Macaruffo la segui collo sguardo, rimanendo immobile colà ove l’ultime

parole di lei pronunciate con tanta espansione e fiducia avevano

dissipata la tetra nube de’ suoi pensieri. Quando intese venire

dalle sale l’armonia d’un liuto, si scosse, e movendo lentamente pel

ballatojo con fronte meno intorbidata, si ricondusse al basso.

Celebraronsi fastosamente le nozze; e quando Beatrice fu proclamata

Duchessa, i capitani d’armi di Facino prestarono omaggio al Duca

Filippo Maria, che ricevette pure dai rappresentanti delle città da

lei possedute giuramento di fedeltà e sommissione. Il Carmagnola ebbe

titolo di comandante supremo delle forze ducali, e fu a lui anzi tutto

imposta la riconquista di Milano.

Mosse desso prontamente da Pavia con gran parte dell’esercito e

s’appressò a queste mura. Estore Visconte, che col nipote Giovan Carlo

da un mese vi regnava, fece pronti preparativi di difesa. Combattuto

però da quelle bande valorose, assalito nella città stessa dai

ghibellini e dagli altri numerosi partigiani, che l’Arcivescovo Della

Capra aveva in pro del Duca infervorati, sgombrare dovette, e tentare

di rinvenire altrove salvezza[4].

Filippo Maria fece colla moglie Beatrice il suo solenne ingresso in

Milano fra le acclamazioni ed i festeggiamenti della nobiltà e del

popolo, il quale oltrechè ad ogni novella signoria sorgeva in isperanza

di migliori politiche condizioni, amava a preferenza un principe cui

potevasi legittimamente attribuire il titolo di Duca, titolo che agli

occhi della moltitudine insigniva il potere e faceva primeggiare Milano

fra le circostanti città non dominate che da tirannelli indistinti.

Tutto andava a seconda al nuovo Duca. I sudditi ubbidivano; le sue

armi guidate dal Carmagnola trionfavano ovunque[5]; altri Stati gli

offrivano amistà ed alleanza, l’imperatore d’Allemagna Sigismondo

validava in lui il diploma concesso da Venceslao a suo padre.

Abitava Filippo Maria nella rocca interna del castello di Milano,

d’onde usciva rade volte per recarsi a quello d’Abbiate a cacciare nel

parco. Sommamente difficile si era l’avere accesso presso di lui. Nel

castello stanziava numeroso corpo d’arcieri, di balestrieri e lancie

spezzate, ed egli si aveva altresì nella rocca una scelta guardia di

cavalieri che splendidamente rimunerava ed erano a lui fidatissimi. Fra

questi sceglieva per suoi paggi i più giovani ed avvenenti, ai quali

non concedeva che di là uscissero fuorchè seco lui, nè voleva ch’altri

entrasse a visitarli.

Aveva affidata ad un supremo Consiglio la direzione di tutti gli affari

dello Stato, e di questo Consiglio era capo Zanino Riccio, nel quale il

Duca riponeva la più cieca confidenza lasciandosi da lui interamente

guidare. Suoi intimi famigliari, e consci de’ secreti voleri erano

eziandio Ottolino d’Ignigo e Gasparo de’ Grassi, il primo maestro

d’armi, il secondo giureconsulto; accordava pure qualche momento

del giorno a Ciriaco Anconitano che istudiavasi co’ suoi dettati di

rendergli gradite le umane lettere. Quegli però col quale ogni dì

secretamente e per lunghe ore intrattenevasi era un filosofo ebreo

di nome Elìa, dal quale facevasi rivelare i secreti dell’astrologia,

della geomanzia, della chiromanzia, di tutte le scienze che chiamavansi

occulte, non che delle arti cabalistiche e divinatorie.

La mente del Duca guasta dei pregiudizi, e già per natura esaltata,

inclinava a tutto ciò che s’aveva dello straordinario e del

soprannaturale. Secreti terrori l’agitavano; paventava le tenebre

che si figurava popolate di fantasime; una voce, un canto, uno

strido bastavano a sconvolgere l’animo suo; da ogni oggetto traeva

pronostici, e la stessa sua brama insaziabile di penetrare negli arcani

dell’avvenire gli moltiplicava intorno le cause di perturbazione e di

terrore.

Queste naturali disposizioni, benchè non prendessero pieno sviluppo che

nella sua più avanzata età, pure anche al principio del suo dominio

fra certa quale mansuetudine giovanile che a lui fu propria, si

manifestarono chiaramente pel modo che teneva di vita. Oltre lo stare

rinchiuso nella Rocca, ch’era il suo ducale palazzo, ed ammettere assai

di rado stranieri alla sua presenza, indizio certo di diffidenza e

selvatichezza, egli parlava poco e talora interrogato non rispondeva,

o pronunziava parole che sembravano non avere alcun significato.

S’occupava assiduamente di sapere tutto ciò che avveniva nella città e

nello Stato, e voleva specialmente essere istruito del modo di pensare

e d’agire delle persone che lo approssimavano; a questo fine teneva

molti esploratori ed operava in modo che l’uno ignorasse dell’altro.

La Duchessa Beatrice presa pel marito da caldissimo affetto, stargli

voleva continuamente vicino, e procurava guadagnarne il cuore e

renderselo benevolo ed amoroso col rallegrarlo e dissiparne i tetri

umori, giungendo pure talvolta a far prevalere in lui i proprii miti

e benefici consigli a quelli fraudolenti e iniqui di Zanino Riccio e

degli altri suoi cortigiani.

A capo però ad un anno l’animo di Filippo Maria facendosi sempre più

cupo e insofferente, non vide nella moglie che un oggetto di noja.

Cominciò dall’accoglierla freddamente, poi la respinse accigliato e con

aspri modi, indi si sottrasse del tutto alle sue visite.

A dare incremento all’odio del Visconte per la Contessa di Tenda

congiurarono non so se la sorte, o l’arte profonda e la malizia de’

principali di quella Corte che a causa di sue virtù, divenuti secreti

di lei nemici, ne agognavano la perdita.

Quando si trattò di ricongiungere Genova al Ducato, dalla cui sovranità

erasi sottratta dopo la morte di Giovan Galeazzo, e per mezzo d’ascosi

maneggi coi ghibellini di quella città cercavasi d’ottenerne il

possesso senza esporsi ad una lunga incerta guerra, ebbe a trovarsi in

Milano il marchese Spinola colla marchesa Eliana sua consorte stretta

di sangue ai Castiglioni e ad altri nobili casati lombardi. Zanino

Riccio esortò tosto il Duca a ricevere alla Corte quel ricco e potente

genovese onorandolo personalmente, per disporlo ad entrare nella lega

cui poteva sommamente giovare. Filippo Maria prima di risolvere volle

consultare il suo sapiente maestro Ebreo, il quale soleva sempre

leggere negli astri, ciò che Zanino Riccio, più potente di lui, bramava

vi si leggesse, onde il Duca ne ebbe favorevole responso; anzi si seppe

che il chiromante di Palestina disse allora al Visconte con misterioso

sogghigno, che Venere dovendo passare nella casa di Giove si sarebbe

operato un congiungimento di pianeti, oroscopo a lui faustissimo, sotto

l’influsso del quale nulla poteva nè fallire, nè volgersi in contrario.

Venne quindi assecondata la proposta dell’accorto ministro.

Il giorno del ricevimento il Duca stava nella sala bianca, così detta

perchè candidi arazzi ne ricoprivano le pareti, su ognuna delle quali

vedevasi ripetuto il grande stemma di sua famiglia. Egli era assiso

in elevato seggio; s’aveva una veste di stoffa d’oro, e il ducale

berretto ch’esso portava d’una foggia particolare cioè liscio ed eretto

intorno alle tempia, avente il capperuccio ricadente alla sommità. Gli

facevano intorno corona que’ del Consiglio, co’ suoi più confidenti tra

cui spiccavano per aspetto audace e petulante l’Ottolino, per truce

viso Gasparo il legista, per pallidezza il letterato Anconitano, per

l’aggrinzamento della pelle e il colorito fosco l’astrologo Elìa, il

di cui capo interamente calvo e scoperto rassomigliava a quello d’una

statua di basalto rappresentante Ermete o Zoroastro.

Apparve ben tosto colà Zanino Riccio annunziando, e introducendo il

genovese Spinola, colla moglie, la quale venne in gran pompa seguita da

molte damigelle appartenenti alle più distinte famiglie.

Furono fatti sedere: Filippo Maria parve straordinariamente animarsi

e diresse le più affabili parole al Marchese, il quale lusingato

da quella inusitata bontà del Duca protestò di sua devozione alla

casa dei Visconti; indi venendo da Zanino Riccio con arte finissima

condotto a varii ragionamenti rapporto a ciò che potevasi sperare per

la ricupera di Genova, promise in faccia al Duca di tutto operare

in suo favore. Questi alla sua volta encomiò i Genovesi pel valore

marittimo, elevandoli sopra tutti i navigatori d’Italia non esclusi i

Veneziani e i Pisani da essi colle galee tante volte rotti e disfatti;

enumerò le franchigie che intendeva accordare alla loro città, e disse

come voleva giovarli nell’esercizio della mercatanzia, accertandone

libero lo smaltimento nel Ducato. Allora ad avvalorare le parole del

Principe tutti entrarono a dire dell’utilità somma che recare doveva

al Genovesato la preminenza nelle contrattazioni con Milano ch’era la

città più ricca d’ogni manifattura; e qui l’uno espose la sua estesa

industria nelle arti della lana, l’altro in quelle delle sete; questi

parlò de’ lavori d’oro e d’argento; quegli del rame e del ferro,

e tutti poi magnificarono la fabbricazione delle armi a cui più di

venti mila artefici attendevano, facendo tributarie alle nostre fucine

pressochè tutte le città d’Europa.

Il conversare si protrasse in lungo. Vennero recati squisitissimi

rinfreschi in vasi e sottocoppe d’oro e d’argento, su cui erano

sparsi pure de’ giojelli e vezzi preziosi, i quali, così volendo il

costume, furono dai cavalieri astanti distribuiti alla Marchesa ed alle

damigelle.

Fra quest’ultime una ve ne aveva nel più verde della giovinezza, non

forse di rara avvenenza, ma sì ben composta della persona, di tinte

sì fresche e dilicate, che dir si poteva una rosa sullo sbucciare,

colma d’olezzo. La morbidezza gentile de’ suoi nascenti contorni,

lo scintillare delle nereggianti pupille da lunghe palpebre velate,

l’ingenuità del sorriso che le errava sulle labbra, corallo vivissimo

tra l’avorio, presentavano un complesso sì seducente che attraeva

e incantava gli occhi di tutti. Una vestetta grandinata di argentei

globetti e un corsetto vermiglio con larghe maniche da cui sporgevano

le bianche falde del sottoposto drappo, formavano l’abbigliamento di

questa adorabile giovinetta tutta spirante candore e soavità — Era

Agnese Del Maino.

Zanino Riccio benchè sembrasse occupato in gravissimi parlari

col Marchese, pure misurò con gioja infernale tutte le gradazioni

dell’effetto (forse antiveduto e calcolato!) che provava il Duca alla

vista di quel bello eloquente d’età e di forme, che gli assorbiva

l’anima ritraendola con dolce potenza dal cerchio tremendo di magiche e

spaventose fantasie fra cui incessantemente s’aggirava.

Lo Spinola prese alfine commiato e nuovamente corteggiato dal Riccio

uscì da quel palagio colla Marchesa e le di lei seguaci. Il Duca si

ritrasse nelle sue camere, e fece chiamarvi Elìa; stette seco rinchiuso

piu di un’ora, poscia volle inaspettatamente partire pel castello

d’Abbiate.

Ivi lo raggiunse Riccio la notte stessa, e la sera seguente, rimanendo

tutta la Corte ad Abbiate, Zanino e il Duca ne partirono seguiti da

soli dieci uomini della guardia de’ cavalieri. La forza e le minacce,

ovvero una sacrilega ambizione avevano già vinti i genitori d’Agnese;

il Duca penetrò in quella casa e l’innocente fanciulla divenne l’amata

d’un adultero potente[6].

I nuovi amori inasprirono vie maggiormente l’animo di Filippo Maria

contro Beatrice. Egli impose che gli appartamenti di lei fossero

totalmente divisi da’ suoi: ch’ella s’avesse nel palazzo una corte

separata, di cui solo la rigorosa custodia continuasse ad essere

affidata alle stesse sue guardie.

Macaruffo, il quale dal giorno delle nozze della Duchessa aveva sempre

abitato nel castello e vissuto presso di lei, si consumava d’ira e di

dolore al vedere quei tratti ognora crescenti dell’avversione e della

fierezza del Visconte.

Riandando il passato, e spingendo il pensiero nell’avvenire, la sua

mente non iscorgeva ovunque che oggetti d’amarezza e di tema, e mirava

oscurarsi più e più l’orizzonte. Quegli uomini d’armi venduti al Duca

e posti a sentinella intorno a Beatrice per ispiarne ogni passo, ogni

moto; il disprezzo che ormai più non celavanle i cortigiani, e l’aria

di trionfo che affettavano; la passione già pubblicamente conosciuta

che nutriva il Duca per Agnese, alla quale si attribuivano nella Corte

tutte le lodi e gli onori, ben manifestavano a quali estremi passi

s’incamminassero le cose per la misera Contessa di Tenda.

Straziato così in cento modi il Venturiero soleva andare tra sè

cupamente meditando, e un dì gli sorse un pensiero arrischiato,

terribile, ma pieno di grandi speranze. Egli l’accolse con ebbrezza;

l’andò lungo tempo coltivando, ed operò tutto ciò che stava in lui,

affinchè nell’opportuno momento riuscisse ad effetto.

Quando credette fosse quasi maturo il colpo, una notte nell’ora che

le lampade sotto le gotiche arcate impallidivano ed era universale nel

Castello il silenzio, egli salito a taciti passi da una scala interna

si presentò arditamente nella stanza della Duchessa.

Al vederla però rimase sospeso e indeciso. Non eravi Domilda;

allontanato s’era pure Orombello, il di cui liuto miravasi sospeso

alla parete. Stava dessa sola piegata sopra un inginocchiatojo innanzi

l’immagine del Salvatore, tenendo appoggiata ad una mano la fronte,

e lasciando cadere l’altro braccio abbandonato. Le sue treccie erano

allentate, e dolente mostravasi la posa di sua persona.

Dopo averla per alcuni istanti contemplata dalla soglia della porta,

gonfio il cuore di cento affetti, Macaruffo s’avanzò e «Mia Signora?»

profferì con voce sommessa addomandandola.

Beatrice volse il capo, nè senza stupore riconoscendolo s’alzò.

Macaruffo le fece cenno di tacere, ed appressatosi «Duchessa (disse

sempre pianamente ma con vigorosa espressione), l’oggetto che m’ha

spinto a quest’ora sin qui è grave, è sommo, è pressante.

«Cos’è? che avvenne?» (chiese Beatrice con premura e spavento).

«Non temete no, tutto anzi sperate. Forse stanno per finire i giorni di

vostra tristezza, e voi ritornerete alla pace ed allo splendore di cui

siete sì degna.

«Rechi tu la novella che il mio sposo mi richiama a sè vicino? (esclamò

Beatrice cui lampeggiò in volto un sorriso di speranza).

Macaruffo, vibrandole severo uno sguardo, disse in tuono di compassione

sdegnosa — «Misera voi! se attendete grazia alcuna da quel mostro

implacabile. La vipera ch’è lassù (e additò uno stemma di marmo)

lascierà di stringere il fanciullo fra i denti, prima che Filippo Maria

conosca umanità e giustizia.

La Duchessa abbassò gli occhi e la testa e portò una mano al cuore.

Macaruffo proseguì con voce più aspra e incalzante — «Bando all’amore

per questo Visconte se voi volete esser salva. Egli non vi fece

sovrana, ma schiava; ei vi opprime, v’insulta: e sprezzando i sacri

vostri nodi s’è dato ad altra donna.

Beatrice proruppe in dirotte lagrime e i suoi singhiozzi troncarono

la parola a Macaruffo. Questi commosso sin dall’intime fibre rimase

incerto, ammutolito, ma dopo alcuni momenti forzandosi ad essere calmo

riprese — «Alla Contessa di Tenda, alla vedova di Facino Cane non deve

rimanere il solo conforto del pianto. No: basta il suo volere per farla

risorgere in tutta l’antica possanza.

«Ohimè! (rispose flebilmente Beatrice) il mio volere è un nulla: io

donai ogni cosa a quell’ingrato.

«V’ha ancora chi non conosce e rispetta per sovrano altri che voi»

— disse il Venturiero con forza; poscia inclinandosi verso di lei

aggiunse in tuono misterioso — «Le vecchie alabarde del Conte sono per

noi; uomini di ferro maleati alle battaglie, che trasaliscono ogni qual

volta intendono il nome di Facino. Guasco e il Frisone capitani delle

bande a cavallo hanno fatto giuramento d’obbedirvi sino alla morte; i

fanti del Taro conservano come una reliquia preziosa la bandiera da

voi donata alla vittoria di Castel Leone, e non saranno restii alla

chiamata... Tutte queste forze stanno, se il volete, in vostra mano.

Fate che i capi intendano i vostri comandi, e le nuove milizie del

Duca, i suoi vili cortigiani, i suoi sgherri scompariranno come nebbia

al vento.

«Oh cielo! che mi proponi tu? (esclamò Beatrice con sorpresa e terrore)

farmi ribelle al marito?... tentare di rapirgli il potere? Ah taci...

taci...! Guai se alcuno giungesse a penetrare questo tuo pensiero! la

tua vita...

«Non temete per me. So che qui cent’occhi ttraditori vegliano per

sorprendere se potessero aanche i battiti del cuore. Ma se voi non

eesitate a risolvere, le spade de’ vostri fedeli aavranno trionfato

prima che i satelliti del Visconte ggiungano a scoprire il nostro

secreto. Abbandonatevi aa noi; una parola, un foglio...

«No giammai! parti... lasciami... cela a ttutti questa visita fatale,

annienta ogni progetto; iio te ne scongiuro.

Così parlando ella tentò allontanarsi, ma la trattenne Macaruffo

dicendo con tutto il fuoco: — «Ah mia Signora, per la memoria di vostro

padre, per voi stessa, cedete! richiamate nell’animo la risolutezza

e il vigore dei primi vostri anni. Pensate che da voi sola dipende la

possanza di quell’uomo iniquo che vi calpesta; che potete strappargli

dal capo la ducale corona che gli avete cinta, e vederlo ai vostri

piedi invocare la vita a nome del legame istesso che ora abborrisce, e

che sta forse colla nuova druda pensando di spezzare per sempre.

La Duchessa tremante, impallidita, col petto ansante d’affanno,

s’abbandonò sul sedile. Lottavano a lei nel cuore le più contrarie e

crudeli passioni; vedeva a nudo il proprio stato; sentiva quanta fosse

la perfidia del marito, la trafiggeva come acuta spada l’amore di lui

per la Del Maino. Stette silenziosa, mandò lunghi sospiri; ma superata

al fine la propria angoscia — «Egli non mi ama (profferì) pure gli

perdono. Io sono sua, e sia di me ciò ch’ei vuole; non pretendo al suo

dominio, nè concederò che si versi per me il sangue di tanti valorosi,

che pur forse lo spanderebbero invano... So, o mio fedele, quale zelo

ti anima per me; esso solo ti spinge a meditare un’impresa ardita,

irreparabile, di cui tu il primo potevi esperimentare i perigli. Una

prova di tanto affetto non si paga con tesori, lo comprendo: io nulla

posso per te, ma la gratitudine mia sarà eterna, lo attesto a questa

divina immagine (indicò il Salvatore) che riceve ogni giorno le mie

preghiere... Ora tu va; deponi il pensiero della vendetta, riposa

tranquillo poichè non dispero che s’abbia a far migliore tra poco il

nostro destino.

Il Venturiero non osò rispondere; i suoi occhi erano ottenebrati,

bollenti gli spiriti, trambasciato ed anelante il cuore. Abbandonò

quella stanza rivolgendo a lei gemente un ultimo sguardo.

Nell’ora stessa della notte all’altra estremità del palazzo vegliava il

Duca in convegno coll’astrologo Ebreo.

La camera ove essi stavano sorgeva a guisa di torre all’angolo

orientale della Rocca, e non si poteva colà pervenire che per mezzo di

un ponte coperto e chiuso, il quale veduto dal basso s’aveva forma d’un

arco altissimo che congiungeva due parti dell’edifizio. Quella camera

conteneva ogni specie di macchine, stromenti e arnesi ch’erano stati

sino a quell’epoca inventati per segnare la misura del tempo, e per lo

studio delle sfere celesti; era insomma un osservatorio astronomico,

quale si può immaginare ginare che fosse al principio del secolo

decimoquinto; e ciò che meglio caratterizzava il tempo e le idee erano

gli utensili alchimistici che si vedevano ovunque frammisti a quelli

che unicamente servivano alle operazioni dell’astrologia.

Fra i quadranti, i lambicchi, i cerchii, le clessidre e i gnomoni,

distinguevasi sopra larghi sostegni d’oro un ampio globo stellato e

dipinto a figure d’uomini e d’animali. Il Duca lo aveva comperato per

ingente somma da un mercante saraceno, e pretendevasi fosse il celebre

Planetario arabico, stato mandato in dono dal Califfo di Bagdad ad

Abderamo re di Granata.

Una gran lampada rifletteva la sua viva luce su quel globo, di cui

gli anni avevano alquanto annerito lo splendido azzurro. Il Duca stava

seduto in atto attentivo, tenendo fisi gli occhi sul Planetario, mentre

il vecchiardo Elìa con una verga d’ebano nella destra, toccando i

segni rappresentanti lo zodiaco, andava spiegandogli i nomi, i moti,

gli influssi delle varie costellazioni, le quali erano ripetute in un

grosso libro ch’ei sosteneva coll’altra mano.

Un colpo dato al battitojo di bronzo di quella camera fece sospendere

le parole alll’Astrologo; il Duca porse orecchio, e avendo udito

succedersi due altri tocchi leggierissimi, quindi uno più risentito —

_Entra_ — gridò con impazienza.

La porta s’aprì, ed avanzossi un uomo pressochè interamente avvolto nel

mantello; s’accostò al Duca e gli parlò all’orecchio. Filippo Maria ai

detti di colui mostrò prima sdegnarsi, poi sogghignò fieramente; dopo

pochi istanti di secreto colloquio tra loro, fecegli un cenno, quegli

uscì, e la porta si serrò di nuovo.

Elìa era intanto rimasto immobile cogli occhi sul suo libro, nella

lettura del quale sembrava interamente assorto.

«Proseguite, maestro (disse con calma il Duca). Non parlavate voi delle

stelle che compongono la coda allo Scorpione?

«_In cauda venenum_» — profferì lentamente il Filosofo israelita come

se ripetesse le parole che stava leggendo; poscia alzò la testa e

divisi sulle labbra i peli della bianca barba, ritoccando colla verga

sul globo la nera figura, proseguì in sua nasale cantilena — «Quest’è

il celeste Scorpio che s’abbranca al Sagittario e colla coda percuote

la Libra. Efraim Afestolett Mammacaton ne’ precetti del decimo mese,

insegna essere tre volte sette il numero degli effetti nefasti che

piove sul mondo questo freddo animale. Esso è propizio a chi annoda

occulte trame, e attenta colpi proditorii; siccome d’indole sua penetra

nelle case e sta celato presso le coltri ove ferisce nel sonno...

«Un mostro di tal natura, uno scarabeo avvelenito in sembianza umana,

abita presso di noi (disse interrompendolo e con subitaneo rancore

Filippo Maria).

«Non vi prendete di ciò pensiero (rispose l’Ebreo); quando la sua

traccia verrà scoperta tutti si affretteranno a schiacciarlo.

«Eppure non è così. Una donna lo accoglie, lo accarezza e si lascia da

lui aizzare contro di me (replicò il Duca misteriosamente, fatto più

truce nell’aspetto). Ma essi non sanno che queste mura s’infuocano e

fanno contorcere le membra ai traditori come se fossero collocati sopra

lastre roventi.

«Le tenebre non lo terranno lungamente avvolto. Guai se lo scellerato

si palesa!

«Io li conosco già i suoi delitti: essi sono troppo gravi (profferì

Filippo con feroce freddezza). Gettate per lui le sorti, o maestro,

questa notte medesima. Domani allo svegliarmi entrerete a riferirmi ciò

che avrà prescritto il destino; rammentatevi che attendo voi pel primo.

Elìa chinò il capo in segno d’obbedienza. Il Duca alzossi; poscia ad

una sua chiamata si spalancò di nuovo la porta, ed ei ne uscì preceduto

per le scale ed i corritoi da due paggi che recavano i doppieri.

Da quanto fu detto colà è agevole comprendere che i progetti di

Macaruffo non erano rimasti ignoti. L’intrattenersi ch’ei faceva

soventi ora con uno, ora coll’altro dei capi delle antiche bande di

Facino; il trarli seco a convegno nei battifredi più appartati del

Castello mentre mostravasi taciturno e selvatico con tutte l’altre

genti di Corte, aveva eccitati i sospetti e destata la vigilanza

della turba dei delatori del Duca. Ogni suo passo fu quindi numerato,

sorvegliate diligentemente le sue azioni.

La notte susseguente a quella in cui avvenne il colloquio da noi

riferito, il Venturiero passando meditabondo sotto il portico che

dal cortile interno della Rocca metteva all’andito della torre, sentì

afferrarsi per un braccio. Rivoltosi riconobbe Scaramuccia, valletto di

confidenza del Duca, con cui aveva stretta conoscenza militando insieme

sotto le insegne del Conte.

«Rendi grazie a’ tuoi santi protettori ch’io t’abbia ritrovato —

disse pianissimo Scaramuccia traendolo in un canto dietro le spalle

dell’arco, fuori della lista di luce che mandava la lampada. Il

Venturiero con voce aspra rispose:

«Renderei grazie sì, ma quando potessi al tuo padrone....

Racconti storici · 第 5 / 10 段