«Altro che uccidere! lo fece mangiare dai cani insieme coi suoi figli.

Ma per provare s’era un’anima scellerata, senti che brutto giuoco si

prese un giorno di me. Trovandomi io colle squadre a Milano, il nostro

conte Facino mi comandò lo seguissi al palazzo negli appartamenti della

Duchessa, ch’egli si recava a visitare. Entrati colà m’appostò per

guardia in un camerone a cui mettevano capo due scale. Io passeggiava

quivi sbadatamente con questa partigiana così in ispalla, gettando

un’occhiata di quando in quando entro i vetri della finestra d’una

stanza ove stavano alcune damigelle che attendevano a varii lavori. Ad

un tratto sento un abbajamento infernale e vedo comparire da una scala

e corrermi addosso sei o sette mastini che sembravano lupi affamati.

Balzarono per addentarmi al collo, alle braccia, alle gambe e gran

mercè ch’aveva l’armatura intiera colla buffa al viso e le manopole,

altrimenti non avanzava di me neppure un osso; intanto ch’io mi

dibatteva a tutte forze contro quelle bestie inferocite, indovina?...

il Duca stava ad uno spiatojo e mi guardava ridendo smascellatamente

insieme a quel satanasso di Squarcia Giramo. Liberatomi appena dai

mastini ritornò il nostro Conte, e vedendomi ansante e rabbuffato mi

addomandò che fosse avvenuto; io glielo narrai, ed egli portossi tosto

dal Duca e lo minacciò di unirsi ai guelfi e di assediarlo nel suo

castello, se non rendeva tostamente ragione dell’ingiuria a me fatta

che prendeva come fatta a sè stesso, ed ebbe termine la faccenda con

dieci fiorini d’oro dati a me, e cento colpi di curlo al canattiere che

non aveva una colpa al mondo.

«Se non fosse stato il nostro Conte avrebbero invece appiccato te

per avere malconci i cani del Duca, e sarebbe stato dato un premio a

quell’altro. Questi principi della razza del biscione sono tutti d’una

pasta velenosa, ed io li odio a morte, e ne vorrei vedere distrutta la

stirpe. Quando spirò Giovan Galeazzo primo Duca, che fu padre di questo

Giovan Maria, le nostre bande trovavansi a Parma e mi ricordo che il

nostro Conte ragionando colla signora Beatrice manifestò certi pensieri

sopra Milano, che mi davano la più gran consolazione del mondo, e sì

che a quel tempo il Conte non era padrone di Pavia, Alessandria, Novara

e tante altre città che possiede adesso e da cui può trarre molto

maggior numero d’uomini e di danari.

«Per San Matteo! (esclamò Uguccio) quello era un colpo degno di lui: oh

perchè non l’ha tentato?

«Nacquero in quell’incontro altri trambusti gravissimi e dovette

recarsi altrove. Il bel momento (proseguì Macaruffo più piano, con

un sorriso significante e aggrottando le ciglia) il bel momento, caro

Uguccio, sarebbe questo! Chi ha forze bastevoli per poterglisi opporre?

I ghibellini sono per lui; Ottobon Terzo, il Casati e gli altri guelfi

se li mangia come la balena i pesciolini. Filippo Maria ch’è fratello

di quegli che hanno scannato e che dovrebbe diventar Duca, se lo tiene

in Pavia nelle sue unghie. Tutto presentemente andrebbe a meraviglia,

ma farebbe d’uopo muoversi alla spedita onde non lasciar campo ai

partigiani di Filippo d’unirsi e farsi forti.

«Ti giuro che per un’impresa di questa sorta non vi sarebbe uno

solo de’ nostri uomini che non ci metterebbe allegramente la pelle.

Diventare padroni di Milano! d’una cittadona sì splendida, ricca, così

piena di belle donne!

«E salutare per duca il nostro Conte, e per duchessa la signora

Beatrice. Ella sì saprebbe bene occupare quel posto come si deve. Io

darei il sangue per vederle in capo la corona ducale. Mi punge però il

pensiero che pare che il demonio vi ci si caccia per entro, poichè il

messo venuto jeri sera mi disse che appunto in questi giorni il nostro

Conte assalito dalla sua doglia al fianco, giace tormentato senza

potersi levare.

«La doglia che lo prende di consueto. Ma sai che suole presto sparire,

e giuocherei che a quest’ora è al tutto risanato e cammina e cavalca

come potremmo far noi.

«Così fosse, che non frapporrebbe indugio a porsi a capo alle squadre,

per venire a dar l’ultimo scacco alla malnata vipera divoratrice.

Facendo tali e simili discorsi erano giunti a vista di Milano, ed

appressatisi alla Porta Comasina trovarono chiuso il ponte e calata la

saracinesca, onde dovettero penare assai a farsi aprire ed intromettere

coi compagni nella città.

Nelle contrade era un subuglio, una confusione, un movimento di

popolo straordinario. Pressochè tutti, i signori, gli artieri, la

plebe mostravansi muniti d’armi e ve n’aveva d’ogni specie; parte di

essi n’andavano in compagnie ordinate; parte movevano in turba per

le vie. Gli uni passavano gridando — Viva Estore; vivano i figli di

Bernabò; viva Baggi e il Pusterla che ci hanno vendicati[3]. — Altri

seguivano imprecando invece morte a questi ed acclamando — Filippo

Maria legittimo Signore — Alcuni volevano s’andasse ad assalire il

castello per ammazzare il Marliano che lo teneva per Filippo, altri

all’incontro facendo sventolare le bandiere cercavano di formare grossa

massa onde muovere alla volta di Pavia a prendere il nuovo Duca e qui

condurlo in trionfo. Ve n’avevano eziandio di quelli che non andavano

esclamando che — Viva Milano — e volevano si proclamasse la repubblica

come nei primi tempi, ma questi essendo in pochissimo numero non

esercitavano sulla moltitudine alcuna influenza. Per le piazze e pei

crocicchii, sui gradini delle colonne o sovra carri e trabacche eranvi

frati, magistrati, cavalieri che arringavano a tutta voce il popolo;

ciascuno però oppostamente ed a norma soltanto dell’interesse di

quei capi il cui dominio poteva essere per loro una fonte di migliori

speranze. Or qua or là udivansi urli furiosi ed acutissime grida, e le

campane di questa o di quella parrocchia suonare a stormo, e ciò perchè

scontrandosi le contrarie fazioni nascevano risse sanguinose, e si

moltiplicavano gli ammazzamenti. Insomma tutto concorreva a presentare

il quadro d’una città senza alcun regime, abbandonata al furore dei

partiti e nella quale l’ambizione, la forza, l’astuzia gareggiano con

ogni mezzo onde afferrare il potere.

Il nostro venturiero Macaruffo sebbene durasse non poca fatica ad

aprirsi la via col suo drappello frammezzo a tanto tumulto, pure godeva

internamente alla vista di quel disordine ch’ei sperava propizio al

progetto che aveva supposto volersi eseguire dal suo signore. Due o

tre volte fu serrato d’appresso dalla plebe che lo inseguiva gridando —

Dàlli al gobbo co’ suoi sgherri; ammazza, ammazza — ma le punte delle

partigiane abbassate a tempo, le fisonomie intrepide e risolute, il

non avere assise che indicassero a quale delle parti appartenevano li

sottrassero dal periglio.

Pervenuti al castello di Porta Giobia, n’andarono lungo la fossa sino

al Portello detto del Pozzo: quivi Macaruffo diede alla scolta che

stava sul battifolle la parola d’ordine; questa comunicò l’avviso al

Castellano e fu indi a poco calata la trave e que’ soldati ricevuti

dentro.

Il dì seguente Macaruffo avido ed impaziente di conoscere a qual

termine inclinassero le cose andò con arte interrogando or questo or

quell’altro de’ capitani di masnada ch’erano nel castello, ma tutti

ignoravano al pari di lui la somma delle vicende, nè potevano che

abbandonarsi a fantastiche congetture. Vedendo riuscire vana l’opera

sua, salì sul vallo, e quivi appoggiato neghittosamente alla torre

fisava sulle campagne che gli si stendevano alla vista, uno sguardo

acuto per iscoprire se mai qualche vessillo spuntasse sulla via dalla

parte di mezzodì, o si vedessero luccicare punte di lancie od elmi,

ch’ei teneva per fermo che il suo conte Facino non dovesse star guari a

presentarsi sotto le mura di Milano e non dubitava, a causa di quanto

aveva veduto il giorno passato, che, compresse le fazioni, si sarebbe

prontamente impossessato della città.

Ogni qual volta questo pensiero gli si affacciava alla mente, i bruni e

ruvidi tratti del suo viso esprimevano una soddisfazione, un contento

singolarissimo. Ed in ciò, all’opposto di quello che naturalmente

arguire si dovea, l’orgoglio e la brama delle prede o degli onori

avevano lievissima o nessuna parte. Un sentimento indiviso, senza

speranze, celato all’aria stessa, pur sempre vivo e profondo quanto

essere lo può in anima umana, formava da lunghi anni la cura assidua e

l’unico movente di quel Venturiero, il cui sformato aspetto, i costumi

e la vita sprezzata e soldatesca facevano rassembrare il più duro ed

insensibile degli uomini.

Mentre pure guardando dall’elevato baluardo nei sottoposti piani

lasciava errare lo spirito fra le sue consuete idee, che i casi recenti

vestivano di più lusinghieri colori, ode venire dalla parte della città

rumore di grida festose e di plausi vivissimi. Discende frettoloso

dal vallo, e scontra nel cortile vairii cittadini pervenuti a fatica

a ricoverarsi nel castello, i quali circondati da una folla d’uomini

d’armi narravano, che all’alba di quello stesso giorno era venuto a

Milano da Monza Estore Visconti con molti armati ed aveva sconfitto

i ghibellini che parteggiavano per Filippo Maria; e che sendo già

gli animi disposti in favore di Estore dalle calorose ed incessanti

prediche di frate Bartolomeo Caccia, presso i popolari avuto in

estimazione di santo, venne il medesimo accolto e proclamato signore

di Milano insieme al nipote Giovan Carlo Visconti nato dal sangue di

Bernabò.

A tale notizia Macaruffo indispettì gravemente, ma pure non depose la

lusinga che da un istante all’altro potessero arrivare le masnade del

conte Facino a rovesciare quella nuova signorìa, priva d’ogni valido

appoggio ed alla quale rimaneva a compiere la più ardua impresa ch’era

quella d’impadronirsi del castello.

Assiso la sera con Uguccio sopra un pancone presso la porta dello

stemma (la maggiore della fortezza, dalla larga volta della quale

pendeva accesa un’affumicata lucerna), andava ragionando sui fatti

stati riportati là dentro, ed esponeva con fervore gli argomenti che

s’aveva per non dubitare che il loro Condottiero avrebbe mosso il

campo ed ottenuta la vittoria. Interruppe quell’animato dialogo la voce

della sentinella che s’udì dallo spalto annunziare che s’appressava al

castello un soldato a cavallo. Tosto l’araldo s’affaccia alla feritoja

del ponte, e vedendo giungere vicino il cavaliere, gli grida chi sia, e

cosa voglia. «Sono messaggiero e reco dispacci da Pavia» fu la risposta

che venne data. Il capitano d’armi fece disporre gli arcieri di guardia

in ordinanza, poi ordinò s’abbassasse il picciolo ponte levatojo

laterale, e il messaggiero entrò.

Appena ebb’egli posto piede a terra, e consegnato all’araldo un involto

suggellato di carte dirette al Castellano, il nostro Venturiero e il

compagno gli balzarono con tutta cupidigia d’intorno, giacchè in lui

riconobbero un commilitone, un uomo delle loro bande a cavallo.

«E così vengono i nostri? — gli domandarono sommessamente ad una voce.

«Chi diavolo volete che sappia se si va o si viene; per me credo che

sia tutto finito.

«Il Conte non vorrebbe forse...

«Oh! con lui a quest’ora già si sarebbero fatte gran cose.

«Ma dunque perchè non si muove?

«Perchè non si muove?... Oh bella!... domandate a un morto perchè si

sta fermo.

«Che?... dici tu il vero?... (chiesero pure entrambi colpiti come da un

fulmine).

«E voi non lo sapete?... Pur troppo è la verità!... Il nostro povero

Conte chiuse gli occhi per sempre l’altro jeri a sera.

«Io non posso persuadermene (esclamò Uguccio).

«L’ho veduto io nel suo palazzo in Pavia disteso sopra un catafalco

col padiglione di broccato oscuro ricoperto delle sue armi più ricche.

Tutti gli uomini delle squadre recavansi a rimirarlo, e vi dico ch’era

una compassione a pensare che un battagliero come il nostro Conte

dovesse essere serrato giù a marcire fra quattro pietre. Per noi la

sua perdita è la piu grande delle disgrazie. Egli era la perla de’

condottieri di ventura; il soldato con esso lui doveva bensì menare

delle braccia, ma poteva poi essere certo del fatto suo, e le coreggie

si foderavano spesso di buoni zecchini. I principi, le città andavano

a gara onde trarlo dalla loro, e per averlo bisognava che mettessero lì

pile d’oro e d’argento da riempierne le staja.

«Quando però egli s’era collocato agli stipendi d’una parte ci

si adoperava davvero (disse Uguccio), e chi l’assoldava poteva

incominciare a cantar vittoria; nè egli ritiravasi colle schiere prima

che si ponesse capo alla guerra, come fecero il Branda e molt’altri, i

quali dopo numerate le caparre passarono co’ loro uomini dal lato del

nemico perchè offriva più grosse paghe.

«No: il conte Facino non commise mai di queste ribalderie. A Novi,

Ziaratone che non fece per toglierlo al marchese Teodoro? Soltanto per

determinarlo a levarsi dall’assedio gli promise in danaro il carico

di quattro muli, e davagli il figlio in ostaggio. Ma tutto fu inutile,

anzi ti ricorderai che Ziaratone rimase ucciso nell’assalto da Facino

stesso.

«E fu adunque quella maledetta doglia nel fianco la cagione dalla morte

del nostro Conte?

«Ohibò: i signori della veste negra, i dottori, che in Pavia son più

numerosi delle zanzare, sostengono che è morto per il colpo nella

testa che prese due anni sono qua in Milano, quando a motivo della

sommossa del popolo, spingendo a corsa il cavallo, urtò nell’arco della

porta interna del palagio del Duca, e perdette molto sangue. Vogliono

che quella botta macinasse dentro dentro, sin che gli diede l’ultima

stretta.

«Qual malavventura!... Ora che non abbiamo più il nostro capo che

faremo noi? (proferì Uguccio con voce addolorata)... Staremo qui con

questi Visconti a rischio qualche giorno da farci mangiare dai cani,

e senza sapere nemmeno chi di loro comanda?... Si getteremo alla

campagna coi banditi, o andremo ad offrirci a qualch’altro capitano? Vi

sarebbero veramente lo Sforza, Braccio, e...

«Che osi tu dire? Saresti tu mai un traditore? (l’interruppe esclamando

Macaruffo ch’era stato silenzioso sino a quel momento, immerso ne’

proprii pensieri). Perchè è morto Facino dovremo noi abbandonare

vigliaccamente la sua casa, e lasciare che sfumino in un lampo tutte

le conquiste che abbiamo fatte seco lui, spendendo tanto sangue e

fatica? Non rimane forse Beatrice di Tenda, la nostra Contessa da noi

sempre obbedita come Signora? Vorremo noi permettere che la vedova d’un

Capo sì glorioso sia scacciata da’ suoi dominii, e venga oppressa ed

avvilita come una femmina da trivio?

«A quanto pretendi dovremmo noi dunque rimanere sotto il comando d’una

donna?

«Non vi sono con lei ancora molti capitani ed i migliori d’Italia? Non

v’è Castellino? non v’è Carmagnola? questo solo ne vale dieci dei più

famosi che vivono al presente.

«Io credo bene (disse il soldato messaggiero) che la contessa Beatrice

abbia prescelto il Carmagnola per comandare le nostre bande. Da che è

morto Facino tutti gli ordini vengono dati da lui. Egli fu che ingiunse

all’armata ch’era intorno a Bergamo di levare il campo e condursi a

Pavia, ed io mi sono qui recato perchè mi vi spedì egli stesso.

«La signora Beatrice non poteva fare una scelta più lodevole e

giudiziosa (disse Macaruffo con satisfazione). Francesco Carmagnola era

la mano destra del Conte, ei lo considerava come un altro sè stesso,

quindi nessuno rifiuterà di obbedirgli.

Stette muto alcun tempo, poi aggiunse: «Quand’è che tu fai ritorno a

Pavia?

«Ho l’ordine di non retrocedere se non quando mi vien consegnata la

risposta dal signor Castellano.

«Ebbene ora va e bada che il tuo cavallo sia governato a dovere; ma ti

prego di non partire di qua senza parlare nuovamente con me».

Ciò detto si separarono.

Macaruffo trovò modo, alcuni giorni dopo, d’abbandonare il castello

seguendo il messaggiero, e uscito sull’alba per istrade appartate da

Milano, arrivò la sera senz’altri inciampi a Pavia.

Quella città era ingombra di soldati che appartenevano alle squadre

di Facino, ed ivi giungevano da ogni parte, siccome aveva ordinato

il Carmagnola, il quale divenuto supremo comandante calcolò tosto

essere opportuno di adunare tutte le forze in un punto solo, onde

più facilmente dominarle, e dirigerle là dove lo stato degli eventi

l’avesse richiesto. Il nostro Venturiero recossi tosto al palazzo

dell’estinto Conte. Stanziavano continuamente colà numerose guardie,

poichè continuavansi a rendere i principeschi onori alla vedova

Contessa, divenuta per la morte del marito sovrana signora di Pavia e

di gran numero d’altre città appartenenti prima al Ducato.

Macaruffo da lunga mano conosciuto da tutti quegli uomini d’armi,

scambiò, passando in mezzo a loro, parole di saluto ed entrò

liberamente nelle camere inferiori del palazzo. Al vederlo i servi gli

furono intorno festeggiandolo e Matteo, vecchio scalco, uno de’ piu

antichi suoi compagni, che scendeva in quell’atto dagli appartamenti

superiori, venutogli lentamente incontro dimenando il capo, gli strinse

la mano, poi s’asciugò gli occhi e disse:

«Vedi qual cangiamento, Macaruffo? Siam tutti vestiti a bruno; non

regna che lutto nella casa di Facino, quello che ne formava la gloria è

andato sotto terra.

«Pur troppo! (rispose Macaruffo) lo seppi nel castello di Milano con

indicibile cordoglio e m’affrettai a qui venire per conoscere quali

provvedimenti la signora Beatrice....

«Oggi avrai fatto lungo cammino (l’interruppe lo Scalco) e abbisognerai

di refiziamento e di riposo?

«No per ora veramente, e vorrei prima udire appunto da te....

«Voi altri sfaccendati (gli troncò di nuovo la parola Matteo

rivolgendosi ai servi) state qui a guardarlo come babbuini e non gli

avrete nemmeno esibito da cena? Sapete pure che questa è la prima

offerta che il Conte voleva sempre si facesse a chi arrivava: possibile

che s’abbia già da perdere ogni buona usanza? Presto andate a preparare

la tavola nel salotto vicino alla mia camera, portatevi l’occorrente

poi lasciateci colà tranquilli».

Invitò Macaruffo a seguirlo, precedendolo col lume su per lo scalone;

passò varie loggie e da un andito riuscì in una stanza ove stavano

appesi alcuni quadri. Quivi accesa una lucerna sopra un doppiero di

ferro gli accennò di sedere e passò in una contigua cameretta. Allorchè

fu disposta la mensa Matteo ritornò portando una damigiana che andava

spolverando con un pannolino; la depose sulla tavola, quindi chiuse

l’uscio a chiave; venne poi a sedersi in faccia a Macaruffo, e nello

sturare la damigiana disse:

«Non ho amato d’entrare in alcun ragionamento là abbasso alla presenza

di quelle gazze scilinguate, che ripetono tutto ciò che ascoltano e

potrebbero farmi cadere addosso qualche mala tempesta. Ma sappi che ho

desiderato ansiosamente il tuo ritorno per comunicarti delle novelle

che ti faranno stupire.

«Ben temeva che la morte del Conte sarebbe stata cagione di molte

novità (profferì in tuono dolente il Venturiero). Al certo v’ha

discordia tra i capitani, i soldati disertano, od i vassalli minacciano

d’insorgere contro la Contessa...?

«Nulla di questo (rispose lo Scalco versando il vino in due bicchieri

e riempiendo di vivande il piatto di Macaruffo), anzi per grazia del

cielo tutte le bande armate e i loro capi rinnovarono il giuramento

di fedeltà alla nostra padrona, e questa città ha già protestato della

sua devozione, lo che pure faranno prestamente le altre. Alla testa de’

soldati v’è quel sì eccellente ed avveduto...

«Il Carmagnola, lo so (disse Macaruffo con impazienza). E dunque quali

sono queste novelie che vuoi narrarmi?

«Le teneva sepolte qui (ed indicò il gorgozzule), e sono sì importanti

che non oserei dirle con alcuno. Ma tu sei di quelli della vecchia

stampa, tu ami sinceramente la casa, con te posso parlare.

Si guardò d’intorno quasi volesse meglio accertarsi che nessun altro lo

stesse ad ascoltare; MacarufFo gli affisò in volto uno sguardo acuto,

indagatore, ed ei proseguì con voce bassa in aria misteriosa.

«Si sta per combinare un matrimonio! (e comprimendo un labbro

coll’altro rimase a ciglia inarcate).

«Un matrimonio... e con chi?

«Sai che nella Rocca qui di Pavia v’è quel giovine che il Conte

teneva, non veramente come prigioniero, ma poco meno, perchè lo faceva

custodire da Antonio Bogero il cremonese, onde non avesse colle sue

pretensioni alla signoria della città a far nascere tumulti.

«Sì: è Filippo Maria fratello del Duca che hanno ammazzato a Milano.

Ebbene?

«Si tratta (pronunciò Matteo piu pianamente, data di nuovo un’occhiata

all’uscio) si tratta di farlo sposare alla contessa Beatrice.

«Sarebbe ciò possibile? (esclamò Macaruffo cui salì una fiamma al

volto).

«Non v’ha ombra di dubbio. Facino era appena sepolto quando ne venne

fatta la proposta alla Contessa.

«Ed ella come l’accolse? (disse con freddezza e impallidendo il

Venturiero).

«Sulle prime esitò; ma poi vi s’inframmise un tale che la trasse ben

presto al suo partito.

«Chi è costui?

«Oh! l’uno de’ grandi della cappa pavonazza e la croce di gemme: un

Arcivescovo.

«Quel di Milano?

«Sì quello.

«È un fautore acerrimo de’ ghibellini. Moverà cielo e terra per far

trionfare il figlio di Giovan Galeazzo. Chi sa con quali armi assalì il

cuore della Contessa; e quali mezzi adoperò per guadagnarla!

«Domilda che le sta sempre al fianco, mi accertò che non gli fu d’uopo

usare grande fatica a farla persuasa; s’arrese ai primi assalti.

Quest’è una prova dell’amore che portava al suo sposo!

«Ma Filippo Maria conta poco piu di venti anni ed ella ne oltrepassa

quaranta...

«Ecco forse la ragione che l’ha più fortemente e più presto convinta

(s’espresse lo Scalco con sorriso sdegnoso e maligno). D’altronde quel

giovine è di sangue ducale, ha faccia bianca, pelle fina, begli occhi;

tutto ciò insomma che vale ad appagare i capricci d’una donna.

«Non credo che la signora Beatrice possa essere stata sedotta da così

semplici e leggiere apparenze, che son frascherie da pulcella (rispose

con risentimento Macaruffo). Ella ha pensato ognora nobilmente e fu

degna compagna dell’uomo potente e famoso che venne a sceglierla in

moglie nel castello paterno.

«Sia come tu vuoi, ma, diciamolo in estrema confidenza, essa mostra

soverchia inclinazione pei giovinetti ch’hanno visi leccati e

capigliature che sembrano di lino.

«Matteo tu eccedi (esclamò fremendo il Venturiero e vibrandogli

un’occhiata minacciosa). Pensa che le tue parole offendono l’onestà

della nostra padrona, e se non fosse l’amore che portavi al Conte

ch’ora a torto ti slega la lingua...

«Se parlo è perchè le veggo le cose (replicò lo Scalco più piano ma

in tuono d’asseveranza). Non ha ella sempre tra piedi quel Michele

Orombello qui mandato dai Conti di Ventimiglia onde divenisse valente

cavaliero alla scuola di Facino? invece di lasciare che si eserciti nel

maneggio delle armi e che il poltroncello sudi e s’addestri col cavallo

e la lancia, se lo tiene tutto il giorno vicino a strimpellare il liuto

e canticchiare alla provenzale.

«Sono i suoni e le canzoni del suo paese nativo e vuoi fargliene accusa

se dopo tanto tempo ama sentirle ripetere da un fanciullo? chi sarà

sì temerario d’immaginarsi che in ciò vi sia colpa? Ella non ebbe il

diletto di dirsi madre e quindi predilige l’età di chi le potrebbe

essere figlio.

«Anche Filippo Maria, quanto agli anni, potrebbe essere suo figlio,

eppure se lo prende per isposo, e non è quasi freddo ancora il letto di

Facino.

«Se ciò avvenisse mai, egli è, mi credi, per la forza degli intrighi e

della violenza esercitata sul di lei animo dal Ghibellino venuto qui

appositamente da Milano. — E dopo essere rimasto alquanto taciturno

riprese: — «L’astuzia sua è profonda; ben m’avveggo ch’egli pensò che

collo stringere le nozze tra Filippo Maria e la contessa Beatrice, i

sudditi e le bande armate ch’ella possiede diventeranno del marito,

e questi potrà con tali mezzi ricuperare lo Stato e farsi proclamare

nuovo Duca, mentre da solo, misero e derelitto come egli è, non sarebbe

mai divenuto in grado di farlo.

«Che la nostra padrona fosse vittima d’una trama sì iniqua?... Ma, or

che ci penso, ella a fine del conto diverrebbe duchessa di Milano, e

caspita è tal leccarderìa da stuzzicare il palato d’ogni cristiano.

«Per diventare signora di quella città ella non abbisogna di farsi

moglie o piuttosto schiava d’un suo proprio prigioniero!... (e

piegandosi verso di lui, proseguì con tuono di voce più basso ed

accentato) «Tenga il Visconte rinchiuso nella torre della Rocca dov’è

stato sin ora, faccia intendere le sue volontà al Carmagnola, e lasci

poi operare da esso lui e da noi soldati. Buone parole a tutti, una

tagliata alle gabelle, dar bando ai guelfi sanguisughe dei poveri

cittadini, e noi saremmo accolti a larghe braccia dal popolo milanese.

«Oh se fosse al mondo il signor Facino!...

Racconti storici · 第 3 / 10 段