CAPITOLO V

Solidarietà coloniale e rapporti con la madrepatria.

§ 1. Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle

insieme — § 2. Politica economica della madrepatria — § 3.

Maturità delle colonie per l'indipendenza.

§ 1. ISOLAMENTO DELLE SINGOLE COLONIE E FORZE DESTINATE A FONDERLE

INSIEME. — Le grandi braccia della civiltà attuale, la locomotiva,

il telegrafo, la stampa quotidiana, la navigazione a vapore, che

oggi legano una popolazione di 80 milioni, sparsa sulla metà d'un

continente in una sola nazione, l'anglo-americana, erano sconosciute

o quasi alle tredici colonie disperse nel secolo XVIII lungo la costa

atlantica del Nord-America senz'altro legame che quello della comune

dipendenza dall'Inghilterra. I mezzi di comunicazione e trasporto

fra le colonie erano assai primitivi. Le strade erano rare, spesso

rotte, in molti punti, in vicinanza delle città specialmente, quasi

impraticabili pel fango. Occorrevano sette giorni per andar in

diligenza da Philadelphia a Pittsburgh, quattro da Boston a New York,

tre da New York a Philadelphia: nel 1766 parve cosa miracolosa il

fare in due giorni questo viaggio, tanto che la diligenza ad esso

destinata fa detta «la macchina volante». Dov'era possibile, il viaggio

si faceva per acqua, affidandosi al vento, ragione per cui lo stesso

viaggio ora si faceva in due giorni ora in due settimane. Il servizio

postale era perciò inadeguato e lento quanto mai: talora in inverno una

lettera impiegava settimane per andare da Philadelphia nella Virginia.

Occorrevano decine e decine di giorni perchè le notizie attraversassero

l'Atlantico, un tre settimane circa perchè un'idea attraversasse

tutte le colonie. Pochi i giornali, senza importanza le loro notizie,

limitata per forza ad una piccola area la loro circolazione. Si è

calcolato che il contenuto di tutti i 43 giornali, esistenti all'epoca

della Rivoluzione, non avrebbe riempito dieci pagine dell'attuale _New

York Herald_: le notizie erano tanto scarse, che durante la stessa

guerra d'indipendenza il «_Massachusetts Spy_» per mancanza di novità

pubblicava successivamente l'intera «History of America» del Robertson.

Questo stato materiale di cose sarebbe bastato da sè solo a condannare

le singole colonie a quell'isolamento, che è il fatto caratteristico

della vita americana dell'epoca, quand'anche cento altre ragioni non

avessero a ciò cooperato.

Origini, nazionalità, religione, suolo, clima, forme sociali e

politiche erano diverse, si può dire, da colonia a colonia: nessun

principio di coesione in sulle prime, nessun centro di vita comune

fra queste provincie, che si guardavano con occhio diffidente quando

non geloso, che sembravano riprodurre tutti i dissensi religiosi e

politici della madrepatria, che avevano in una parola una coscienza

così aliena da ogni simpatia intercoloniale, così spiccatamente

individuale, che oggi mal saprebbe concepirla nonchè un europeo un

americano degli stessi Stati Uniti. Nessuna meraviglia pertanto che

il dotto svedese Peter Kalm, viaggiando per le colonie dal 1748 al

1751, rimanesse meravigliato dell'isolamento di ciascuna nelle leggi,

nella moneta, nei piani militari, negli usi sociali; nessun miracolo

se, nonchè nella nota letteraria diversa da regione a regione, nella

stessa lingua, affetta da un arresto di sviluppo in confronto di

quella della madrepatria, si fossero affermate tali differenze che

Beniamino Franklin nel 1752 poteva dire che ogni colonia aveva «alcune

espressioni peculiari, famigliari alla sua popolazione ma straniere ed

inintelligibili alle altre».

Se però l'isolamento è il fatto più appariscente di questa società

coloniale, di cui ogni singola unità sembra tener nelle proprie mani

il destino che essa crede di elaborare a modo proprio e nel proprio

interesse esclusivo, in cui la vita si svolge in tanti teatri separati

quante sono, può dirsi, le provincie; la tendenza alla comunanza, la

solidarietà, è invece la risultante ultima delle forze, le quali la

agitano, colmando lentamente l'abisso che la divide in tanti mondi

nonchè separati discordi, stringendo fra questi i legami indissolubili

della futura nazionalità.

Col succedersi anzitutto delle generazioni i coloni erano andati

perdendo a poco a poco il ricordo della patria individuale, mentre

l'incrocio fra essi aveva creato, nelle sedi più antiche in ispecie, un

tipo nuovo, distinto da quello della metropoli, un tipo che le ragioni

ideali come gli interessi materiali rendevano più attaccato al proprio

paese che a quello degli antenati. Alla formazione di questo tipo, che

non è più inglese od olandese o svedese, ma può dirsi già americano

per le caratteristiche comuni a tutte le colonie da esso presentato,

aveva contribuito l'ambiente fisico. Il cielo abitualmente sereno e

luminoso in gran parte del paese, l'aria secca ed elettrica, i grandi

squilibri di temperatura massima e minima, cause tutte che oggi ancora

trasformano in poche generazioni gli immigranti in un tipo unico,

l'anglo-americano, avvicinandoli non già ai progenitori ma all'elemento

autoctono primitivo, all'indiano, coll'appiattirne i piedi e le mani,

coll'incavarne le orbite, col renderne più scura la pelle, collo

svilupparne le apofisi ossee, coll'esaltarne infine l'attività nervosa

e produrre in essi una capacità di resistenza superiore a quella degli

altri popoli, lavoravano anche allora alla formazione d'un tipo affine

con risultati tanto più rapidi d'oggi quanto minore e più omogenea

dell'attuale era l'immigrazione. Aggiungasi quella fisionomia comune a

tutti i coloni, che viene dall'affinità morale dei loro progenitori:

diversi per razza, per religione, per lingua, i pionieri di quella

società erano tutti fratelli nel vigore della volontà, nello spirito

d'avventura, nella indomata energia; li avesse tratti sulla sponda

americana dell'Atlantico l'amore alla libertà, la passione del nuovo,

il desiderio della ricchezza, erano pur sempre, salvo poche eccezioni,

il fior fiore dell'energia europea.

D'altra parte l'elemento inglese predominante aveva finito

coll'assorbire gli altri, fondendoli nella grande massa anglosassone,

cosicchè tutte le colonie si trovavano avvinte ormai dal grande legame

d'una lingua e d'una civiltà comune. Al nord-est ed al sud infatti del

dominio coloniale s'erano creati due forti nuclei sociali, adatti ad

esercitare il loro influsso su tutto il paese. Nella Virginia la casta

aristocratica dei piantatori, nel Massachusetts la forte organizzazione

delle chiese congregazionaliste, che facevano una cosa sola con lo

stato, avevano inquadrato, a dir così, gli uomini in società compatte,

dotate d'una forza d'espansione capace di assimilare a sè gran parte

dell'intero dominio anglicizzandolo: la Virginia invia coloni in tutto

il Sud, le genti della Nuova Inghilterra non cessano d'affluire nelle

provincie dell'Ovest e dello stesso Sud. Più forte poi di questo

cemento etnico era quello dato da una coscienza comune, basata su

idee radicate in tutte le colonie, più ancora che dalla comune loro

discendenza dall'Inghilterra. L'intervento del popolo negli affari

pubblici, il voto libero dell'imposta, la responsabilità degli agenti

del potere, la libertà individuale, il giudizio per giuria erano

principii, che per avere loro radice nella tradizione inveterata di

libertà civile, compendiata nelle garanzie della _common law_ inglese,

erano sacri per tutte le colonie; come in tutte esisteva, sotto una

forma od un'altra, un governo locale, per cui ognuna in maggiore o

minor grado faceva ed eseguiva da sè le proprie leggi, una autonomia

municipale, per cui ogni comunità amministrava da sè i propri affari.

La libertà ed il _selfgovernment_, ecco il talismano capace di fondere

armoniosamente tutte le differenze etniche, suscitando nel paese una

vita politica più cara agli emigranti della loro lingua materna, dei

loro ricordi, della loro parentela. Olandesi, Francesi, Svedesi e

Tedeschi rinunziavano alle loro rispettive nazionalità per reclamare

i diritti di cittadini inglesi. Unico elemento tradizionale importato

dall'Europa nel nuovo mondo, la _Common Law_ inglese dava alla

libertà americana un passato immemorabile; unico patrimonio storico

comune, essa faceva dell'ideale politico comune una parvenza lontana

di patriottismo. La costituzione civile e politica della madrepatria

era oggetto di venerazione per tutte quante le colonie, le quali non

vedevano nella propria se non una copia migliorata dell'inglese, come

quella che rinchiudeva privilegi addizionali, di cui non godeva la

massa del popolo in Inghilterra. Le franchigie elettorali vi erano

infatti più equamente ripartite, non essendovi l'anomalia di città

prive di rappresentanza e di borghi pressochè scomparsi largamente

rappresentati; l'assemblea si eleggeva in generale annualmente, e

l'epoca di convocazione ne era fissata da una legge fondamentale; la

lista civile in tutte le colonie, salvo una, si votava anno per anno,

e per maggior sicurezza contro le malversazioni e le dilapidazioni

insieme coll'impiego del denaro si notava pure la retribuzione

degli agenti chiamati a dirigere le spese; le libertà municipali

erano più indipendenti e più estese; in nessuna colonia vi era corte

ecclesiastica e nella più parte di esse non vi era chiesa stabilita nè

giuramento religioso per entrare negli uffici pubblici; il villanaggio

e la servitù dei bianchi più non esistevano; permesso a tutti i

cittadini il porto d'armi e dovere civico degli ascritti alla milizia

l'esercitarsi in esse.

Tanta libertà civile, tanto sviluppo di democrazia facevano così

sorelle le colonie in quello spirito di indipendenza, che tutte le

animava nei loro rapporti con la madrepatria; la strenua lotta per la

difesa della carta, su cui riposavano le sue libertà, combattuta ad

intervalli dal Massachusetts dal 1638 al 1685, fino al giorno in cui

gli veniva tolta con la violenza dal governo inglese, non è un caso

isolato ma un semplice episodio di quella gagliardia spiegata sempre

da tutte le colonie regie, a carta o di proprietari, democratiche od

aristocratiche a vantaggio della loro autonomia locale.

Trascurate dal governo inglese, finchè povere ed oscure, le colonie

nord-americane divenute prospere e ricche avevano attirato sopra di sè

l'attenzione della madrepatria; l'ingerenza di questa era aumentata,

gli statuti coloniali erano diventati sempre più uniformi, il tipo

infine della colonia regia aveva terminato col prevalere. In essa la

corona designava con scrittura privata il governatore ed una specie di

gabinetto consultivo o consiglio, il quale formava come la camera alta

della legislatura, mentre il popolo eleggeva la camera bassa: i giudici

di pace e gli ufficiali della milizia erano nominati dal governatore

e dal consiglio, dal governatore o dal re i giudici provinciali, che

conservavano la loro carica secondo il beneplacito del monarca; quanto

alle corti di ammiragliato, i lords dell'ammiragliato vi nominavano

un giudice, un cancelliere ed un maresciallo; i commissari delle

dogane facevano scegliere dei controllori e collettori, di cui ve

n'era uno in ogni porto considerevole. Anche le altre colonie però,

sia quelle corporative a carta, sia quelle stesse di proprietari,

dove originariamente la corona inglese non era rappresentata che dalle

corti di ammiragliato e dai commissari di dogana, dopo la rivoluzione

del 1688, col manifestarsi della tendenza a restringere il potere dei

proprietari, col prevalere della dottrina che si potevano concedere i

territori ma che l'autorità amministrativa doveva esserne riservata

alla corona, erano state sottoposte a forza di modificazioni delle

carte o delle primitive concessioni, o in un modo diretto o indiretto,

al controllo del governo inglese. Ciò avveniva specialmente per

l'amministrazione della giustizia, riguardo alla quale la corona non

solo aveva ottenuto la facoltà di nominare i giudici in quasi tutte

le colonie, ma coll'imporre a tutte il diritto negli abitanti di

appellarsi in Inghilterra, aveva fatto di questa il tribunale d'ultima

istanza di tutte le contestazioni sollevate in America.

Senonchè il metodo adottato di confidare la soprintendenza degli

affari americani ad un «ufficio del commercio e delle piantagioni»

(_Board of Commissioners for Trade and Plantations_), che non aveva

nè voto deliberativo in seno al gabinetto nè accesso presso il re,

lungi dal fissare una volta per sempre quei rapporti politici tra le

colonie americane e l'Inghilterra, sia col re sia col parlamento,

che sin dal principio erano stati vaghi e mal definiti, tendeva ad

aumentare la confusione, a complicare la situazione. L'ufficio infatti

redigeva delle istruzioni senza poterle metter in vigore; prendeva

conoscenza di tutti gli incidenti e poteva far delle inchieste,

dare delle informazioni o degli avvisi, ma non aveva autorità di

formulare una decisione definitiva, perchè il potere esecutivo in

quanto concerneva le colonie era riservato al segretario di Stato

posto alla testa del dipartimento del Sud, cui spettava la direzione

di tutti i rapporti colla penisola spagnuola e la Francia. L'ufficio

del commercio, organizzato in sulle prime col fine di ristorare il

commercio e di incoraggiare le pescherie della metropoli, si vedeva

perciò obbligato d'intendere i lamenti degli ufficiali del potere

esecutivo in America, di loro comunicare le istruzioni, di raccogliere

e di esaminare tutti gli atti delle legislature coloniali, ma non aveva

in definitiva alcuna responsabilità quanto al sistema di politica,

che poteva esser adottato per l'America. In seguito a questa debolezza

congenita i lords del commercio erano sempre disposti ad impazientirsi

alle minime contraddizioni; si sentivano facilmente contrariati ad

ogni disobbedienza ai loro ordini; e non erano che troppo portati a

consigliare i mezzi più rigorosi di coercizione, sapendo troppo bene

che la loro vivacità si sarebbe tradotta nei documenti ufficiali per

poco che essa eccitasse l'orgoglio o svegliasse il sentimento del

ministro responsabile, della corona e del parlamento.

Per quanto però sottoposte tutte col tempo ad uno stesso e quasi

uniforme controllo politico, l'amministrazione delle singole colonie

aveva continuato ad essere affatto separata. Fuvvi, è vero, un momento

che l'Inghilterra meditò l'unificazione di esse in un solo e vero

dominio nord-americano; e ciò, come vedemmo, ai tempi di Giacomo

II, quando l'Andros, venuto nel 1674 come governatore di New York,

si recava nel 1686 in Boston quale governatore di tutte le colonie

nordiche, tentativo che la rivoluzione del 1688 mandava a vuoto:

ma, se ne eccettui questo tentativo di abrogare le carte di alcune

colonie coll'intento di porle sotto una sola amministrazione, non fu

fatto alcun altro sforzo dalla metropoli verso la centralizzazione dei

governi locali. La tendenza fu piuttosto a mantenere delle barriere fra

essi, per quanto il sistema di alienarli l'uno all'altro non sia stato

portato dalla corona inglese al punto, cui ispirò ad esempio la sua

politica la Spagna nel Sud-America.

A dispetto però di qualunque precauzione dell'Inghilterra, le relazioni

degli stabilimenti nord-americani andavano irresistibilmente portandoli

ad una più stretta amicizia. Le colonie specialmente affini per

condizioni di vita, per clima, per suolo, per origine etnica, per

aspirazioni e bisogni di difesa, per costituzione sociale formavano,

nonostante la separazione politica, dei gruppi, di cui l'egemonia

materiale e morale spettava alla colonia più antica o più florida,

a quella che nei suoi caratteri e nel suo sviluppo sintetizzava,

a dir così, l'intero gruppo: le colonie non si dividevano solo

geograficamente, ma anche socialmente in settentrionali, centrali e

meridionali, tre società di cui Massachusetts, Virginia e New York

erano, come vedemmo, i centri storici oltrecchè naturali. Nella

mancanza d'una densità di popolazione sufficiente a sviluppare con la

forza di coesione sociale una comune coscienza, altre cause avevano

sopperito a ciò: nella prima la stretta disciplina religiosa; nella

seconda l'organizzazione sociale fortemente gerarchica; nella terza

la facilità per quanto relativa delle comunicazioni. L'affinità anzi

s'era mutata in certi casi ed in certi momenti in vera e propria lega,

com'era stato delle «colonie unite della Nuova Inghilterra» nel 1643:

tale confederazione, che, nell'assenza di qualsiasi rappresentanza

della metropoli, aveva presentato lo spettacolo d'un potere sovrano

indipendente, aveva mostrato col fatto ai coloni la forza effettiva

dell'unione e lasciato ai posteri un esempio da imitare quando che

fosse. Dove poi l'affinità di vita veniva a mancare, subentrava fra

le colonie un altro legame, che la stessa metropoli andava ciecamente

creando tra esse, un legame più forte d'ogni altro, più pericoloso

per il dominio della madrepatria, la solidarietà cioè degli interessi

economici, violati tutti, nel nord come nel centro come nel sud,

dalla politica economica dell'Inghilterra verso le sue colonie. Le

basi di questa si confondevano, può dirsi, colla stessa concezione

coloniale, prevalente in Europa dal XVI al XVIII secolo, per la quale

le dipendenze erano riguardate solo come sorgenti di provviste, come

mercati privilegiati della madrepatria: nessuna meraviglia quindi che

l'egoismo più brutale presieda a questa politica, che l'Inghilterra,

pur essendo prodiga di libertà civile e religiosa ai coloni americani,

sia loro tanto avara di libertà economica da inceppare sin dagli inizii

a suo esclusivo vantaggio lo svolgimento della loro vita materiale.

§ 2. POLITICA ECONOMICA DELLA MADREPATRIA. — Già all'origine

dell'espansione inglese oltre l'Atlantico Enrico VII, conscio dei

vantaggi che potevano risultare da un monopolio coloniale, pur

accordando i più ampi privilegi agli avventurieri che facevano vela

pel Nuovo Mondo, aveva stipulato che l'Inghilterra sarebbe stato il

deposito esclusivo dei prodotti del commercio di quelle contrade. Gli

sconfortanti risultati dei tentativi coloniali del secolo XVI avevano

fatto abbandonare ai re inglesi tale clausola nelle patenti successive;

ma, non appena nel secolo seguente la colonizzazione si presentò

sotto buoni auspicii, si tornò pure a manifestare lo spirito di

sfruttamento coloniale. La Virginia promette una produzione di tabacco

inesauribile, ed ecco l'articolo ricchissimo diventare oggetto precipuo

della politica inglese a danno dei coloni. Nel 1619 Giacomo I, che già

nel 1604 aveva trovato nella sua antipatia per l'uso del tabacco un

motivo sufficiente per colpirne fortemente il consumo, impone sulla

vendita di esso in Inghilterra una imposta esorbitante e con nuovi

decreti vieta di coltivarlo in Inghilterra, per assicurarsi i lauti

proventi dell'importazione di esso. Carlo I cerca egli pure durante

tutto il suo regno di fare del tabacco una sorgente di lucro per la

corona, dichiarando apertamente che «sua volontà e suo beneplacito

erano di riservarsi per lui solo il diritto di comperare prima d'ogni

altro tutto il tabacco» delle colonie inglesi: solo la fermezza dei

Virginiani e più ancora il disinteresse del popolo inglese per un

monopolio, inteso ad esclusivo vantaggio del re, fecero naufragare tali

disegni, contrari del pari alla prosperità dei coloni ed allo spirito

d'intrapresa dei mercanti inglesi. Ma, quando il re, per riuscire nei

suoi piani, immaginò l'espediente di proibire ai vascelli, carichi di

mercanzie delle colonie, di far vela dalla Virginia per altri porti

che non fossero gli inglesi, tale sistema trionfò come quello che,

proibendo in ultima analisi ogni commercio coloniale per opera di navi

straniere, non otteneva il solo risultato di sacrificare i diritti dei

coloni alla corona inglese ma riusciva ad identificare gli interessi

dei mercanti inglesi con quelli del governo, coalizione destinata

ad opprimere i piantatori americani ancor troppo deboli per reagire

efficacemente.

Il Lungo Parlamento si mostrò più giusto; giacchè, pur cercando nel

1647 di assicurare alla marina inglese il trasporto dei prodotti delle

colonie, richiedeva il libero consenso di queste, riconoscendo così

per compenso il diritto nelle assemblee coloniali di regolare i proprî

interessi economici. Ai porti virginiani soltanto e come semplice arma

di guerra contro una colonia, rimasta fedele alla monarchia, si vietava

nel 1650 ogni commercio con navi straniere; ma coll'adesione della

Virginia alla Repubblica, mentre le si garantivano tutte le libertà

dei cittadini inglesi nati liberi, le veniva concessa pure libertà

di commercio, nonostante l'uscita nel frattempo del famoso «atto di

navigazione».

Nell'ideare infatti questo sistema, il quale, riserbando ai vascelli

inglesi il trasporto delle derrate, preparava in sostanza il monopolio

inglese del commercio coloniale, il Cromwell non era mosso da fini

di lucro a danno delle colonie ma dal fermo proposito di assicurare

al proprio paese la superiorità marittima di fronte a quei successi

olandesi, di cui il Protettore era tanto geloso. La libertà commerciale

aveva fatto la grandezza marinara dell'Olanda. Mentre le grandi nazioni

navigatrici dell'età prima delle scoperte, la Spagna ed il Portogallo,

coi loro torbidi sogni di monopolio del commercio mondiale, con le loro

stolte proibizioni agli stranieri di esercitare il commercio nelle

loro colonie, con le infami confische, le prigionie e le scomuniche

contro i trasgressori di esse, non avevano fatto altro che rivoltare

il senso morale degli altri popoli contro le ingiuste ed esorbitanti

pretese ed alimentare il contrabbando, la pirateria, il saccheggio

dei loro stabilimenti, la cattura o l'affondamento dei loro galeoni

d'oro; l'Olanda, rivendicando ed in teoria per bocca di Ugo Grozio

ed in pratica con la resistenza il principio della libertà dei mari

contro queste mostruose usurpazioni dell'Oceano e dei venti, contrarie

affatto ad ogni senso di giustizia naturale come ad ogni sviluppo

della civiltà, s'era conquistata con la concorrenza commerciale la

superiorità marittima su tutte le nazioni, aveva accaparrato nelle sue

mani il commercio mondiale nonchè quello coloniale. La piccola nazione,

sorta da poco a vita indipendente, non aveva battuto solo i suoi

dominatori, la grande Spagna sui cui domini il sole mai tramontava,

ma tutte le altre nazioni marinare d'Europa: nella stessa Inghilterra

l'arte delle costruzioni navali ormai deperiva, mentre marinai

inglesi s'ingaggiavano sui bastimenti olandesi che s'affollavano nei

porti dell'isola. Geloso di tanta potenza ed infiammato della nobile

ambizione di assicurare al proprio paese il primato sui mari, il

Protettore emanava il suo atto di navigazione, pel quale il commercio

dell'Inghilterra con le sue colonie come col resto del mondo doveva

praticarsi solo da vascelli costrutti nel paese stesso e montati

principalmente da inglesi; mentre gli stranieri non potevano importare

in Inghilterra che i prodotti delle loro rispettive contrade o quelli,

di cui queste erano il deposito riconosciuto.

Tale atto diretto contro il commercio degli Olandesi, dovendo servire

soltanto a proteggere la marina mercantile dell'Inghilterra, non

conteneva perciò alcuna clausola relativa ad un monopolio coloniale

o particolarmente sfavorevole ad alcuna colonia d'America: di per sè

esso non ledeva in nulla la Virginia o la Nuova Inghilterra; Cromwell

non voleva intralciare lo sviluppo economico della Virginia, del

Maryland, della Nuova Inghilterra, ma soltanto fare dell'Inghilterra

il deposito commerciale del mondo, donde la cessione ch'egli si fa

fare di Dunkerque ed altri porti francesi, donde la conquista della

Giammaica ed il tentativo infruttuoso su Hispaniola, donde la lotta

vittoriosa coll'Olanda, donde le trattative con la Svezia nel segreto

intendimento di assicurarsi i porti principali del Baltico. Ormai però

l'abbrivo era dato: l'opera politica di Cromwell, innalzata sull'arena,

crollava collo sparire del suo genio dalla scena politica del mondo; ma

l'opera sua economica, consacrata nell'Atto di navigazione, continuava

ricca dei maggiori risultati. La protezione della marina inglese, una

volta stabilita in modo permanente, diveniva una base essenziale della

politica commerciale dell'Inghilterra: i mercanti inglesi domanderanno

nuovi incoraggiamenti, per quanto meno giustificati, insisteranno

per ottenere il monopolio assoluto del commercio con le colonie, e,

divenuti ormai una potenza, lo otterranno da quel Parlamento, di cui

essi dispongono. Ed ecco infatti che il «Parlamento-convenzione»,

subito dopo la restaurazione degli Stuart, rinnovando l'atto di

navigazione del 1651, lo modificava in modo che da semplice misura,

intesa ad assicurare alla marina inglese il commercio dei porti

inglesi, diventava strumento di monopolio del commercio coloniale,

sacrificando agli interessi della madrepatria i diritti naturali

dei coloni: una clausola infatti diceva «alcuna mercanzia non sarà

importata nelle piantagioni se non da vascelli inglesi, montati da un

equipaggio inglese, sotto pena di confisca».

I bastimenti stranieri si vedevano chiusi così i porti delle colonie,

le quali venivano spogliate ancor più risolutamente dei benefici

della libera concorrenza colla disposizione, che solo i nativi del

paese od i naturalizzati potessero divenire mercanti o fattori nelle

piantagioni inglesi. Nè basta ancora. Si stabiliva che i prodotti

specifici delle colonie americane, come zucchero, tabacco, indaco,

cotone, legno tintorio, ecc., tutta roba che non poteva far concorrenza

ai prodotti inglesi, non potessero esser esportati se non alla volta

dei paesi dipendenti dalla corona inglese, sotto pena di confisca;

mentre le mercanzie, che i mercanti inglesi non trovavano conveniente

comperare, potevano esser imbarcate pei mercati stranieri, quanto più

lontani tanto meglio per evitare maggiormente la concorrenza con le

merci inglesi: una clausola del nuovo atto di navigazione assegnava a

tal fine ai coloni i porti situati al sud del capo Finistère. A misura

poi che nuovi articoli della prima categoria appariranno in America, la

lista ne sarà regolarmente aumentata.

Gli armatori ed i commercianti inglesi non tardano però ad accorgersi

che i guadagni alle spalle dei coloni sono suscettibili di ben maggiori

aumenti; ed ecco nel 1663 una nuova legge proibire l'importazione

nelle piantagioni delle merci europee, che non fossero trasportate

su vascelli inglesi provenienti direttamente dall'Inghilterra. La

madrepatria non s'accontentava così di essere semplicemente il deposito

dei prodotti più ricchi delle sue colonie ma anche delle forniture da

far loro, ed i coloni erano costretti a comperare da essa non solo gli

articoli commerciali inglesi ma anche quelli degli altri paesi. Nelle

colonie stesse però s'annidava un nemico, di cui l'avidità mercantile

della madrepatria cominciava a concepire i più esagerati timori:

lo sviluppo marittimo della N. Inghilterra, la quale esercitava un

proficuo commercio con le colonie meridionali, turbava i sonni degli

armatori di Bristol, di Liverpool, di Londra, ed il Parlamento mosso a

pietà dei loro lagni si decideva nel 1672 ad interdire ai commercianti

della N. Inghilterra di far concorrenza agli Inglesi in quel campo,

ostacolando così con divieti e diritti doganali il libero traffico fra

le stesse colonie.

Tutte queste però non erano che disposizioni isolate, non erano che

l'avviamento ad un vero e proprio sistema di monopolio coloniale:

questo doveva essere l'effetto dell'onnipotenza del Parlamento, creata

dalla rivoluzione inglese del 1688.

Guglielmo e Maria rappresentavano il trionfo del protestantesimo, ed

il loro avvento al trono veniva salutato quindi dalle colonie con un

entusiasmo ignoto fino allora all'America nei suoi rapporti con la

madrepatria. Il fatto però, ben lungi dal segnare un'êra di libertà

irrevocabile per le colonie nord-americane, le dava in piena balìa

d'una aristocrazia commerciale mille volte peggiore per esse del

dispotismo d'un solo, rappresentato dagli Stuart. La rivoluzione del

1688 infatti, pur facendo epoca non solo nella storia inglese ma in

quella delle libertà costituzionali di tutta Europa, quale nuova tappa

nella marcia della democrazia europea, in quanto s'era imposta senza

effusione di sangue con la semplice forza dell'opinione pubblica, in

quanto aveva riconosciuto il diritto di resistenza e misconosciuto il

principio della legittimità per sostituirlo con la teoria del contratto

politico, base della monarchia costituzionale, non aveva mirato per

nulla al trionfo di vasti principî democratici, ma solo dell'antico

ordine di cose. Rivoluzione in nome della storia anzichè del diritto

e quindi essenzialmente conservatrice, essa non aveva rivendicato la

libertà ma le libertà, quelle libertà aristocratiche dell'Inghilterra

che derivavano dall'esperienza del passato, dagli archivi, dalle

carte, dalle prescrizioni, vale a dire i diritti di primogenitura,

le carte delle corporazioni, la paria, le decime, la prelatura, le

franchigie acquistate per prescrizione, le immunità tutte e tutti i

privilegi stabiliti: l'elenco di tali libertà, fatto dalla Rivoluzione,

era diventato la legge fondamentale del paese. Depositario e custode

geloso di esse divenne il Parlamento, che per avere spogliato della

regalità una dinastia in nome della nazione e messane un'altra sul

trono sotto condizioni ben definite, era riconosciuto l'unica sorgente

della sovranità, il padrone assoluto dell'Inghilterra. E di questo

Parlamento non erano parte soltanto i rappresentanti dell'aristocrazia

fondiaria, i _lords_ della camera alta, ma anche e più i commercianti

stretti nelle loro corporazioni, gli armatori, gli industriali, i

banchieri, i rappresentanti in una parola della proprietà mobiliare

la cui straordinaria importanza nella storia sociale dell'Inghilterra

data appunto da questa rivoluzione. L'aristocrazia del capitale, che

dispone della ricchezza e dà al governo i fondi necessari, diverrà

arbitra ben presto dei destini politici e sociali della nazione,

imporrà o romperà pei suoi fini economici le alleanze, susciterà o

troncherà le guerre, regolerà in una parola pel vantaggio proprio,

immedesimato collo sviluppo economico del paese, tutta la politica

interna ed esterna dell'Inghilterra. Le colonie americane, sorte sotto

gli Stuart e favorite indirettamente nel loro sviluppo dalla politica

illiberale di costoro, sfuggivano così al dispotismo politico di essi,

che aveva tentato d'affermarsi in America non meno che in Europa, ma

per cadere sotto la supremazia assoluta del Parlamento, vale a dire

sotto la sovranità di un'aristocrazia commerciale, sorda ad ogni voce

che non fosse quella del proprio interesse: sorta pel trionfo dei

diritti inglesi non già di quelli dell'uomo, la rivoluzione inglese

del 1688 darà maggiore impulso ad una politica coloniale, mirante

solo all'interesse dell'Inghilterra non già alla giustizia naturale,

ad una politica che sacrificherà senza scrupolo i diritti dei coloni

come uomini e come inglesi agli interessi della madrepatria. Il

nuovo sistema politico basandosi ormai sugli interessi permanenti

dei mercanti e degli armatori inglesi acquistò una consistenza ed una

durata, che non avrebbero mai potuto ottenere l'egoismo, i capricci del

momento, il favoritismo degli Stuart.

L'applicazione infatti del sistema mercantile spinto alle ultime

sue conseguenze costituisce uno degli elementi caratteristici della

rivoluzione aristocratica dell'Inghilterra. Nel 1696 gli affari

delle piantagioni venivano confidati definitivamente all'ufficio

già ricordato del commercio e delle colonie, e tutte le questioni

concernenti gli interessi o le libertà dei coloni si decisero dal punto

di vista del commercio inglese. Tutti gli atti anteriori concedenti

qualche monopolio all'Inghilterra sul commercio delle colonie furono

rinnovati e, per realizzarne la stretta esecuzione, si proclamò

rigorosamente l'autorità suprema del Parlamento in materia.

Il commercio coloniale non poteva effettuarsi che da navigli costrutti,

posseduti e comandati da abitanti dell'Inghilterra o delle colonie.

Tutti i governatori, quelli delle colonie a carta non meno di quelli

delle provincie regie, erano obbligati ad impegnarsi sotto giuramento

di far il possibile perchè tutte le clausole di questi atti fossero

puntualmente osservati. Gli impiegati del fisco, in America, erano

investiti di tutti i poteri conferiti per atto del parlamento a

quelli di Inghilterra. Il commercio intercoloniale era stato gravato

d'imposte, il cui pagamento era stato interpretato come un diritto

d'esportare le mercanzie dove che fosse: questa libertà ora veniva

tolta. L'immenso territorio americano fu riservato esclusivamente

ai sudditi inglesi od a coloro che ottenevano dal Consiglio privato

l'autorizzazione di acquistarne una parte. I mercanti inglesi insomma

dovevano ad ogni costo arricchirsi a spese dei coloni, i quali,

obbligati a comperare da essi soli quanto loro occorreva ed a vendere

ad essi soltanto i loro prodotti, venivano danneggiati doppiamente

dalla mancanza di concorrenza, e come consumatori e come produttori,

senza che il popolo inglese fosse messo almeno a parte come consumatore

del disumano banchetto coloniale imbandito al ceto mercantile, il

quale esportava altrove i prodotti coloniali eccedenti la richiesta

inglese. Col crescere poi degli interessi inglesi impegnati nel sistema

coloniale, colla richiesta di lucri a danno delle colonie da parte di

ceti muti fino allora a tale riguardo, della grande proprietà fondiaria

e manifatturiera in ispecie, crescevano pure i pesi iniqui di tale

sistema, non accontentandosi più l'Inghilterra di gravare il solo

commercio esterno delle colonie.

La lana era il principale prodotto mercantile dell'Inghilterra, donde

l'invidia di coltivatori ed industriali per ogni gregge, che belasse,

per ogni fuso, che girasse nelle colonie. Il preambolo d'un atto del

parlamento confessa che il motivo d'una legge restrittiva risiede nella

convinzione che l'industria coloniale «diminuirebbe infallibilmente

il valore delle terre». «A partire dal 1º dicembre 1699, diceva una

clausola, nè lana nè alcun oggetto fabbricato in tutto od in parte

di lana, che sia stato prodotto o manifatturato in una od altra delle

piantagioni inglesi dell'America, potrà esser caricato su un naviglio o

vascello qualunque, sotto alcun pretesto che sia — nè caricato sur un

cavallo, una carrettella od ogni altra vettura — per esser esportato

dalle piantagioni inglesi non importa in quale altra delle dette

piantagioni o in quale altro luogo che si sia». Così i fabbricati

del Connecticut non potevano cercare un mercato nel Massachusetts,

nè esser trasportati ad Albany per scambiarli con gli Indiani. Un

marinaio inglese non poteva comperare della lana a Boston per un valore

superiore ai 40 scellini.

Nella Virginia la povertà obbligava gli abitanti a fabbricarsi da sè

delle stoffe grossolane, se non volevano rimaner nudi: ciò non impediva

ad un governatore regio di esporre con faccia tosta il parere che il

Parlamento avrebbe dovuto proibire ai Virginiani di confezionarsi

i propri vestiti, per rivolgere la loro attività «verso qualche

fabbricazione meno pregiudizievole al commercio della Gran Brettagna»!

Al principio del secolo XVIII i _lords_ dell'ufficio del commercio

rimproveravano alle colonie provviste di carta «d'incoraggiare e

di propagare la fabbricazione della lana e d'altri articoli propri

dell'Inghilterra». La preoccupazione della lana diventava una vera

ossessione per la metropoli, al punto che un agente americano così

ragionava in quel secolo: gli Inglesi non devono temere la conquista

del Canadà, perchè al Canadà «dove il freddo è eccessivo e la neve

copre sì lungamente la terra, i montoni non si moltiplicheranno mai

al punto da permettere lo stabilirsi di manifatture laniere, il che

è la sola cosa che possa rendere una piantagione pregiudizievole alla

corona».

A Boston si costituisce una società per incoraggiare le manifatture

domestiche, ed in seguito ai buoni risultati ottenuti la città

costruisce una fabbrica, incoraggiando con premi i produttori di tela.

Apriti terra! L'Ufficio del commercio s'allarma a tanta iniquità,

biasima il governatore di non averla impedita, spinge la camera

dei Comuni a far un'inchiesta sul fatto inaudito, a proporre quindi

nuove leggi proibitive e tanto fa che alla fin fine la manifattura di

Boston, destinata ad incoraggiare l'industria dell'intera provincia,

va in decadenza, avendo servito soltanto a mostrare la sollecitudine

previdente dell'Inghilterra per le sue colonie.

E come la manifattura della lana così le altre venivano col tempo

vietate. All'America, ad esempio, che era la patria del castoro, veniva

vietato di fabbricarsi i cappelli: chi voleva fare il cappellaio nelle

piantagioni doveva esser stato sette anni apprendista, e nessun maestro

poteva adoperare più di due apprendisti in una volta, coll'esclusione

assoluta dei negri: il commercio poi dei cappelli fra piantagione e

piantagione era assolutamente proibito. Peggio ancora per le industrie

minerarie: impeditole di stabilire alti forni, acciaierie o magone,

l'America doveva rinunciare alle immense ricchezze di ferro, di carbon

fossile, di lignite, che teneva nel seno. Una disposizione della camera

dei Comuni sul principio del secolo XVIII dichiarava che «nessuno nelle

colonie doveva fabbricare mercanzie in ferro di alcuna specie»: ragione

di ciò la gelosia degli industriali inglesi per l'industria americana;

pretesto il fatto «che l'erezione di manifatture nelle colonie tendeva

ad indebolire la loro dipendenza dalla Gran Brettagna». «Dovesse il

nostro potere sovrano di controllo legislativo e commerciale venir

sconfessato, dirà il primo Pitt, io non soffrirei che un solo chiodo di

ferro da cavallo fosse fabbricato in America»!

S'interdiva così agli Americani non solo di fabbricare gli articoli

capaci di far concorrenza a quelli inglesi sui mercati esteri, ma

perfino di fabbricarsi in casa propria e col proprio lavoro gli oggetti

indispensabili alla vita! Si faceva eccezione, è vero, per le industrie

navali: ma ciò non già per dare un qualche compenso a tante enormità,

ma solo per combattere meglio nel campo mercantile le nazioni rivali,

tanto è vero che a siffatto favore s'accompagnava l'estendersi della

giurisdizione del Parlamento su tutti i boschi situati al nord del

Delaware. Ogni pino, non compreso in un lotto individuale, fu ormai

consacrato ai bisogni della marina inglese; e nessun tronco del

territorio vacante, che fosse adatto a fare un albero od un'antenna,

poteva esser abbattuto senza l'autorizzazione della regina! Questa la

carità pelosa del Parlamento inglese, che dai coloni non voleva lana ma

legname per la marina.

Dove però questo sistema mercantilistico si manifesta in tutta la

sua odiosità, è nell'appoggio incondizionato, che dava agli orrori

della tratta africana, fatta parte integrante di esso. Fra le tante

limitazioni al commercio delle colonie, questo ramo era andato

immune, giacchè per quanto dannoso ai negrieri inglesi pure tendeva

ad allargare la schiavitù nelle colonie, cosa d'interesse capitale

per la metropoli. Quando infatti nel secolo XVIII il commercio degli

schiavi fu lasciato libero a tutti gli Inglesi, le città marittime

della Nuova Inghilterra vi parteciparono su vasta scala, accumulando

grandi ricchezze: ancora nel 1789 la città di Boston, che pur sarà la

culla del movimento abolizionista, impiegava nell'infame commercio

una trentina di negrieri! Ma, se vantaggiosa alla classe mercantile

del Nord ed a quella dei piantatori del Sud, la tratta era ancor più

proficua all'Inghilterra: nel Nord come nel Sud i coloni non erano

ignari che la metropoli favoriva il commercio dei negri non solo pel

guadagno economico, che ne ritraeva, ma anche perchè esso, allargando

la schiavitù negra, ribadiva le catene politiche ed economiche che

avvincevano le colonie alla madrepatria. Ad esse la schiavitù avrebbe

permesso solo l'agricoltura, lasciandole così strettamente tributarie

della metropoli nel campo industriale. In un opuscolo politico infatti,

avente per titolo «Il traffico degli schiavi africani colonna e

sostegno delle piantagioni inglesi in America», un mercante inglese

così si esprimeva: «quando fosse possibile sostituire nelle piantagioni

il lavoro dei bianchi a quello dei negri, allora le nostre colonie

recherebbero danno alle fabbriche di questo reame, ed in tal caso

avremmo veramente ragione di paventare la prosperità delle nostre

colonie; ma fino a tanto che noi possiamo provvederle abbondantemente

di negri, non c'è ragione di abbandonarsi a simili apprensioni»; e

più oltre: «il lavoro negro manterrà le nostre colonie nella debita

sommissione agli interessi della madrepatria, perocchè fino a tanto

che le nostre piantagioni dipenderanno meramente dal lavoro dei negri,

non vi sarà pericolo che le nostre colonie rechino alcun danno alle

manifatture inglesi o si rendano indipendenti dal loro impero».

A completare il fosco quadro dei guai arrecati alle colonie

nord-americane dalla politica economica dell'Inghilterra verso di

esse, s'aggiungano le perturbazioni del loro mercato interno dovute

alla viziata circolazione monetaria. Costrette dalla madrepatria a non

intrattenere relazioni commerciali se non con essa ed alle condizioni

sfavorevoli da essa imposte, negata loro ogni altra fonte di credito

che non fosse il mercato inglese, credito tanto necessario a paesi

nuovi bisognosi quanto mai di capitale per sviluppare le ricchezze

naturali del suolo, le colonie si erano trovate ben presto in uno

stato permanente di debito verso la metropoli, a soddisfar il quale

s'era ricorso alle tratte. Coll'uso e l'abuso di queste però le

specie metalliche non avevano tardato a sparire, e l'America era stata

lasciata senza moneta corrente. Allora, data l'impossibilità da tutti

ammessa di conservare una moneta corrente metallica nello stato di

dipendenza delle colonie, queste, comprese del dovere d'ogni governo di

procurare alla popolazione la moneta necessaria agli scambi, avevano

perduto ogni ritegno nel fabbricare carta-moneta; ogni qualvolta

occorreva denaro, il governo coloniale metteva in circolazione carta

monetata pagabile a lunghissima scadenza e garantita sulle terre

pubbliche, vantandosi del doppio risultato di soddisfare ai bisogni più

urgenti del popolo e di creare un cespite di entrate senza ricorrere

a tasse. Vittime così del mercantilismo inglese, nella prima metà del

secolo XVIII tutte le colonie, eccettuata la Virginia che continuava

ancora nel suo sistema di economia naturale, erano ricorse a questo

comodo sistema, il quale coi suoi eccessi aveva fatto sparire a

tal punto la moneta d'oro e d'argento, emigrata in Inghilterra, che

«quando ne capitava, si considerava come mercanzia». I primi frutti

dell'accrescimento fittizio della moneta erano parsi saporiti,

vedendosi l'impulso apparente dato al commercio: ma ben tosto se ne

videro gli effetti disastrosi.

Lungi dal rimediare al male, esso aumentava sempre più la sete di nuove

emissioni, ogni qualvolta in ispecie la classe dei debitori insolventi

otteneva il predominio nelle legislature: il paese era inondato di

carta deprezzata, che ad ogni nuova emissione subiva delle fluttuazioni

nel suo valore con danno enorme di quanti vivevano su salari od altre

rendite fisse, con disordine inaudito del commercio, data l'incertezza

da cui necessariamente erano colpiti i valori in tutti i contratti

della vita giornaliera. Tale incertezza non tardò a guadagnare tutto il

paese. Nel 1738 la moneta corrente della Nuova Inghilterra non valeva

che 100 per 500; quella di New York, di New Jersey, della Pennsylvania

e del Maryland 100 per 160 o 170 o 200; della Carolina del Sud 1 per

8; mentre che la carta della Carolina settentrionale, lo stato per sua

natura meno commerciale di tutti, non era stimata valere a Londra che

1 per 14 e nella stessa colonia che 1 per 10. E con tutto ciò questa

politica non venne mai ripudiata dall'Inghilterra, i cui statisti non

proposero o non manifestarono mai il desiderio di mettere la moneta

corrente interna delle colonie sul piede d'uguaglianza con quella del

gran mondo commerciale: l'America, segregata economicamente dal resto

del mondo se ne eccettui dalla madrepatria, poteva bene anche senza

moneta anzi perchè senza di essa rimanere la tributaria di questa, la

schiava che non sapeva rompere le secolari catene.

Tale politica, che il maggior economista inglese dichiarava «una

violazione manifesta dei diritti dell'umanità», doveva necessariamente

mutare un legame prezioso di pace e d'accordo, quale il commercio, in

una sorgente violenta d'ostilità tra madrepatria e colonie, gettando

in queste ultime il seme indistruttibile della guerra civile: essa

conteneva il pegno dell'indipendenza finale dell'America, giacchè

le relazioni fra essa e la metropoli più non si riducevano ormai che

all'applicazione a suo danno d'una legge fatta esclusivamente dal più

forte ed a proprio esclusivo vantaggio, diritto della forza contrario

ad ogni principio d'equità naturale, che non poteva durare più della

superiorità della forza stessa.

Relazioni siffatte, ponendo la proprietà, l'iniziativa individuale,

l'industria, le libertà dei coloni consacrate da carte, alla mercè e

sotto «il potere assoluto» della legislatura inglese, non potevano

che condurre alla indipendenza del Nuovo Mondo. Gli Inglesi furono

i primi a notare questa tendenza. Già dal 1689 l'insurrezione della

Nuova Inghilterra eccitava l'allarme, come indice del fiero spirito

di libertà dei coloni. Nel 1701 i _lords_ del commercio dichiaravano

in un documento ufficiale «la sete d'indipendenza delle colonie

attualmente evidente». Nel 1703 Quarry scriveva: «Le idee di repubblica

fanno strada tutti i giorni; e se non vi si mette ostacoli in tempo,

i diritti ed i privilegi di sudditi inglesi saranno riguardati

come troppo ristretti». Nel 1705 si leggeva nella stampa: «col

progredire del tempo, i coloni si sbarazzeranno della loro dipendenza

dall'Inghilterra e si daranno un governo di loro scelta»; ed un

pochino alla volta si venne perfino a sentir ripetere «da gente di ogni

condizione e qualità, che il loro numero e le loro ricchezze crescenti

ed inoltre la loro grande distanza dalla Gran Brettagna avrebbero

fornito loro l'occasione, al termine d'un piccolo numero di anni, di

scuotere il giogo della metropoli e di dichiararsi libera nazione,

se non fossero stati domati a tempo e sottomessi alla corona». Molti

personaggi autorevoli convenivano della possibilità di tale avvenire e

della probabilità del suo realizzarsi ad un momento o ad un altro. Un

conservatore moderato americano, il Logan, nel 1728 diceva: «si parla

d'un atto del Parlamento avente per fine di proibirci di confezionare

sbarre di ferro, perfino per nostro uso. Ora io non conosco niente

che possa contribuire più efficacemente ad alienare lo spirito delle

popolazioni di questa contrada ed a scuotere la loro sottomissione alla

Gran Brettagna».

Quando nel 1750 il Parlamento discuteva le misure intese a proibire

l'industria del ferro esercitata dagli Americani, tra l'applauso

dell'Inghilterra e le proteste dell'America, misure di cui l'agente

del Massachusetts sosteneva l'incompatibilità coi diritti naturali

dei coloni, lo stesso realista Kennedy, membro del Consiglio di New

York e partigiano della tassazione per parte del Parlamento, faceva

notare pubblicamente al ministero che «la libertà e l'incoraggiamento

sono la base delle colonie»: «procurarci quanto ci occorre col mezzo

delle nostre manifatture, è cosa facilissima; ed allorchè in tale

circostanza un popolo è numeroso e libero, esso tenterà quanto riterrà

del suo interesse; in tutte le leggi proibitive egli vedrà degli atti

d'oppressione, e specialmente in leggi che, conforme all'idea che ci

facciamo della libertà inglese, non si ha il diritto di discutere o di

proporre: non si possono tenere i coloni in dipendenza impoverendoli»;

e ricordava al ministero il consiglio già da altri suggerito, il quale

diceva che il mezzo di impedire alle colonie di staccarsi era quello di

non farlo loro volere.

Verso quell'epoca il già ricordato viaggiatore svedese, Pietro Kalm,

nella relazione del suo viaggio attraverso le colonie, dopo averne

dipinta l'oppressione economica, scriveva: «Queste oppressioni hanno

fatto sì, che gli abitanti delle colonie inglesi siano meno attaccati

alla propria madrepatria; la qual freddezza è accresciuta per opera

dei molti stranieri, che si sono domiciliati in esse, poichè Olandesi,

Tedeschi e Francesi qui sono misti con Inglesi e non nutrono nessun

affetto particolare per la vecchia Inghilterra. Inoltre v'è assai gente

sempre scontenta, che vede volentieri un mutamento, mentre per di più

crescente prosperità e libertà formano uno spirito pubblico indomabile.

Non solo nativi americani, ma perfino emigranti inglesi mi hanno detto

apertamente che fra 30 o 50 anni le colonie inglesi dell'America

nordica forse formeranno una stato separato, affatto indipendente

dall'Inghilterra».

§ 3. MATURITÀ DELLE COLONIE PER L'INDIPENDENZA. — L'egoismo

mercantile dell'Inghilterra preparava così la via all'indipendenza

politica dell'America, chè la resistenza contro di esso da parte

di un paese destinato dalla natura ad una vita economica e statale

autonoma doveva diventare tanto più forte, quanto più le colonie si

sviluppavano sotto l'aspetto economico e sociale, quanto più stretti

si facevano i loro legami, quanto più energica la loro coscienza di

uomini liberi, quanto più maturo infine diventava il loro processo di

differenziazione dalla madrepatria. In tutto il continente la libertà

nazionale e l'indipendenza guadagnavano ogni giorno più in vigore ed

in maturità. Non era questo un prodotto cosciente della previdenza

e della riflessione, ma il risultato inconsapevole dei rapporti fra

madrepatria e colonie. Il bisogno di libertà economica doveva tradursi

fatalmente in una aspirazione oscura dapprima ma sempre più chiara in

seguito a quell'indipendenza politica, che sola avrebbe assicurato

la prima: l'oppressione economica preparava l'indipendenza delle

colonie in doppio modo, determinando in esse una resistenza sempre

più viva alla madrepatria, sviluppando in esse con la solidarietà

coloniale una coscienza propria diversa non solo, ma in opposizione

con quella della vecchia Inghilterra. Del resto, indipendentemente

anche da ciò, i vincoli nazionali, che avevano unito alla madrepatria

i primi coloni, andavano ogni giorno più rilassandosi: le nuove

generazioni nate e cresciute in America conoscevano la Gran Brettagna

soltanto dai funzionari poco graditi ch'essa loro inviava; imparavano

dalla tradizione essere quella la terra la quale, matrigna più che

madre, aveva bene spesso costretto i loro avi, poveri o perseguitati

dal fanatismo religioso e politico, a cercare in una nuova patria

condizioni migliori di vita; vedevano in essa il governo, dai cui

attacchi dovevano costantemente guardarsi in difesa della propria

libertà: per di più gli emigranti tedeschi, francesi, olandesi, che

dopo una dimora di sette anni nelle colonie ricevevano il diritto

di cittadinanza, non potevano nè nutrire simpatie nè avere riguardi

per l'Inghilterra, freddezza ed ostilità che non poteva essere

controbilanciata in favore della metropoli nè dalla chiesa episcopale

britannica soppiantata nelle colonie dalle chiese rivali, presbiteriani

in maggioranza, puritani, quaccheri, cattolici, nè dal debole elemento

realista di qualche città, come Boston e New York, che per interessi di

solito personali si appoggiava sul governo inglese.

Questo processo di differenziazione dalla madrepatria andava così

maturando le colonie americane, già use a governarsi da sè, per quella

vita statale indipendente, cui sembrava facesse del suo meglio per

spingerle con le gravezze economiche il governo inglese: «le colonie,

diceva giustamente il Turgot a questo proposito, si assomigliano

a frutti, che stanno attaccati all'albero, finchè non sono maturi:

tostochè l'America sia in grado di reggersi da sè, farà ciò che un

tempo fece Cartagine».

Ben prima del 1776, a vero dire, le colonie americane sarebbero

state in grado di governarsi da sè; ma, a parte la coscienza di loro

debolezza di fronte all'Inghilterra, il momento storico e l'interesse

futuro si sarebbe opposto ad ogni idea di indipendenza da essa. Gli

Americani anzitutto non erano semplicemente coloni dell'Inghilterra, ma

erano legati ad un sistema coloniale, che tutti gli stati commerciali

dell'Europa avevano contribuito a formare e che abbracciava tutto il

mondo: un loro tentativo di indipendenza sarebbe stato nel secolo XVII

o nei primi del XVIII non già, come al cadere di questo, il primo

strappo ad un sistema ormai logoro e consunto, una lotta favorita

o almeno veduta di buon occhio dall'Europa, gelosa della potenza

commerciale dell'Inghilterra, ma bensì una insurrezione immatura contro

tutto un sistema ancora vigoroso, rivoluzione commerciale oltrecchè

politica, che la Francia soltanto avrebbe forse tollerato per rivalità

con l'Inghilterra, ma nessun'altra nazione d'Europa avrebbe certo

incoraggiato. I coloni inglesi in secondo luogo liberatisi, quand'anche

l'avessero potuto, dai ceppi economici della madrepatria, si sarebbero

trovati esposti senza difesa alle brame ingorde di quella potenza, che

dal Canada s'era inoltrata nella valle del Mississippi ed aveva spinto

ormai i suoi avamposti sino al golfo del Messico, sbarrando ad essi il

passo per ogni ulteriore progresso. «Tutte le colonie inglesi, scriveva

in una lettera diretta in Francia il futuro difensore del Canadà, il

generale Montcalm, si trovano in floride condizioni, sono popolose e

ricche ed hanno in sè i mezzi per soddisfare a tutti i bisogni della

vita. L'Inghilterra fu tanto folle da lasciar introdurre fra esse arti,

commercio e industria, di permettere loro cioè di spezzare la catena

di bisogni, che le avvinceva alla metropoli e le rendeva dipendenti

da lei. Quindi tutte le colonie inglesi già da un pezzo avrebbero

scosso il giogo, ogni provincia avrebbe formato una piccola repubblica

indipendente a sè, se il timore dei Francesi non le avesse frenate.

Per quanto come signori preferiscano i loro connazionali a stranieri,

si sono fatti una regola di prestare obbedienza alla madrepatria

il meno possibile. Ma aspetti un po' che il Canadà sia conquistato

e i Canadesi e queste colonie formino un popolo, crede lei che gli

Americani seguiteranno, a rimaner soggetti alla metropoli, come prima

l'Inghilterra sembri preoccuparsi soltanto dei suoi interessi? O che

hanno in vero da temere, se si rivoltano?».

Le origini degli Stati Uniti d'America · 第 24 / 38 题