«A quest’ora era cosa fatta. Ma non disperiamo (disse Macaruffo

animandosi in volto), il matrimonio non è finora celebrato, nè forse

concluso. La volpe ghibellina può ancora cogliere in falso, vi possono

nascere di mezzo ostacoli impreveduti... Ma che rumore è quello che

s’ode abbasso?

«Sarà qualche visita (disse Matteo vôtando l’ultimo bicchiero).

Alzatisi entrambi osservarono da una finestra nel cortile, e videro

accorrere i servi coi lumi intorno ad una lettica che entrava dalla

porta con seguito di stambecchieri armati. Apertasi la lettica ne uscì

un personaggio d’alta levatura, in età avanzata, coperto da grande

cappa di colore violato come la sua ampia veste, il quale avviandosi

verso la scala maggiore compartì colla mano benedizioni ai servi stessi

ed alle sentinelle ch’eransi alineate sul suo passaggio.

«Ecco è desso: è l’Arcivescovo che recasi dalla Contessa Beatrice

(disse Matteo ritraendosi dalla finestra). Fa d’uopo ch’io discenda,

poichè ei non viene mai qui senza che s’abbiano a mescolare anfore

e tazze. Andiamocene che al suo partire potrai collocarti in modo da

vederlo vicino».

Macaruffo dopo avere mormorate tra sè alcune parole, rispose in tuono

di noncuranza: «Ciò poco m’importa; anzi se non t’è discaro additami la

camera che me ne andrò a dormire.

«La camera per te è la consueta sotto la galleria. Prendi il lume e

implora da Dio che abbiano buon termine queste faccende.

«Se tu sapesti i miei voti...» — pronunciò il Venturiero con fervida

espressione, ma troncati bruscamente i detti, gli diè un addio, ed

uscito da quella stanza s’avviò pel lungo androne al luogo di riposo.

Era arcivescovo di Milano Bartolomeo Della Capra, personaggio dotato di

non comune ingegno, il quale accoppiava modi arditi, imperiosi ad una

somma solerzia. Sendo partigiano caloroso dei ghibellini aveva tosto

considerato che pel trionfo di sua fazione era necessario rimanesse il

sovrano potere nella casa di Giovan Galeazzo, poichè quella famiglia

s’era sempre dimostra implacabile nemica de’ guelfi, i quali venivano

all’incontro favoreggiati dall’opposto partito. Appena quindi restò

vacuo il ducal seggio, si dichiarò per Filippo Maria, la cui sovranità

era eziandio per nascita devoluta, e si mise a tutt’uomo nell’impresa.

Non lo disanimò lo stato di totale impotenza a cui il giovine Visconte

trovavasi ridotto, giacche per fornirgli armi e ricchezze pensò trarre

profitto dell’avvenimento quasi contemporaneo della morte di Facino, e

formò sulla Vedova di lui quel disegno di nozze, il vero e importante

scopo del quale non fu difficile al nostro accorto Venturiero di

penetrare.

Trasferitosi l’Arcivescovo a Pavia aveva partecipato il progetto a

Filippo, il quale mostrandosi in tutto a lui sottomesso tostamente

l’accolse, poscia s’adoperò con ogni possibile mezzo per ottenere

l’assentimento della contessa Beatrice, importandogli particolarmente

di concludere in breve le cose, poichè necessità voleva si accellerasse

la mossa dell’esercito, affine di non lasciar prendere radice

nella Signoria ad Estore Visconte ed al nipote di Bernabò, che già

padroneggiavano Milano.

Mercè molte sollecite cure e le più pressanti parole, pervenne quel

Mitrato, nel giro di pochi giorni, a far accogliere a Beatrice la

proposizione delle nozze, cui susseguì da vicino il primo abboccamento

col giovine fidanzato. Stabiliti i preliminari volle che senza indugio

venisse prefissa l’epoca in cui si dovessero formalmente segnare i

patti matrimoniali.

Il Carmagnola, i capitani d’armi, i rappresentanti della città, non che

molte altre cospicue persone, ricevettero invito d’assistere a quella

conferenza, poichè il Prelato s’aveva di mira di rendere solenne l’atto

delle stipulazioni nuziali, onde riuscisse pubblico, per così dire, e

irresolubile l’impegno.

Il dì ch’ebbe luogo l’adunanza, più numerose e scelte dell’usato

erano state poste le guardie a quel palazzo, sulla fronte del quale

sventolava sola ancora e sovrana la bandiera di Facino.

Lo splendido convegno fu tenuto entro la sala maggiore del palazzo,

ch’era sostenuta in giro da archi e colonne di longobardica forma. Ad

ognuna delle quattro porte d’ingresso stavano colle lancie due soldati

coperti d’armature di ferro lucentissimo dalla sommità del capo alle

piante. I seggi fra gli archi erano occupati dai più distinti patrizii

di Pavia, dietro i quali si sospingevano a gara le genti della casa

della Contessa onde mirare nella sala. Innanzi ai patrizii stavano

que’ del Consiglio coi pomposi lucchi magistrali e fra loro varii

de’ capitani d’armi in diverse, ma eleganti assise. Nei più avanzati

e ricchi sedili vedevasi il giovine sposo, Filippo Maria Visconte,

alla cui destra stava assiso sulla porpora l’Arcivescovo della Capra,

allato del quale, benchè alcun poco all’indietro, v’aveva uno de’ suoi

vicarii; così pure poco indietro ed a mancina del Visconte stava Zanino

Riccio già suo precettore ed allora suo intimo consigliere.

Ad equa distanza, di prospetto al Visconte, sedeva Beatrice Tenda in

una dorata scranna a bracciuoli; le stavano a diritta il Carmagnola,

ed a sinistra Domilda de’ Ferrieri signora d’Albenga sua confidente.

Dietro a lei v’avevano varie damigelle, e più dietro sovra un

rialzamento presso uno degli archi, ch’era chiuso da gran tenda di

colore verde bruno trapunta a fiori d’oro, stavano ritti in una linea

i paggi della Contessa, tra i quali spiccava pe’ biondi arricciati

capelli e le rosee tinte del volto, il giovinetto Orombello. A destra

di Beatrice chiudeva lo spazio, lasciato vacuo dai sedili, una tavola

da pesante tappeto ricoperta, alla quale sedevano il Cancelliere del

collegio de’ Notaj con due scrivani ch’avevano innanzi a loro carte e

pergamene.

Gli occhi di tutta l’assemblea erano rivolti curiosamente sopra Filippo

Maria il di cui prossimo cangiamento di sorte formava il soggetto

delle strane congetture d’alcuni, del timore e delle speranze di molti

altri, tanto pei singoli personali interessi, quanto per quelli che

riguardavano la patria.

Egli stava contegnoso, ritto dalla persona ed in silenzio. A cagione

della morte del fratello, ed anco per conformarsi allo stato vedovile

della Contessa, vestiva a lutto. Il mantelletto ch’aveva a spalle era

nero, il corsetto e tutto il vestimento erano pure di drappo bruno,

stretti alle membra, e profilati d’un ricamo in oro di quella foggia

ch’or noi diciamo alla raffaellesca. Aveva deposto il berretto sopra

un guanciale di velluto messogli appositamente d’accanto. La sua

capellatura era nera; aveva alta fronte, pallida la faccia, il naso

lievemente adunco, sottili le labbra, neri gli occhi che soleva tenere

come socchiusi. Il complesso di sua fisonomia accuratamente esaminata,

dinotava un misto d’acume intellettuale, d’orgoglio, di fermezza, di

dissimulazione ed anco in certi momenti palesava una preoccupazione

di spirito sì profonda che s’assomigliava quasi al delirio; ma tutti

questi sentimenti erano allora velati o sepolti sotto una tinta

di tranquillità e di modestia che consuonavano mirabilmente colla

situazione in cui era.

I due personaggi che lo fiancheggiavano, uno, l’Arcivescovo, di

lineamenti pronunciati e severi, addobbato co’ sontuosi abiti di sua

dignità sacerdotale, spirava dall’aspetto imponenza e maestà; l’altro,

Zanino Riccio, abbigliato d’una semplice sopravveste foderata di vajo,

co’ capelli corti e la barba rossigna, s’aveva ne’ tratti del volto

improntato un sorriso che a prima giunta sembrare poteva di sincera

affabilità, ma non era invece che l’espressione d’una beffarda ironìa,

poichè partiva da un’anima la più altera, fraudolente e maligna.

Al bisbigliare che questi fece alcuni motti interrotti, Filippo Maria

alzò lo sguardo a mirare con affettuosa significazione la Contessa

Beatrice, la quale già da alcun tempo teneva rivolte su di lui le

pupille.

Ella abbenchè avesse varcati gli otto lustri serbava ancora molta

venustà e grazia di forme; alla snellezza e giovanile vivacità

suppliva in lei un non so che di gentile e soave nel portamento, ed una

agevolezza di moti nè forzata, nè stanca. Aveva candida carnagione;

le sue treccie state del colore dell’oro s’erano alquanto abbrunite,

ma tuttavia liscie e voluminose le ornavano il capo, commiste a fregi

di perle; molte file delle quali insieme ad altre preziose gemme le

guernivano la serica veste che era di fondo nero rabescata a rilievo

da più oscuri fogliami. I suoi occhi azzurri spiravano un certo molle

e tenero abbandono, lo che formava pure il carattere principale di

sue fattezze, ma ciò non escludeva però in essa altresì molta forza

ed attività di spirito. La dominavano allora a vicenda il dubbio,

la fiducia, la peritanza, i desiri ed una certa secreta mestizia che

invano cercava respingere dal cuore.

Allo sguardo animatore del giovine fidanzato ella parve dolcemente

risentirsi; si volse prima a Domilda che le sorrise, e poi con timidità

girò gli occhi verso il Carmagnola, quasi per spiargli in volto, se

approvate o condannate venivano da lui quelle nozze.

L’intrepido Capitano, stavale come si disse al destro fianco. Egli

vestiva una guarnacca di drappo rosso cupo, sotto cui portava il

corsaletto d’acciajo, ed aveva appesa ad un budriere di semplice cuojo

la sua lunga spada. Era desso a que’ giorni sul fiore dell’età, pieno

di alte speranze nell’intrapresa carriera, e ardente di conquistarsi

fama e celebrità guerresca (ch’ebbe poi, sì fatale!). Vedeva quindi con

molto piacere l’appressare di un avvenimento, pel quale non dubitava

che alle antiche bande di Facino, affidate alla sua condotta, verrebbe

aperto un campo d’importantissime azioni, mentre rimanendo sotto

l’impero della vedova Contessa avrebbero dovuto o disciogliersi o

rimanere per sempre inoperose. Tale interno sentimento gli improntava

i maschii e vigorosi lineamenti di un’espressione di compiacenza

completa e veritiera, che Beatrice vi scorse con sommo giubilo, e parve

affidarsi poscia con maggior letizia agli eventi.

Compiuta ch’ebbero gli scrivani la trascrizione delle convenzioni

matrimoniali, il Cancelliere levatosi e fatta un’inclinazione di

capo ne diede avvertimento all’Arcivescovo. Questi allora impetrata

l’universale benignità, incominciò un ampio ed ornato discorso, nel

quale magnificò gli sponsali, tessendo le lodi dell’uno e dell’altro

de’ conjugi futuri, ed auspicando dalle nozze tanto ad essi che

all’intero Ducato i più felici e prosperi risultamenti.

Quand’egli ebbe detto, Beatrice con atto gentile gli rese grazie, indi

con chiara e ferma voce rispose: essersi ella condotta a quel passo

a causa precipuamente delle vive richieste e de’ consigli suoi, che

lo stato, l’eminente grado, la matura sperienza, facevale reputare

ottimi e sapientissimi, poichè altramente era suo saldo proposito di

serbar fede al defunto consorte, rinunziando per sempre all’attrattiva

di nuovi nodi. Che a vincerla e persuaderla avevano possentemente

cooperato il quadro delle virtù e l’eccelsa stirpe del proposto marito,

non che molte importanti considerazioni relative alla stabilità del

proprio dominio ed al bene de’ soggetti. Dover ella far noto poi che

per agevolare al suo sposo il ricuperamento della sede ducale e di

molte altre sue principali città, era stato considerato necessario

che la celebrazione del matrimonio venisse affrettata; che questa si

era l’unica cagione per cui sì prestamente, e in mezzo a grave lutto

vedevasi un convegno nuziale nella casa di Facino; pregava caldamente

non si volesse ciò considerare per disamore od onta alla memoria di

quell’illustre guerriero e sovrano, ch’ella avrebbe ognora serbata cara

e preziosa, siccome ne accertava sulla religione e l’onore tutti quelli

che l’ascoltavano».

Un plauso unanime seguì queste parole e si protrasse in lungo

dimostrando quanto fossero ben accette, e come tutti commendavano la

sua scelta ed i suoi voti. Ristabilito il silenzio si levò di nuovo

il Cancelliere, e lesse ad alta voce la scrittura nuziale; a questa,

sottosegnata che fu da Filippo e da Beatrice, apposero i proprii nomi

Zanino Riccio ed il Carmagnola.

Così ebbe compimento la ceremonia, dopo la quale tutti si levarono

e il Visconte accompagnatosi alla Contessa la corteggiò con umili e

seducenti detti sin oltre le soglie della sala, ed ivi le baciò la

mano, profondamente inchinandola, quindi si divise da essa lei che

rientrò nelle proprie camere. Egli quindi venuto a fianco dell’eccelso

Prelato discese innanzi a tutti le scale, e partì di là fra mezzo alla

accorsa moltitudine.

Nell’ora che la luna levatasi dietro i colli del Po, mandava sulla

declina Pavia irta di torri, il suo smorto raggio, Macaruffo da tristi

pensieri travagliato uscì solitario sul ballatoio, il quale sporgeva

dall’alto del muro del palagio, inferiormente alla merlatura, e metteva

capo sul terrazzo costruito al lato meridionale in luogo contiguo ai

baluardi, d’onde la vista spaziava lungo le sponde del Ticino, che

bagna il piede alla città.

Dopo l’assentimento che in forma solenne era stato dato dalla Contessa,

egli non nutriva più speranza che avessero a rompersi le trattative

nuziali col Visconte sì destramente annodate dal Pastore di Milano.

Questa persuasione lo addolorava amaramente. Fossero i costumi strani e

crudeli del fratello, fosse la fisonomia stessa di Filippo Maria sulla

quale i suoi occhi leggevano a nudo la violenza e l’orgoglio, fosse un

arcano presentimento, egli abborriva profondamente quel giovine. E ben

comprendeva che tratto esso unicamente dalla cupidigia e dall’ambizione

ad un matrimonio per età sconvenientissimo, raggiunto che avesse lo

scopo di riporsi ed affrancarsi nella signoria, non avrebbe sentito che

il peso e il fastidio della conjugale catena, e pagherebbe il beneficio

coll’indifferenza e col disprezzo, se pure non avesse anche avuto

l’anima scellerata a segno di mirare ad uno di quegli atroci espedienti

che non costano che un desiderio a chi considera la volontà per solo

limite al potere. A tali riflessioni s’univa poi un cruccio intimo,

desolante, che rendeva più gravi le tristi previsioni della mente.

Beatrice stava per divenir donna di chi ella inclinava ad amare, ed ei

l’avrebbe veduta assorta pel Visconte in un affetto, che non le aveva

forse mai ispirato l’estinto marito.

Non già che folle ardimento destasse in lui ombra di speranza per sè

medesimo. Sino dal tempo in cui, fanciulli entrambi, egli seguivala

per le chine delle alpi di Tenda, e, vigilantissimo nel sorreggerla,

nell’obbedirla allorchè essa si slanciava su per l’erte perigliose

o dentro il folto de’ boschi, riceveva poi la sera nelle ampie sale

del castello, dalle labbra di lei parole di lode e di predilezione

(preziose, inestimabili al suo animo, continuamente oppresso dagli

scherni e dai dileggi con che ogni altro lo feriva pel difettoso

aspetto datogli dalla natura); sino da quel tempo, in cui l’invase e

lo dominò una passione quanto immensa, inestinguibile, altrettanto

gelosamente sepolta, mai gli aveva sorriso la lusinga di potere

ottenere un segno solo, il cenno d’un istante, che al suo ardore

rispondesse. Pascevasi quel sentimento in sè medesimo, pago d’ogni bene

di lei; ed egli sarebbe stato completamente felice del non saperla in

possesso di altr’uomo, ma vivente in una calma di cuore, che potesse

lasciarle scorgere in uno de’ suoi servi la più costante devozione,

per età, per vicende inalterabile. I nuovi sponsali interamente

distruggevano questo stato di cose tanto sospirato e che sembrava quasi

raggiunto.

Volgendo simili idee Macaruffo or procedeva per quell’alto loggiato,

or s’arrestava alzando gli occhi alla luna o guardando la sommità dei

circostanti edificii, ai quali i trafori dei gotici ornati e l’ombre

taglienti davano in quell’ora un aspetto fantastico.

Quando pervenuto alla estremità del ballatoio pose piede sul terrazzo,

vide spalancarsi la vetrata imposta d’una delle porte che quivi metteva

dalle sale, ed uscirne la Contessa con Domilda. Esse avanzatesi a

lenti passi verso il parapetto scambiando alcune brevi parole vi si

affacciarono, e stettero ivi mirando le scorrenti acque del sottoposto

fiume, dall’astro della notte in varii punti inargentate. Il Venturiero

le riconobbe e forte gli tremò il cuore. Volle, retrocedendo,

discostarsi di là, ma il rumore de’ suoi passi fu udito da Domilda, che

spiccatasi dal fianco della Contessa gridò chiamando chi vi fosse.

«Un soldato e servo dell’eccellentissima signora Contessa Beatrice» —

rispose egli tosto rivolgendosi, poichè temeva col tacere d’essere loro

cagione di sospetto o timore.

«Come ti chiami o soldato?» — chiese con curiosità la Contessa cui

parve avere riconosciuta quella voce.

«Sono Macaruffo» — tornò questi a rispondere apparendo sul terrazzo e

avanzandosi in atto rispettoso verso di essa.

«Oh sei tu mio buon Macaruffo! (profferì Beatrice cortesemente

accogliendolo). Quanto mi doleva di non vederti! credetti fosti ancora

nei castelli della Brianza ove t’aveva mandato il mio povero Conte.

«Vi fui e di là per suo comando passai a Milano, d’onde qui venni

appena udii l’irreparabile perdita di quell’illustre nostro Capo tanto

amato e compianto da tutte le sue squadre.

«Ah si! Facino era degno dell’intero amor vostro (disse la Contessa

sospirando).

«Ho stimato sacro dovere, o mia Signora, (proseguì con voce più ferma

Macaruffo) di non rimanere in luogo discosto da Voi; quando un colpo sì

funesto mutando gli eventi, poteva farvi abbisognare del braccio d’ogni

vostro fedele.

«Ti son grata oltremodo; e sventurata o felice ch’io sia puoi vivere

certo che saprò sempre apprezzare la tua fede. Essa poi mi rammenta

che la nostra conoscenza è antica e che noi siamo nati sotto lo stesso

cielo; non è egli vero?

«Per me sarebbe più agevole dimenticare il mio proprio nome che

perdere le rimembranze della patria. Sono nato soggetto alla famiglia

di Vostra Signoria, e posso considerare il castello di Tenda come

mia casa paterna. I miei parenti più vecchi nacquero e vissero colà

agiatamente sotto la protezione degli antecessori nobilissimi del Conte

vostro genitore, il quale per colmo di benignità elesse mio padre a suo

scudiero.

«Ah si! Ernoldo lo scudiero era tuo padre. Ogni qual volta ritorno

colla mente agli anni di mia fanciullezza mi ricordo con piacere

di lui. Egli era quello che quando concedevalo la mia buona madre,

riponevami in sella, e con mio gran diletto spingendo a corsa il

cavallo, mi conduceva o al laghetto de’ palombi, o al Maniero de’

Gualdi, ove da ognuno io veniva festeggiata.

«In que’ tempi, se la Signoria Vostra si degna sovvenirsene, fu dato

a me pure di prestarle frequentemente i miei servigi» — così disse

Macaruffo con voce temperata e insinuante, e proseguì con accento

più animato — «Quante volte al primo spuntare dell’aurora me ne stava

tenendo i segugi alla lassa, e il girifalco in pugno, aspettando nel

cortile fosse allestita la caccia! allorchè finalmente erano tutti

riuniti e si prendevano le mosse, io ponevami dietro alla chinea falba

da voi salita, per eseguire subitamente ogni vostro cenno. Non si

rientrava di consueto che a notte chiusa, e chi avesse saputo numerare

i passi che si facevano in una di quelle giornate sarebbe stato

valent’uomo.

«Erano tali, è vero, i miei prediletti sollazzi, e tu ne fosti il

compagno più pronto, e indefesso di tutti. Oh con qual foga giovanile,

con qual giubilo purissimo l’anima s’abbandonava a quei passatempi

pieni di variati e giojosi accidenti! Non dolorosi pensieri, non

affanni di cuore: quant’era allora sorridente per me l’avvenire!...

(Una emozione soave compose ad atteggiamento meditativo il viso di

Beatrice, che il raggio della luna imbiancava, rilevandone dolcemente i

contorni)

«Voi Contessa (entrò a dire Domilda) vi compiaceste adunque ne’

faticosi esercizii della caccia? Ora intendo come siate sì destra nel

cavalcare, e come, ad onta della dilicata apparenza del vostro corpo,

abbiate potuto dimostrarvi infaticabile nel seguire tante fiate il

campo in disastrosi incontri, e specialmente ne’ fatti della Bormida,

ad Acqui ed Alessandria.

«Le prove virili d’agilità e di forza furono per me sino dall’infanzia

oggetto d’invidia. Mio padre m’idolatrava, e gioiva al vedermi

gareggiare cogli uomini in ispeditezza e coraggio. Ad ogni mio tratto

ardimentoso, m’abbracciava e baciava ripetutamente, chiamandomi

sua vera figlia, sincero sangue de’ Lascari. Questo mio buon servo

Macaruffo, sa piu d’ogni altro quale io mi fossi, poichè tanto

sconsideratamente soleva affaticarlo, nè egli mai moveva lamento.

«Ogni fatica imposta da voi mi riucì sempre piacevole e gradita. Così

fossero ancora que’ tempi! (esclamò il Venturiero con entusiasmo).

Vederla seduta in arcione, caracollando coll’asta o il giavelotto!

Vederla passare, o piuttosto trascorrere a volo pei poggi e pe’ dossi

se si levava il daino o la lepre! Il conte Facino fra tante dame e

donzelle che ambivano la sua destra, perchè venne a ricercare la sposa

al nostro castello? Egli è perchè la sola Beatrice di Tenda fu da

quell’intrepidissimo Condottiero stimata degna de’ suoi affetti.

La Contessa inclinò con mestizia il capo, e dato un grave sospiro,

disse «Facino m’onorò, mi distinse, ma l’amor suo io non l’ebbi mai:

egli non seppe amare che la sua spada e la guerra, ogni affettuoso

sentimento era straniero al suo cuore.

«Il continuato armeggiare non poteva concedere al Conte di gustare le

domestiche dolcezze; ma i severi suoi costumi, la celebrità del suo

nome vi rendevano invidiata tra le mogli de’ principi e de’ signori

più ricchi e possenti. Nessun uomo, credetelo, potrà fregiarvi di tanta

gloria, se pur v’è chi aspira a possedere la donna che fu di Facino.

«Sì: ragione di Stato mi astringe a nuove e prossime nozze. Ciò sarà

noto a te pure? (disse Beatrice non senza esitanza).

«Lo so, lo so, mia Signora (rispose Macaruffo con mal celata amarezza).

Voi donate il dominio al giovine Visconte ch’era prigioniero di vostro

marito.

«Non io gli dono il dominio (rispose placida la Contessa); il Ducato a

lui spetta per diritto, ed ei lo divide con me porgendomi la sua mano.

«Se vi fosse bilancia, su cui si potesse pesare ciò che ciascuno di voi

reca in questa unione, si vedrebbe l’oro posto a confronto del ferro.

Ma voi così avete deciso, tutti debbono rispettare i vostri voleri.

«Tu disapprovi adunque il mio maritaggio? (disse la Contessa con

sorpresa e rizzando la testa a rimirarlo).

«Non conviene ad un infimo servo arrogarsi la facoltà di scrutinare

le azioni de’ suoi Signori, ma l’attaccamento mio antico alla vostra

casa m’ha portato a pensare profondamente sul legame che state per

contrarre, ed ohimè! perdonate, la mia mente ha formati funesti

presagi.

«Non fu dietro il capriccio d’un istante che mi sono a ciò determinata.

Uomini gravissimi me ne diedero il consiglio; quegli stessi ch’erano

i più caldi amici di Facino, lo approvano ed assecondano, e le mie

principali città espressero favorevole il loro voto pel mio connubio

col figlio di Giovan Galeazzo.

«Ove si ritroverebbe diletto e consolazione (disse Domilda vivacemente)

se l’unirsi ad un bello e gentil giovine potesse esserci annunzio di

sciagure e di mali?

«Sotto le più belle scaglie sta il serpente più velenoso: guai per

chi si lascia affascinare dal suo sguardo e da’ suoi leggiadri colori!

(esclamò Macaruffo con voce cupa e solenne).

Beatrice rimase un istante ammutolita volgendo gli occhi al suolo,

colpita a queste parole come da interno spavento; ma tosto levando

lo sguardo e sorridendo affabilmente «No, Macaruffo, (disse) non

temere per me. Filippo Maria ha cuore umano e virtuoso, egli provò la

sventura, e terrà sempre impresso ciò che mi deve. Vedrai tu stesso,

ne ho somma lusinga, quanto sarà felice la nostra unione. Tutti i miei

fedeli gioiranno nel mirarmi sì onorata e contenta. Tu poi, affinchè

non abbi mai ad allontanarti da me, sarai capo de’ sergenti d’armi del

mio palazzo.

Ciò detto si appoggiò al braccio di Domilda e abbandonando il terrazzo

rientrò nell’appartamento.

Racconti storici · 第 4 / 10 段