«Zitto, zitto (proseguì l’altro) non è tempo da far parole. Ascolta. Se

fra poche ore non sei lontano le molte miglia da queste mura tu finirai

di mala morte. Hanno girato per te la luna, il sole e le stelle: il tuo

nome sta in mano al Giudeo, e la gola del pozzo in fondo alle vôlte fu

aperta e t’aspetta. Pensa a’ tuoi casi. Addio. — Ciò detto lo lasciò

frettolosamente e scomparve nell’ombra.

Macaruffo benchè non suscettivo di timidi pensieri e omai indifferente

ad ogni sventura, non dubitò a tale inaspettato avvertimento, che

in realtà la sua morte fosse stata ordinata da Filippo Maria, sia

per avere scoperto i di lui tentativi, sia per togliere un amico

fedele alla Duchessa. Quindi non volendo cadere vittima invendicata

dell’abborrito Visconte determinò di cercare salvezza nella fuga.

Deposta ogni arma e tramutate le vesti, presso l’albeggiare potè uscire

inosservato dal Castello. Comunque grande però fosse il suo pericolo

rimanendo in queste vicinanze, non sapeva staccarsi dai luoghi ove

l’infelice sua Signora, serbando solo i titoli e le apparenze della

sovranità, gemeva prigioniera d’un inesorabile tiranno.

Per lunghi giorni andò errando nelle terre prossime a questa città, e

la notte accostavasi guardingo alla tremenda ducale dimora, spiando

se qualche lume apparisse nelle finestre dal lato occidentale della

Rocca, e s’affisava in quello come in una luce amica, consolatrice,

poichè sembravagli illuminasse la camera della Duchessa, ch’ei si

rappresentava assisa a quel mesto chiarore in atto pensivo e col volto

irrigato di lagrime. Chi potrebbe ridire quanta fosse la potenza che

l’immagine di lei esercitava su quell’anima, chiusa in ributtanti

spoglie, ma sì nobile e generosa che avrebbe con gioja, e senza ch’ella

pure il sapesse, sagrificata l’esistenza per procurarle un istante di

contento e di pace?

Dovette però convincersi alfine Macaruffo ch’era vano ogni tentativo

per rivederla, e sarebbe stata follìa l’intraprendere di sottrarla

suo malgrado alle mani del Duca. Pensando d’altronde che se si fosse

scoperto ch’ei s’aggirava quivi d’intorno avrebbe potuto far cadere su

di lei il dubbio che per suo mezzo tramasse congiure o tradimenti, si

decise con pena indescrivibile ad abbandonare questo suolo, e riprese

cammino verso la patria.

Allorchè calando da una delle Alpi che fiancheggiano il mare di

Liguria, distinse tra il verde della valle le torri del castello di

Tenda, vide il lago de’ palombi, e poco lungi scorse tra il folto degli

alberi le merlate mura del maniero de’ Gualdi, non dolci affetti si

sollevarono in lui con soave tumulto, non esclamò, non sorrise; solo un

grave sospiro uscì dal suo petto affranto dalla fatica e dalla doglia,

e s’asciugò due amare stille di pianto che gli caddero sulle arsiccie

guancie.

Visse colà inconsolabile, solingo.

Quando nelle paterne mura ribombò con terrore e desolazione l’orrendo

annunzio che Beatrice, dannata per scellerata sentenza dal Marito,

aveva lasciata la testa sul patibolo nel castello di Binasco, il

Venturiero quivi più non si rinvenne.

Alcuni giorni dopo apparve un Pellegrino in vicinanza al castello del

supplizio, e fu veduto starsi ogni notte immobile per lunghe ore,

pregando alla ferriata della cappella dei morti, ove i resti della

Contessa erano stati deposti. Nè andò guari che chiuse gli occhi esso

pure alla vita, e nessuno scoprì mai la sua storia o il suo nome.

Un Cadavere antico[7]

.... Orrendo e vero

Simulacro di morte!...

H.

Era il cielo cinericcio; oscurava. Ad ogni istante rendevasi più fosco

il colore delle alte mura della Basilica, che la Longobardica Regina

eresse in Monza al divino Precursore, e più visibile traspariva dalle

sue arcuate finestre il chiarore delle lampane solitarie.

Io camminava a lenti passi sotto l’atrio contiguo a quella vetusta

Chiesa attendendo l’un de’ custodi. Il silenzio universale, la tenebria

della sera che s’avanzava m’avevano reso mesto e meditabondo, onde

le impressioni della mia mente consuonavano all’intutto coll’idea

del lugubre oggetto che una viva curiosità mi aveva tratto quivi ad

ammirare. Venne alfine la guida recando un torchio acceso e m’accennò

di seguirla; le tenni dietro: ed essa arrestatasi ov’era un’imposta

alla parete, la spalancò ed offrì al mio sguardo un cadavere, una

specie di mummia, quivi serbata in una nicchia.

Fatto immobile, affisai avidamente gli occhi in quella salma antica,

e i molti gravi pensieri che sorsero in me, attutarono il profondo

ribrezzo che suol sempre assalire alla vista di umane carni inanimate.

Sta ritto quel cadavere, rigido, giallognolo: il diseccare de’ muscoli,

de’ tendini, l’indurare delle cartilagini l’ha alcun poco contratto e

impicciolito, ma mantiene tuttavia intatte le forme, conserva i denti,

i capelli, le ciglia, e mostra illesa ovunque la cute, fuorchè alla

nocca d’un piede. Lo esaminai con tutta attenzione facendo appressare

mano mano il lume ad ogni sua parte, e provava il mio spirito certo

qual solenne diletto nel contemplare un corpo, che senza bende egizie

o balsami trinacrii, si sottrasse alle possenti consuntrici leggi

della natura; un corpo, che serbando per quattro secoli le primiere

sembianze, giunse da spente e trapassate generazioni sino a noi come

l’unico resto d’un gran naufragio sopra ignoti lidi.

Quella salma non fu d’uomo volgare, poichè s’ascrisse anch’esso fra

i dominatori dei popoli. Oltre d’avere padroneggiato Monza, venne

salutato signore di Milano, e sebbene qui non tenesse il comando

che per brevissimo spazio di tempo, collegò milizie, impose tributi,

stampò monete, attribuzioni esclusive della sovranità. Portò il nome di

Estore, e vanta per padre Bernabò Visconte, principe temuto e crudele,

che perì di veleno nel Castello di Trezzo.

Estore non condusse una fiacca o codarda vita. Pugnò possentemente

contro i due duchi suoi cugini, Giovanni e Filippo Maria, figli di

Galeazzo. Seppe tenere il campo a fronte di Facino Cane, di Lancillotto

Beccaria e di Valperga ch’erano fra i più valenti condottieri

dell’epoca. A Filippo Maria contrastò con vigore il possesso dello

Stato; assalito in Milano da forte schiera d’uomini d’armi, oppose

nelle stesse contrade della città la più ostinata resistenza. Cedette

alfine e ritirossi in Monza nel di cui Castello sostenne un lungo

assedio, respingendo più volte gli assalti di tutto l’esercito ducale.

Per ordine di Filippo, che sterminato voleva un sì audace rivale, non

cessavano mai le offese contro le assediate mura, le quali dall’assiduo

lavoro de’ mangani e delle bricolle già scoperchiate e cadenti in più

luoghi, non offrivano ai difensori che debole e incerto riparo.

Un giorno (era in settembre del 1412) Estore Visconte se ne stava nel

mezzo del cortile del suo Castello presso al pozzo ove si abbeveravano

i cavalli. Nel momento forse che all’udire le esterne grida de’ nemici

meditava sdegnato una tremenda uscita, o che l’anima sua sorpresa

dall’idea dell’instante periglio cominciava a vacillare invilita,

una grossa pietra slanciata con tutta veemenza venne dall’alto e lo

colse in una gamba che gli spezzò presso l’attaccatura dei piede, onde

cadette, e perdendo sterminata quantità di sangue, in capo a poco tempo

rimase esanime.

Eccolo innanzi a me coi segni del fatal colpo, che ha lacerate le

carni, infranto l’osso, e lasciò su quello le traccie del sangue

aggrumolato.

— O arido ed annerito carcame, tu dunque fosti un guerriero d’intrepido

cuore, e ricoperto di ferro vivesti tra l’armi e le battaglie? Ah

perchè schiavando i denti che serrò morte, non puoi narrare tu stesso

i fatti de’ tuoi giorni, o rivelare ai mortali i segreti delle tombe

tra cui sì lungamente dimorasti! Ma l’ironia ferale dei tuoi tratti è

fisa e impassibile, e nel rimirarti mi fai sentire più amaro e truce il

pensiero che mentre ogni oggetto vivente con somma rapidità trapassa

e si solve, un cadavere s’innoltra incorrotto verso le ridenti età

future.

FINE.

IL BACIO FATALE

....... Ei nell’amata

Donna s’affigge, ode uno squillo: il suono

Quest’è che serra le stridenti porte.

Un istante gli resta, un bacio invola

A quella fronte gelida, una croce

Alle sue mani impallidite, e come

Luce nell’aer per le mute logge

Inosservato e celere dispare.

TEALDI-FORES.

Chi ignorava la beltà di Evelleda, la prigioniera d’Oriente divenuta

sposa del cavaliero Unfredo de’ Rodis?... Dal lago alle Alpi tutta la

valle dell’Ossola risuonava delle lodi di lei e si portavano a cielo

non solo le avvenenti sue forme, ma le virtù e la dolcezza soavissima

dell’animo. Nel mirarla era un’estasi che infondevano in petto la

leggiadrìa e la nobiltà delle sue movenze, l’armonìa della voce che

serbava ne’ suoni alcun che di straniero e la luce celeste di che

erano animati i suoi sguardi. Oh! gli sguardi di Evelleda superavano

quanto mai l’immaginazione più ardente sa figurarsi d’incantevole e

d’angelico: quegli su cui quelle nere pupille si posavano con tenerezza

o con mesto sorriso provava in cuore un ineffabile commovimento e

sentiva circondarsi da un’aura più pura.

Questo fiore di bellezza era nato sotto altri soli e dalle falde del

Libano era stato trapiantato presso quelle delle Alpi. Il cavaliero

Unfredo valente di braccio quanto d’animo ardente e vendicativo, offeso

in cuore da secrete ingiurie, determinò sino dall’età sua giovanile

d’abbandonare la patria; radunò una schiera de’ più prodi suoi vassalli

Ossolani, fece voto di combattere per la liberazione di Gerusalemme e

raggiunse in Oriente l’esercito dei Baroni Crociati. Ebbe parte nelle

imprese più ardue e famose; venne ferito e si ritrasse a Bisanzio

sotto la protezione de’ greci Imperatori. Ricuperata colà la salute e

il vigore, tornò in Palestina ove capitanando una parte dell’esercito

prese d’assalto una ricca città de’ Saraceni, di cui gli furono cedute

in premio le spoglie. Egli trascelse per sè le più preziose; abbandonò

l’altre a’ soldati, e dei vinti non tenne in suo potere che una donna

bellissima fra tutte, madre d’unica fanciulletta, vezzosa come l’amore,

la quale fu trovata dai guerrieri cristiani nel solitario _harem_

custodita da due schiavi muti e neri al paro della pece.

Vinta Nicea ed Antiochia, Unfredo, a cui le ferite benchè rimarginate

rendevano l’armeggiare penoso, volle far ritorno alle patrie terre,

e caricate su una nave Pisana le conquistate ricchezze, afferrò le

spiaggie d’Italia. Morì attrita dai lunghi affanni, anzichè toccasse

i nostri lidi, la bella prigioniera saracena, e il Cavaliero le rese

meno penosi gli ultimi istanti giurandole sulla croce che a lui segnava

il petto, che avrebbe con ogni studio vegliato al bene dell’orfana

fanciulla ch’ella abbandonava nelle sue mani.

Toccava questa appena il tredicesimo anno, nè altri che la propria

madre conosceva sulla terra che potesse intenderla, guidarla e che le

fosse di sostegno e d’aita. Vedendo la genitrice languire per mortale

angoscia gemeva profondamente, sinchè giunta al punto estremo ne

raccolse disperata l’ultimo sospiro e si dovette strapparla a forza

dalla fredda salma di lei.

Per lunghi giorni le sgorgò incessante un pianto inconsolabile: alla

fine però le tenere e più che paterne cure del generoso Unfredo le

ridonarono la calma; cessarono le lagrime d’irrigarle le pallide

delicate guancie, ed ei si dispose a condurla alla propria valle nelle

mura dell’avito castello.

La fama delle sue gesta lo avevano preceduto: accorsero i vassalli

esultanti ad incontrarlo ed ei ricalcò festeggiante dopo tanti anni

di lontananza l’antico ponte del suo fiume nativo. Nel guerresco

corteggio che lo seguiva attraevano gli sguardi di tutti i due schiavi

Etiopi abbigliati nella loro barbarica foggia; ma ciò che destava più

vivamente la curiosità generale era la fanciulla che sedeva sopra un

placido e bellissimo palafreno guidato a mano da un paggio, ricoperta

da fitto velo il quale l’avviluppava pressochè interamente.

Allorchè dopo molti mesi il dolore della perdita della madre fu

alquanto più mitigato nell’animo della giovinetta, Unfredo che sentiva

nascere in seno per lei ardentissima fiamma, la fece istruire nei

sacri misteri di nostra religione e poscia rigenerare nelle acque

del Battesimo. Profuse quindi tesori per rendere il proprio castello

il più sontuoso che mai si vedesse e per prevenire ed appagare ogni

lieve brama dell’adorata fanciulla, un di cui sorriso lo rendeva

felice. Riconoscente essa pure a tante affettuose dimostrazioni del

suo guerriero vincitore, benchè non lo amasse che quale amoroso padre,

cedere dovette alle lunghe ripetute istanze e condotta da Unfredo

all’altare con pompa regale divenne sua sposa.

Sorgeva il castello di Unfredo sulle sponde della Toce là dove questo

fiume abbandonati i nativi dirupi, scende limpido e tranquillo ad

irrigare l’esteso piano della valle dell’Ossola. Il ponte levatojo di

quel castello rimaneva sempre abbassato, e sebbene numerosa schiera

d’armati vi stesse a guardia continuamente, erane però a tutti libero

l’ingresso, poichè colà venivano accolti con eguale cortese ospitalità

il povero pellegrino, il ricco barone, il questuante eremita e lo

sfarzoso Abate che vi giungeva cavalcando con gran seguito di monaci

e di laici. Infiniti erano quivi entro gli scudieri, i paggi, i servi,

tutti abbigliati con vaghe e ricche assise. Nei portici, negli atrii,

sulle scale miravasi scolpito in marmo o dipinto lo stemma della

possente famiglia de’ Rodis, ch’era una stella d’oro con due ali in

campo azzurro, circondato da una nera fascia.

Le stanze superiori nelle quali abitava il Signore del castello erano

tutte magnificamente addobbate; ma ove si poteva dire veramente esausto

quanto mai il lusso de’ tempi sapeva creare di più sorprendente e

ricercato, era la grande aula di ricevimento e l’oratorio di Evelleda.

Nella sala entravasi per due ampie porte alle quali corrispondevano

vaste finestre, divisa ognuna in due archi acuti sostenuti da

sottilissima colonna spirale: ne chiudeva il varco una vetriata a

colori su cui si diramavano simetrici arabeschi. Le pareti erano

coperte da purpurei arazzi trapunti in oro: marmoreo era il pavimento

ed istoriata la volta: i larghi sedili finamente intagliati, e sulle

tavole, ricoperte di lastre di preziosi marmi, posavano gemmati

doppieri. Sulla parete frammezzo alle porte d’ingresso stavano sospese

a modo di trofeo le armi più ricche d’Unfredo: nel mezzo era collocato

l’usbergo coi guanti, i bracciali e gli schinieri; a sinistra lo scudo

collo stemma rilevato a cesello; a destra la spada e la lancia, ed al

di sopra l’elmo di massiccio argento con cimiero d’altissime e candide

penne.

Quell’appartata camera che nella dimora d’una ricca dama viene a lei

unicamente consacrata e sta presso la stanza di riposo, servendo così

ai misteri dell’addobbamento, come alle solitarie letture ed alle

meditazioni, la quale ora noi chiamiamo _Gabinetto_, appellavasi nei

bassi tempi _Oratorio_, poichè conteneva una specie di domestico altare

avanti a cui soleva la Dama profferire le serali e mattutine preghiere.

L’oratorio d’Evelleda non era spazioso ma rinserrava tesori. V’avevano

due entrate, l’una da una porta che s’apriva nell’atrio vicino alla

sala, e l’altra più ristretta che riusciva nella camera contigua ove

era eretto il talamo nuziale. Di contro all’arcata finestra d’egual

forma di quelle della sala, stava nell’oratorio una nicchia, dentro

la quale sorgeva sopra un piedestallo il simulacro della Vergine

col divino infante, coronati l’uno e l’altro di un serto di gemme:

sul petto della celeste Madre pendeva appeso ad un serico nastro

un’anforetta in un cerchio d’oro che conteneva un frammento del velo

di Lei, reliquia rarissima acquistata per cento bisanti dallo stesso

Unfredo in Palestina da un Maronita di Betlemme. Davanti al simulacro

stava un ginocchiatojo tutto rivestito da ricco e morbido drappo. In

giro alla camera vedevansi arche ed armadietti d’ebano e d’avorio,

elegantemente intarsiati con fili d’oro e tempestati di pietre

preziose: alcuni di essi rimanendo aperti, mostravansi ripieni di vasi

lucenti, di cassette d’aromi, di odorosi unguenti; altri di fermagli

d’oro, vezzi di perle, spille, colanne, braccialetti e di quanto può

concorrere ai più sontuoso e variato femminile adornamento. Le seggiole

andavano ricoperte di velluto azzurro frangiato in argento, e ad una

di esse co’ bracciuoli, i quali avevano la forma di morbidi colli di

cigno, pure d’argento, stava dinanzi un tavoliere su cui posava un

vaso di cristallo cilestrino con fogliature in oro che conteneva i più

vaghi fiori, e vicino v’erano varj libri in pergamena con leggiadre

miniature. Da un lato del tavoliere stava un tripode in bronzo con

coperchio a traforo che serviva ad ardere profumi, dall’altro lato

eravi un elegante leggìo a cui stava sospeso un arpicordo saracinesco

con bischeri d’oro. Dalla volta pendeva una lampada alabastrina

sostenuta da tre catene in figura di serpi. La luce che dalla finestra

entrava in quella camera era mitigata a piacere, poichè le ampie

tende bianche e turchine che la fiancheggiavano potevansi variamente

panneggiare, ed ora si simulava con esse il soave chiarore dell’aurora,

ora la luce moribonda del crepuscolo e per sino il bianco irradiare

della luna.

Varia poi e spaziosa era la veduta che s’appresentava da quella

finestra, se ne venivano spalancate le imposte. Vedevasi l’intera

corona degli alti monti che formano parete alla valle, e tutta la

chiudono fuorchè a mezzodì ove ne lambiscono il confine le acque del

Lago Maggiore; miravasi più da presso la merlata roccia di Vogogna

eretta sopra scoscesa rupe, e scorgevasi nel piano il lucido esteso

serpeggiare della Toce che toccava mormorando a quelle mura. Al

di là del fiume quasi a prospetto sorgeva un edificio di semplice

architettura ma che s’aveva del castello insieme e del convento:

constava di massiccie mura, aveva porte e finestre ad archi acuti,

ma non era merlato nè munito di torri. Tale edificio chiamavasi la

_Masone_ ed era ospizio de’ cavalieri Templari, i quali solevano ivi

stanziare ogni qual volta recavansi in Francia o ne redivano.

Prediletto ad Evelleda era quell’oratorio ed ella passava in esso le

più lunghe ore del giorno o con qualche fida ancella occupata ai lavori

della spola e dell’ago, o da sola leggendo i canzonieri degli amorosi

Trovatori, o traendo dalle corde melodiosi suoni. Talvolta nell’ora più

tacita della sera ella univa a que’ suoni la sua voce: arrestavansi

negli atrii i paggi ed i donzelli ad ascoltarla, sospendeva il passo

per fino il rude arciero che stava a guardia a piè delle mura. Eravi in

quel canto un non so che di nuovo che rapiva, era una melodìa ispirata

da un altro cielo, da una più ridente natura.

Il raggio candidissimo della luna brillava sulle acque del fiume,

ed illuminava la fronte della _Masone_ dei Templari. Ritto nel varco

dell’arcuata porta si stava uno dei guerrieri dell’Ordine appoggiato

alla sua lunga spada; la bianca sopravveste eragli serrata ai lombi

dal pendone della spada stessa, e in mezzo al suo petto si scorgeva

un’ampia croce rossa. Teneva scoperto il capo, il quale aveva da nera

inanellata capellatura rivestito, bruno e regolare era il giovanile

suo viso. In atto mesto e pensieroso lasciava errare le pupille ora

sulle correnti acque, ora sulla pallida verdura, ed ora le alzava al

disco della luna. Ad un tratto un irrompere di dolcissime note tratte

da sonoro stromento gli ferisce l’orecchio; guarda al castello di

prospetto da cui quel suono partiva e quasi tratto da magica forza

s’accosta alla sponda del fiume, onde meglio bearsi in quell’armonìa.

S’alza una voce... ma qual gioja inaspettata, qual soave sorpresa

manifesta il Cavaliero del Tempio!... quella voce canta nell’armoniosa

lingua dei poeti dell’Alambra, essa ripete gli accenti che richiamano

al Yemen felice la memoria dell’avventuroso guerriero. Ecco come canta

quella voce celebrando il suolo nativo.

«_Mia sfera è l’Oriente, splendida regione, ove sorge magnifico

il sole come un possente monarca e procede per le vie del giorno

sempre serene: così una nave d’oro voga sull’onde azzurre portando

l’Emiro di vasta contrada._

«_I doni tutti del cielo furono versati sulla zona orientale: in

ogni altro clima il fatale destino fa germogliare amari frutti

a lato ai saporosi. Ma Iddio che guarda sorridendo le terre

dell’Asia, la riveste de’ fiori più puri e accorda maggiori stelle

al suo cielo, maggiori perle al suo mare._

«_Quivi sono le ampie città che l’universo ammira. Laora dai campi

fiorenti: Golconda, Cascemira, Damasco la guerriera, la reale

Ispahan; Bagdad da baluardi coperta come da ferrea armatura, e

Aleppo il mormorìo delle cui immense contrade sembra al lontano

pastore il fremito dell’oceano._

«_Misora è qual regina collocata sul trono. Medina dalle mille

torri irte d’aguglie colle punte d’oro rassembra al campo d’un

esercito nel piano che inalza sulle tende una selva di lucicanti

saette._

«_Chi non brama contemplare sì grandi maraviglie? Chi non desìa

sedere su quei terrazzi simiglianti a canestri di fiori; o seguire

nei prati l’Arabo vagabondo? Al cader del sole quando i cammelli

s’arrestano spossati presso le fresche acque dei pozzi, la

giovinetta bajadera intreccia la sua danza voluttuosa._

«_Anch’io un giorno con passi infantili errando pensosa presso

al chiosco solitario sotto i rami delle palme beveva l’aure

imbalsamate che scendevano dagli azzurri monti! Ma ohimè! io non

potrò mai più rivedere nè le palme, nè quei monti quantunque la mia

anima voli incessantemente alle beate regioni orientali._

Armando di Nerra, tal era il giovine Cavaliero, fu scosso da quel canto

sin nell’intime fibre del cuore. L’oriente era pure il suo sospiro:

in oriente egli aveva appreso ad amare; quando l’oggetto de’ suoi

deliri perì, egli da libero combattente divenne Cavaliero dell’ordine

del Tempio, consacrando sè stesso e la sua spada alla Religione ed

assoggettandosi ai voleri del gran Maestro.

Attese ansiosamente la sera successiva: una melodia parimenti soave

lo venne dal castello a beare sulla sponda della Toce. L’incanto fu

irresistibile. Seppe chi era Unfredo, lo riconobbe ed entrò nel suo

castello da lui stesso accoltovi ed onorato.

Unfredo era oltre modo bramoso che distinti personaggi contemplassero

il lusso e la magnificenza da lui spiegati entro le proprie mura; e

siccome andava superbo di possedere una bellissima sposa, gioiva che

venisse ammirata ed elevata a cielo da tutti: fiero e contento che gli

altri invidiassero a lui quella beltà famosa, a lui già d’età provetto,

a lui d’ispidi lineamenti, a lui che giovane in quella patria aveva

dovuto subire l’umiliazione d’un rifiuto quando pretese alla mano

di donzella uscita da un lignaggio ch’ei stimava paro al suo. Aveva

abbandonata la terra nativa giurando di vendicarsi di quel disprezzo

o morire: e la sua vendetta era completa quando alcuno proclamava non

esservi nell’Ossola castello più ricco, nè sposa più leggiadra di que’

d’Unfredo. Raggiante di gioja, dopo avere fatto osservare gli atrii

fastosi e le stanze più addobbate; condusse il giovine Templario nella

gran sala ove fece dare annunzio ad Evelleda di presentarsi.

Racconti storici · 第 6 / 10 段