«Un ombroso sentiero guida con breve cammino dalle mura d’Ar

RACCONTI STORICI

DI

Giambattista Bazzoni

MILANO

Presso Omobono Manini

1832.

_AVVERTIMENTO_

_DELL’EDITORE_

_Avendo io richiesto al signor GIAMBATTISTA BAZZONI qualche suo breve

lavoro onde pubblicarlo in occasione del nuovo anno, egli cortesemente

mi diede tre sue Novelle che furono da me tostamente poste in luce col

corredo tipografico ch’io mi seppi migliore._

_Il rapidissimo smaltimento della numerosa edizione di quelle Novelle,

la ricerca che delle medesime continua ad essermi fatta, sarebbero

bastate a determinarmi a pubblicarle una seconda volta, se anco per

meglio convalidare il mio pensiero, ed a renderlo, mi lusingo, più

gradevole, non m’avesse l’Autore concessa la pubblicazione di altri

suoi Racconti inediti, i quali sono l’_Ingelinda, Macaruffo o la Corte

del Duca Filippo Maria Visconti_ e il _Sotterraneo_, a cui aggiunse

la Scena Storica il _Bravo e la Dama_, già apparsa in luce con molti

lodati componimenti di diversi autori nel libro intitolato NON TI

SCORDAR DI ME._

_Offro ora dunque al Pubblico questa, dirò, raccolta di Racconti

Storici del Signor BAZZONI colla fiducia che sarà per essere accetta

non meno favorevolmente di quello che lo furono gli altri di lui

lavori. Spero poi che i cortesi Lettori mi sapranno grado d’avere

adornato il volumetto di non poche incisioni, condotte da giovane ma

valente mano, il maggior numero de’ disegni delle quali li ottenne

l’Autore dalla gentilezza dell’egregio e distintissimo Professore

HAYEZ, nome sì universalmente conosciuto e pari ad ogni elogio._

_La eleganza dell’edizione e le cose contenute fanno quindi che io

auguri prosperamente dell’esito dell’opera, nè avverrà certo che la

mia aspettativa vadi delusa, s’è pur vero che sia oggi giorno fatto

generale l’amore delle storiche cognizioni, specialmente quando vengono

presentate sotto forma di dilettevoli ed animati quadri._

OMOBONO MANINI.

INGELINDA

O LA SUORA BENEDETTINA

Ahi! nelle insonni tenebre

Pei claustri solitari

Fra il canto delle vergini

Ai supplicati altari

Sempre al pensier tornavano

Gli irrevocati dì.

ADELCHI Att. IV.

Quasi di fronte ad un palazzo che sfoggia nell’aspetto tutta la

sontuosità architettonica ch’era in voga al principio dello scorso

secolo, sorge in Milano una Chiesa che va congiunta ad uno de’ piu

antichi monasteri di questa città. Tal chiostro in cui vivevano le

Suore dell’Ordine di San Benedetto è il Monastero Maggiore, e la

sua chiesa s’intitola a San Maurizio; ivi Bernardo Luino, sì amabile

e sublime in opera di pennello, colorì alcune figure che rapiscono

d’ammirazione e diletto.

L’oscura porta del quadrato cortile che apriva l’ingresso al Monastero,

la contigua marmorea facciata della Chiesa, abbrunita dagli anni, il

campanile che le sovrasta, formano un quadro di linee severe, il quale

si stacca interamente dalle gaje e ridenti prospettive che offrono gli

edifizii moderni e richiama la mente ai costumi ed alla storia delle

età trapassate.

Ne’ vecchi tempi il lato occidentale del vasto giardino di quel

Chiostro veniva chiuso per una parte dal ricinto d’una rustica

casuccia, che era della famiglia dell’ortolano, quindi da un muro

che rispondeva esternamente alla contrada detta del Nilone di

San Francesco; verso la fine di tal muro eravi una quadrata torre

smussata, rozza, cadente, antico avanzo dei baluardi della città che

quivi passavano prima dell’età di Federigo Barbarossa. Altra torre

forse più vetusta e di forma rotonda sorgeva pure in quel giardino, e

vuolsi, avesse al tempo dominio romano servito di carcere ad alcuni

Santi Martiri, le cui immagini scorgevansi colà raffigurate in atto

d’affacciarsi ai ferri della grata.

La torre quadrata posta in fine al muro aveva serbato lungo tempo il

nome di _Torre d’Anisperto_, perchè dicevasi averla fatta costruire

quell’Arcivescovo, il quale nel nono secolo fortificò i ripari di

Milano contro i temuti assalti dei barbari; ma venne poi chiamata la

torre della Madalena, a causa che le naturali sue ruine, modificate

alcun poco dall’arte, avevano cangiato l’ingresso della torre medesima

in una grotta ripiena di ampii massi sui quali era stata adagiata una

statua rappresentante la Madalena penitente. L’edera, il musco e varii

antichi frantumi sparsi d’intorno concorrevano a dare a quel luogo il

vero carattere d’un eremo, a cui fornivano tutto il patetico alcune

annose piante frondosissime, che cingevano ed ombreggiavano a modo di

bosco quel luogo, non che un rigagnolo che derivando quivi presso dal

Nilone penetrava con dolce mormorìo nel giardino.

Terminati i vespri, un bel giorno di Maggio del 1489, le Monache uscite

in frotta dal coro s’andavano disperdendo altre pei portici, altre

per i corritoi e pel cortile: solo due di esse presero la volta del

giardino e s’avviarono passo passo verso la grotta della Madalena.

Il sole declinato verso ponente splendeva in tutto il fulgore. Al suo

raggio si vedevano rosseggiare di sopra al muro la fronte del vicino

convento de’ Francescani e in lontananza le torri di Sant’Ambrogio.

Tutto il giardino era fiorito e la verzura stessa delle frondi s’aveva

alcun che di lucido e d’ameno che armonizzava colle belle tinte del

cielo.

Le due Suore procedevano lentamente per l’erboso vialetto l’una a

fianco dell’altra. Una era giovane, mesta, pallidissima e teneva

dogliosamente inclinato il capo; essa sembrava sostenersi a stento,

tanta era l’incertezza colla quale posava il piede; l’altra d’età poco

piu matura l’andava dolcemente sorreggendo, e mostrava in volto la

pazienza e la bontà di un angelo. Pervenute sotto gli alberi presso la

grotta, fece la maggiore d’età assidere l’altra sopra uno de’ massi, le

si pose dappresso e disse:

«Qui è fresco e quieto, non è vero Ingelinda?

«Sì, o sorella, l’aria è men calda e tutto mi pare tranquillo — in così

dire lasciò cadere una mano in grembo alla compagna, ed alzò il capo

traendo un sospiro. La sua faccia, contornata dai lini monacali, de’

quali era forse piu bianca, rappresentava un ovale, che se fosse stato

d’alcun po’ meno scemo per estenuatezza, sarebbe apparso perfetto; il

naso, la bocca, la fronte potevano appartenere ad una statua greca;

aveva sottilissime e nere le sopracciglia, il contorno degli occhi

era tale che nessun pittore saprebbe finger meglio, solo la pupilla

immobile, appannata, non corrispondeva alla sua rara bellezza... ella

era cieca.

«Dove siamo, disse, mia cara Agnese?

«In giardino, nel boschetto, presso la grotta di Santa Maria Madalena.

«Quel bosco e quella grotta che voi mi conduceste a vedere sei anni

sono quand’io venni la prima volta a Milano e qui fui colla mia povera

madre a ritrovarvi. Ve ne ricordate?

«L’ho presente quel giorno come se fosse oggi stesso.

«Io pure non l’ho mai dimenticato. Era dì di festa; sentii la messa

con mia madre nella Chiesa di fuori, in mezzo a gran folla di signori,

poscia entrammo qua dentro e fummo accolte con tutta cortesia, e tosto

condotte nel parlatorio — Quest’è tua cugina Agnese la figlia dello zio

Corrado d’Arona — mi disse mia madre quando voi ci veniste incontro

insieme alla Badessa. Io v’abbracciai, voi mi colmaste di carezze e

avend’io mostrato desiderio di vedere i luoghi interni del chiostro mi

guidaste nelle sale, nelle celle, per tutto ed anche in giardino. Qui

coglieste per me molte rose ed altri bei fiori, e mi faceste visitare

questa grotta: so che la Santa sta leggendo ed ha vicino a sè un

rosario ed un crocifisso.

«Per l’appunto. Rimango però compresa da meraviglia come vi possiate

rimembrare di ciò, mentre allora non restammo qui che un momento. Voi

d’altronde eravate sì giovinetta e vivace!...

«È vero, o sorella, ma allora il mio cuore contento e sereno, si

pascolava con dolcezza d’ogni cosa. Ahi come rapido passò quel

tempo!...

«Povera Ingelinda!... E avete tanto sofferto?

«Oh se sapeste quanti dolori, quanti immensi acerbissimi dolori ha

provati dappoi questo cuore, sono certa che per commozione non potreste

trattenere le lagrime!

«Sempre mi sono rammentata di voi, e il cielo sa cosa avrei dato per

potervi assistere anche da prima.

«Vedete in quale stato gli affanni m’hanno ridotta? Già quasi mi

mancano le forze di reggermi sulla persona; altro non sono che una

misera creatura vicino al sepolcro.

«Credetemi, vi raccomando ogni giorno e con tutto il fervore nelle mie

preghiere alla Vergine e spero colla grazia di Lei che i vostri mali si

calmeranno.

«O cara Agnese, pregate la Vergine che seco presto mi chiami: ogni

altra speranza è perduta; sono insanabili i miei mali.

E rimase silenziosa colla testa ripiegata sul seno. L’altra suora

rispettando il suo dolore, senza profferire parola, le prese una mano

e stringendola fra le sue leggiermente, le fece comprendere quanto

sentiva l’angoscioso suo stato.

Sorse intanto un’auretta che penetrando tra i rami di quelle antiche

piante fece nascere un improvviso ma tenue susurro, e scese a

careggiare con soffio soave il volto ad Ingelinda. Ella si scosse;

sparve un momento dalla sua fronte l’ambascia e atteggiata ad un mesto

ma ispirato sorriso: — Oh qual dolce venticello! (esclamò). Viene

esso forse dal lago a ritrovarmi ancora? Com’è caro, come aleggia e

rinfresca il mio sangue! parmi d’essere sulla mia spiaggia di Lesa

a respirare l’aria della sera che scendeva dai colli imbalsamata dai

fiori del persico. In quest’ora il lago era d’argento e le sue acque

venivano a morire sulla sabbia a’ miei piedi, mormorando come fanno

queste foglie. (Stette sospesa un istante poi proseguì più animata).

In quest’ora, sì, la sua barca spuntava, s’avanzava, giungeva al fine e

balzato a terra volavami incontro. Quai momenti!... Quai parole!... Chi

le potrebbe ridire?... Egli solo...

«Egli chi? — domandò Agnese con sorpresa e premura. Ingelinda esitò un

istante poi profferì a voce sommessa un cognome.

«Che dite?... Egli... d’Arona? il Signor della Rocca?

«Sì il conte Guido... Ma, oh cielo, (disse la cieca trepidando) forse

alcuno ci ascolta!...

«No, non v’ha anima vivente qui dappresso; anche tutto il giardino è

deserto (aggiunse Agnese, dopo avere traguardato fra i tronchi degli

alberi). Oh che mi narrate mai! Eravate voi dunque l’amata di quel

gentile Cavaliero? Intendo, intendo la vostra sventura. Infelice! so, è

già un anno, ch’egli rimase morto sul campo.

«Morto il mio Guido?... No; egli vive e forse sospira la sua Ingelinda.

«Ma come? Se si compie ora un anno appunto da che la sua famiglia, la

quale ha pure dimora in Milano poco lunge da noi, mandò al monastero

ricchi doni onde venissero celebrate solenni preci ed esequie pel

Cavaliero da voi rammentato, che dicevasi fosse caduto combattendo pel

Duca contro quei di Francia?

«Ahi funesta quanto falsa notizia! I suoi nemici non osarono tanto;

egli respira ancora... ma non è piu per me; io l’ho perduto per sempre.

— Queste parole furono pronunciate con un accento che manifestava una

desolazione profonda, inconsolabile.

Agnese a cui quella confessione del tutto nuova e inaspettata aveva

colpito in singolar modo lo spirito, corse col pensiero alla primiera

età onde rinvenire al di là delle lunghe e placide sue claustrali

abitudini qualche affetto che s’avesse il tumulto e la vita di quel

profano sentire. E avendo essa in troppo giovane età abbandonato

il mondo non intravide che lampi confusi, i quali le rammentavano

però un non so che di tenero, pieno d’una soavità e d’un cruccio

indistinto. Ciò accrebbe in essa, se pure era possibile, la pietà per

l’infelice compagna; e nelle richiamate rimembranze una trovandone fra

le più care e complete, la quale riguardava l’oggetto nomato, quasi

involontariamente trascorse a dire:

«Fanciullo mi ricordo averlo veduto armeggiare in giostra nel piano a

piè del colle della Rocca, poco fuori de’ baluardi d’Arona. Colà erasi

elevato lo steccato co’ palchi, e tutti v’accorrevano i terrazzani

a mirare lo spettacolo splendidissimo. Dal forte d’Oleggio, da

Angera, da infiniti altri luoghi oltre il Lago e il Ticino venivano i

Signori e i Castellani invitati dal Conte suo padre. Prima nel torneo

battagliarono i cavalieri d’età virile coperti d’armi lucenti e di

finissime sopravvesti, indi i giovinetti con lancia e spade spuntate.

Fra tutti ammiravasi per leggiadria e destrezza quel figliuolo del

possente Signore del paese: s’aveva un ghiazzerino di terso acciajo con

borchiette d’oro ch’era una meraviglia a vedersi; lo serrava in vita

una fascia rossa di seta con molti vaghi usolieri; teneva in testa sul

bacinetto ricoperto di velluto un pennacchino cadente a sghembo, e con

quel suo portamento, con quel suo viso fiero, ardito e al tempo stesso

sì bello e gentile rubava gli occhi, incantava le persone.

«Ardito, bello e gentile... È desso, è desso (esclamò Ingelinda

abbracciandola con trasporto, poichè quei detti avevano fatta vibrare

con tutta veemenza la corda piu tesa e sensibile dell’anima sua). Ah

voi dunque l’avete veramente veduto?... Ed era fanciullo allora: oh se

l’aveste potuto mirare nel fiore di sua giovinezza, adorno di tutte le

grazie più squisite, se aveste udita la sua voce, le sue parole, egli

vi sarebbe sembrato mille volte ancor più bello.

«Voi avete però abitato sempre a Lesa, come avvenne mai che foste

conosciuta da quel giovine Cavaliero che aveva stanza ad Arona?

«Soleva lo zio Corrado, vostro padre, ogni qual volta veniva a Lesa far

calde istanze presso mia madre onde mi lasciasse andare ad Arona per

ivi soggiornare seco lui alcun poco, poichè diceva il buon vecchio che

vedendomi in casa gli sarebbe sembrato d’avere ancora la sua Agnese,

giacchè vi teneva come perduta da che v’eravate rinchiusa in questo

lontano monastero.

«Ottimo Padre! di mio volere non l’avrei abbandonato mai; fu la Badessa

nostra parente, che qui mi volle. Ma proseguite, o cara.

«Dopo tante e tante replicate istanze, due anni sono finalmente mia

madre mi concedette di trasportarmi in Arona all’occasione della

festa della natività dell’Immacolata Bambina, la quale come sapete

viene colà celebrata con tutta pompa. Mia madre, — ah! la sventurata

non sapeva di quai fatali avvenimenti essere causa doveva quella

partenza, — riempi il fardello di mie vesti piu ricche e sfarzose

e dopo avermi baciata e ribaciata, fu presente, allorchè sull’alba

del giorno otto di settembre, adagiata in groppa al bianco ubino di

mio fratello, c’incamminammo per la strada lungo il lago ad Arona.

Era già alto il sole quando vi giungemmo; tutte le campane suonavano

a festa, le vie erano folte di gente che da terra e nelle barche

continuamente arrivava. Ornate le case, pieni i davanzali di fiori,

ogni cosa annunciava solennità e letizia. Pervenuti alla casa dello zio

non so dirvi con qual tripudio vi fummo ricevuti. Egli non saziavasi

d’abbracciarci. Ordinò venisse tosto allestita per me la miglior

camera, e che ogni cosa che io desiderassi mi fosse immediatamente

presentata. Mi assegnò per fante la Lisia...

«Oh la Lisia? (l’interruppe dicendo Agnese). La mia Lisia, chi sa se

gode di prospera salute e conserva ancora memoria di me?

«Quand’io lasciai la vostra casa, benchè essa si dicesse aggravata

dagli anni, pure era sana e vegeta, e parlava sempre di voi con molto

amore.

«Lisia mi vide nascere e mi portava il più gran bene del mondo; guai se

vedeva punirmi o negar cosa che richiedessi! S’aveva veramente un cuor

di miele; anch’io l’amava tanto. Or bene continuate, che faceste quel

primo giorno in Arona?

«La novità degli oggetti (prosegui Ingelinda), il brivido del freddo

mattinale che mi aveva assalita nel viaggio, e più d’ogni altro motivo

l’immagine di mia madre lasciata piangente avevano prodotto in me un

certo torpore increscevole. Ma l’amorosa accoglienza dello zio e di

tutta la casa, le cure dell’abbigliamento in una tiepida stanza, il

mirare dall’imposta del balcone nella piazza una ressa inusitata di

popolo festante, dissiparono a poco a poco ogni melanconica idea; e

quando sontuosamente ornata della persona, con un candido velo che

dalle chiome cadevami dietro sin quasi al piede, m’apprestai a recarmi

alle sacre funzioni, il mio cuore fatto aperto e lieto prendeva parte

alla gioja universale. Venuta l’ora, uscimmo collo zio alla volta

della chiesa. La moltitudine stipata nella via dividevasi per farci

largo — È messer Corrado co’ suoi nipoti (dicevansi l’un l’altro),

lasciate libero il passo — E mentre pur curiosamente ci affisavano in

volto, tutti restringevansi per aprirci comoda strada. Il buon vecchio

contento oltremodo di averci a’ suoi fianchi, sorrideva ringraziando

per la cortesia a noi usata. Giungemmo a Santa Maria.......

«Oh come sarà stata quel dì stupendamente addobbata?

«Era tutta ad arazzi ed oro: i cerei splendevano in cento luoghi,

a fasci piramidali, l’altare maggiore coperto di lumi, di argentee

reliquie e d’arredi, luceva come un sole. Noi andammo a collocarsi

in luogo distinto, ne’ sedili che sono dello zio. A poca distanza da

noi stavano i seggi isolati e riccamente adorni destinati al Conte

Signore della Rocca, il quale dopo pochi momenti giunse esso pure alla

chiesa, seguito dai figli co’ principali di sua famiglia; i soldati lo

precedettero colle alabarde, il clero l’accolse e l’accompagnò al posto

d’onore. Ebbero allora principio le sacre funzioni ed io genuflessa

come gli altri tutti rivolsi la mia mente al cielo. Tanto splendore,

tante ricchezze, i suoni e i cantici melodiosi, i globi d’incenso

che elevandosi formavano intorno un’odorosa nube, parve schiudessero

al mio animo il paradiso, poichè nell’intenso durare della prece

io gioiva d’una contentezza celeste, indescrivibile. Mossa dal puro

interno affetto alzava lo sguardo riconoscente quasi se assistessi

colle schiere angeliche all’eterna corte; ma... oh istante!... le mie

s’incontrarono in due pupille vive, nere, lucenti, che stavano fise

immobili a contemplarmi. Come se quegli occhi avessero penetrato nel

profondo del mio cuore, sentii per rossore salirmi al volto una fiamma,

ripiegai tosto il capo sulle mani giunte, per cui il velo, che aveva

rialzato, cadde a quel moto e ricoprimmi il volto.

«Ed era il primogenito del Conte che v’aveva guardato? — l’interruppe

chiedendo Agnese, la quale fatta immobile ascoltava con tutta avidità

quel racconto.

«Egli appunto (timida rispose e con piana voce Ingelinda). Io non

osai più durante l’intera celebrazione levare lo sguardo verso quella

parte, neppure da sotto il velo, e compiuti i santi riti, quando

uscimmo dalla chiesa progredii tutta in me raccolta cogli occhi a terra

sin che riposi il piede nella casa dello zio, poichè m’era rimasto

in petto un insolito turbamento. Quivi m’attendevano, conscie di mia

venuta, varie giovinette, amiche di vostra famiglia, le quali mi fecero

gioviale corona e seco loro mi condussero sul loggiato onde godere

della piacevole veduta delle adorne contrade e della moltitudine de’

passaggieri. Di là su, mentre io guardava ammirata ogni cosa mescendomi

all’allegro favellìo di quelle compagne, veggo avanzarsi alla nostra

volta sopra superbi destrieri bardati di velluto, due leggiadri giovani

pomposamente vestiti con cinture vermiglie trapunte in oro.

«Uno d’essi sarà stato il Cavaliero?

«Sì. Al riconoscerlo tremai tutta, poichè sembravami che l’altre

dovessero avvedersi dell’agitazione prodotta in me dal suo apparire.

Egli passando sotto il loggiato vi gettò varii sguardi, e s’allontanò

lentamente non senza rivolgere a più riprese il capo. Essendovi

varie fanciulle colà su, io per buona sorte non venni scorta o

particolarmente distinta. Il giorno seguente poi avviandomi al

passeggio collo zio e il fratello, usciti da San Graziano fuor di

porta, lo rividi fra comitiva di nobili signori che veniva alla volta

d’Arona e m’accorsi che intorno al farsetto, in luogo della cintura

vermiglia, se n’era stretta una bianca screziata di color di rosa come

era l’abito mio. Stavagli impresso in viso un certo pallore, che nel

dì antecedente non gli aveva veduto e che ne rendeva i tratti ancor

più nobili e belli; mi rimirò vivamente e fece atto d’inchinarsi a

salutarmi, ma in quel punto mi diedi a parlare collo zio, e mostrai di

non avvedermi di lui.

«Oh così aveste voi animo di fare?

«Lo feci: però confesso il vero, cara sorella, che la notte, mentre

cercava d’abbandonarmi al sonno, egli sempre si presentava alla mia

mente e lo vedeva da prima con tutta dolcezza rimirarmi, poscia a causa

di mia severità dipartirsi da me afflitto, sdegnoso, e sentiva di ciò

un pentimento, una doglia grave inusitata al cuore. Avrei voluto allora

non essermi mai staccata dai fianchi di mia madre e proponevami di

tostamente farvi ritorno per obbliare quella seducente e tormentosa

immagine.

«E che fu?

«Appena alzata, vedendo mio fratello s’allestire per la partenza,

pregai istantemente lo zio mi lasciasse seco lui redire alle mie case.

Fu invano. Chiedevami quasi piangendo il buon vecchio, se temeva che

appo lui m’avesse alcuna cosa a mancare, mi offrì vezzi, abiti, doni

d’ogni sorta e ripetè il comando che io dovessi venire considerata ed

obbedita al pari di lui medesimo. Mi fu forza il cedere; mio fratello

partì da solo, ed ohimè abbandonai il mio animo ad una lusinghiera

aspettativa! Il Cavaliero ripassava ogni giorno dalla casa, io lo

vedeva e andava in me crescendo una tenera ansiosa cura che occupava

ogni mio pensiero. Un mattino che seduta, ricamando un nastro presso

le imposte del balcone attendeva ch’ei passasse, poichè n’era l’ora

consueta, venne la Lisia a porsi a canto a me. Quando il Cavaliero

trascorse a lenti passi la sottoposta via, quella fante sogguardandomi

con certo malizioso sorriso mi disse — Conoscete voi quel giovine e

bel signore che passa? — Io mi feci di scarlatto in viso e risposi che

no — Egli è (aggiunse Lisia) il figlio del Conte signore del nostro

paese, al quale ognuno presta omaggio ed obbedienza; è ricchissimo e

potente ed il più bello e valoroso giovine di tutte le terre del Lago.

Ei vi conosce e so di lui tal cosa che vi farebbe andare orgogliosa fra

le fanciulle d’Arona e fors’anco della stessa Milano — E che sai tu?

— non potei astenermi dal domandarle — So ch’egli è preso per voi da

ardentissimo amore. —

«Ah Lisia! Lisia! — esclamò Agnese dimenando il capo.

«D’onde apprendesti una tal cosa? (soggiunsi io) e chi ti fa ardita a

tenermi somiglianti ragionamenti? — Non v’avrei mossa parola (rispose

Lisia), se non fossi ben certa che l’amor suo è onesto e sincero. Che

tale ei sia ve ne faccia prova la protesta uscita dalle sue labbra che

se voi lo amate d’eguale amore, egli vi si vuole dichiarare fidanzato

e non dubita d’ottenervi da suo padre in donna, poichè è istruito

che il vostro sangue non è volgare ed avete facoltosi parenti. Qual

consolazione, qual trasporto recassero in me questi detti non è

possibile descriverlo; il pensiero di diventare la sposa di lui che

colla sola lontana presenza formava tutte le mie delizie, superava ogni

piu ardita speranza.

«E tutto ciò (profferì Agnese con voce cupa) non era forse che un empio

inganno?

«Che dite mai? era la pura inalterata verità. Egli aveva realmente

manifestati i sentimenti suoi; sì mi amava più di se stesso, lo ripetè

mille volte alla mia presenza, nè quel cuore sapeva mentire. Oh con

quanto ardore ci giurammo poscia fedeltà eterna avanti la sacrosanta

Immagine della Vergine!

«Dunque poteste avere prestamente colloquio seco lui. Come mai ciò

avvenne senza che mio padre penetrasse l’arcano?

«Un ombroso sentiero guida con breve cammino dalle mura d’Arona

ai margini della Vevra. Là dove le limpide acque di quel torrente

abbandonati i balzi della rupe s’internano fra i recessi di un’amena

selva, sorge una cappelletta, rifugio de’ pastori nelle procelle,

ivi un giorno fui scontrata da lui, e divenne quindi il luogo

de’ nostri convegni. Io mi recai colà accompagnata dalla Lisia

nell’ora che precede il declinare del giorno e vedeva discendere il

mio Guido dall’alto del colle d’onde aveva attesa e spiata la mia

venuta. Ragionamenti i più soavi, leali e tenere espressioni, parole

incantevoli rendevano ognora troppo fuggitivi quegli istanti; era in

esso poi un rispetto, una devozione sì gentile e completa che in me

duplicava la gara d’amore. Ah! Agnese, vicina a lui sembravami che una

luce più splendida e pura investisse gli oggetti: ogni cosa mi pareva

beata come l’anima mia!...

Dipingevasi sul volto con ammirabile sorriso l’intimo inesplicabile

diletto che dal rammentare que’ felici momenti scaturiva in cuore

ad Ingelinda, in cui la perduta virtù visiva rendeva più fervido e

sensibile l’interno immaginare. Ma come raggio in tempesta fu rapida

quella gioja, e più dolorosa tornò la mestizia a diffondersi sulla

pallida faccia.

«Da tanta contentezza a tanti affanni! — Pronunciò fra se stessa

Agnese rimirando que’ lineamenti, e rivolta alla Suora, temperando

affabilmente la voce proseguì. «Partita voi da Arona, il Cavaliere, se

ben compresi, continuò venirvi a rivedere nella terra di Lesa: vostra

madre avrà dovuto allora esserne resa consapevole?

«Quando, trascorsi più di sei mesi, feci ritorno a casa, trovai mia

madre estenuata, languente. Nel lungo amplesso con cui m’accolse

inondandomi di lagrime, mi rimproverava la prolungata assenza. Le sue

parole erano spine al mio cuore; appena rimanemmo sole, mi gettai di

nuovo nelle sue braccia e tutto le feci aperto il secreto amor mio.

Ella m’ascoltò intenerita, poscia mi domandò ripetutamente s’io non

temeva che si celasse sotto le dolci parole menzogna o tradimento

— Madre le dissi, se approvate il nostro amore verrà egli stesso a

ripetere i suoi giuri innanzi a voi. — Ebbene (rispose dessa) s’egli è

uomo secondo il tuo cuore il cielo adempia le vostre promesse. — Venne;

mia madre lo vide, l’ascoltò, e ben presto l’amò qual figlio; e di chi

quell’angelo non s’avrebbe guadagnato l’affetto? Fu allora stabilito

ch’entro un anno sarei divenuta sua sposa.

«Se vostra madre assentiva perchè frapporre tanto indugio alle nozze?

«Ohimè! Quello spazio di tempo fu giudicato indispensabile. A capo

ad un anno il mio Guido diveniva per età signore di sè stesso, per

ciò potendo farmi sua liberamente, non temeva, s’anco si dimostrasse

sottomesso al genitore, che questi fosse per rigettare la sua inchiesta

e rifiutare di ricevermi per nuora. Nè m’era grave l’attendere: egli

presso che ogni giorno approdava veleggiando a Lesa o vi veniva sul suo

corsiero. Io gli usciva incontro e alla sua vista il mio cuore tremava

e addoppiava i palpiti con tanta veemenza che pareva volesse uscirmi

dal petto; giunto a me vicino riconducevami lungo il lido a casa,

rimanendo quivi con noi sino all’imbrunire. I suoi accenti affettuosi

e fervidi erano per me un balsamo soave, e valevano a temperare la pena

che mi stava in petto per lo stato infelice della mia povera madre.

«La sua salute continuava dunque ad essere mal ferma? Dopo il vostro

ritorno era a sperarsi che le di lei infermità si dissipassero.

«Al contrario, i di lei patimenti ogni dì aumentavano, e la vedeva

deperire ad onta delle mie più assidue cure. Mai però un lamento uscì

dalla sua bocca; e quand’io accorgendomi ch’ella pur tanto soffriva,

prorompendo in pianto dirotto nascondeva la mia faccia tra le sue

coltri. — Non t’addolorare Ingelinda (mi diceva accarezzandomi), i miei

mali saranno di breve durata, e s’ho a morire muoio contenta giacchè ti

lascio affidata al più virtuoso giovine, al più leale dei cavalieri, il

quale formerà la consolazione di tutti i tuoi giorni, ciò che fu sempre

l’unica meta de’ miei desiderj. — Ah madre adorabile se sapeste che il

cielo ben lungi dal verificare le vostre parole mi rese la più afflitta

di tutte le creature! che per la vostra Ingelinda non corsero più che

giorni d’amarezza e di pianto!

«Sventurata fanciulla!... Ma ancora non intendo...

«Udite. Ruppe in quel tempo la guerra tra gli Svizzeri collegati con

quei di Francia e il Duca. Una grossa banda nemica sbucando dalle

montagne improvvisamente invase i confini dell’Ossola. Tosto tutto

il paese fu in armi: il mio Guido, pel primo chiamato dal padre a

capitanare la schiera, lasciare mi dovette e partire. Io non vi potrei

dipingere il mio stato: peggiorava gravemente mia madre; dalle novelle

che provenivano dall’alta valle sapevasi che le zuffe s’avvicendavano

sanguinosissime. Ad ogni tratto soldati mutilati o feriti passavano

a drappelli da Lesa: io faceva porgere loro tutti quei soccorsi che

meglio poteva, e ansiosa chiedeva ad essi dell’amor mio — Egli è la

prima spada del campo (rispondevanmi) combatte da valoroso e cerca

d’opporre un argine possente al soverchiare de’ nemici. — Oh cielo

qual cuore era il mio! mai s’asciugavano ne’ miei occhi le lagrime.

Finalmente un giorno... agghiaccio tutta nei dirlo!... venne l’orrendo

annunzio che Guido era stato veduto cadere pugnando dall’erta d’una

rupe, ove s’avventò troppo arditamente, e che precipitato dalla balza

nei profondi burroni la salma di lui giaceva insepolta insieme a quelle

di tanti altri guerrieri... A tal disastro l’animo non resse: caddi

svenuta a piè del letto di mia madre agonizzante... e quando rinvenni

in me stessa, sommo Iddio! ella era morta.

«Oh tremendo caso!... Il conte Guido però diceste che non era perito?

«No: ma in me fu irreparabile il colpo. I nodi che mi univano

all’esistenza s’erano come troncati per istantanea forza; lo

strazio estremo cagionò una lenta febbre che logorando consumava le

potenze della mia vita. Il pianto s’inaridì; le mie pupille esauste,

cocenti più non sostennero la luce, e a poco a poco, per eccesso di

desolazione, un nero insollevabil velo le ricoprì in eterno.

«Mi si spezza il cuore!... (esclamò Agnese con voce di pianto).

«Quando fui ridotta in sì orribile stato, e condannata solitaria a

divorare entro me medesima l’acerbissima mia pena, allora seppi che

Guido viveva ancora, poichè il capo di quella banda nemica contro cui

erasi slanciato riconosciutolo all’atto della mischia, quando lo vide

dal numero de’ suoi atterrato e ferito, lo fece trasportare giù del

monte. Avviatolo poi secretamente nell’interno paese, sperando più

grossa somma pel di lui riscatto lo tenne rinchiuso prigioniero in un

inaccessibile castello, d’onde fermata che fu dopo due mesi la tregua,

spedì un messo al Conte in Arona per trattare della liberazione del

figlio.

«Qual gioja a tale notizia per la famiglia di lui, che sino a quel

tempo sarà pure stata avvolta nel fatale vostro errore?

«Oh sì in essa quanto insperata tanto piu grande e intera fu la

consolazione.

«E in voi?

«In me... oh Dio!... in me, non lo chiedete. Sentii più gravemente

il peso de’ miei mali. Forse se l’avessi invocato quel generoso cuore

non avrebbe abbandonata e respinta un’infelice, priva per cagion sua

del più prezioso de’ sensi. Ma nol volli: una cieca non era più degna

di lui, nè io doveva colla mia presenza rattristare tutti i suoi

giorni. Unica a confortarmi sorse in me la speranza ch’ei mi terrebbe

ognora impressa in seno, e che all’annunzio della cruda sventura della

sua Ingelinda avrebbe versato lagrime sincere. Ciò tolse in parte

l’asprezza de’ miei affanni; si riaprì la vena del pianto, la mente

sollevata potè effondersi in fervidissima preghiera, onde mi sottoposi

più umiliata ai divini decreti, ed aspirai ad una pace che m’era da

prima inconcepibile. Feci riferire allo Zio la mia volontà di essere

rinchiusa in questo Monastero, al quale faceva dono de’ miei beni ed

ove sarei stata ricevuta, sendovi parente la Badessa, e Voi già suora

da più anni, Voi di cui mi risovvenni con tanto affetto.

«Oh amata cugina! — disse Agnese con tal dolcezza che contraccambiava

la manifestazione di quella riconoscente rimembranza. E aggiunse:

«Aveva il conte Guido già fatto ritorno dal paese nemico, quando voi

qui venendo abbandonaste la casa paterna?

«Egli era atteso di que’ giorni ed io volli evitare la tremenda prova

di saperlo vicino. Mi feci condurre al letto ove morì mia madre, lo

baciai e bagnai di lagrime, indi, dato a tutti un ultimo addio, fra il

loro compianto me ne partii. Il mio sagrificio fu immenso è vero; ma

sapete voi comprendere sorella, l’angoscia del sentirsi d’appresso un

essere che si adora e non potere squarciare le tenebre d’una perpetua

notte per contemplare almeno un istante sul suo viso l’espressione

dell’amore?

Tacque Agnese dal dolore impedita, poi frenando a stento i singhiozzi

rispose «Ah sì m’immagino quanto grave e crudele deve essere il mancare

dell’uso delle pupille tanto necessarie ad ogni atto della vita, e

per cui si scoprono ed ammirano le meraviglie operate dalla mano del

Creatore.

«Talvolta (profferì Ingelinda) mi si affaccia con terrore il pensiero

che dalla oscurità in cui giaccio vivente, abbia a passare a quella

della morte e rimanervi eternamente sepolta.

«Non lo temere, o sconsolata! (rispose l’altra con pietoso entusiasmo)

Verrà il dì, ne son certa, che in premio di tanto soffrire godrà la

vostr’anima dello splendore de’ cieli, e di tutte le sue beatitudini.

«Oh vorrei solo che mi fosse dato rivedere il caro lume del giorno,

e il sole diffuso raggiante indorare le mie rive ed i monti, vorrei

ricongiungermi a mia madre, e... per colmo di contentezza... ohimè che

dissi?... l’ho perduto per sempre.

Uno scoppio amarissimo di pianto le concesse appena di profferire

quest’ultime parole.

L’estremo raggio del crepuscolo penetrando fra i rami, mesceva al

pallore del volto di lei un’incerta moribonda luce, che le faceva

prendere aspetto d’una larva addolorata, apparsa a gemere in que’

silenzii le colpe del cuore. Agnese asciugandosi tacitamente le lagrime

le offrì il braccio, e dolcemente sollevandola si rinviarono insieme

alle loro romite cellette.

FINE DELL’INGELINDA.

IL BRAVO E LA DAMA

SCENA STORICA

Era suonata l’Avemaria. Milo il biondo, _Bravo_ del Conte P..... se ne

ritornava passo passo per una delle strade più solitarie di Milano, giù

dal ponte di Porta Romana. Aveva accompagnato il padrone nella solita

casa, ove recavasi alla serale adunanza.

Non era stato d’uopo per rischiarare la via di accendere l’_occhio di

bue_ (lucernetta d’ottone e cristallo), giacchè splendeva la più bella

luna, che mai si potesse dire. Egli veniva lentamente or cantando ora

zufolando alla distesa: teneva la destra mano appoggiata alla cintura

dello spadone, e colla sinistra faceva varii moti, onde far brillare al

raggio della luna una falsa gemma che portava in dito, legata in largo

anello d’argento. La strada era per metà rischiarata dalla luna, e

sull’altra metà batteva l’ombra d’un lungo muro di giardino, sul quale

sopravanzavano gruppi di piante ed alberi isolati, che accrescevano in

varia foggia la linea oscura, interrotta in certo punto da uno spazio,

in cui non riflettevansi sul terreno che le aste del cancello, il quale

serviva di porta.

Milo cantava; il suo spirito era sereno al pari del cielo, che gli

stava di sopra ed a cui alzava di tratto in tratto gli occhi, siccome

ad un vasto padiglione turchino trapunto di stelle, senza pur sognare

nè la pluralità dei mondi, nè l’infinità dello spazio. Aveva un

cappelletto acuminato, da cui pendevano varie fettucce di velluto: e

lo portava obbliquo sulla rete, che gl’involgeva la capigliatura folta

e bionda, dal colore della quale aveva ricevuto il soprannome: da

ciascuna delle tempia gli ricadevano due ciocche attortigliate a modo

di treccia riunite da picciol nastro all’estremità. Non aveva affatto

nè mustacchi, nè barba: il suo collo era nudo e slanciato; portava

un farsetto bruno, ingombro sul davanti di catenelle e gale, tra cui

usciva luccicante l’impugnatura d’acciajo d’un coltello stilato.

Zufolando le note allegre e acute della pavaniglia, sentì da un albero

un usignuolo gorgheggiare più vivacemente dopo il ritornello: egli

s’arrestò un momento ad ascoltarlo; poi ricalcando la via, prese a

cantare la canzone a serenata, che fra il popolo era allora di moda; e

cominciò con voce spiegata ed alta:

«Mi vo’ trasformar grillo per cantare,

«Mi voglio per dolcezza far sentire

«La notte quando tu stai a dormire».

«La notte quando tu stai a dormire».

«Oh bella, che c’è? — (esclamò, porgendo l’orecchio e fermandosi

sui due piedi, colpito dal suono di due bellissime voci femminili,

che avevano in armonia e con più lenta cadenza ripetuto l’ultimo suo

verso). — Sono lì dentro il muro del giardino: ragazze allegre: mi

berteggiano; lasciamole fare:

«Tu sei un fior di giglio un fior di pepe:

«Io giro intorno a te, come fa l’ape,

«Che gira intorno al fiore della siepe».

«Che gira intorno al fiore della siepe».

Così le voci risposero, come prima, da dentro il muro; ma erano venute

avanzandosi e corrispondevano al punto della strada, ove trovavasi

Milo. Questi proseguì in tuono più lieto:

«Mira che bel seren, che belle stelle;

«Questa è la notte da invitar zitelle

«A passeggiar nei campi al chiar di luna».

«A passeggiar nei campi....

— _Ah!... Ah!_... — udì Milo, che giunto al cancello del giardino

vi si affacciò per guardar dentro; e vide due giovani donne fuggire

rapide fra mezzo ai cespugli ed alle piante e sparire nell’ombra fitta

dell’ampio palazzo, che vedevasi sorgere in fondo al viale di prospetto

al cancello, e dalla cui nera fronte alcune finestre lasciavano

trasparire bagliore di lumi.

Milo dopo qualche istante se ne partì di là meno gajo di quello che

vi fosse venuto; poiche nella sua mente pullularono cento vaghi e

straordinarii pensieri.

Non eravi, per far contenta certa specie di uomini, miglior mestiero

di quello di _Bravo_, quando il servigio fosse in città presso una

famiglia ricca, potente e poco facinorosa, qual era appunto quella,

ove trovavasi Milo. I bravi, o buli, in tal condizione, pretendevano

differire grandemente da quelli della classe più infima e scellerata,

che appellavansi _mazzadori_ (vedi qual nome!), ed erano sicarii

unicamente prezzolati per la commissione dei delitti; volevano essere

invece una specie di Guardia del corpo; nè alcuno ignora la vita lieta

che conduceva in quei tempi una tale milizia.

Con grosso salario, ottimo pasto, senza tema nè di sbirraglia nè di

giustizia, protetto dal nome e dal lustro della casa, che lo pagava,

e che esso alla sua volta proteggeva colla propria forza, distinto

dal rimanente della servitù, nè obbligato ad alcun basso e laborioso

ufficio, un Bravo, se non aveva a seguire il padrone in viaggio, alla

caccia, in qualche spedizione amorosa o nelle passeggiate notturne, a

null’altro ordinariamente pensava, che a perfezionarsi nel maneggio

delle armi proditorie e ad abbandonarsi coi compagni al giuoco,

all’intemperanza e ad ogni sorta d’obbrobrioso solazzo, chè per tale

audace e fiera genìa nulla v’era di vietato e d’illecito.

Milo era _figlio del torno_, come soleva dire il volgo agli esposti.

Tolto infante a quell’ospizio da un vecchio servo senza prole,

crescendo esso bello e vigoroso e appalesando armigere inclinazioni,

venne dal suo adottante collocato in qualità di Bravo nella casa dei

Conti P....., una delle più cospicue di Milano. Benchè fossero già

alcuni anni che quivi esercitasse tale professione e avesse avuto modo

di riceverne tutta la ferrea tempra, pure per vero dire conservava nei

tratti e nel carattere un non so che d’affabile, s’aveva un brio ed una

giocondità civile e mansueta, ch’erano qualità rarissime fra individui

del suo stato. L’affabilità e la dolcezza sua non lo rendevano però

meno proclive al risentimento, meno insofferente d’ogni contraddizione

e d’ogni contrasto, meno feroce nell’ira e implacabile nella vendetta;

giacchè questi sendo difetti precipui e universali del secolo,

divenivano natura e doveri per i suoi pari.

Quella sera Milo evitare voleva di recarsi alla taverna dell’Olmo,

consueto loro luogo di convegno; ma scontrato dagli amici fu quasi

a forza colà condotto; ed ivi fra le tazze, le carte e i dadi gli

gridarono: — Prendi la mandola e canta, Biondo, canta. Egli per

tal’arte aveva il vanto su tutti e soleva intrattenere e rallegrare

la brigata s’accompagnando con un mandolone, ch’era del taverniere, e

stava appeso alle pareti presso la di lui cappa.

Milo rispose: «Non ne ho voglia, non posso: ho già cantato abbastanza

questa sera in Porta Romana».

«Eh! a chi cantasti? (disse l’uno) forse alla Leonora, la fiorentina

che vende le polveri e l’acqua nanfa alla crocetta di San Calimero?».

«Corpo d’un sagro! (esclamò un altro, stringendo le carte in pugno e

percotendo con una forte palmata il tavolo) alla Fiorentina ci parlo

io.... Vorrei sapere chi ci pretende! Vedete quest’orletto cremisi del

giustacuore? me lo ha fatto lei; lei con quelle sue manine benedette,

che spargono profumi... e se qualcuno ci volesse bazzicare, sangue

di...».

«Che bestemmi tu? (gridò un terzo). Tienti pure la tua profumata

Fiorentina; chè mi saprai dire che capo è, quando conterai le

berlinghe. Sì, eh, non mi ricordo io quand’ella abitava dietro

le carceri della torretta colla Lena e colla Stella losca, e

s’avevano corteggio di tre moschettieri spagnuoli? Fu uno di quegli

ammazza-pidocchi, che spendendole dietro l’ultimo suo quartillo la mise

in voga. Milo non è ragazzo da perdersi in quella fogna: dimmi, Biondo,

non è la verità? scommetterei, che tu cantasti piuttosto la _Luna

piena_; oppur _Diana in camiciuola bianca_».

«Sì, in fede mia: hai colpito giusto. Ho cantato alla luna; e, vedi

stravaganza! mi pareva che la luna cantasse a me».

«Ho capito; sei brillo, sei brillo. È il bicchierino che ti dà il

padrone a merenda. Anche il vino, sai tu, canta, ride e parla».

«Eppure più ci penso, più son persuaso che cantò la luna». Così Milo

soggiunse sorridendo in aria misteriosa; e lasciò che gli altri lo

mettessero in burla, credendolo cotto: ma non palesò punto l’avventura.

E tre e sei e dieci volte le due cantatrici avevano fatto eco dal

giardino a Milo, che ogni sera alzava il canto al cominciare di

quella via; ma quand’egli giungeva al cancello per riguardarle,

sempre sparivano fuggendo. «Che storia è questa? io non so intenderla

(diceva Milo tra sè lungo la strada, crollando indispettito la testa

e tenendo giunta al rovescio una mano coll’altra). Sono esse figlie

del giardiniere?... del cantiniere?... dello scalco? sono cameriere

di casa?... perche mai rispondono alla canzone sembrando chiamarmi, e

poi, quando comparisco, scappano, come se vedessero il folletto?... Che

avessero paura di me, per causa del mio mestiere?... Corbellerie! Una

donna non ha mai paura d’un bravo; d’un bravo, s’intende, sul fiore

dell’età, che non abbia barba da caprone ed occhi da indemoniato. A

credere quello che dicono gli altri, i bravi sono anzi i prediletti.

Oh le novelle che narrano!... nel palazzo, nel castello, nella

villa, questo è stato, quello è entrato, quell’altro ha avuto...

A me veramente nulla ancora è toccato, ma però lo credo; perche la

sorella del padrone, Donna Isotta, quando in campagna passeggia pel

bosco, ove vuole ch’io la seguiti colla cagnuolina, appena è fuori di

veduta della casa, chiude il libro e mi dice: — Leva da terra la mia

Sibillina, povera bestiuola! e fatti pure d’appresso, o Biondo, ch’io

di te non ho schifo: gli altri servi non li posso sopportare; ma pei

bravi sono diversa. I lacchè mandano un tanfo di sudore insopportabile;

i carrozzieri puzzano di fimo cavallino; i cucinieri sono macchiati

d’untume: tutti hanno qualche cosa, che mi nausea: voi altri soli siete

sempre puliti, netti, ben pettinati, e vi mettete per gli abiti certi

odoretti aggradevoli, solleticanti... tu specialmente... birboncello,

birboncello... — E mi batte col ventaglio la spalla, facendo certi

occhietti, che vent’anni sono avranno cagionate pazzie. Se è così,

perche queste invece mi attirano, e poi se ne vanno senza lasciarsi

mai vedere, nè parlare?... io intisichisco, se mi tengono ancora sulla

corda in tal modo. Voglio mirarle davvicino; voglio che mi parlino; e

insisterò tanto e tanto, che alfine la spunterò».

E fu così. Tre giorni dopo, al chiarore delle stelle, Milo bisbigliava

leggiadre parolette estratte da tutta la sua rettorica, la quale,

avuto riguardo al suo grado sociale, sarà stata non poca, poichè

la galanteria de’ concetti era pure una delle più formidabili manìe

del secolo. Le due ninfe del giardino stavano a breve distanza dal

cancello, ed alle inzuccherate frasi di Milo nulla rispondevano, se non

che di tratto in tratto mandavano leggieri e soffocati scoppii di riso;

ed egli continuava studiandosi di più in più di riuscire persuasivo,

quando al rumore, che si udì dell’aprirsi d’una porta nel palazzo,

entrambe scomparvero e sol’una rivolgendosi un istante, disse a mezza

voce: _A rivederci domani a sera._

Milo giojoso e beato della conquista che teneva in pugno, s’avviò alla

taverna dell’Olmo; giacchè, sebbene tacesse ogni cosa rigorosamente ai

compagni, aveva piacere di lasciar loro intravedere alcun che sulla

propria fisonomia, che indicasse il possesso d’un secreto, il quale

altamente lo interessava.

Era piena quel giorno la città di un’avventura, accaduta nella notte ad

insigne personaggio spagnuolo, che copriva la prima carica di Milano,

il quale per fare, non si sa, se grata od ingrata sorpresa ad una

bella dama, aveva voluto entrarle in casa mascherato, e gli era stata

appoggiata una bastonatura delle più solenni, ad onta del ducato, del

marchesato, del don e degli y, che fregiavano il suo nome. I Bravi

dell’Olmo non parlavano essi pure che di tal fatto. Dai comenti,

che sopra gli faceva ciascuno a proprio capriccio, volse agevolmente

il discorso ad altri simiglianti eventi; ed uscì fuori una serie di

storielle e d’aneddoti relativi ad amorose imprese andate alla peggio

per gli eroi protagonisti. Siccome poi nel racconto principale entrava

un travestimento, si venne anche a dire di quei casi, in cui sotto

una bella larva nascondendosi un visaccio spaventevole, gli ingordi

spasimanti, che si credevano all’apice della ruota di lubrica fortuna,

non avevano riportato che scorno e beffe.

Queste ultime narrazioni andarono poco a sangue al nostro Milo,

che annuvolatosi pensò: «Per una bella donna non curerei un jota nè

stocchi, nè durlindane, nè stanghe; chè chi volesse mettere le mani

addosso al Biondo, per dianabacco! ci dovrebbe riflettere due volte.

Ma se le mie sirene fossero due spauracchi, che l’una, per esempio,

tenesse aperta una finestra sola e l’altra avesse le guancie o il naso

a bitorzoli e per civettare con esse mi capitasse un’archibugiata nelle

reni?... che bella fine sarebbe la mia!... quand’un bravo è sballato,

è sempre peggio per lui; e tutti riderebbero a sapere, che mi son fatto

accoppare per due streghe, due teschii da morto. Ma no... sono pazzo...

non è possibile; quelle voci angeliche non puonno uscire dalla gola di

due deformi creature; e poi questa sera, ancorchè fosse oscuro, la loro

corporatura l’ho distinta abbastanza, e mi parvero fatte a pennello.

L’una è poco più grande dell’altra; ma entrambe sono snelle, di forme

ben rilevate, strette alla cintura ed agili come daini. Quella che mi

disse: _a rivederci_, deve avere un bocchino di rosa: che grazietta!

che armonìa! la sua voce sembrava il suono cristallino del salterio

sfiorato dal vento; mi pare già di preferirla all’altra. Che cosa non

darei per poterla vedere?».

La sera del dì appresso cominciò a legarsi colloquio tra Milo e le

sue ignote sirene. Non erano che generalità e parole tronche, scucite,

che sembravano slanciate all’avventura; ma facevano l’uffizio di que’

razzi, che da un esercito si fanno volare per riconoscere le posizioni

dell’inimico, innanzi d’ingaggiare formale battaglia. Ne’ giorni

successivi i ragionamenti si fecero più seguenti e concatenati. Quella

che Milo aveva dichiarato di preferire, senza pure saperla discernere,

era animatissima nelle parole, viva ed energica nelle espressioni:

l’altra mostravasi gaja e scherzosa; ma era allo stesso tempo fredda e

sottomessa. Milo fu interamente per la prima.

Racconti storici · 第 1 / 10 段