calorosi divennero i dialoghi che passavano attraverso i ferri di quel
cancello del giardino. Finalmente il cancello stesso, stato sì propizio
ai notturni incontri, divenne odioso, insoffribile, e (chi ’l direbbe?)
non fu il Biondo il primo ad annunziarlo.
Una notte buja e ventosa pioveva a rovescio. Allo scoccare dell’ora
prefissa, Milo slancia la sua scala di corda; è in piedi sul muro,
discende pei travicelli della spalliera di carpini, calca il terreno.
Il suo cuore tremava e tremava, il suo sangue pareva avere sospeso il
proprio corso, ma non era paura;... quando una mano femminile prese la
sua, un sudore gelato lo coprì tutto; eppure non era paura. Pensava,
che tra brevi istanti poteva forse dissiparsi un’illusione, ch’egli
avrebbe voluto prolungare a costo d’ogni tormento, un’illusione di
paradiso... Cammina a passi sospesi; attraversa colla guidatrice un
boschetto; s’accosta ad una porticella; questa s’apre; passa a tentoni
un andito; sale una scaletta a chiocciola; tocca un uscio, eccolo sulla
soglia d’un magnifico gabinetto.
La di lui mente ne’ più aurei sogni non aveva prestata sì magica
bellezza alla sua incognita amante. Il volto era neve e rosa, finissime
lucenti le chiome; gli occhi pieni di tenerezza e languore: stava
avvolta in un mantelletto di serico drappo, che non lasciava scorgere
della persona altro che una porzione del piccolo piede entro pianella
di velluto azzurro. Gli arredi erano preziosi, ricco il tappeto, e
argentea la lampada, che ardea da un canto, mitigata nel chiarore
dall’alabastro. Milo rimase attonito e confuso, non sapeva credere a
sè stesso, nè ardiva innoltrarsi; l’ancella lo trasse avanti; ed egli
quasi involontariamente cadde ai piedi della bella Dama, che con un
sorriso giojoso ed espressivo premurosa lo rialzò, asciugandogli colle
proprie mani i biondi capegli e facendogli deporre le armi.
Scorsero più mesi. Una mattina allo spuntar dell’alba esce un laico dal
convento di San...., colla sportella per le provvigioni: mormorando i
salmi, imbocca quella strada e tosto gli viene allo sguardo uu oggetto
oscuro, disteso in terra in mezzo alla via: s’avvicina, è un uomo — Oh
san Francesco, che disgrazia! — È un morto... È il povero Milo freddo,
stecchito.
Grida, chiama: accorrono le persone. Che fu?... chi è?... ma come?...
ma quando?... nessuno sa dirlo. Si scopre alfine che è un bravo del
conte P... — Sarà stata una rissa (dice il mondo), una provocazione,
una sfida: è un bravo e tanto basta. — La casa lo fa seppellire, gli fa
celebrare due messe in suffragio, nè più alcuno ne parla.
Il beccamorti però, che levata la camicia al cadavere gli aveva
trovato sul braccio sinistro un nastro verde con alcune cifre ricamate
in oro, chiuso con fermaglio a modo di smaniglio, e vendutolo ad un
ebreo ne aveva buscato quattro filippi, si ricordò del Biondo per una
settimana intera. Allorchè poi, trenta o quarant’anni dopo, corse
per Milano la voce, che una vecchia cameriera aveva confessato di
essere stata complice nel delitto di certa Dama, già defunta, la quale
aveva fatto ammazzare un tale con cui amoreggiava e narravasi, che di
questa confessione fu causa la vista d’un braccialetto, il beccamorti
rammemorò in confuso l’evento; ma non poteva mai risovvenirsene i nomi.
Onde pur volendo raccapezzarne i fili, quel decrepito curioso andava
sulle fosse interrogando del fatto i compagni seppellitori; nè potè
sapere altro mai, se non che l’ucciso era unico figlio, ignorandolo,
di un ricco signore zio di quella Dama stessa. In qual modo poi
ella venisse in chiaro di ciò, se quindi la tema d’essere palesata,
l’avidità, o la sazietà la conducessero a tanto eccesso, rimasero
sempre un profondo mistero.
La memoria di tal fatto, commista a quella di tanti altri non meno
empii ed atroci, arrivò da quel secolo sino a noi sbiadita bensì e
confusa, ma tetra come il rumore dell’eco, che nel cuor della notte
desta da lungi un disperato lamento. — Ora però t’allegra, o leggitrice
vezzosa, per bella sorte Italia piu non dà alla cronaca sì sanguinosi
racconti: l’ottime leggi, i buoni governi e veggenti hanno fatto dolce
il costume, soavi e regolati gli affetti, sacri i diritti d’umanità, di
natura.
FINE DEL BRAVO E LA DAMA.
ADELBERTA BONIPRANDI
EPISODIO DELLA STORIA NOVARESE
Fra i monti che gli Insubri hanno alle spalle
Verso dove il soffiar di Borea scende
Sta il vago piano dell’amena valle
Che Sesia bagna, e da essa il nome prende.
VARALLO. Poema antico.
Erano i ricchi e potenti di Novara divisi in due fazioni, i Sanguigni
ed i Rotondi. Capi dei Sanguigni erano i Brusati, capi dei Rotondi i
Tornielli. L’odio che vicendevolmente nutrivano stette alcun tempo
ne’ fieri petti sepolto, ma bastò una scintilla a farlo divampare
inestinguibile. Uno dei Sanguigni da lieve ingiuria avvelenito contro
Giovanni figlio di Ugone Torniello lo assalì con una mano de’ suoi nel
bel mezzo della piazza maggiore e a colpi di pugnale lo stese al suolo.
Al divulgarsi del nefando caso accorsero i Rotondi; si sguainarono le
spade e accanita, micidiale durò la zuffa. Rimasti al fine i Rotondi
vincenti, i Brusati con tutti i loro gir dovettero in bando. Volgeva
l’anno 1257. Rapida come peste la febbre della discordia si dilatò. Da
tutte le terre e le castella sbucarono armati per l’una e per l’altra
delle avverse fazioni parteggiando; onde le offese e le uccisioni
addoppiandosi moltiplicarono l’alimento all’ira ed alle vendette.
Il tradimento ricondusse i Sanguigni in Novara dalle cui mura vennero
espulsi i Tornielli, non senza che di molto sangue fosse nuovamente la
città macchiata.
Ugone Torniello orbato del figlio, errante dalla patria, per trovare
scampo alla rabbia nemica cercò rifugio in un castello posto tra
gli ultimi scoscesi monti di Val di Sesia. Andava desso strettamente
congiunto al conte Guido Boniprandi, cui era stata madre una propria
sorella. Signore di vasto territorio era il conte Guido poichè
possedeva l’intera borgata di Robiallo nel Varallese colle terre
circonvicine[1], e s’aveva inoltre per feudo il dominio dell’alta
Vallesesia che acquistò menando in moglie la bella e celebrata
Adelberta ultima prole d’Arduino marchese d’Ivrea, quegli che coronato
Re d’Italia subì la sorte dell’audace Berengario.
Conducevano Guido e la sua vaga consorte tranquilla vita e felice,
lungi dall’armi e dall’astio de’ partiti, dimorando tra fedeli vassalli
alpigiani nel castello che alzava le turrite mura all’estremità
superiore della valle, ove ora stanno i pacifici presepi di Lagna, ed
ove dalle nevi eterne e dai ghiacciai del monte Rosa colano perpetui
rigagnoli che danno origine e corso alla Sesia.
L’esule Torniello oppresso dalle ambasce e dall’età, pervenne a
gravissimo stento tra quelle rupi, ed entrato al cospetto del nipote
gli si gettò tra le braccia chiedendogli asilo. Affettuoso il conte
Guido l’accolse; e benchè tosto comprendesse che ricettare lo zio
valeva lo stesso che gettare il guanto alla fazione nemica, pure non
seppe da sè respingere il canuto parente precipitato in miseria.
Nè andò guari che le previsioni del Conte si verificarono. Ai Brusati
si congiunse la possente famiglia dei Cavallazzi in cui vigeva
antico rancore contro i capi nemici. Per tal considerevole aumento di
forze infellonendo i Sanguigni concepirono il pensiero d’interamente
distruggere i Rotondi. Non era rimasto celato che Ugone Torniello
amicamente ricevuto dal Boniprandi viveva seco lui pacifico e sicuro;
tanto bastò perchè il Conte fosse immantinenti considerato nemico e si
statuisse di sterminarlo.
Giù dalle rocche di Fara, di Briona, dalla torre di Grignasco calarono
masnade di battaglieri che congiunte piombarono sulle terre del Conte
a Robiallo. Mettevano a fiamme i casolari, devastavano i colti,
trucidavano gli uomini, se non che a porre riparo a tanta ruina,
s’affrettò colà con sue bande il conte Guido. Replicate feroci pugne si
commisero su quel terreno, in una delle quali Boniprandi trafisse di
propria mano Ardizzo Brusati il più terribile de’ capi Sanguigni. Ma
sopravvenne da Novara con gran numero d’uomini Ubaldo Cavallazzi, che
urtando nelle schiere del Conte le ruppe e tagliò a pezzi, e il Conte
stesso fu visto, trapassato il petto da una freccia, cadere rovescio
nella Sesia e seppellirsi ne’ flutti.
Era la stagione propizia. Imbaldanziti i Sanguigni dalla riportata
vittoria accolsero plaudendo la proposta di Ubaldo di campeggiare in
Val di Sesia al castello dell’estinto Boniprandi per abbattere dalle
fondamenta anche le mura in cui si osò dare stanza all’odiato capo
nemico.
Quella fiera turba d’armati fatta più grossa da nuovi drappelli di
venturieri si mette per la valle: la devastazione segna i suoi passi,
nè trova ostacolo alcuno al progredire poichè tutti gli abitatori
fuggono dinanzi ad essa.
Sostanno i guerrieri al cadere del secondo giorno presso le rupi da
cui sboccando il turgido Sermenza versa le sue acque nei meandri della
Sesia. Placide trascorsero l’ore notturne, ma quando i primi raggi
dell’aurora dorarono le cime dei monti, quale non fu la loro immensa
sorpresa nello scorgere all’opposta sponda tutte le alte falde gremite
di montanari armati di fionde e d’archi? — Ogni masso sporgente, ogni
roccia molti ne sostiene, che in estesa linea disposti o variamente
aggruppati palesano colle ardite attitudini quanto abbiano l’animo
parato a vendicarsi delle sofferte crudeli offese.
Più però che l’apparizione inaspettata di quella agguerrita moltitudine
infonde meraviglia e terrore nella coorte di Ubaldo la vista e
l’aspetto di colui che la guida. Stassi egli ritto sullo scoglio
più erto, avvolto in brune lane monacali, serrate al corpo da rozza
cintura.
Ampio cappuccio gli ricade sulla fronte, interamente celandogli la
faccia, se non che trasforato in due parti lascia libero vibrare lo
sguardo. Impugna colla destra una spada che tien sollevata in atto
imperante, minaccioso.
Ad un di lui cenno, mortale grandine di dardi e di sassi piomba
sugli attoniti guerrieri. Scossi questi e furenti pei colpi che li
flagellano, non badando a periglio, entrano nelle spumose acque del
torrente e lo varcano, trovando però non pochi ne’ suoi gorghi la
morte. Pervenuti al di là, svaginati gli acciari, s’arrampicano su pei
greppi e le rupi onde raggiungere e punire gli audaci feritori. Ma ad
un nuovo segno del loro misterioso condottiero, gli alpigiani, che
di semplici panni coverti mai sostenere potevano la pugna da vicino
con nimici tutti irti e lucenti di ferro, guadagnano le alture e
spariscono.
I Sanguigni dopo tal fatto tennero tra essi consiglio; alcuni opinarono
doversi far ritorno; ma i più, inanimiti dalle parole dell’intrepido
Ubaldo, ripeterono il voto di dar compimento all’impresa e procedettero
arditi, benchè più cauti, nell’interno della valle.
Non sempre lucente splendette l’estivo raggio. Si viddero a mezzo il dì
passare di prospetto frettolose le nubi, ed accavallarsi poscia sulle
erette e nude cime delle torreggianti montagne. Vaste volute salirono
a coprire la faccia del sole: cominciò a fremere il vento e sorse indi
a poco il soffio delle propinque ghiacciaje, che rimescolando quelle
masse di nebbia, abbassavale talora sino al fondo della valle.
Camminano i guerrieri taciturni in ordinanza lungo i margini scoscesi
della Sesia che rumoreggia più cupa. Ma avanzatisi di poco, freccie e
pietre scendono a furia dall’alto e molti gravemente ne percuotono per
gli elmi e le corazze. Vano è per essi alzare gli scudi e dar di piglio
alle spade: invisibile è il nemico.
Squarciasi però ad un tratto il vaporoso velo e mirano sull’irradiato
fianco del monte la schiera formidabile del camuffato Monaco che
stende ver loro la punta del ferro e li fa segno agli incessanti colpi.
Trascorsi brevi momenti si ricongiungono e frammischiano le rotte nubi
e tutto s’invola di nuovo alla vista.
Uno sgomento s’impossessa dell’animo dei guerrieri che vorrebbero
arretrare, ma imperterrito Ubaldo fa sacramento di muovere da solo
al castello se i suoi sono sì vigliacchi da abbandonarlo. Nessuno
più ardisce mostrarsi restìo e riprendono più spediti il viaggio.
Continuamente or da destra or da manca essi vengono saettati, e sempre
al sollevarsi delle nebbie scorgono il Monaco colle sue bande che sul
pendìo dei monti laterali procede a pari passo con essi.
Raggiunta finalmente è la meta, chè tocco hanno il confine della
valle. Le montagne di fianco divergono allargandosi in anfiteatro
chiuso in fondo dal Rosa che innalza al cielo i suoi candidi gioghi.
Al principiare dell’erta sorge un quadrato castello che va agli angoli
ed al centro munito di rotonde torri colle acute piramidali sommità
vestite di piombo. Ne bagna un lato la nascente Sesia e dietro è
cinto da una selva di larici i cui rami frangiati in verdebruno stanno
vergenti al suolo. È il castello de’ Boniprandi.
Finiva il giorno; eransi dissipate le nebbie, taceva il vento. Quasi
si fosse sciolto nell’aure o l’avessero inghiottito le rupi, il
Monaco fatale era scomparso con tutti i suoi e completa ivi regnava la
solitudine. Gli ultimi fuochi del sole, abbandonato il rimanente della
terra, splendevano ancora sulle nevi dell’alpe e lo pingevano di quel
colore soave che gli fe’ prendere il nome dal più vago de’ fiori.
Condusse Ubaldo i guerrieri e li collocò a conveniente distanza intorno
al castello la cui ferrata porta era serrata saldamente; benchè non si
scorgesse per le mura o sulle torri traccia di sentinella o d’abitante.
Furono alzate le tende; s’accesero ampie cataste, e molti militi
raccolti nel bosco de’ larici trascelsero gli alberi che venir dovevano
il mattino atterrati onde formare le macchine murali. Inoltratasi la
notte, poste che furono le scolte di spazio in ispazio, posarono i
guerrieri presso i fuochi che s’andavano spegnendo, e giacquero nel
sonno.
Quando venne l’ora che salita la luna sopra le più alte vette mandò
obbliquo dai nereggianti monti l’argenteo raggio al fondo della valle,
e biancheggiarono le merlate muraglie, splendettero i plumbei culmini
delle torri, l’audace Ubaldo, cui agitava il desìo di penetrare
l’arcano di che pareva cinto quel castello, volle mirarlo vicino mentre
tutto era silenzio. Colà quindi s’avvia a lenti passi, quand’ecco al
suo appressarsi sorgere sulle mura il Monaco tremendo.
Arretra Ubaldo d’un passo, ma poi quasi da malìa incatenato si ferma,
fiso tenendo lo sguardo a contemplarlo. Terribile allora non era quanto
misterioso il di lui aspetto; le fosche lane che ricoprivamo, fatte
men rudi dalla pallida notturna luce, segnavano perfetti contorni e
parevano l’involucro d’un genio in umane forme. Immobile rimaneva in
mesto e fiero atteggiamento.
Ubaldo sbandita prestamente ogni apprensione, alzata la destra con
voce ferma, esclamò: «Invano, chiunque tu sii, ti ostini a difendere
queste mura: esse hanno ricettato l’iniquo nostro nemico e debbono
cadere. Cedi ai valorosi Sanguigni; cedi e risparmia la vita dei tuoi»
— _Giammai_ — fu l’unica parola che dalle labbra del Monaco pronunciare
s’intese.
Due giorni dopo ogni cosa trovossi in pronto per l’assalto. Le mura del
castello difese da risoluti alpigiani non offrirono agevole conquisto
ai guerrieri d’Ubaldo. Il combattimento fu lungo, sanguinosissimo.
Il Monaco presente per tutto infiammava il coraggio dei vassalli di
Guido che tenevano con eroiche prove lontani gli assalitori. Ma dai
cozzi tremendi d’un ferreo ariete sconquassata va a terra la porta e
i guerrieri si scagliano precipitosi per entro, nel tempo stesso che
superato il muro in più parti altri padroneggiano il vallo. Si pugna
pei portici e nel cortile. Ubaldo che all’entrare erasi scontrato nel
Monaco, nella folla lo perdette di vista.
Ansioso di rinvenirlo ascese le scale seguìto dai più fidi, e lo
scorse all’ingresso della sala d’armi circondato dai pochi tra suoi
sopravvissuti. Questi vengono tosto atterrati dai guerrieri e le spade
del Monaco e d’Ubaldo s’incrocicchiano e si ribattono. Ma sia lassezza
o riportate ferite debole è il braccio del Monaco che l’avversario
incalza vigorosamente. Si va desso ritraendo, difendendosi, sin che
urta in una porta che si spalanca, e nel punto stesso Ubaldo d’un colpo
furioso lo trapassa col ferro. Dà un grido, vacilla e abbandonata la
spada cade ai piedi d’un letto su cui giace un cadavere.
Commosso e inorridito Ubaldo impone agli accorsi guerrieri di porgere
ogni aita al languente. Vien egli tosto rialzato, gli si sciolgono le
lane, si rigetta dalla fronte il cappuccio, e... oh vista!... un volume
di treccie scende lungo il candido collo sulla maglia d’acciajo... È
la contessa Adelberta! Riapre gli occhi, si sforza a sollevarsi, e si
trascina verso le coltri, ove ricadendo spira sopra la salma dello
sposo, che sottratto vivente alle acque del fiume, venne dai fidi
vassalli portato al suo castello in cui dalla ferita morì.
Ai Sanguigni fece poscia pagar cara quella vittoria il Torniello, che
scampato di là seppe ottenere da Napo Torriano protezione ed armati.
FINE.
MACARUFFO VENTURIERO
O LA CORTE DEL DUCA FILIPPO MARIA VISCONTI
Portano a’ lor cappucci le visiere
E mantelline a la cavalleresca
E capezzali, e strette alle ventriere
Coi petti vaghi alla guisa inghilesca
Qualunque donna è più gaja e più fresca
Più tosto il fa per esser fra le belle.
PECOR. Giorn. XVIII.
Se come vennero personificate altre città e nazioni nascesse in capo ad
un poeta epico o lirico o a chi si voglia, di personificare Milano onde
far narrare da lui stesso le proprie vicende dal suo nascere sino ai
nostri dì, egli è certo che s’aprirebbe un campo di cui non vi sarebbe
il più vasto per esaurire tutti gli stili, tutte le immagini, le
figure, i giuochi d’affetto, insomma tutto quanto è possible ottenere
coll’arte del dire. Esso infatti avrebbe nel suo amplissimo monologo
a descrivere i Romani in tutte le fasi della loro grandezza; farebbe
passare in mostra i Galli e i Germani qui discesi, prima seminudi colle
barbe arruffate, armati di clavi e di scuri; poi ricoperti di fitte
maglie e pesanti armature colle lande e le mazze; indi calati di nuovo
con penne agli elmi, loriche dorate, conducendo pesanti bombarde;
ritornati in seguito con cappelli a tre punte e larghi stivali,
portando moschetti e colubrine; e discesi finalmente colle assise
succinte, la bajonetta al fucile, le artiglierie volanti. Avrebbe
eziandio a ragionare a lungo della baldanza spagnuola, e far cenno
persino delle aquile russe e delle lancie cosacche.
Il proposto soggetto dovrebbe poi essere specialmente fecondo di
quelle pagine che la moderna scuola oltremontana chiama _palpitanti_,
poichè racchiudono descritte con tutta evidenza le angoscie della
disperazione, gli strazj della tortura, del fuoco e dei patiboli. Poche
città per vero dire ebbero nei fasti de’ tormenti a vantarne del genere
della quaresima di Galeazzo o dei forni di Monza, senza parlare delle
gabbie di ferro, delle tanaglie, degli aculei, delle ruote, ch’erano
leggiadrìe sociali, un giorno comuni a tutti i popoli europei. — E
chi potrebbe in tale argomento dimenticare i mastini del duca Giovan
Maria, che venivano unicamente nutriti onde squarciassero gli uomini,
e coi quali inseguiva di notte i cittadini nelle contrade a guisa di
animali feroci? — Il solo nome di lui faceva inorridire, eppure (ch’il
crederebbe!) egli contava appena ventiquattr’anni quando cadde esanime
sotto il ferro de’ congiurati.
Non erano trascorsi che due giorni da che aveva resa l’anima quel
giovine sanguinario, secondo fra i Visconti nella linea Ducale[2],
allorchè l’eroe di questa narrazione, Macaruffo, veniva di buon mattino
alla volta di Milano con un drappello de’ suoi commilitoni, tutti
soldati venturieri, appartenenti alle bande di Facino Cane, il più
celebre e possente condottiero di ventura che fosse allora in Italia.
Il loro numero era di diciotto o venti; marciavano a piedi, disgiunti e
senz’ordine. Portavano gli elmi, le corazze, i cosciali, ma scorgevasi
che non curavano gran fatto il pulimento e la lucentezza di quegli
arnesi, poichè oltre d’essere pieni d’intacchi e d’ammaccature
apparivano tutti neri e irruginiti. Tenevano le spade a bandoliera e
recavano neglettamente abbandonate sulle spalle all’indietro chi le
alabarde e chi le partigiane.
Macaruffo fra quegli uomini d’armi poteva chiamarsi _primus inter
pares_, vale a dire, che sebbene non avesse un grado speciale, poichè
quella milizia non ammetteva distinzioni subalterne, pure a causa della
predilezione del Conte Facino e della confidenza che gli era accordata,
godeva verso gli altri di una supremazìa che sapeva esercitare a tempo
debito, e, vuolsi dirlo, con profitto di tutti. Le sue forme però erano
poco vantaggiose; una rilevata prominenza che aveva sul dosso lo faceva
apparire tozzo della persona; il suo volto abbrunito dal sole mostrava
lineamenti irregolari e rozzi sebbene i suoi occhi fossero sommamente
vivi e penetranti. Era dotato di grande scaltrezza; instancabile nella
fatica, d’un coraggio senza limiti, e consacrato con tutta l’anima
agli interessi del suo Capo, di cui la moglie, la contessa Beatrice di
Tenda, era stata sua antica signora.
Nato egli nelle alpi marittime entro il castello dei Lascari conti
di Tenda, era cresciuto insieme alla Contessa, e fanciullo soleva
prestarle ufficio di palafreniero, di guida, di porta-astore,
quand’ella seguiva la caccia nei monti nativi, solendo ella
trasceglierlo fra gli altri valletti, quantunque deforme, siccome
il più pronto in ubbidire e il più destro di tutti. Divenuta sposa
di Facino Cane, Beatrice ottenne dal padre che Macaruffo facesse
parte del suo seguito; onde questi le stette lungo tempo ancora
d’appresso, e palesava per lei in ogni incontro, misto alle memorie di
patria e di famiglia, un sentimento di riconoscenza indistruttibile.
Da ciò più grande sembrava rendersi il suo attaccamento verso lo
stesso condottiero Facino, pel quale sentiva eziandìo quell’enfatica
venerazione che sempre ispira nel soldato avido di gloria un capitano
esperto, ardimentoso, che lo conduce spesso alla vittoria.
Camminava quella mattina Macaruffo di buon passo innanzi agli altri, e
sembrava assorto in pensieri di tale natura che tutta gli occupassero
la mente. La novella dell’uccisione del Duca era pervenuta al suo
orecchio nella rocca di Canturio in Brianza, ove Facino lo aveva
spedito coi compagni tre mesi addietro a rinforzo dei signori di quel
paese, di fazione ghibellina, minacciati dai guelfi d’Incino; e quasi
contemporaneamente aveva ricevuto avviso da parte di Facino stesso, il
quale trovavasi ammalato in Pavia, d’abbandonare quella rocca e recarsi
nel castello di Milano, lo che appunto eseguiva.
Dopo avere alquanto meditato tra sè allentò il passo, e lasciatosi
raggiungere dal soldato che gli veniva subito dietro, gli disse a mezza
voce:
«Che ne pensi, Uguccio, di queste novità?
«Io per me ci ho un gusto pazzo (rispose l’altro) ch’abbiano fatta la
festa a quel ragazzaccio frenetico di Giovan Maria.
«Sì: meritava veramente di finir male i suoi giorni. Ha fatto ammazzare
tanti bravi signori e cavalieri che a dirlo è incredibile.
«Per lui far morire un cristiano se lo aveva come una bagatella. È
arrivato per sino a dare il tossico alla stessa sua madre in Monza.
«Lo so; e poi uccise il Pusterla come se ne fosse stato il reo.