CAPITOLO VI

La lotta pel continente.

§ 1. La società franco-canadese e la sua fittizia espansione — §

2. La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie

inglesi — § 3. La lotta per la terra.

§ 1. LA SOCIETÀ FRANCO-CANADESE E LA SUA FITTIZIA ESPANSIONE. — Mentre

nella regione costiera, tra gli Allegani e l'Atlantico, s'andava

sviluppando una società anglo-americana, ch'era in gran parte frutto di

immigrazione spontanea, nel paese contermine andava svolgendosi in modo

affatto diverso quella società franco-canadese, la quale era più che

altro una creazione politico-militare del governo, che ne aveva preso

la direzione ed assunto il controllo.

Colonizzazione che mirava a costituirsi una nuova patria, la prima

procedeva in modo normale, non occupando più suolo di quello che

bastasse alla sua attività immediata: commercianti e marinari lungo le

coste, agricoltori nell'interno i coloni inglesi procedevano lentamente

ma vigorosamente con la scure e con l'aratro, mettendo salde radici su

ogni palmo di terreno conquistato fecondato e popolato, creando via via

nuove collettività di uomini liberi attaccati al suolo dalla idealità

della patria non meno che dai bisogni della vita. La colonizzazione

francese invece, come quella che non sorgeva dalle viscere profonde del

popolo, ma obbediva soltanto agli interessi di compagnie mercantili ed

ai fini politici del governo, ha per fine immediato lo sfruttamento

e la conquista del paese. I coloni canadesi non sono sin dagli inizi

che agenti, preti, soldati. Nel 1640, cinque anni dopo la morte

del Champlain, il centro pressochè unico del dominio francese nel

N. America, Quebec, sorpassa appena i 200 abitanti, costituiti in

gran parte da agenti dei «Cento compagni», da servi, da gesuiti e da

monache, senza che la compagnia coloniale possa per mancanza di mezzi

e deficienza di emigranti effettuare il trasporto nel N. America dei

4000 coloni, cui s'era impegnata pel 1643. Poco tempo dopo due mistici

francesi, mossi dal desiderio di convertire gli Indiani, fondano

un'altra società con fini puramente religiosi, ed ottenuta dai «Cento

compagni» un'isola posta alla confluenza del S. Lorenzo coll'Ottawa,

costruiscono ivi nel 1642 Villemarie de Montreal, l'odierna Montreal,

sotto la guida d'un gentiluomo pio e valoroso, il signore di

Maisonneuve.

Cresciuta assai lentamente nei primi decenni, sì da non sorpassare alla

salita al trono di Luigi XIV i 2500 abitanti, la popolazione canadese

riceveva sotto questo monarca un incremento adeguato all'espansione

politica della Francia in quell'epoca. A meglio raggiungere i fini, cui

non sarebbe bastato il capitale e l'iniziativa individuale, sorgevano

allora sotto gli auspicii dell'onnipotente Colbert e l'influsso delle

idee mercantilistiche da lui denominate numerose compagnie coloniali,

fra le quali notevolissima la «Compagnia dell'Occidente» del 1664, cui

oltre a parte dell'Africa, dell'America Meridionale e delle Antille

veniva concessa pure a perpetuità la Nuova Francia. Dal solito omaggio

alla corona in fuori, tali compagnie di nome almeno erano sovrane

assolute del paese, di cui ottenevano il monopolio commerciale,

potendo esse sole fornirlo dei viveri e delle mercanzie necessarie,

esse sole esportarne i prodotti. Prediletto però tra le colonie per

le grandi speranze su di esso riposte e per la potenza dei gesuiti

in esso impegnati, al Canadà rivolgeva speciale attenzione lo stesso

Luigi XIV, desideroso di fondarvi una nuova Francia in tutto simile

all'antica. Venivano a tal fine emanate pel Canadà leggi speciali,

che incoraggiavano con premi in denaro ed altri modi i matrimoni e

la prolificazione; mentre appositi agenti percorrevano le provincie

della vecchia Francia in cerca di emigranti e convogli di donzelle

d'ogni classe, scelte con tutte le cure, venivano mandate ad accasarsi

nel Canadà, e centinaia di soldati del reggimento Carignano vi erano

spediti per mutarsi in coloni essi, in signori feudali di vasti

territori i loro ufficiali. Qualunque personaggio importante poi

avesse voluto passare in America coi suoi servi della gleba otteneva

vaste terre, ch'egli poteva distribuire come gli pareva, colla sola

condizione che il vassallo servisse nella milizia contro gli indigeni

in caso di bisogno: caccia, pesca, molini erano diritti riservati

al signore come nella vecchia Francia. Giovani nobili in cerca di

avventure, baroni spiantati desiderosi di ritornare al primitivo

splendore il blasone avito, ottenevano così con tutta facilità delle

terre nel Nuovo Mondo, tanto che veniva in esso formandosi rapidamente

una nobiltà locale.

Quanto era facile però creare la casta feudale, altrettanto era

laborioso creare quella dei paesani; giacchè, senza contare la natura

del popolo francese in ogni tempo troppo attaccato al suo focolare

per abbandonarlo, lo stesso sistema feudale coi mille gravami imposti

all'agricoltura s'opponeva alla coltivazione d'un paese, che, per

essere vergine, solo dal frazionamento della terra in piccoli lotti,

sufficienti ai bisogni d'una famiglia, avrebbe potuto aspettarsi una

larga immigrazione, mentre pel suo clima e pel genere dei suoi prodotti

non poteva contare sulla schiavitù dei negri. Gli emigranti erano per

conseguenza nella maggior parte delle classi più basse, che non avendo

un tetto in patria erano disposte a tutto pur di migliorare la loro

sorte; ma una volta raggiunte le nuove sedi, l'antica disposizione

al vagabondaggio risorgeva più forte di prima in quell'ambiente così

propizio, traducendosi nella preferenza per la pesca, la caccia, la

vita randagia anzichè per la vita sedentaria e faticosa dei campi. E

quasicchè non bastassero i ceppi imposti al commercio a vantaggio delle

compagnie, i mille privilegi concessi alla chiesa ed al sacerdozio a

danno dei coloni, ed infine, terzo e più gravoso monopolio, il sistema

feudale ad ostacolare lo sviluppo della Nuova Francia, allontanandone

ogni sana immigrazione, anche il più rigido assolutismo accentratore

veniva a toglierle coll'ombra perfino dell'autonomia locale e della

libertà politica, ogni possibilità di movenze.

Il feudalismo infatti, introdotto quale base della società

franco-canadese, non era più quello di vecchio stampo, chè non invano

il cardinale di Richelieu aveva spianato la via a Luigi XIV: anche

nelle colonie come nella madrepatria la volontà regia, sinonimo

di accentramento, conservavasi superiore alla potenza feudale; e

per quanto il Canadà fosse ceduto di nome ad una lega di mercanti,

questi, contenti del monopolio delle pelli, ne lasciavano arbitro

pur sempre il monarca, il quale lo trattava in tutto e per tutto come

una provincia francese che da lui direttamente dipendesse. Conservata

pertanto ai grandi signori feudali una certa giurisdizione entro il

loro territorio, il governo centrale fu affidato ad un governatore,

cui spettava comandare le milizie e dirigere i rapporti colle colonie

straniere e colle tribù indiane; ad un intendente regio, che vigilava

le finanze, i tribunali, i lavori pubblici, le faccende amministrative,

e di tutto, la condotta del governatore compresa, faceva ogni anno

minuzioso rapporto al sovrano; ad un consiglio supremo o corte di

giustizia, che formava il più alto tribunale d'appello, salvo pei

casi concernenti il re o le relazioni tra signori e vassalli, che

competevano al solo intendente: questi i signori assoluti del Canadà,

ai cui abitanti veniva tolto ogni e qualsiasi partecipazione agli

affari pubblici, sia d'interesse locale che generale.

L'assolutismo e l'accentramento della madrepatria dovevano regnare

qui pure; cosicchè quando l'energico conte di Frontenac, nominato

governatore, nel 1671, costituiva alla meglio e convocava in Quebec

i tre ordini tradizionali della nobiltà, del clero e del terzo

stato, il Colbert gli scriveva: «La sua convocazione degli abitanti

per prestare il giuramento di fedeltà e la divisione di essi in tre

ordini può avere avuto, pel momento, buoni effetti, però è meglio per

lei aver di continuo presente che ella nel governo del Canadà deve

sempre attenersi alle forme vigenti presso di noi. E dacchè i nostri

re, da lungo tempo, hanno reputato conveniente di non radunare gli

Stati generali del regno, per sopprimere forse l'antica consuetudine

senza dar nell'occhio, sarebbe suo obbligo di dare solo rarissimamente

o, per esprimermi con maggiore precisione, di non dar mai una forma

corporativa di governo agli abitanti del Canadà».

Struttura intima e costituzione politica coincidevano così col

bisogno economico di quella società per farla quanto mai atta ad

effettuare il poderoso disegno francese d'espansione territoriale,

che ideato in Francia veniva elaborato per ragioni politiche e

personali da governatori ed intendenti sul suolo stesso del Canadà,

sotto l'influenza immediata delle circostanze locali. Ben più che

dell'agricoltura il paese viveva del commercio delle pelli, donde la

necessità di strade libere e d'uno spazio praticamente illimitato,

necessità cui la popolazione obbediva tanto più volentieri, in quanto

era costituita anzichè da uomini liberi ed indipendenti, attaccati

al suolo della nuova patria, da coloni che vivevano in uno stato di

servitù temporale e spirituale, da agenti di compagnie commerciali, da

avventurieri senza patria, da soldati, tutta gente che il desiderio

di lucro, lo spirito di ventura e la disciplina militare facevano

cieco strumento dei capi. Lo spirito di ventura, la grandiosità dei

progetti senza la forza di poterli eseguire, la vastità del fine

senza i mezzi corrispondenti, l'immensità in una parola dei territori

dominati senza una densità di popolazione adeguata nonchè a coltivarli

a difenderli, dovevano essere le caratteristiche necessarie di questa

colonizzazione, così diversa dall'inglese. I coloni francesi infatti,

anzichè diboscare, coltivare, popolare il suolo occupato, come quelli

inglesi, si accontentano di appendere piastre di piombo, in cui è

incisa l'insegna francese, d'intagliare gigli e croci negli alberi più

alti, mirando solo ad occupare militarmente gli sbocchi delle vallate

ed i punti strategici, dove il fortilizio funge ad un tempo da stazione

commerciale, da casa per le missioni, da luogo di rifugio in caso di

bisogno pei rari agricoltori, che costruiscono sempre le loro case

lungo la riva dei fiumi.

La stessa conformazione geografica del paese favoriva l'espansione

della società franco-canadese. Da nord a sud, dai Grandi laghi al

Golfo del Messico nessun ostacolo naturale sorgeva ad arrestarla: i

suoi figli non avevano che da seguire la corrente del Mississippi e

dei suoi affluenti e subaffluenti per disperdersi in tutta la immensa

contrada; mentre la colonizzazione inglese, a prescindere anche dal

suo carattere affatto diverso, solo nell'aumento della popolazione

avrebbe trovato l'impulso a superare quella barriera degli Allegani,

che la obbligavano a concentrarsi nello stretto versante dell'Atlantico

prima di espandersi nel cuore del continente. A differenza così

degli Inglesi, i Francesi gettano i lor germogli in tutte le

direzioni, perdendo in profondità quanto guadagnano in estensione,

s'internano nelle regioni più selvagge, esplorano e conquistano di

nome un continente, senza riuscire a metter salde radici che in una

piccolissima parte di esso, nella vallata cioè del S. Lorenzo e su un

lembo del Golfo. Mentre i coloni inglesi al soffio della libertà si

moltiplicano in modo meraviglioso nella stretta zona loro riservata,

sull'area immensa pretesa quelli francesi, nonostante gli sforzi del

loro governo, anzi a causa di questi, da 3418 nel 1666 non salivano

che ad 82.000 nel 1759. Se il fanatismo religioso non avesse acciecato

i dominatori della Francia, e gli Ugonotti dopo la revoca dell'editto

di Nantes avessero potuto trovarsi un asilo di pace tra le selve

americane, le valli dell'Occidente si sarebbero popolate d'una gente

laboriosa ed onesta, che avrebbe assicurato alla Francia un immenso

dominio; ma ciò non permise il carattere religioso di quella conquista,

di cui erano strumento principalissimo i Gesuiti. Ed invero, mentre

il mercante attirava l'Indiano colla compera delle pelli, il prete

lo soggiogava con la conversione al cattolicesimo. Se l'introduzione

infatti d'una gerarchia ecclesiastica privilegiata nelle nuove terre

fu di grave danno allo sviluppo progressivo di esse, non fu però meno

favorevole alla rapida dominazione di mezzo il continente: la chiesa

cattolica più ancora dello spirito d'intrapresa commerciale, più della

stessa ambizione politica, portò la potenza della Francia nel cuore

del Nord-America. Essa fondò Montreal ed innalzò nel Canadà ospitali

e seminari insieme cogli altari; i suoi monumenti ed i suoi nomi si

trovano sempre accanto a quelli della feudalità; i suoi militi più

valorosi, i Gesuiti, hanno spianato sempre la via alla dominazione

politica, chiudendo bene spesso con la morte eroica del martire una

vita intessuta di sacrifici ignoti al mondo civile nonchè ricompensati.

Obbediente alla voce del dovere ed a quella del cuore ardentissimo,

il gesuita, imparata la lingua dell'Hurone o dell'Algonchino, si

recava impavido fra le erranti tribù; sacerdote le convertiva, maestro

le educava, commerciante le impiegava a vantaggio della compagnia,

assennato politico le amicava alla Francia.

La cura dei Gesuiti per gli Indiani rientrava del resto nel piano

generale della politica francese, dei cui successi il trattamento

fatto agli aborigeni era cagione non ultima. Alla Nuova Francia era

sconosciuta quella rigida barriera, che nelle colonie inglesi separava

il bianco dal rosso: in esse non solo il governo s'adoperava con

ogni cura di cattivarsi le tribù indiane per farle ausiliarie del suo

commercio ed alleate contro i suoi nemici, gli Inglesi, ma gli stessi

coloni trattavano da pari a pari gli indigeni. Lungi dal deriderne

le idee religiose, gli usi ed i costumi, i Francesi mostravano

di apprezzarli anzi cercavano addirittura di imitarli: lo stesso

Frontenac, se dovea recarsi presso un capo, si pitturava come lui e

come lui ballava la danza guerresca; se un capo alla sua volta veniva

a visitare un forte francese, le salve dei cannoni lo salutavano ed

i brillanti ufficiali, cui non erano ignote magari le seduzioni di

Versailles, lo accoglievano come ospite onorato alla loro tavola.

Mentre tale politica cercava d'infrangere idealmente la barriera, che

altrove esisteva tra bianchi e rossi, la rompeva materialmente quella

razza mista, che risultava dall'incrocio tra essi, e più ancora quella

classe di rinnegati della civiltà, i quali dalla lingua e dal colore

in fuori per nulla più si distinguevano dagli indigeni. Era essa

costituita specialmente da quei _coureurs de bois_ o scorritori di

boschi, da quelle centinaia e centinaia di refrattari alla vita civile,

che facevano da intermediari fra i mercanti e gl'Indiani, e guidavano i

canotti dei primi sui laghi, sui fiumi. Dispersi nella solitudine delle

foreste, questi vagabondi rinselvatichivano e nel contatto con gli

indigeni si sprofondavano nella più oscura barbarie. Dimenticato ogni

vincolo di sangue, bandito ogni ricordo della patria e della civiltà,

diventavano affatto simili ai selvaggi nella vita e nei costumi, più

feroci di loro nell'animo: conducevano la vita del _wigwam_, dove

passavano sdraiati le giornate d'ozio, con la pipa in bocca, mentre la

loro donna, per lo più indiana, preparava la selvaggina; si ornavano

i capelli di piume, si tatuavano, gareggiavano col pellirosso nella

caccia, nella danza, nel canto, nello stesso _skalp_. Al di sopra

di questi rifiuti della civiltà stavano quegli avventurieri, nobili

bene spesso, che per un bisogno irresistibile di libertà sconfinata,

per amore di lucro, per desiderio di fama, per spirito di conquista

si davano alla vita errabonda: mescolati colle tribù indiane, ne

diventavano oracoli in pace e condottieri in guerra; seguiti da bande

di _coureurs de bois_ esercitavano di contrabbando il commercio delle

pelli, che monopolizzato dalle compagnie era prescritto ai privati da

regi decreti; accompagnati da pochi entusiasti esploravano il corso dei

fiumi, rivelavano al mondo civile catene di monti, gettavano le prime

fondamenta di future città.

Determinata da moventi politici religiosi e commerciali anzichè da una

vera corrente immigratoria, la colonizzazione della N. Francia aveva

così plasmato una società quanto mai atta a raggiungere i fini, per cui

era sorta, una società feudale e militare, aggressiva ed espansionista

per eccellenza, che sarebbe stata la nemica naturale della società

agricola e mercantile dell'America inglese, quand'anche profonde

rivalità politiche tra Francia e Inghilterra non le avesse spinte alla

lotta per la supremazia e la conquista dell'intero continente.

§ 2. LA LOTTA POLITICO-COMMERCIALE TRA LA N. FRANCIA E LE COLONIE

INGLESI. — Basandosi sulla scoperta del Caboto, gli Inglesi reclamavano

tutto il paese dal Labrador al nord ai possessi spagnuoli al sud,

dall'Atlantico al Pacifico. I Francesi invece, negando ogni valore al

preteso diritto di scoperta, basavano sull'occupazione e più ancora

sulla fortificazione dei punti strategici occupati il loro diritto

sulla vallata del S. Lorenzo, sui Grandi Laghi, sulla vallata del

Mississippi. Non si trattava dunque soltanto d'una lotta tra Francia

e Inghilterra per la baia d'Hudson e l'Acadia, come sembrava in sulle

prime, nè d'una tra Nuova Inghilterra e Canadà per le pescherie

di Terranova; ma il grande duello, concernendo in teoria l'intero

continente, doveva avere per obbietto la conquista di esso, non appena

le pretese territoriali delle due metropoli avessero trovato sul luogo

ragioni ineluttabili di lotta senza quartiere tra coloni francesi ed

inglesi. Nè queste mancavano; senonchè, prima d'assumere la forma d'una

lotta per la terra, la grande contesa assumeva la forma di una lotta

commerciale. Inglesi e Francesi si disputavano infatti il primato nel

commercio delle pelli dell'intero continente, servendosi gli uni e gli

altri a tal fine delle bellicose tribù indiane. Le regioni occidentali

in ispecie attorno ai Grandi laghi erano tutte in mano di tribù, che

direttamente o indirettamente subivano l'influenza francese; cosicchè

la produzione di pelli e pelliccie di buona parte del continente

terminava in mani francesi. Favorevoli invece alle colonie inglesi

erano nei primi tempi gli Irochesi, i quali dipendevano economicamente

dal mercante olandese ed inglese, che somministrava loro in cambio

delle pelli di castoro le armi da fuoco, la polvere, il piombo,

l'acquavite, le stoffe dagli smaglianti colori, gli articoli tutti

di cui l'europeo aveva creato in essi il bisogno. E poichè il loro

territorio non bastava ad appagare la richiesta di pelli, i «Romani del

nuovo mondo», fidenti nel terrore che ispirava la lega delle Cinque

nazioni, si accingevano coll'aiuto inglese ad impadronirsi di tutto

quel traffico ed a trasferirlo nelle mani dei loro alleati, soggiogando

le tribù propense alla Francia, disegno la cui attuazione avrebbe

rovinato il Canadà. Da ciò uno stato pressochè permanente di lotta

lungo i confini, dalla parte della Nuova Inghilterra e di New York in

ispecie, lotta che si mutava in vere e proprie guerre intercoloniali

quando sopraggiungevano altre cause interne od esterne di dissidio, le

guerre tra Francia e Inghilterra in prima linea.

L'indiano, alleato al bianco, conduceva la guerra all'uso nazionale,

portandovi tutta la crudeltà innata; ed il bianco pieno d'odio e

smanioso di vendetta lasciava fare o perfino aizzava alla ferocia il

selvaggio: cosicchè, se il nome solo di Canadà rievocava alla mente

dei coloni inglesi lugubri scene di stragi notturne, d'incendi, di

donne e bambini sorpresi e sgozzati; d'altra parte i loro alleati,

gli Irochesi, in una sol volta, bruciato Montreal, scannavano due

mila persone e ne facevano prigioniere altrettante. In questa lotta

pel commercio, sia che il movente venisse dalle rispettive metropoli

sia che risiedesse in antagonismi etnici e religiosi od in rivalità

economiche, il più forte era il francese. Mentre infatti la Nuova

Francia, senza agricoltura, senza industria, compatta ed obbediente

ciecamente ai suoi capi, era organizzata, può dirsi, per la guerra;

le colonie inglesi date all'agricoltura, al commercio, all'industria,

divise in governi separati, rette a democrazia e perciò in mano ora

d'un partito favorevole alla guerra ora d'uno contrario, agitate bene

spesso da interni dissidî, male sorrette dalla madrepatria, prive di

truppe, di organamento militare, di capi erano assai meno adatte alla

lotta. Aggiungi le condizioni locali dei due paesi; chè non solo la

frontiera esposta agli assalti del nemico era senza confronto meno

estesa dalla parte francese che dall'inglese; ma le abitazioni stesse

per esser costrutte lungo la riva dei fiumi davano agio ai coloni

francesi di rifugiarsi in caso di pericolo nel forte più vicino,

bene armato e difeso, mentre i poderi ed i casali dei coloni inglesi

dispersi tra le foreste, lontani da ogni centro fortificato, non

permettevano agli abitanti di riunirsi in breve tempo e difendersi

al sopraggiungere delle orde indiane o delle bande canadesi, che

piombavano di notte sulla preda, incendiavano e scannavano senza

misericordia, ritirandosi indisturbati col loro bottino.

Le cose doveano procedere però diversamente il giorno, in cui la lotta

pel primato commerciale si fosse mutata in lotta per la terra, ed il

sentimento della propria conservazione avesse trascinato in essa tutte

quante le colonie inglesi: allora i pacifici agricoltori combattendo

_pro aris et focis_ sarebbero diventati soldati invincibili, e la

società democratica dell'est del continente, più ricca, più colta, più

popolosa sopratutto, trascinata dalla necessità economica e dalla nuova

idealità della patria, avrebbe soppiantato quella feudale-militare

dell'ovest. Il giorno venne quando le colonie inglesi, che s'erano

sviluppate per forza propria, senza alcun aiuto estraneo, senza seguire

alcun piano determinato di capi o di principi, superati gli Allegani,

si trovarono sbarrato il passo per un ulteriore sviluppo dai Francesi,

signori oramai dell'intera vallata del Mississippi.

Il disegno del Colbert di estendere la dominazione francese a tutto

l'interno del continente americano, limitando gli Inglesi alla stretta

zona costiera dell'Atlantico, gli Spagnuoli alla Florida, diventato

programma pratico dei governatori ed intendenti canadesi, Frontenac,

Talon e De Courcelles in ispecie, aveva cominciato ad effettuarsi dopo

che un illuminato e geniale avventuriero di Rouen, Roberto Cavalier de

la Salle, aveva dischiuso alla colonizzazione bianca la vallata del

gran fiume. Nato di agiata famiglia borghese nel 1643 ed educato in

un seminario di gesuiti, il La Salle era partito poco più che ventenne

per la Nuova Francia in cerca di fortuna e di gloria. Confinato nelle

solitudini dell'alto Canadà, dove aveva ricevuto in dono dai gesuiti

vasti terreni, il giovane ardente, di cui la descrizione dei viaggi

di Colombo e delle avventure di Soto eccitavano la fantasia, aveva

ripreso il vecchio disegno, condiviso da tanti altri esploratori

prima di lui, di trovare un passaggio per il Pacifico, una via

commerciale per la China ed il Giappone, via che poteva forse esser

data da quel grande fiume, che gli Indiani gli dicevano sboccare nel

mare dopo mesi e mesi di navigazione. Animato da questa fede, egli

aveva già esplorato nelle sue spedizioni il corso dell'Ohio e forse

dell'Illinois, quando il canadese Luigi Joliet lo preveniva il 1673

nella scoperta del Mississippi, di cui discendeva la corrente sino alla

confluenza dell'Arkansas, mettendo in sodo il fatto che il Mississippi,

anzichè nel mare della Virginia o nel Pacifico, sboccava nel Golfo

del Messico. Piantare sulla riva di questo, a dispetto di Spagnuoli

ed Inglesi, la bandiera francese, trapiantare la civiltà francese dal

rigido Canadà nella prodigiosa vallata del «padre dei fiumi» e mandare

direttamente in Europa i tesori di essa, divenne da allora il fine

immediato dell'entusiastico La Salle. Ottenuta in Francia pei suoi

meriti insieme con una patente di nobiltà la concessione del forte

Frontenac, l'odierna Kingston, presso il lago Ontario, ed un monopolio

commerciale, della sua rocca, donde avrebbe potuto senz'altro rischio

sfruttare il traffico d'un continente intero, egli fece la vedetta da

cui gettare ben più lungi lo sguardo aquilino, la base d'operazione per

esplorare e colonizzare l'intera vallata del Mississippi. Dopo anni di

progetti e di tentativi, condotti con energia meravigliosa in mezzo

ad ostacoli insuperabili, a pericoli formidabili, tra la gelosia dei

mercanti canadesi suoi emuli e la sorda ostilità dei gesuiti minacciati

nella loro potenza, il La Salle, aiutato nei suoi disegni e sorretto

nei momenti più terribili da un veterano italiano, Enrico de Tonti,

arrivava finalmente il 6 aprile del 1682 al delta del Mississippi ed

il 9 aprile innalzava presso la foce una colonna con le armi di Francia

prendendo possesso in nome del re dell'immenso paese, cui dette il nome

di Luigiana. Se a lui però tutta la gloria dell'iniziativa, l'opera

grandiosa da altri doveva esser compiuta. Di ritorno infatti dalla

Francia, dove tra l'entusiasmo generale aveva ottenuto uomini e mezzi

per impiantare la prima colonia francese alle foci del Mississippi, il

La Salle oltrepassava con le sue navi senza avvedersene la bocca del

fiume, e nelle steppe deserte del Texas invano cercando fra stenti e

sofferenze indicibili il «padre dei fiumi» veniva assassinato dai suoi

uomini ammutinati nel 1687. Spariva così dal campo della sua gloria

il padre della colonizzazione bianca del Mississippi e la colonia

soggiaceva alla fame ed agli assalti degli Indiani; ma il seme da

lui gettato doveva col tempo germogliare in una messe grandiosa di

ricchezza.

Mentre però a settentrione le cose procedevano felicemente e dal Canadà

i Francesi lungo la via segnata dal La Salle andavano guadagnando il

cuore del continente; a mezzogiorno essi trovavano ostacoli formidabili

nell'illusione e nell'errore ben più che nella natura. Non convinti

ancora che in quel vergine suolo la ricchezza sarebbe stata frutto del

lavoro, i rari coloni dispersi nell'immenso territorio, invece di darsi

all'agricoltura, base indispensabile per una colonia nascente, vivevano

di caccia e di pesca errando affamati in cerca di quell'oro, per cui il

vicino Messico era diventato famoso. Quando poi il traffico del paese

fu affidato alla compagnia del Mississippi diretta da un filibustiere

della finanza, il famigerato Giovanni Law, la Luigiana divenne per

la madrepatria un vero Eldorado e la fama, artificialmente creata,

della sua ricchezza uno strumento di più nelle mani di Law per far

salire in modo vertiginoso le azioni dei «Mississipesi». Avventurieri,

delinquenti, poveri, cortigiane venivano mandati volenti o nolenti

nella Luigiana, dove sorgeva Nuova Orleans in onore del Reggente, sotto

la cui non disinteressata protezione si stava preparando la più grande

catastrofe finanziaria che la storia moderna avesse ancora veduto.

La rovina della compagnia del Mississippi non segnava però la rovina

della Luigiana più di quello che i suoi trionfi ne avessero fatta la

floridezza; l'avvenire di essa, non riposava sugli sforzi del Law ma

su quei 300 schiavi negri, che erano stati introdotti nella colonia:

il lavoro servile permise la coltivazione della canna da zucchero,

e questa divenne la base della vita economica del paese, la cui

popolazione andò da allora in poi costantemente aumentando.

Da nord come da sud, dall'alto Canadà come dalla foce del Mississippi

i coloni francesi nella loro espansione militare e religiosa andavano

così guadagnando tutta la vallata centrale del Nord-America; mentre

battevano oramai alle porte di essa nella loro espansione agricola

dalla parte d'oriente i coloni inglesi: nel mezzo fra le parti

contendenti solo poche tribù indiane, tutto inasprite contro gli

Inglesi, le Cinque nazioni comprese, le quali abbandonate da questi

parteggiavano ormai pei Francesi. Il momento supremo della lotta fra

le due razze, rappresentanti due civiltà diverse, era giunto. Guerre

intercoloniali non erano mancate nemmeno per l'innanzi: già in una

prima guerra, nel 1629, un colpo di mano, come vedemmo, aveva dato

per poco agli Inglesi Quebec; in una seconda, detta la «guerra del

re Guglielmo» (1689-97), terminata senza risultati notevoli con la

pace di Ryswick del 1697, mentre il Frontenac meditava la conquista

di Nuova York, le milizie di questa unite con schiere della Nuova

Inghilterra avevano tentato quantunque invano di invadere il Canadà

e quei di Boston avevano veduto perire miseramente la loro flotta

inviata contro Quebec; in una terza, detta la «guerra della regina

Anna» (1702-1713), mentre i confluì venivano devastati dai Canadesi,

una flotta inglese conquistava l'Acadia (Nuova Scozia), che per la

pace di Utrecht del 1713 passava insieme con Terranova alla Gran

Brettagna, la quale nel 1755, non potendo costringer alla guerra

contro la Francia i semplici paesani brettoni dell'Acadia, infamemente

li caccerà in massa dalle loro terre, pietoso argomento alla futura

«Evangelina» del Longfellow; in una quarta (1744-48) gli abitanti della

Nuova Inghilterra s'erano impadroniti della fortezza di Louisburg, la

chiave del fiume S. Lorenzo, che veniva però restituita ai Francesi

in seguito alla pace d'Aquisgrana del 1748. Ma tutte queste non erano

state che il prologo della vera lotta. Questa più che nella rivalità

tra Francia e Inghilterra, più che negli odii mortali tra coloni

francesi ed inglesi, più che nelle stesse ragioni commerciali di

cui parlammo più sopra, aveva sue radici nell'antagonismo tra le due

società cresciute sul continente nord-americano: più che una guerra di

rivalità mercantile-coloniale fra le due metropoli, questo dovea essere

un duello all'ultimo sangue tra le due colonizzazioni per la conquista

definitiva del continente, una lotta per la terra nel senso più stretto

della parola.

§ 3. LA LOTTA PER LA TERRA. — Diretta da oriente ad occidente, la

colonizzazione inglese della costiera Atlantica era stata salvata da

una dispersione precoce da quella catena degli Alleghani, i quali

se non coll'altezza delle cime colla larga massa delle loro selve

ininterrotte costituivano un'ottima barriera naturale all'espandersi

d'una prima società essenzialmente agricola. Col raddensarsi però della

popolazione fra il mare ed i monti, le pendici orientali di questi

erano state guadagnate, risalendo le vallate dei fiumi; e l'avanzarsi

dei coloni facilitato dalla superficie stessa del sistema, fruttifera

e quindi abitabile, qualche cosa di simile nella costituzione come

nell'aspetto al Giura europeo, non aveva trovato alcun ostacolo di

roccie o di ghiacci da superare per affidarsi agli opposti versanti.

Il movimento d'espansione, com'era naturale date le condizioni

demografiche e geografiche del paese, aveva suo centro in quella

colonia di Virginia, che in virtù d'un trattato concluso nel 1744

s'arrogava il diritto di estendere la sua giurisdizione su tutto il

paese situato all'ovest sino al Mississippi; ed in essa si fondava una

Compagnia dell'Ohio, che nel 1750 mandava l'avventuriero Cristoforo

Gist ad esplorare il paese all'ovest delle «Grandi Montagne». Questi

infatti esplorava la vallata dell'Ohio e del Kentucky; ma i mezzi

della Compagnia erano troppo limitati per assicurare ai coloni inglesi

dei territori, in cui ormai s'inoltravano con successo i Francesi,

laonde nel 1751 si riunivano ad Albany, nella colonia di New York, i

rappresentanti di varie colonie, New York, Connecticut, Massachusetts

e Carolina del Sud, per avvisare al modo di promuovere un'azione

collettiva in proposito. Di fronte poi all'avanzarsi costante dei

Francesi lungo le vallate degli affluenti settentrionali dell'Ohio, il

governatore della Virginia nel 1753 chiedeva in nome dell'Inghilterra

lo sgombero di quei territori. Portava il vano messaggio ai Francesi

un giovane di 21 anni, allora aiutante generale della milizia

virginiana, che doveva in breve riempire il mondo del suo nome,

Giorgio Washington. Nato sulle rive del Potomac sotto il tetto d'un

fittavolo del Westmoreland, la sua sorte fin dall'infanzia era stata

quella, può dirsi, d'un orfano: leggere, scrivere e far di conto erano

state le cognizioni di questo giovane, che a 16 anni aveva cominciato

a guadagnarsi il pane col lavoro faticoso dell'agrimensore in mezzo

alle foreste degli Alleghani, senz'altri compagni che analfabeti o

indiani selvaggi, senz'altro strumento scientifico che la sua bussola,

senz'altri agi che una pelle d'orso per letto ed un pezzo di legno

levigato per piatto! Nella primavera dell'anno dopo una compagnia

di Virginiani, che valicando i monti muoveva alla volta dell'attuale

Pittsburgh, era costretta dai Francesi a retrocedere; ma tornata sul

luogo con gli aiuti condotti dal Washington impegnava una mischia

violenta, che durava una giornata intera.

Così, prima ancora che i governi d'Inghilterra e di Francia si fossero

dichiarati la guerra, questa veniva ingaggiata con moto spontaneo dalle

rispettive colonie, e per decidere di essa si radunavano di nuovo in

Albany nell'estate dello stesso 1754 i delegati delle varie colonie

inglesi. I convenuti dichiaravano all'unanimità che era necessaria

l'unione di tutte le colonie; ed allora veniva presentato al congresso

un completo progetto di federazione, basato su un compromesso tra

la prerogativa regia e la volontà popolare. Philadelphia la città

centrale per eccellenza doveva esser la sede del governo federale,

il quale veniva ripartito tra un governatore generale, rappresentante

della corona, che possedeva il diritto di veto, ed un Gran consiglio

triennale, eletto dalle legislature delle singole colonie: queste

alla loro volta conservavano ciascuna la propria costituzione ed

amministrazione locale, essendo di pertinenza del governo federale solo

gli affari generali, come i rapporti di guerra e di pace cogli Indiani,

le relazioni commerciali, la fondazione e l'ordinamento di nuovi

stabilimenti, le forze militari di terra e di mare e così via.

L'autore di questo progetto, l'uomo che cercava di dar corpo all'idea

di un'Unione americana, lanciandola in seno al paese fra la meraviglia

e lo sbigottimento del _Board of trade_ inglese, presago ormai

dell'avvenire delle colonie, era Beniamino Franklin, il prototipo della

freddezza e dello spirito pratico americano. Nato in Boston nel 1706,

aveva appreso nei primi suoi anni il mestiere del tipografo presso

il fratello Giacomo, che vi pubblicava dal 1721 una gazzetta, _The

Boston Courant_: ma, ammonito in seguito agli attacchi di quel giornale

contro la bacchettoneria religiosa del clero, era passato in Filadelfia

dove la libertà di stampa maggiore che altrove lo aveva favorito in

quell'opera di diffusione e popolarizzazione del giornalismo, pel quale

a buon diritto va considerato come il babbo della stampa americana.

Uomo di pensiero al punto da meritarsi l'elogio del Kant di «Prometeo

del nuovo tempo», s'era rivelato pure uomo d'azione per eccellenza

come nella vita privata, in cui s'era fatto col lavoro e la sobrietà

una discreta fortuna arrivando a possedere una stamperia propria, così

nella vita pubblica, quando s'era trattato di difendere la Pennsylvania

dalle scorrerie dei selvaggi, dalle stragi, dagli incendi delle tribù

indiane di confine. Laddove infatti l'assemblea della colonia, fedele

all'ideale quacchero, s'opponeva ad ogni armamento, rifiutando i

fondi e gli uomini per la guerra contro quei feroci devastatori; il

Franklin non solo avea preso il moschetto in difesa del paese, ma

anche contribuito a costituirvi una forte milizia, ideata ed attuata

una lotteria per armare di batterie la città, mentre nella legislatura

si opponeva in ogni modo alla politica quietista della maggioranza,

ricorrendo ai più astuti stratagemmi, come quello di chiedere dei fondi

per la compera d'una «macchina da fuoco», che dovea essere un forte

cannone, anzichè una tromba da incendio.

Il progetto d'Albany, per quanto popolare apparisse l'idea d'una lega,

per allora naufragava, rigettato ad un tempo e dalla corona inglese,

che paventava l'eccessiva potenza concessa al popolo e più ancora

l'unione, e dalle stesse colonie, le quali attaccate tenacemente alle

loro autonomie locali, non sapevano rassegnarsi ad un accentramento,

che avrebbe rafforzato il potere regio. Se il progetto di lega abortì,

rimase però l'unione delle colonie di fronte al nemico comune nella

guerra ingaggiata tra i coloni e secondata poi col maggiore accanimento

dalle due metropoli. Fu una guerra senza quartiere per la conquista

d'un continente, combattuta per mare tra le flotte francesi e le

inglesi, per terra tra gli eserciti e più ancora tra i coloni delle

due nazioni in mezzo a paludi impraticabili, a vergini foreste, dove

l'ascia del guastatore spianava la via alla baionetta del soldato. Il

piano degli Inglesi era di attaccare contemporaneamente i Francesi da

ogni parte e di occupare così d'un colpo i loro possessi: una divisione

infatti di truppe provinciali doveva mirare ai possessi della baia di

Fundy, un'altra dirigersi sul lago Champlain, una terza contro il forte

di Niagara, ed una quarta infine, composta di Virginiani ed Inglesi e

comandata dallo stesso generale in capo, il Braddock, contro il forte

di Dunquesne nella regione più contrastata.

La guerra però cominciava male per l'Inghilterra, chè dal primo

obbiettivo in fuori gli altri fallivano completamente: lo stesso

Braddock, caduto in un'imboscata, veniva sconfitto terribilmente, ed

i suoi si davano alla fuga nonostante l'eroismo del capo, ferito a

morte, e quello del Washington impavido tra il grandinar delle palle,

che gli foravano il mantello. La sconfitta inglese per di più alienava

all'Inghilterra le tribù indiane pencolanti, scatenando sulle colonie

tutte le crudeltà e gli orrori d'una guerra indiana, che desolò in

ispecie le frontiere della Pennsylvania e della Virginia; mentre

l'inetto successore del Braddock mal poteva competere col valoroso

Montcalm, comandante in capo dei Francesi. Salito però al ministero

negli anni seguenti l'energico Pitt, la guerra era ripresa con maggior

vigore ed il Canadà, esausto di forze ed assalito contemporaneamente da

tre eserciti, ad occidente a mezzogiorno ed a levante, vedeva cadere

l'una dopo l'altra le sue fortezze: nel giugno del 1759 il generale

Wolfe alla testa di 8000 uomini piantava il suo campo sotto Quebec

nell'isola d'Orleans e, fallitogli miseramente il tentativo di dar

la scalata alle posizioni inespugnabili del Montcalm, con abile mossa

strategica lo prendeva alle spalle, lasciando poche forze nel campo e

traghettando le rimanenti oltre il fiume sulle alture, che dominano la

città. Colti così alla sprovvista e costretti ad uscire in disordine

contro il nemico ormai alle porte di Quebec, i Francesi venivano

sconfitti il 13 settembre 1759 nella pianura dell'Abraham perdendo lo

stesso Montcalm, il quale ferito mortalmente si rallegrava di ciò per

non assistere alla resa di Quebec, proprio nell'ora che tra i vincitori

il Wolfe impartiva morente gli ultimi ordini, ringraziando il Signore

della vittoria. Il 18 settembre Quebec s'arrendeva e lo stesso faceva

l'anno dopo Montreal, stretta da tre eserciti vittoriosi: l'8 settembre

del 1760 il marchese di Vaudreuil consegnava alla corona brittannica il

Canadà con tutte le sue dipendenze.

Nella pace di Parigi del 1763 l'Inghilterra otteneva tutto il paese

ad est del Mississippi, la Spagna la città di New Orleans e la

cessione per sè di tutte le pretese francesi sul territorio all'ovest

del Mississippi, come ricompensa delle perdite subite per aiutare

la Francia, prime fra tutte la Florida. La carneficina della guerra

dei sette anni terminava coll'esaurimento della Francia, con lo

spopolamento e la miseria più orribile di certe parti della Germania,

senza che i confini territoriali dell'Europa fossero per nulla mutati;

ma le conseguenze della guerra erano della più alta importanza per

l'avvenire delle razze europee nel grande teatro coloniale: alla

potenza inglese, ottenuta la supremazia nelle Indie Orientali, si

apriva un campo sterminato di ricchezze incalcolabili e di acquisti

territoriali illimitati; mentre alla civiltà anglosassone veniva

assicurato nel Nuovo Mondo un continente intero, in cui svolgere e

migliorare i germi portati dall'antico.

Il Nord-America infatti non era diviso più che tra Inglesi invadenti

e Spagnuoli incapaci nella loro debolezza di tenersi saldi ai loro

possessi, nonchè di minacciare quelli dei primi: nessun forte francese

sbarrava più il passo agli Anglo-Americani nella loro marcia trionfale

alla conquista d'un continente. Rimanevano, è vero, gli Indiani; ma

questi, soli nella lotta, mal potevano arrestare la fiumana bianca

che stava per dilagare nel loro paese. Consci ormai della sorte che li

attendeva, essi tentano invano un ultimo sforzo contro quell'espansione

agricola degli Inglesi che, a differenza di quella francese,

politico-commerciale soltanto e quindi più nominale che effettiva, era

incompatibile con la loro esistenza, perchè li spogliava senza ritegno

delle lor terre. Il momento sembrava quanto mai propizio, giacchè la

Francia dava lusinghe e promesse di aiuto e le colonie estenuate dalla

lunga guerra erano prive di mezzi e di eserciti, mentre rinfocolata

dall'elemento francese covava la più profonda irritazione contro i

coloni inglesi negli animi degli indigeni, di cui l'ultima guerra

aveva rovinato il commercio delle pelli, privandoli di mercanzie ormai

indispensabili.

L'odio compresso scattava dapprima in insurrezioni terribili,

veri flagelli devastatori, che, domate verso sud con una sconfitta

sanguinosa inflitta ai Cherochesi, scoppiavano poco dopo più vive nel

nord e, per la grandezza dell'uomo messosene alla testa, assumevano

il carattere d'una vera guerra nazionale contro gli invasori bianchi.

La concepiva un selvaggio, il Pontiac, che la saggezza politica,

la vastità del fine, l'abilità dei mezzi, l'amore sublime di patria

mettono alla pari dei più famosi tra i bianchi civili. Nato fra gli

Ottawa e venerato da tutte le tribù comprese fra gli Alleghani ed il

Mississippi come capo d'una setta misteriosa e potente, questo «re

delle selve», dotato al sommo grado dei caratteri salienti della sua

razza, intelligente, facondo, astuto, coraggioso, crudele, riprendeva

le idee del re Filippo di stringere insieme le Pellirosse per una lotta

di liberazione contro la potenza inglese. Incoraggiato e lusingato

dalle promesse francesi egli preparava tutto un piano di attacco

generale contro le colonie stanche di guerreggiare, mandando attorno il

suo grande _wampun_ di guerra. La guerra di distruzione s'ingaggiava

pressochè simultaneamente nel maggio del 1763 sopra un vastissimo

territorio, nella regione dei Grandi laghi ed in quella selvaggia

dell'occidente. I punti fortificati cadevano in mano degli Indiani,

i presidii fatti a pezzi, gli sparsi casali incendiati; ma Detroit,

l'obbiettivo precipuo del Pontiac, benchè a lungo assediato, resisteva

vittoriosamente, e le schiere indiane combattute dagli Inglesi, non

aiutate dai Francesi, decimate da pestilenze e carestie, si sbandavano:

la confederazione indiana si dissolveva ed il Pontiac, costretto alla

pace, infranto il cuore per l'insuccesso, veniva assassinato qualche

anno dopo da un mercante inglese. La via alla colonizzazione interna

era spianata per sempre agli Anglo-Americani.

Tra le fitte selve dell'occidente il colono inglese non trovava ancora

altra via che il sentiero tracciato dalle orme dei bufali; il suo

casolare, rozzamente costrutto, non aveva ancora finestre nè pavimenti;

suoi vestiti, in mancanza d'altro, doveano esser ancora le pelli, suoi

stivali i mocassini del selvaggio; di legno i suoi vasi ed i suoi

piatti; giacigli formati di pelli e di coperte i suoi letti; maiz e

selvaggina i suoi unici cibi; dura, terribile la vita ridotta ad una

lotta d'ogni giorno e d'ogni ora contro la verginità della natura e la

barbarie degli Indiani sempre all'agguato: ma ormai un continente era

suo, e stati popolosi, floridi di vita di ricchezza di civiltà, stavano

compendiati nella capanna, ch'egli intrepido spingeva sempre più avanti

dagli Alleghani al Mississippi[14].

Le origini degli Stati Uniti d'America · 第 25 / 38 题