fra poche ore non sei lontano le molte miglia da queste mura tu finirai
di mala morte. Hanno girato per te la luna, il sole e le stelle: il tuo
nome sta in mano al Giudeo, e la gola del pozzo in fondo alle vôlte fu
aperta e t’aspetta. Pensa a’ tuoi casi. Addio. — Ciò detto lo lasciò
frettolosamente e scomparve nell’ombra.
Macaruffo benchè non suscettivo di timidi pensieri e omai indifferente
ad ogni sventura, non dubitò a tale inaspettato avvertimento, che
in realtà la sua morte fosse stata ordinata da Filippo Maria, sia
per avere scoperto i di lui tentativi, sia per togliere un amico
fedele alla Duchessa. Quindi non volendo cadere vittima invendicata
dell’abborrito Visconte determinò di cercare salvezza nella fuga.
Deposta ogni arma e tramutate le vesti, presso l’albeggiare potè uscire
inosservato dal Castello. Comunque grande però fosse il suo pericolo
rimanendo in queste vicinanze, non sapeva staccarsi dai luoghi ove
l’infelice sua Signora, serbando solo i titoli e le apparenze della
sovranità, gemeva prigioniera d’un inesorabile tiranno.
Per lunghi giorni andò errando nelle terre prossime a questa città, e
la notte accostavasi guardingo alla tremenda ducale dimora, spiando
se qualche lume apparisse nelle finestre dal lato occidentale della
Rocca, e s’affisava in quello come in una luce amica, consolatrice,
poichè sembravagli illuminasse la camera della Duchessa, ch’ei si
rappresentava assisa a quel mesto chiarore in atto pensivo e col volto
irrigato di lagrime. Chi potrebbe ridire quanta fosse la potenza che
l’immagine di lei esercitava su quell’anima, chiusa in ributtanti
spoglie, ma sì nobile e generosa che avrebbe con gioja, e senza ch’ella
pure il sapesse, sagrificata l’esistenza per procurarle un istante di
contento e di pace?
Dovette però convincersi alfine Macaruffo ch’era vano ogni tentativo
per rivederla, e sarebbe stata follìa l’intraprendere di sottrarla
suo malgrado alle mani del Duca. Pensando d’altronde che se si fosse
scoperto ch’ei s’aggirava quivi d’intorno avrebbe potuto far cadere su
di lei il dubbio che per suo mezzo tramasse congiure o tradimenti, si
decise con pena indescrivibile ad abbandonare questo suolo, e riprese
cammino verso la patria.
Allorchè calando da una delle Alpi che fiancheggiano il mare di
Liguria, distinse tra il verde della valle le torri del castello di
Tenda, vide il lago de’ palombi, e poco lungi scorse tra il folto degli
alberi le merlate mura del maniero de’ Gualdi, non dolci affetti si
sollevarono in lui con soave tumulto, non esclamò, non sorrise; solo un
grave sospiro uscì dal suo petto affranto dalla fatica e dalla doglia,
e s’asciugò due amare stille di pianto che gli caddero sulle arsiccie
guancie.
Visse colà inconsolabile, solingo.
Quando nelle paterne mura ribombò con terrore e desolazione l’orrendo
annunzio che Beatrice, dannata per scellerata sentenza dal Marito,
aveva lasciata la testa sul patibolo nel castello di Binasco, il
Venturiero quivi più non si rinvenne.
Alcuni giorni dopo apparve un Pellegrino in vicinanza al castello del
supplizio, e fu veduto starsi ogni notte immobile per lunghe ore,
pregando alla ferriata della cappella dei morti, ove i resti della
Contessa erano stati deposti. Nè andò guari che chiuse gli occhi esso
pure alla vita, e nessuno scoprì mai la sua storia o il suo nome.
Un Cadavere antico[7]
.... Orrendo e vero
Simulacro di morte!...
H.
Era il cielo cinericcio; oscurava. Ad ogni istante rendevasi più fosco
il colore delle alte mura della Basilica, che la Longobardica Regina
eresse in Monza al divino Precursore, e più visibile traspariva dalle
sue arcuate finestre il chiarore delle lampane solitarie.
Io camminava a lenti passi sotto l’atrio contiguo a quella vetusta
Chiesa attendendo l’un de’ custodi. Il silenzio universale, la tenebria
della sera che s’avanzava m’avevano reso mesto e meditabondo, onde
le impressioni della mia mente consuonavano all’intutto coll’idea
del lugubre oggetto che una viva curiosità mi aveva tratto quivi ad
ammirare. Venne alfine la guida recando un torchio acceso e m’accennò
di seguirla; le tenni dietro: ed essa arrestatasi ov’era un’imposta
alla parete, la spalancò ed offrì al mio sguardo un cadavere, una
specie di mummia, quivi serbata in una nicchia.
Fatto immobile, affisai avidamente gli occhi in quella salma antica,
e i molti gravi pensieri che sorsero in me, attutarono il profondo
ribrezzo che suol sempre assalire alla vista di umane carni inanimate.
Sta ritto quel cadavere, rigido, giallognolo: il diseccare de’ muscoli,
de’ tendini, l’indurare delle cartilagini l’ha alcun poco contratto e
impicciolito, ma mantiene tuttavia intatte le forme, conserva i denti,
i capelli, le ciglia, e mostra illesa ovunque la cute, fuorchè alla
nocca d’un piede. Lo esaminai con tutta attenzione facendo appressare
mano mano il lume ad ogni sua parte, e provava il mio spirito certo
qual solenne diletto nel contemplare un corpo, che senza bende egizie
o balsami trinacrii, si sottrasse alle possenti consuntrici leggi
della natura; un corpo, che serbando per quattro secoli le primiere
sembianze, giunse da spente e trapassate generazioni sino a noi come
l’unico resto d’un gran naufragio sopra ignoti lidi.
Quella salma non fu d’uomo volgare, poichè s’ascrisse anch’esso fra
i dominatori dei popoli. Oltre d’avere padroneggiato Monza, venne
salutato signore di Milano, e sebbene qui non tenesse il comando
che per brevissimo spazio di tempo, collegò milizie, impose tributi,
stampò monete, attribuzioni esclusive della sovranità. Portò il nome di
Estore, e vanta per padre Bernabò Visconte, principe temuto e crudele,
che perì di veleno nel Castello di Trezzo.
Estore non condusse una fiacca o codarda vita. Pugnò possentemente
contro i due duchi suoi cugini, Giovanni e Filippo Maria, figli di
Galeazzo. Seppe tenere il campo a fronte di Facino Cane, di Lancillotto
Beccaria e di Valperga ch’erano fra i più valenti condottieri
dell’epoca. A Filippo Maria contrastò con vigore il possesso dello
Stato; assalito in Milano da forte schiera d’uomini d’armi, oppose
nelle stesse contrade della città la più ostinata resistenza. Cedette
alfine e ritirossi in Monza nel di cui Castello sostenne un lungo
assedio, respingendo più volte gli assalti di tutto l’esercito ducale.
Per ordine di Filippo, che sterminato voleva un sì audace rivale, non
cessavano mai le offese contro le assediate mura, le quali dall’assiduo
lavoro de’ mangani e delle bricolle già scoperchiate e cadenti in più
luoghi, non offrivano ai difensori che debole e incerto riparo.
Un giorno (era in settembre del 1412) Estore Visconte se ne stava nel
mezzo del cortile del suo Castello presso al pozzo ove si abbeveravano
i cavalli. Nel momento forse che all’udire le esterne grida de’ nemici
meditava sdegnato una tremenda uscita, o che l’anima sua sorpresa
dall’idea dell’instante periglio cominciava a vacillare invilita,
una grossa pietra slanciata con tutta veemenza venne dall’alto e lo
colse in una gamba che gli spezzò presso l’attaccatura dei piede, onde
cadette, e perdendo sterminata quantità di sangue, in capo a poco tempo
rimase esanime.
Eccolo innanzi a me coi segni del fatal colpo, che ha lacerate le
carni, infranto l’osso, e lasciò su quello le traccie del sangue
aggrumolato.
— O arido ed annerito carcame, tu dunque fosti un guerriero d’intrepido
cuore, e ricoperto di ferro vivesti tra l’armi e le battaglie? Ah
perchè schiavando i denti che serrò morte, non puoi narrare tu stesso
i fatti de’ tuoi giorni, o rivelare ai mortali i segreti delle tombe
tra cui sì lungamente dimorasti! Ma l’ironia ferale dei tuoi tratti è
fisa e impassibile, e nel rimirarti mi fai sentire più amaro e truce il
pensiero che mentre ogni oggetto vivente con somma rapidità trapassa
e si solve, un cadavere s’innoltra incorrotto verso le ridenti età
future.
FINE.
IL BACIO FATALE
....... Ei nell’amata
Donna s’affigge, ode uno squillo: il suono
Quest’è che serra le stridenti porte.
Un istante gli resta, un bacio invola
A quella fronte gelida, una croce
Alle sue mani impallidite, e come
Luce nell’aer per le mute logge
Inosservato e celere dispare.
TEALDI-FORES.
Chi ignorava la beltà di Evelleda, la prigioniera d’Oriente divenuta
sposa del cavaliero Unfredo de’ Rodis?... Dal lago alle Alpi tutta la
valle dell’Ossola risuonava delle lodi di lei e si portavano a cielo
non solo le avvenenti sue forme, ma le virtù e la dolcezza soavissima
dell’animo. Nel mirarla era un’estasi che infondevano in petto la
leggiadrìa e la nobiltà delle sue movenze, l’armonìa della voce che
serbava ne’ suoni alcun che di straniero e la luce celeste di che
erano animati i suoi sguardi. Oh! gli sguardi di Evelleda superavano
quanto mai l’immaginazione più ardente sa figurarsi d’incantevole e
d’angelico: quegli su cui quelle nere pupille si posavano con tenerezza
o con mesto sorriso provava in cuore un ineffabile commovimento e
sentiva circondarsi da un’aura più pura.
Questo fiore di bellezza era nato sotto altri soli e dalle falde del
Libano era stato trapiantato presso quelle delle Alpi. Il cavaliero
Unfredo valente di braccio quanto d’animo ardente e vendicativo, offeso
in cuore da secrete ingiurie, determinò sino dall’età sua giovanile
d’abbandonare la patria; radunò una schiera de’ più prodi suoi vassalli
Ossolani, fece voto di combattere per la liberazione di Gerusalemme e
raggiunse in Oriente l’esercito dei Baroni Crociati. Ebbe parte nelle
imprese più ardue e famose; venne ferito e si ritrasse a Bisanzio
sotto la protezione de’ greci Imperatori. Ricuperata colà la salute e
il vigore, tornò in Palestina ove capitanando una parte dell’esercito
prese d’assalto una ricca città de’ Saraceni, di cui gli furono cedute
in premio le spoglie. Egli trascelse per sè le più preziose; abbandonò
l’altre a’ soldati, e dei vinti non tenne in suo potere che una donna
bellissima fra tutte, madre d’unica fanciulletta, vezzosa come l’amore,
la quale fu trovata dai guerrieri cristiani nel solitario _harem_
custodita da due schiavi muti e neri al paro della pece.
Vinta Nicea ed Antiochia, Unfredo, a cui le ferite benchè rimarginate
rendevano l’armeggiare penoso, volle far ritorno alle patrie terre,
e caricate su una nave Pisana le conquistate ricchezze, afferrò le
spiaggie d’Italia. Morì attrita dai lunghi affanni, anzichè toccasse
i nostri lidi, la bella prigioniera saracena, e il Cavaliero le rese
meno penosi gli ultimi istanti giurandole sulla croce che a lui segnava
il petto, che avrebbe con ogni studio vegliato al bene dell’orfana
fanciulla ch’ella abbandonava nelle sue mani.
Toccava questa appena il tredicesimo anno, nè altri che la propria
madre conosceva sulla terra che potesse intenderla, guidarla e che le
fosse di sostegno e d’aita. Vedendo la genitrice languire per mortale
angoscia gemeva profondamente, sinchè giunta al punto estremo ne
raccolse disperata l’ultimo sospiro e si dovette strapparla a forza
dalla fredda salma di lei.
Per lunghi giorni le sgorgò incessante un pianto inconsolabile: alla
fine però le tenere e più che paterne cure del generoso Unfredo le
ridonarono la calma; cessarono le lagrime d’irrigarle le pallide
delicate guancie, ed ei si dispose a condurla alla propria valle nelle
mura dell’avito castello.
La fama delle sue gesta lo avevano preceduto: accorsero i vassalli
esultanti ad incontrarlo ed ei ricalcò festeggiante dopo tanti anni
di lontananza l’antico ponte del suo fiume nativo. Nel guerresco
corteggio che lo seguiva attraevano gli sguardi di tutti i due schiavi
Etiopi abbigliati nella loro barbarica foggia; ma ciò che destava più
vivamente la curiosità generale era la fanciulla che sedeva sopra un
placido e bellissimo palafreno guidato a mano da un paggio, ricoperta
da fitto velo il quale l’avviluppava pressochè interamente.
Allorchè dopo molti mesi il dolore della perdita della madre fu
alquanto più mitigato nell’animo della giovinetta, Unfredo che sentiva
nascere in seno per lei ardentissima fiamma, la fece istruire nei
sacri misteri di nostra religione e poscia rigenerare nelle acque
del Battesimo. Profuse quindi tesori per rendere il proprio castello
il più sontuoso che mai si vedesse e per prevenire ed appagare ogni
lieve brama dell’adorata fanciulla, un di cui sorriso lo rendeva
felice. Riconoscente essa pure a tante affettuose dimostrazioni del
suo guerriero vincitore, benchè non lo amasse che quale amoroso padre,
cedere dovette alle lunghe ripetute istanze e condotta da Unfredo
all’altare con pompa regale divenne sua sposa.
Sorgeva il castello di Unfredo sulle sponde della Toce là dove questo
fiume abbandonati i nativi dirupi, scende limpido e tranquillo ad
irrigare l’esteso piano della valle dell’Ossola. Il ponte levatojo di
quel castello rimaneva sempre abbassato, e sebbene numerosa schiera
d’armati vi stesse a guardia continuamente, erane però a tutti libero
l’ingresso, poichè colà venivano accolti con eguale cortese ospitalità
il povero pellegrino, il ricco barone, il questuante eremita e lo
sfarzoso Abate che vi giungeva cavalcando con gran seguito di monaci
e di laici. Infiniti erano quivi entro gli scudieri, i paggi, i servi,
tutti abbigliati con vaghe e ricche assise. Nei portici, negli atrii,
sulle scale miravasi scolpito in marmo o dipinto lo stemma della
possente famiglia de’ Rodis, ch’era una stella d’oro con due ali in
campo azzurro, circondato da una nera fascia.
Le stanze superiori nelle quali abitava il Signore del castello erano
tutte magnificamente addobbate; ma ove si poteva dire veramente esausto
quanto mai il lusso de’ tempi sapeva creare di più sorprendente e
ricercato, era la grande aula di ricevimento e l’oratorio di Evelleda.
Nella sala entravasi per due ampie porte alle quali corrispondevano
vaste finestre, divisa ognuna in due archi acuti sostenuti da
sottilissima colonna spirale: ne chiudeva il varco una vetriata a
colori su cui si diramavano simetrici arabeschi. Le pareti erano
coperte da purpurei arazzi trapunti in oro: marmoreo era il pavimento
ed istoriata la volta: i larghi sedili finamente intagliati, e sulle
tavole, ricoperte di lastre di preziosi marmi, posavano gemmati
doppieri. Sulla parete frammezzo alle porte d’ingresso stavano sospese
a modo di trofeo le armi più ricche d’Unfredo: nel mezzo era collocato
l’usbergo coi guanti, i bracciali e gli schinieri; a sinistra lo scudo
collo stemma rilevato a cesello; a destra la spada e la lancia, ed al
di sopra l’elmo di massiccio argento con cimiero d’altissime e candide
penne.
Quell’appartata camera che nella dimora d’una ricca dama viene a lei
unicamente consacrata e sta presso la stanza di riposo, servendo così
ai misteri dell’addobbamento, come alle solitarie letture ed alle
meditazioni, la quale ora noi chiamiamo _Gabinetto_, appellavasi nei
bassi tempi _Oratorio_, poichè conteneva una specie di domestico altare
avanti a cui soleva la Dama profferire le serali e mattutine preghiere.
L’oratorio d’Evelleda non era spazioso ma rinserrava tesori. V’avevano
due entrate, l’una da una porta che s’apriva nell’atrio vicino alla
sala, e l’altra più ristretta che riusciva nella camera contigua ove
era eretto il talamo nuziale. Di contro all’arcata finestra d’egual
forma di quelle della sala, stava nell’oratorio una nicchia, dentro
la quale sorgeva sopra un piedestallo il simulacro della Vergine
col divino infante, coronati l’uno e l’altro di un serto di gemme:
sul petto della celeste Madre pendeva appeso ad un serico nastro
un’anforetta in un cerchio d’oro che conteneva un frammento del velo
di Lei, reliquia rarissima acquistata per cento bisanti dallo stesso
Unfredo in Palestina da un Maronita di Betlemme. Davanti al simulacro
stava un ginocchiatojo tutto rivestito da ricco e morbido drappo. In
giro alla camera vedevansi arche ed armadietti d’ebano e d’avorio,
elegantemente intarsiati con fili d’oro e tempestati di pietre
preziose: alcuni di essi rimanendo aperti, mostravansi ripieni di vasi
lucenti, di cassette d’aromi, di odorosi unguenti; altri di fermagli
d’oro, vezzi di perle, spille, colanne, braccialetti e di quanto può
concorrere ai più sontuoso e variato femminile adornamento. Le seggiole
andavano ricoperte di velluto azzurro frangiato in argento, e ad una
di esse co’ bracciuoli, i quali avevano la forma di morbidi colli di
cigno, pure d’argento, stava dinanzi un tavoliere su cui posava un
vaso di cristallo cilestrino con fogliature in oro che conteneva i più
vaghi fiori, e vicino v’erano varj libri in pergamena con leggiadre
miniature. Da un lato del tavoliere stava un tripode in bronzo con
coperchio a traforo che serviva ad ardere profumi, dall’altro lato
eravi un elegante leggìo a cui stava sospeso un arpicordo saracinesco
con bischeri d’oro. Dalla volta pendeva una lampada alabastrina
sostenuta da tre catene in figura di serpi. La luce che dalla finestra
entrava in quella camera era mitigata a piacere, poichè le ampie
tende bianche e turchine che la fiancheggiavano potevansi variamente
panneggiare, ed ora si simulava con esse il soave chiarore dell’aurora,
ora la luce moribonda del crepuscolo e per sino il bianco irradiare
della luna.
Varia poi e spaziosa era la veduta che s’appresentava da quella
finestra, se ne venivano spalancate le imposte. Vedevasi l’intera
corona degli alti monti che formano parete alla valle, e tutta la
chiudono fuorchè a mezzodì ove ne lambiscono il confine le acque del
Lago Maggiore; miravasi più da presso la merlata roccia di Vogogna
eretta sopra scoscesa rupe, e scorgevasi nel piano il lucido esteso
serpeggiare della Toce che toccava mormorando a quelle mura. Al
di là del fiume quasi a prospetto sorgeva un edificio di semplice
architettura ma che s’aveva del castello insieme e del convento:
constava di massiccie mura, aveva porte e finestre ad archi acuti,
ma non era merlato nè munito di torri. Tale edificio chiamavasi la
_Masone_ ed era ospizio de’ cavalieri Templari, i quali solevano ivi
stanziare ogni qual volta recavansi in Francia o ne redivano.
Prediletto ad Evelleda era quell’oratorio ed ella passava in esso le
più lunghe ore del giorno o con qualche fida ancella occupata ai lavori
della spola e dell’ago, o da sola leggendo i canzonieri degli amorosi
Trovatori, o traendo dalle corde melodiosi suoni. Talvolta nell’ora più
tacita della sera ella univa a que’ suoni la sua voce: arrestavansi
negli atrii i paggi ed i donzelli ad ascoltarla, sospendeva il passo
per fino il rude arciero che stava a guardia a piè delle mura. Eravi in
quel canto un non so che di nuovo che rapiva, era una melodìa ispirata
da un altro cielo, da una più ridente natura.
Il raggio candidissimo della luna brillava sulle acque del fiume,
ed illuminava la fronte della _Masone_ dei Templari. Ritto nel varco
dell’arcuata porta si stava uno dei guerrieri dell’Ordine appoggiato
alla sua lunga spada; la bianca sopravveste eragli serrata ai lombi
dal pendone della spada stessa, e in mezzo al suo petto si scorgeva
un’ampia croce rossa. Teneva scoperto il capo, il quale aveva da nera
inanellata capellatura rivestito, bruno e regolare era il giovanile
suo viso. In atto mesto e pensieroso lasciava errare le pupille ora
sulle correnti acque, ora sulla pallida verdura, ed ora le alzava al
disco della luna. Ad un tratto un irrompere di dolcissime note tratte
da sonoro stromento gli ferisce l’orecchio; guarda al castello di
prospetto da cui quel suono partiva e quasi tratto da magica forza
s’accosta alla sponda del fiume, onde meglio bearsi in quell’armonìa.
S’alza una voce... ma qual gioja inaspettata, qual soave sorpresa
manifesta il Cavaliero del Tempio!... quella voce canta nell’armoniosa
lingua dei poeti dell’Alambra, essa ripete gli accenti che richiamano
al Yemen felice la memoria dell’avventuroso guerriero. Ecco come canta
quella voce celebrando il suolo nativo.
«_Mia sfera è l’Oriente, splendida regione, ove sorge magnifico
il sole come un possente monarca e procede per le vie del giorno
sempre serene: così una nave d’oro voga sull’onde azzurre portando
l’Emiro di vasta contrada._
«_I doni tutti del cielo furono versati sulla zona orientale: in
ogni altro clima il fatale destino fa germogliare amari frutti
a lato ai saporosi. Ma Iddio che guarda sorridendo le terre
dell’Asia, la riveste de’ fiori più puri e accorda maggiori stelle
al suo cielo, maggiori perle al suo mare._
«_Quivi sono le ampie città che l’universo ammira. Laora dai campi
fiorenti: Golconda, Cascemira, Damasco la guerriera, la reale
Ispahan; Bagdad da baluardi coperta come da ferrea armatura, e
Aleppo il mormorìo delle cui immense contrade sembra al lontano
pastore il fremito dell’oceano._
«_Misora è qual regina collocata sul trono. Medina dalle mille
torri irte d’aguglie colle punte d’oro rassembra al campo d’un
esercito nel piano che inalza sulle tende una selva di lucicanti
saette._
«_Chi non brama contemplare sì grandi maraviglie? Chi non desìa
sedere su quei terrazzi simiglianti a canestri di fiori; o seguire
nei prati l’Arabo vagabondo? Al cader del sole quando i cammelli
s’arrestano spossati presso le fresche acque dei pozzi, la
giovinetta bajadera intreccia la sua danza voluttuosa._
«_Anch’io un giorno con passi infantili errando pensosa presso
al chiosco solitario sotto i rami delle palme beveva l’aure
imbalsamate che scendevano dagli azzurri monti! Ma ohimè! io non
potrò mai più rivedere nè le palme, nè quei monti quantunque la mia
anima voli incessantemente alle beate regioni orientali._
Armando di Nerra, tal era il giovine Cavaliero, fu scosso da quel canto
sin nell’intime fibre del cuore. L’oriente era pure il suo sospiro:
in oriente egli aveva appreso ad amare; quando l’oggetto de’ suoi
deliri perì, egli da libero combattente divenne Cavaliero dell’ordine
del Tempio, consacrando sè stesso e la sua spada alla Religione ed
assoggettandosi ai voleri del gran Maestro.
Attese ansiosamente la sera successiva: una melodia parimenti soave
lo venne dal castello a beare sulla sponda della Toce. L’incanto fu
irresistibile. Seppe chi era Unfredo, lo riconobbe ed entrò nel suo
castello da lui stesso accoltovi ed onorato.
Unfredo era oltre modo bramoso che distinti personaggi contemplassero
il lusso e la magnificenza da lui spiegati entro le proprie mura; e
siccome andava superbo di possedere una bellissima sposa, gioiva che
venisse ammirata ed elevata a cielo da tutti: fiero e contento che gli
altri invidiassero a lui quella beltà famosa, a lui già d’età provetto,
a lui d’ispidi lineamenti, a lui che giovane in quella patria aveva
dovuto subire l’umiliazione d’un rifiuto quando pretese alla mano
di donzella uscita da un lignaggio ch’ei stimava paro al suo. Aveva
abbandonata la terra nativa giurando di vendicarsi di quel disprezzo
o morire: e la sua vendetta era completa quando alcuno proclamava non
esservi nell’Ossola castello più ricco, nè sposa più leggiadra di que’
d’Unfredo. Raggiante di gioja, dopo avere fatto osservare gli atrii
fastosi e le stanze più addobbate; condusse il giovine Templario nella
gran sala ove fece dare annunzio ad Evelleda di presentarsi.