticello là dove
parte dell’acqua, artatamente divertita in altro canale, correva poco
lungi a far girare le ruote d’un mulino.
Era già deserta interamente quella via e null’altro rumore udivasi,
fuorchè quello che ad intervalli faceva la brezza vespertina tra le
frondi, quando alla sommità del sentiero apparve un Pellegrino. Lo
indicavano per tale il cappello a larghe falde circolari, la veste
oscura che tutto l’avvolgeva colla sovrapposta dalmatica sparsa di
conchiglie e il lungo bordone che portava. Camminava spedito, ma
al vedere il gruppo di casolari e l’acuto campanile colla chiesuola
formanti il paesetto d’Arola, di subito s’arrestò e poscia abbandonando
il viottolo calò lungo la balza e si condusse al ponticello, lo passò,
indi fermossi di nuovo ad esaminare il luogo onde prendere più certa
direzione.
Cominciava già più vasta a regnare l’oscurità, chè avanzavasi la sera e
meno rade scintillavano le stelle. Volgendo il Pellegrino gli sguardi
per entro la selva di cui toccava il limitare, scorse fra mezzo ai
tronchi degli alberi splendere un lume che sembrava trapellare da
finestra o porta di non lontana abitazione. Si mise pel bosco, il
quale constando di grossi castani poco stipati, offriva non disagevole
passaggio e s’avviò verso la casa d’onde partiva quel chiarore.
Era dessa il mulino. Dal lato della selva questo rustico edificio
andava cinto da un muricciuolo di pietre che sorgeva a trenta passi
di distanza dal caseggiato e inchiudeva un picciol orto, al quale
faceva parete verso il canale una siepe di bianco-spino. Al centro del
muricciuolo eravi praticato l’ingresso chiuso allora da rozzo cancello
di legno. Là pervenuto il Pellegrino accostossi al cancello e prima
di bussare, udendo dentro la casa parlare con voce molto alta, si
trattenne un momento in ascolto.
Abbenchè la ruota fosse arrestata, lo scroscio che faceva l’acqua,
cadendo per gli ordigni del mulino, non lasciava luogo ad udire
distintamente le parole. S’accorse però che chi parlava era un uomo il
quale doveva trovarsi seduto avanti ad un gran fuoco, poichè scorgevasi
l’ombra della metà superiore della sua figura disegnata sull’impannata
della finestra di prospetto e vedevansi le sue braccia alzarsi e
distendersi con energici e rapidi moti. Al lembo della stessa impannata
stava l’ombra d’un’altra mezza figura, ma questa rappresentava un bel
profilo femminile che si sarebbe giudicato essere quello d’una statua,
tanto era regolare ed immobile.
Dopo alcuni istanti il Pellegrino s’avvedendo essergli impossibile
comprendere sillaba di quanto veniva profferito, percosse col
suo bordone ripetutamente il cancello; nè sembrandogli d’essere
stato inteso pronunciò sonoramente — Date ricovero ad un povero
pellegrino! —
A quella voce cangiarono d’un tratto gli atteggiamenti delle due figure
projette in ombra sull’impannata; quella di profilo si fece ovale e
l’altra si mostrò di profilo inchinando il capo e alzando un dito. II
Pellegrino ripetè la sua inchiesta e allora spalancatasi la porta uscì
un uomo d’avanzata età, che dal casaccone infarinato indicavasi pel
mulinaro, tenendo la lanterna in una mano e un pezzo di mazzafrusto
nell’altra. S’appressò al cancello, sporse in avanti il lume onde
farlo riflettere sul viso dello sconosciuto e guardatolo ben bene
tutta raggrinzando la pelle intorno agli occhi ed alla bocca, con che
dava alla propria fisonomia una singolare espressione di sospetto e di
stizza. — Chi siete voi? — gli chiese in modo iroso.
«Vedete: sono un povero viandante che contava giungere prima di sera
giù alle sponde del lago per recarmi all’Isola di San Giulio e fui
sorpreso dalla notte in questa valle.
«Perchè non vi siete fermato là su ad Arola da mastro Seghezzo
l’ostiere?
«Perdonatemi, non ho pratica di questi luoghi ed avrò oltrepassata la
terra che m’indicate senza essermene accorto, poichè è già qualche
tempo che cammino alla cieca a causa dell’oscurità che mi ha fatto
perdere la traccia. Datemi di grazia ricovero per questa sola notte! Un
giorno sarete ricompensato largamente della vostra ospitalità.
Il mugnajo che gli aveva sempre tenuta la lanterna appuntata al volto,
l’abbassò; e mormorando fra sè alcune parole trasse dall’imposta la
spranghetta di ferro onde il cancello si aprì; entrato l’estraneo,
rifisse la bandella e lo precedette verso l’uscio ch’era rimasto
spalancato.
Nel mezzo d’una camera modicamente spaziosa, fornita di contadinesche
masserizie miste a tramoggie, stacci e sacchi, eravi un rotondo
focolare sul quale ardeva molta legna la cui fiamma lambiva i margini
d’ampio pajuolo; la catena che sostenevalo scendeva dalle travi
coperte di nera gromma e tappezzate qua e là da qualche tela di ragno
imbiancata dallo spolvero della macina. A poca distanza del focolare
stava seduto un villico alto, destro, nerboruto, di ventott’anni
all’apparenza e presso a lui una giovane montanina di forme assai belle
e appariscenti.
«Gli ho dovuto aprire, o Gaudenzo, perchè è un povero Pellegrino che
va a San Giulio ed ha smarrita la strada (così spegnendo la lanterna
disse il mugnajo al villico che balzando in piedi alla venuta di
quell’incognito gli fissò addosso gli occhi con sorpresa e diffidenza).
Nel bujo poteva capitare in un mal passo o precipitare da qualche
burrone. Mi ha chiesto per carità gli dessi alloggio questa notte,
e Bernardo non rifiutò mai di ricettare nel suo mulino un viandante
anche a rischio di vedere sotto il cappello da pellegrino la testa d’un
eretico o d’un bandito.
Lo Straniero a tali detti fece un moto sdegnoso, ma il Mugnaio nel
quale l’amaro di quelle espressioni non era suggerito dall’indole sua
naturalmente umana e fidata ma da un giro momentaneo di acri idee,
di cui il lettore conoscerà fra poco l’origine, quasi pentito d’avere
offeso quell’ospite nell’atto stesso che lo accoglieva, soggiunse con
viso accaparante in tuono gajo: — «Venite qui, qui presso al fuoco,
buon galantuomo, sedete. L’aria della sera è frescolina ed umida, il
calore vi ristorerà.
Il Pellegrino senza profferir parola appoggiò alla parete il suo
bordone e avanzata una panchetta di legno si sedette in prossimità
del focolare. Gaudenzo stando in piedi continuava ad esaminarlo
attentamente. Ma l’incognito non alzando mai lo sguardo egli alfine gli
domandò:
«Da qual parte venite o Pellegrino?
«Da Val d’Antrona.
«Sempre per le montagne?
«Sempre.
«La strada che avete scelta è la più lunga e disastrosa: venendo pel
piano dell’Ossola ad Omegna sul lago l’accorciavate della metà.
«Il piano e mal sicuro poichè vi sono a campo le masnade dei
Ponteschi[8], e d’altronde dovetti risalir l’Anza per toccare Calasca.
«Vi recate a San Giulio per isciogliere un voto o per ottenere favori
dalla Corte del Vescovo?
«Per un voto» — rispose esitando, ma con qualche asprezza lo Straniero.
«Non foste a Varallo?
«No.
«E dalle parti della Sesia?
«No» — ripetè il Pellegrino con manifesto dispetto, indicando quanto
già fosse infastidito da quell’insistente interrogare.
Gaudenzo tornò a misurarlo coll’occhio da capo a piedi, poi mirando
in volto Bernardo e la sua figlia fece un atto come di chi dicesse:
costui non dev’essere quel che pare. Si riassise quindi sullo sgabello
che occupava da prima e voltosi di nuovo alla figlia del Mugnajo, il
quale s’era posto intanto a versar la farina nell’acqua del pajuolo
che bolliva. — «Torna a sederti qui o Maria (disse battendo col palmo
della mano la seggiola ove essa si pose mesta e taciturna), e dimmi
tu se quelle che ti ho raccontate non le sono cose da far uscire dai
gangheri qualsiasi cristiano? Quel... quasi sarei per dirlo... quel
nostro conte Jago da Biandrate vuol ora introdurre nel paese anche di
queste belle usanze! Non s’accontenta il signor feudatario di farci
pagare doppia gabella pel sale, d’avere imposto il balzello d’un soldo
d’argento per ogni ruota di carro e d’obbligare noi poveri vassalli a
lavorare per lui un giorno ogni settimana, quando la buona memoria del
conte Bonifacio suo padre non c’imponeva altro carico che quello della
decima del mosto e delle legna, egli vorrebbe adesso che tutti quelli
che contraggono matrimonio si sottoponessero a questa nuova qualità di
tributo.
Maria mandò un profondo sospiro e abbassò gli occhi al suolo; Bernardo,
che inginocchiatosi sulla pietra del focolare, andava col matterello
tramestando la polenta: — «Ah il conte Bonifazio, esclamò, non avrebbe
mai fatte azioni di questa sorta! Gran brav’uomo ch’egli era! veniva
soventi a cacciare in questa valle e qualche volta ho prestato ajuto
io stesso al suo scudiero a condurre a mano i cavalli nei passi più
scabrosi.
«Sapete poi (proseguì Gaudenzo) chi mi ha significato il comando del
Conte?... fu Tibaldo il suo falconiero, quella faccia da giudeo col
naso più adunco che il becco degli uccellacci con cui preda le allodole
e le pernici. M’incontrai seco lui a Quarona nell’atto ch’esso usciva
dalla bottega di Zancone il fabbro, ove va soventi a far acconciare
le lasse de’ suoi grifagni. Ne portava uno infatti sul braccio a cui
andava lisciando le penne. Oh perchè non gli è saltato agli occhi e non
glieli ha cavati entrambi nell’istante che s’avvide di me!
«Ebbene che ti disse il Falconiero?» — chiese con impazienza Bernardo.
«Gaudenzo di Civiasco, mi gridò egli subito che mi scôrse, appunto
con te ho bisogno di parlare — E avvicinatosi a me con un sorriso
infernale sul ceffo disse: — Corre voce pel paese che tu ti sposi e
prendi in donna la mulinara di Val d’Arola, la figlia di Bernardo,
è ciò vero? — Verissimo, risposi io; mia madre invecchia e voglio
darle la consolazione prima che chiuda gli occhi di tenere un mio
bambolo sulle ginocchia — Ottimamente, soggiunse il ribaldo. Il Conte
nostro padrone m’ha imposto d’avvertirti che vuole che le nozze siano
celebrate a Monrigone nel suo castello. — Perchè nel suo castello?
(dissi io stupito) non ho forse una chiesa nella mia terra? — Non vi
sono repliche: esclamò Tibaldo. Così vuole il conte Jago e tu devi
ubbidire. Se tu ignori i suoi diritti li sa ben esso. Altri feudatarj
già da molti anni gli esercitano e se egli ne ha trascurato l’uso
sin’ora intende adesso di farli pienamente valere, nè spetta a te,
vassallo mascalzone, lo scrutinare i diritti del tuo signore. — Che
diritti può mai vantare il Conte sopra di me (l’interruppi io con
rabbia) oltre quelli di togliermi come fa, quasi tutta la roba e
costringermi a lavorare per lui quasi fosse un suo bue od un cavallo? —
Che diritti?... Che diritti? — ripetè furibondo, l’iniquo Falconiero,
e pronunciò certe parole da stregone che spiegò poi nel modo che vi
ho già narrato. All’udire una tale scelleraggine mi si drizzarono i
capelli sulla testa, mi si oscurò la vista e sono stato filo filo di
passarlo col mio spuntone da una parte all’altra egli e il suo farsetto
di cammuccà crimisino.
«Era senza il giaco e ti parlava così? Oh anch’essi, grazie al cielo,
non possono star sempre vestiti di ferro! (pronunciò fra i denti il
Mugnajo).
«Ah Signore Iddio (disse Maria con timidità ed angoscia), chi sa che
disgrazia sarebbe accaduta se gli mettevate le mani addosso; forse io
non v’avrei veduto mai più!
«Gran fortuna (continuò il giovine), che il mio santo Protettore mi
trattenne in quel momento la mano e m’inspirò il salutare pensiero di
vendere la mia casuccia ed i miei terreni e venire ad abitare con mia
madre in qualche luogo di questa Riviera d’Orta sotto il dominio del
vostro Vescovo, dove Maria non avrà a temere le zanne di quella bestia
feroce del Conte.
«Che anime perverse! (esclamò Bernardo alzandosi in piedi). Ecco cosa
hanno fruttato le massime di Fra Dolcino e de’ suoi iniqui gazzari,
vera peste di questi paesi! Coi grani dell’eresia non si può macinare
altra farina.
«Il conte Jago (profferì Gaudenzo con fuoco) è un gazzaro[9] se ve
n’è mai stato un altro al mondo. Dirlo a me? non ho io stesso veduto
Fra Dolcino e la sua Monaca Margherita entrare più volte nella Rocca
del Conte a Monrigone?[10] e quando l’Eretico stava colle sue turbe
nel piano di Parete-Calva sulla cima di Valnera chi è che mandava
colassù le biade e il vino affinchè quei maladetti lupi non morissero
arrabbiati di fame? È chiaro adunque come il sole che il Conte
era tinto della loro pece sino ai capelli. Ma pure, che volete? I
Valsesiani che strinsero anni sono la lega contro i Biandrati ed ora la
fecero contro gli eretici, obbligandoli a snidare dalle loro montagne,
rispettano il conte Jago. Anche a Zebello egli mandò i suoi arcieri a
soccorrere Fra Dolcino, e se il Vescovo di Vercelli non fosse venuto
a capo quest’inverno di serrarlo con quasi tutti i suoi nella rete,
metterei una mano nel fuoco che esso stesso il Conte andava quivi in
persona a combattere per lui.
«Così San Giulio l’avesse concesso che tu, o Gaudenzo, non saresti
costretto per unirti alla mia Maria d’abbandonare la tua casa ed i tuoi
campi, giacchè egli avrebbe fatta la fine che farà tra poco l’Eretico,
cominciando a provare nelle fiamme di questo mondo come abbrucino
quelle dell’inferno in cui vorrei soffiare io stesso per farlo ardere
eternamente in pena de’ suoi enormi peccati.
A tale fiera imprecazione pronunciata con tutto accanimento da Bernardo
in odio al Conte fecero eco col cuore e le parole i due promessi.
E questa smisurata e violente brama di vendetta, di che s’accesero
simultaneamente, non era indizio in essi d’animo selvaggio e crudele,
ma bensì intimo sfogo d’un oppresso sentimento di giustizia sancito
in certo modo dalle circostanze e dalle idee religiose dei tempi. Si
consideri infatti lo stato delle persone del popolo e specialmente
di quelle che abitavano aperte campagne, in quei secoli nei quali ad
ogni pazzo e criminoso capriccio di chi comandava, si dava il nome di
diritto cui era necessità sottostare. Non gli averi, non la libertà,
non l’onore erano sacri. Dalla turrita rocca il Feudatario faceva
bandire a suon di tromba i suoi voleri e guai a chi avesse osato
resistere! erano strazii e morte. La forza prepotente, brutale imperava
nel mondo pressochè da assoluta signora. Innanzi ad uomini coperti di
ferro e vigorosi adopratori di spade, mazze e lancie la plebe inerme
star non poteva che pavida e inoffensiva lasciandosi miseramente
conculcare. In tanta abbiezione ritraevano gli infelici valido conforto
dalla speranza che i loro patimenti venivano tenuti a calcolo in una
vita migliore e che terribili castighi attendevano gli oppressori
inumani, pei quali l’Eterno Giudice impugnava più severo e tremendo il
vindice flagello.
Il Pellegrino appoggiato il capo ad una mano e tutto raccolto in se
stesso, sembrava non prestare punto d’attenzione ai parlari di quella
gente; ma quando il Mulinaro profferì gli ultimi veementi suoi detti
si scosse, s’agitò e il pallore che coprivagli le guancie si fece più
intenso. Nello stesso mentre Bernardo che esalata la bile, riprendeva
placidamente le sue faccende, volse gli occhi a lui e disse: — «Pur
troppo, eh Pellegrino! vi sono degli uomini cattivi i quali pare
proprio che ci godano nel tormentare gli altri. Di questi tali non
ne mancherà certo anche dalle vostre parti non è vero? Fortunati noi
che per misericordia del cielo qui comanda un Vescovo sotto di cui
certe birbonate non si fanno, e chi prende moglie può condursela a
casa... senza che prima... ma lasciamola lì. Pensiamo ora a mangiare
in pace questa poca grazia di Dio... Galantuomo (proseguì dopo aver
guardato più attentamente lo Straniero) v’è forse saltata addosso la
febbre o avete fatto penitenza tutto il giorno? siete smorto come uno
a cui abbiano data la corda. Bisogna che non prolunghiate il digiuno,
altrimenti perderete le forze di proseguire il viaggio. Venite qui,
sedete a questo tavolo e rinvigorite lo stomaco dividendo con noi il
poco frutto delle nostre fatiche.
Così parlando aveva Bernardo staccato a due mani il pajuolo dalla
catena e lo aveva capovolto sul tagliere stato coperto da Maria di un
ruvido ma pulito tovagliuolo.
Rialzato il recipiente vi rimase una soda e fumante polenta che ne
conservava intera la forma. Il Pellegrino che provava più cocenti
stimoli che quelli della fame, si mostrò sulle prime restìo, ma vinto
poi dalle cordiali ripetute tute offerte, appressò e s’assise a quel
desco frugale.
«Domani se vi risvegliate gagliardo e riposato (disse il Mugnajo
ponendogli innanzi ampia porzione) in un’ora di cammino arrivate vate
giù a Pella dove troverete delle barche quante volete per farvi mettere
all’Isola. Non dimenticatevi di pregare San Giulio per il povero
Bernardo, per sua figlia e per il bravo Gaudenzo ed invocatelo che
tenga da noi lontane nuove tribolazioni.
«Sì buona gente (rispose il Pellegrino con voce che forzavasi a render
dolce), pregherò per voi non solo a San Giulio, ma anche in Santuarii
più lontani e miracolosi, e pregherò di tutto cuore ancorchè i presenti
vostri mali siano lieve ombra a fronte di quelli... (e si corresse) che
opprimono un gran numero de’ vostri pari.