La società commerciale del centro.
§ 1. La Nuova Olanda e New York — § 2. Puritani e quaccheri nel New
Jersey — § 3. Pennsylvania e Delaware — § 4. Caratteristica delle
colonie centrali.
§ 1. LA NUOVA OLANDA E NEW YORK. — Mentre la Nuova Inghilterra ed il
mezzogiorno sotto l'azione di fattori conformi vengono a costituire
due società omogenee, viventi della stessa vita e pervase dalle
stesse idee, nonostante la divisione politica delle loro singole
colonie, manca al centro dei futuri Stati Uniti quell'uniformità di
origini, quella identità di vita economica, che ne faccia un tutto
omogeneo nel campo sociale per quanto diviso in quello politico.
L'elemento anglosassone termina qui pure col prevalere su quello
olandese e svedese, cui si riconnette la prima colonizzazione della
contrada, ma rimangono le caratteristiche sociali ed intellettuali,
che diversità di origini hanno creato e attività economiche diverse
sviluppato. Come la colonizzazione neoinglese si riattacca alla
storia della Riforma inglese, così quella, per cui i Paesi Bassi si
dividono coll'Inghilterra la gloria d'aver fondato i primi stabilimenti
dei futuri Stati Uniti, si riattacca in ultima analisi alla storia
della Riforma olandese, dalla quale procede in via diretta il grande
movimento d'espansione neerlandese.
Determinata dalle usurpazioni degli Absburgo di Spagna, i quali avevano
tentato di abbattere le antiche libertà degli Stati fiamminghi, le
vecchie franchigie municipali del paese, la rivoluzione olandese
si era mutata ben presto di fronte all'assolutismo ed al fanatismo
di Filippo II da una lotta in difesa di privilegi e consuetudini
feudali in una lotta per la religione e l'indipendenza. Il mare,
fonte prima di vita economica pel paese, era stato il grande alleato
degli Olandesi nella loro crociata nazionale contro la Spagna: sul
mare s'erano dati convegno i patriotti, sul mare avevano combattuto
e vinto i nemici della religione e della libertà. Natura del paese,
tradizioni economiche ed origini politiche portavano così lo stato
nascente ad essere una repubblica commerciale per eccellenza; e nella
prima moneta di essa infatti si scolpiva come emblema un vascello
lottante coi flutti, senza vele nè alberi. L'istinto marinaresco innato
nell'Olandese per le condizioni del paese riceveva nuovo impulso ad
operare da quell'energia nuova infusa in esso dalla lotta per la vita
contro la Spagna; e questa guerra santa in difesa della libertà era
divenuta una fonte insperata di sviluppo economico, una garanzia di
non mai veduta prosperità. Il popolo, che prima dell'insurrezione non
possedeva quasi di che riparare le sue dighe contro l'imperversar
dell'Oceano, si trovava in grado ben presto di armare flotte sopra
flotte, di riunire gli emisferi col suo commercio. La bandiera della
neonata repubblica sventolava ormai su tutti i mari, dalla punta
meridionale dell'Africa al circolo polare artico: i vascelli olandesi
sorpassavano in numero, secondo il Raleigh, quelli dell'Inghilterra
e di dieci altri reami; Amsterdam, deposito dei prodotti d'Europa e
del Levante, soppiantava Lisbona ed Anversa, divenendo il centro del
commercio europeo anzi mondiale; mentre l'industria, quella tessile
specialmente, riceveva pur essa nuovo impulso da tanto rigoglio di vita
economica.
Sicuri ormai all'interno, floridi i commerci, ripiene le casse dello
stato, gli Olandesi passano dalla difesa all'offesa, attaccando la
Spagna nelle sue colonie, ruinandone o minandone i commerci in tutti
i mari del mondo. Doveva l'America soltanto rimanere indisputata alla
corona spagnuola, mentre abbondavano in Olanda i marinai ed i capitali
stagnavano? Non più la semplice spogliazione del commercio spagnuolo,
nè l'India stessa; ma l'America coi suoi tesori minerali e vegetali,
coi suoi enormi territori maldifesi dalle rare cittadelle spagnuole
poteva fornire all'intrapresa batava un campo degno di essa e dare alla
madrepatria ristretta nuove terre, alla vera religione di Cristo nuovi
adepti. Nel 1590 Guglielmo Wesselinx, che aveva vissuto alcuni anni
nella Castiglia, nel Portogallo, nelle Azzorre, proponeva la formazione
d'una compagnia delle Indie Occidentali; ma il progetto parve allora
troppo ardito per la giovane nazione: sette anni dopo, nel 1597,
Bikker d'Amsterdam e Leyen di Enkhuysen organizzavano due compagnie
private per commerciare con le Indie Occidentali, ed i successi di esse
facevano ardere più viva la discussione sull'opportunità o meno d'una
compagnia privilegiata delle Indie Occidentali, per la quale nel 1600
si formulava persino un progetto presentato agli Stati generali per
esaminarlo ed approvarlo.
L'America era però un campo nuovo, in cui era pur sempre possibile
la sorpresa; i mari dell'Africa meridionale e dell'Asia erano invece
in pieno possesso del commercio olandese; e ciò spiega come si agisca
risolutamente in quanto riguarda il commercio con l'Oriente, mentre per
quello coll'Occidente si proceda coi piè di piombo.
Nel 1602 infatti si costituiva la Compagnia delle Indie Orientali, la
cui carta non faceva che attribuire ad una corporazione commerciale i
privilegi signorili accordati in Inghilterra ai Caboto ed ai Raleigh,
favorendo con ciò gli Stati Generali il commercio del paese senza
esporlo ad una guerra in Oriente. Alla nuova compagnia si rivolgeva
qualche anno dopo l'inglese Enrico Hudson, abbandonato nei suoi
disegni dagli armatori di Londra, ai quali nulla fruttavano per quanto
gloriose le scoperte nei mari settentrionali d'America, fatte in quegli
anni dall'ardito esploratore per trovare il passaggio di nord-ovest.
Ascoltato da essa, egli ritentava nel 1609 la ricerca dell'agognato
passaggio sulla «Mezzaluna» con un equipaggio per metà inglese, per
metà olandese: costretto dai ghiacci a tornare indietro toccava la
costa del Maine, quindi il capo Cod cui dava il nome di Nuova Olanda,
credendosene il primo scopritore, ed arrivava sempre costeggiando
verso sud sino alla Virginia, donde rivolta la prua a settentrione
entrava nella baia superba dell'attuale New York, risalendo primo
tra gli Europei lo splendido fiume da lui nominato. Più che per le
bellezze naturali della vallata dell'Hudson, paragonato ancor oggi
col Reno, più che per la rigogliosa vegetazione, la regione scoperta
dall'inglese era importante per la sua posizione, che la predestinava
per secoli a centro del commercio nord-americano. Nei suoi confini le
sorgenti di parecchi fiumi, che versano le loro acque nel golfo del
Messico, nella baia di Delaware ed in quella di Chesapeake; sulla sua
spiaggia dalle rive alte ed in parte scogliose una baia incomparabile,
che veniva continuata, a dir così, nell'interno da un superbo fiume
navigabile, pel quale l'Atlantico era messo in comunicazione coi Grandi
laghi canadesi. Ben prima che l'Hudson gettasse l'ancora in quelle
acque, i selvaggi delle Cinque nazioni s'erano serviti di quei canali
naturali nelle loro escursioni a Quebec, sull'Ohio, sulla Susquehannah:
la civiltà bianca non avrebbe dovuto far altro che imitare con
mezzi centuplicati l'iniziativa insegnata dalla natura ai poveri
indiani. Tornato in Europa nello stesso anno, l'Hudson presentava
una brillante relazione delle sue scoperte ai patroni olandesi, i
quali però rinunziarono lo stesso a ricercare più oltre il passaggio
di nord-ovest. Le Provincie Unite reclamavano tuttavia il possesso
del paese scoperto dall'agente della compagnia olandese; e l'anno,
dopo dei mercanti d'Amsterdam avviavano con esso un primo commercio
regolare, mentre l'Hudson tornato su nave inglese alle sue scoperte
settentrionali periva miseramente, abbandonato su una fragile scialuppa
in balìa delle onde dall'insorto equipaggio.
L'isola di Manhattan divenne il primo rifugio degli Olandesi, i
quali con Adriano Block esploravano qualche anno dopo Long Island,
scoprivano il Connecticut e costruivano nel 1615 col nome di Orange un
fortilizio dove oggi sorge Albany, sentinella avanzata del commercio
olandese cogli Indiani. Il commercio infatti più che la conquista e la
colonizzazione era ancora il fine predominante dei Paesi Bassi in quei
paraggi, chè la colonizzazione della Nuova Olanda dipendeva dall'esito
della lotta civile che dilaniava la madrepatria. L'abbattimento coi
mezzi più violenti del partito ad essa contrario, guidato dal Grotius
e da Olden Barneveldt, ne segnava l'inizio. Nel 1621 infatti si
costituiva finalmente la compagnia olandese delle Indie Occidentali,
cioè una corporazione mercantile investita dalle Provincie Unite
del privilegio esclusivo di trafficare e stabilire colonie oltrecchè
sulla costa africana su quella d'America, dallo stretto di Magellano
all'estremo limite settentrionale. La società, che era aperta per la
formazione dei suoi capitali agli abitanti di qualsiasi nazione ed
annoverava tra i suoi soci gli stessi Stati Generali, era autorizzata
da questi a conquistare paesi ed esercitarvi i poteri sovrani, ma tutto
a suo rischio e pericolo, giacchè il governo non le garantiva affatto
i possessi, considerandosi in caso di guerra come semplice alleato o
protettore. Quanto ai futuri coloni essi venivano lasciati in piena
balìa della Compagnia coll'unica restrizione, che gli atti di questa
dovessero sottostare all'approvazione degli Stati Generali. Lo sviluppo
del commercio olandese in America ben più della colonizzazione era
nondimeno l'obbietto principale della Compagnia; il che non toglie però
che il sorgere di essa non segni l'inizio della colonizzazione per le
rive dell'Hudson.
Nel 1626 infatti si comperava dagli Indiani al prezzo di 60 fiorini
olandesi l'isola di Manhattan, e nel 1628 la colonia di Nuova Amsterdam
contava già 270 abitanti ed esportava per ben 57.000 fiorini di pelli,
che salivano a 130.000 tre anni dopo. Nel 1629 anzi la Compagnia per
favorirne lo sviluppo adottava una carta di privilegi pei patroni, che
volessero fondare colonie nei Nuovi Paesi Bassi. Chiunque nello spazio
di 4 anni fosse pervenuto a fondare uno stabilimento di 50 persone,
ne diventava il _patrono_; il _manor_, di cui il patrono era signore
assoluto, poteva avere una lunghezza di 16 miglia o di 8 miglia per
ciascuna riva se posto su un fiume, ed una larghezza limitata solo
dalle esigenze del luogo, col patto però di comperare dagli Indiani
il terreno; le città che sorgessero in esso doveano dipendere per
l'organizzazione del governo dal patrono, che vi eserciterebbe pure
il potere giudiziario, salvo il diritto d'appello alla Compagnia.
Ai coloni era interdetto di stabilire la più piccola manifattura di
lana, lino o cotone per non danneggiare il monopolio dei fabbricanti
olandesi; raccomandata invece l'agricoltura, per la quale la Compagnia
s'impegnava di fornire ai _manors_ degli schiavi negri, a condizione
però che il traffico ne fosse rimunerativo. La Compagnia si riservava
la sola isola di Manhattan, come stazione commerciale della colonia.
Questa carta di privilegi fu fatale agli interessi non solo del
paese ma anche della corporazione stessa, i cui direttori ed agenti,
i von Rensselaer, i Pauw, i Godyn, i Bloemart non si limitarono ad
appropriarsi i terreni più fertili, ma s'impadronirono pure dei luoghi
più adatti al commercio cogli indigeni. Da ciò una serie di contese
da un lato fra questi latifondisti e la compagnia, che voleva a sè
riservato il commercio coloniale, ed un grave impedimento dall'altro
allo sviluppo agricolo e sociale del paese, ostacolato da quel sistema
feudale di patronato. La dominazione e la colonizzazione olandese
andavano nondimeno guadagnando terreno ed occupavano ben presto anche
l'odierno stato del Delaware.
Un rivale le sorgeva però di contro in quegli anni in un popolo,
sorto pur esso a nuova vita autonoma colla Riforma e come vivificato
allora da uno spirito nuovo. Erano questi gli Svedesi, il cui re
Gustavo Adolfo, intravedendo i vantaggi derivanti al suo popolo
dalla colonizzazione, porgeva facile orecchio ai consigli e progetti
dell'olandese Guglielmo Usselinx passato in Isvezia. Si costituiva
allora, nel 1626, una «_compagnia svedese del mezzogiorno_», rivestita
dagli Stati di Svezia del privilegio esclusivo di trafficare oltre lo
stretto di Gibilterra e di fondare colonie, il cui governo sarebbe
riservato ad un consiglio reale: l'Europa intera poteva contribuire
per via di sottoscrizioni alla formazione del capitale sociale,
cui il re stesso partecipava per circa due milioni, e da ogni parte
d'Europa dovevansi invitare i futuri coloni. Era questa la conseguenza
di quello spirito umanitario, che aleggia in tutto il progetto:
l'accesa fantasia scandinava vedeva già fiorire di là dall'Atlantico
una nuova Svezia, che avrebbe offerto sicurezza «per l'onore delle
donne e delle figlie» dei profughi cacciati di patria dalle guerre
e dal fanatismo, che sarebbe diventata un luogo di benedizione «per
l'intero mondo protestante» o meglio ancora, per usare le parole
stesse del grande eroe svedese, «_totius oppressae Christianitatis_».
Nè la nuova patria si sarebbe macchiata della servitù, instaurata
nelle altre colonie: «gli schiavi, diceva l'«Argonauta Gustaviana»
scritto dell'Usselinx pubblicato nel 1633, costano molto, lavorano
con ripugnanza e soccombono ben presto ai cattivi trattamenti. Gli
Svedesi sono laboriosi ed intelligenti, e noi ne guadagneremo certo
di più coll'impiego d'uomini liberi accompagnati dalle loro mogli
e dai loro figli», parole ispirate oltrecchè dalla coerenza ai
principi fondamentali del progetto, da una larghezza di vedute, da
una intuizione sociale così profonda da sembrare quasi una profezia.
Mentre però si pensava in Isvezia a creare un rifugio per le vittime
della persecuzione religiosa, in Germania si combatteva una lotta la
quale, per quanto determinata da ragioni molto più materiali, mirava
a render impossibile tale persecuzione; cosicchè Gustavo Adolfo,
prima di eseguire i seducenti progetti coloniali, vola col suo popolo
bravo in difesa degli oppressi fratelli a sostegno della libertà di
coscienza pericolante, pur senza dimenticare un momento la progettata
colonizzazione, ch'egli raccomandava al popolo tedesco pochi giorni
prima di morire. Perdeva con lui l'umanità sui campi di Lützen uno dei
suoi più gloriosi benefattori, ma non cadevano con Gustavo Adolfo i
progetti coloniali svedesi affidati alla saggezza del calmo cancelliere
Oxenstiern, che interessava ad essi i governi della Germania, ottenendo
nel 1633 a Francoforte una promessa di partecipazione all'impresa da
parte dei quattro circoli superiori tedeschi.
Ritornato in Isvezia, il grande statista entrava in trattative col
renano Pietro Minnewit, già direttore generale o governatore di
Nuova Amsterdam, che, indicate al sagace cancelliere le rive del
Delaware come le più adatte ad una prospera colonizzazione, partiva
sopra due navi alla volta di quelle sul cadere del 1637, seguito da
una cinquantina di Svedesi e Finlandesi. Arrivati i nuovi coloni sul
principio del 1638 nella baia di Delaware comperavano dagli Indiani il
territorio, che va dal capo meridionale, detto da essi nati sotto il
freddo cielo settentrionale «Punta del Paradiso», fino alle cateratte
del fiume presso l'attuale Trenton, e vi fondavano una colonia. Invano
il governatore di Nuova Amsterdam protestava contro l'usurpazione
d'un territorio spettante alla compagnia olandese; chè da una parte la
fama ed il prestigio delle recenti vittorie proteggevano la bandiera
svedese anche nel Nuovo Mondo, e dall'altra l'energia del governatore
Minnewit ed il fortilizio di Christiana da esso innalzato sventavano
le minacciate ostilità: i limiti olandesi venivano abbattuti e le
tavole, poste in loro luogo, colla scritta: «Cristina regina di
Svezia» dicevano agli Scandinavi che il sogno del loro eroe era
diventato realtà. Il racconto infatti dei successi svedesi, la fama
della bellezza e ricchezza del paese, vi facevano accorrere svedesi
e finlandesi; e la Nuova Svezia, come fu detta, andava ben presto
guadagnando terreno anche nell'attuale Pennsylvania, la quale come il
Delaware deve le sue origini agli Svedesi che fondarono un sobborgo
della futura Filadelfia ben prima che Guglielmo Penn ne divenisse il
proprietario.
La morte del Minnewit avvenuta nel 1641 toglieva però alla Nuova
Svezia il suo appoggio più saldo: ne minacciavano l'esistenza i Nuovi
Paesi Bassi, racchiudenti una popolazione dieci volte superiore alla
sua, mentre non poteva aiutarla la metropoli spossata dalle lunghe
guerre, dilaniata dai partiti, retta da una donna giovane e licenziosa,
avida di celebrità letteraria ma priva affatto di capacità politica.
La potenza svedese dei tempi pur vicini di Gustavo Adolfo non era
più che un ricordo dopo il ritiro dell'Oxenstiern, e la compagnia
olandese poteva senza timore ordinare all'energico governatore di
Nuova Amsterdam, Pietro Stuyvesant, di «scacciare gli Svedesi dai loro
stabilimenti o di costringerli a sottomettersi». Nel 1655 l'ordine
veniva eseguito; la «Nuova Svezia» cessava d'esistere, ritornando a far
parte del dominio neolandese.
Quella tinta cosmopolitica dei Nuovi Paesi Bassi, di cui Nuova
Amsterdam, la città mondiale fin dalle origini, era l'espressione
più genuina, diventava così ancora più intensa. Fondati da gente, che
proveniva da un paese fatto rifugio dei perseguitati d'ogni nazione, si
trovavano sul loro suolo accanto agli Olandesi i figli dei Calvinisti
francesi, degli Ussiti boemi, dei Valdesi italiani, dei Luterani
tedeschi, degli Zuingliani svizzeri, della proscritta razza ebraica
ivi attirata dall'attività commerciale del Nuovo Mondo: l'antico
carattere olandese andava sparendo di fronte a questa immigrazione
cosmopolita, che nel decennio 1650-1660 si accentuava con maggior
forza di prima, trasformando non solo la fisonomia nazionale dei
Nuovi Paesi Bassi ma anche quella economica, col sorgere di fabbriche
e di opifici, coll'entrare in gioco di nuove tendenze ed attività.
«Che tutti i cittadini pacifici, raccomandavano allo Stuyvesant i
direttori della Compagnia, godano della libertà di coscienza; questa
regola ha fatto della nostra città il rifugio degli oppressi di tutti
i paesi; continuate nella stessa via e sarete benedetto». Era questa
la migliore garanzia d'un rapido sviluppo, la politica più confacente
alle domande dei Nuovi Paesi Bassi, che con larga veduta richiedevano
insistentemente «operai ed agricoltori, stranieri e proscritti, uomini
induriti al lavoro ed alla povertà». E la popolazione infatti andava
ogni giorno aumentando, e con essa la prosperità e la ricchezza dovuta
all'agricoltura, alle industrie e sovratutto ai commerci, tra cui non
ultimo per importanza e lucro quello degli schiavi negri, che essa
forniva anche alle colonie meridionali.
Un pericolo capitale però minacciava il dominio olandese, l'espandersi
cioè di quell'elemento anglosassone, che chiudeva a nord ed a sud i
Nuovi Paesi Bassi e dalla vallata del Connecticut s'infiltrava in essi
talmente da riempirne la stessa Manhattan e rendere ivi necessario
nelle ordinanze ufficiali l'impiego delle due lingue, olandese ed
inglese. Città intere non erano popolate più che da emigranti della
Nuova Inghilterra, i quali non si limitavano a soppiantare gli Olandesi
nella fertile vallata del Connecticut, ma strappavano loro una parte
della stessa Long Island. Nella lotta pel suolo tra i _farmers_ della
Nuova Inghilterra, interessati direttamente alla vittoria, ed i servi
dei grandi «_manors_» la vittoria non poteva rimaner dubbia. Che se
poi le tendenze sociali predestinavano alla vittoria questo elemento
invadente, i principi politici di esso rivoluzionavano il paese invaso.
Il concetto puritano della sovranità popolare dava corpo concreto alle
aspirazioni vaghe degli animi, mostrava una meta a quel malcontento,
che l'esclusione da ogni diritto politico, la negazione d'ogni
diritto di riunione, la mancanza della libertà più elementare per lo
sviluppo dell'agricoltura e del commercio, la gravezza dei diritti
di dogana avevano già fatto sorgere nei Nuovi Paesi Bassi, ai quali
s'erano concesse solo delle libertà municipali, analoghe a quelle
della madrepatria, ma non già dei diritti politici individuali, ai
quali s'era assicurata un'aristocrazia commerciale e fondiaria, ma non
già una nazione di liberi ed uguali. Sotto il lievito dell'elemento
neoinglese il malcontento popolare si mutava in aperta agitazione,
che costringeva il duro governatore Stuyvesant a permettere la
riunione di un'assemblea generale, composta di due deputati per ogni
villaggio: primo atto di questa era una petizione, dove i Nuovi Paesi
Bassi chiedevano in sostanza di dipendere direttamente dall'Olanda
anzichè dalla Compagnia delle Indie Occidentali a guisa di «popolo
soggiogato», di avere gli stessi diritti e privilegi degli abitanti
della madrepatria, di non veder introdotta alcuna legge, imposta
alcuna tassa, concesso alcun impiego nel paese senza il consenso
del popolo. Per tutta risposta lo Stuyvesant, convinto in buona fede
dell'incapacità del popolo a governarsi da sè, diceva esser queste
«idee visionarie degli abitanti della Nuova Inghilterra», dichiarando
che il direttore ed il consiglio avrebbero continuato a far leggi come
per l'innanzi e non avrebbero mai reso conto della loro amministrazione
«ai loro soggetti»; ed alla replica dei deputati, che si appellavano
ai diritti inalienabili della natura, rispondeva col disperdere
la convenzione, consolandola col messaggio rude quanto sincero
ch'egli teneva la sua autorità «da Dio e dalla compagnia delle Indie
Occidentali, non già dal beneplacito di qualche suddito ignorante».
La compagnia ne approvava l'operato dichiarando che il rifiuto di
sottomettersi ad imposte arbitrarie era «opposto alle regole d'ogni
governo illuminato» ed incoraggiando lo Stuyvesant a «non far
attenzione all'approvazione del popolo», a «non permettere che esso
si abbandonasse più a lungo a questo sogno da visionario»! Ma questo
sogno era troppo conficcato nelle menti, era un fatto troppo evidente
e di cui era troppo gelosa quella Nuova Inghilterra, donde affluivano
ogni giorno più gli immigranti, per non diventare anche nei N. Paesi
Bassi dolce realtà: a renderla tale s'incomincia ad accarezzare
l'idea di una sottomissione all'Inghilterra. Il vecchio progetto del
Cromwell d'impadronirsi dei Nuovi Paesi Bassi trova quindi ausiliari
nello stesso campo nemico, e la Restaurazione, che lo riprende, mette
alle strette ogni giorno più i possessi olandesi. Dal Nord come dal
Sud, dal Connecticut come dalla Virginia e dal Maryland i coloni
inglesi avanzano pretese su quel territorio, spalleggiati dalla madre
patria, ed ai negoziatori olandesi, che chiedono impotenti per quanto
indignati «dove si trovano dunque i N. Paesi Bassi?», rispondono
con aria provocatrice, mentre li occupano, «noi non lo sappiamo». La
superiorità delle colonie inglesi, dove liberi ordinamenti avevano
fatto sorgere un popolo, su quelle olandesi, dov'erano solo dei
sudditi d'una compagnia commerciale, apparve allora manifesta: mentre
gli abitanti delle prime nell'ora del pericolo sapevano difendersi
da sè medesimi, nelle seconde non solo gli Inglesi, vero «cavallo di
Troia dentro le mura» come li definiva in quei giorni lo Stuyvesant,
ma gli stessi Olandesi rifiutavano di esporre la loro vita per la
Compagnia delle Indie Occidentali. Nè questa d'altra parte poteva
arrischiare una bancarotta per la difesa d'un paese, ch'essa nella
sua grettezza bottegaia considerava come una semplice «proprietà»;
cosicchè i Nuovi Paesi Bassi, non difesi da alcuno, cadevano senza
lottare in mano dell'Inghilterra, la quale, nonostante fosse allora
in piena pace coll'Olanda, mandava nel 1664 una squadra navale a
rivendicare quel paese tra il Connecticut e la Delaware, di cui il
re aveva già investito il duca d'York. Mentre lo Stuyvesant infuriato
metteva in pezzi la lettera dell'ammiraglio inglese, che gl'intimava
la resa di Nuova Amsterdam, i notabili di questa nonchè difenderla
stendevano una protesta contro il governatore; ed al nemico, il quale
dichiarava che avrebbe discusso della resa nella stessa Manhattan, la
deputazione cittadina mandata alla flotta rispondeva che «gli amici
vi erano sempre i benvenuti»! Prevalente dapprima nella lotta etnica
pel possesso del suolo, nella lotta politica in seguito tra le libertà
aristocratiche dell'Olanda e quelle popolari della democrazia puritana,
l'elemento inglese coronava ora la sua vittoria col colpo di mano
della madrepatria: Nuova Amsterdam diventa New York, Orange si muta in
Albany, i Nuovi Paesi Bassi cessano d'esistere, nonostante l'effimera
rioccupazione olandese di New York nel 1673-74, durante la guerra
anglo-olandese.
La sottomissione all'Inghilterra, se unificava i possessi inglesi del
Nord-America dal Maine alla Georgia, smembrava i Nuovi Paesi Bassi,
sulle cui rovine sorgevano col tempo quattro colonie, New York, New
Jersey, Pennsylvania e Delaware. Il duca di York riservava per sè col
nome di New York una parte soltanto dei Nuovi Paesi Bassi, vendendo il
resto ai due proprietari della Carolina, lord Berkeley e sir Giorgio
Carteret. Il nuovo governo di New York si rivelò non meno tirannico
ed arbitrario del precedente, cosicchè continuò anche contro di esso
l'opposizione del paese, deluso nelle sue speranze e deciso non meno
di prima a far trionfare il diritto di governarsi da sè. Nel 1683
finalmente il proprietario inviava un nuovo governatore coll'incarico
di convocare un'assemblea legislativa, e questa si dava una «_carta di
libertà_», che metteva New York nelle stesse condizioni politiche del
Mass. e della Virginia: divenuto sovrano col nome di Giacomo II, egli
violava le concesse franchigie, ma la seconda rivoluzione inglese,
sbalzandolo dal trono, assicurava alla provincia pur sotto forma di
colonia regia le sue libere istituzioni.
L'Inghilterra però non possederà giammai l'affezione di questo paese
ottenuto con la conquista, colonizzato da repubblicani olandesi,
danneggiato dalle leggi commerciali della nuova madrepatria più che
ogni altra colonia, sostenuto nei suoi diritti di fronte all'invadente
prerogativa regia da legisti per la più parte presbiteriani ed allevati
nel Connecticut, eccitato alla lotta da quella stessa classe di grandi
proprietari, i quali si vedevano limitare dalla potenza inglese gli
immensi territori loro concessi senza limiti e senza regola, contestare
il loro titolo ai medesimi, pendere infine sul capo la spada di Damocle
d'una contribuzione fondiaria per atto del Parlamento. Nè, mentre
fa il viso dell'armi ai nuovi dominatori, la prisca aristocrazia
coloniale desiste dalla lotta contro il partito democratico, reclutato
nelle classi popolari, fazioni intestine che non impediscono però
lo svolgimento della florida vita commerciale del paese ed il rapido
incremento della sua popolazione, la quale da 20.000 anime nel 1688
saliva a 96.000 di cui 11.000 negri nel 1754.
§ 2. PURITANI E QUACCHERI NEL NEW JERSEY. — A differenza del
territorio, che il duca di York aveva riserbato per sè, il paese fra le
foci dell'Hudson e la Delaware, denominato New Jersey da uno dei nuovi
proprietari stato già governatore dell'isola di Jersey, era ancora
al 1664 quasi deserto; cosicchè sir Giorgio Carteret, padrone del New
Jersey orientale, e lord Berkeley, padrone del New Jersey occidentale,
dovevano pensare anzitutto a popolare i loro dominii. Consci per
quanto realisti delle seduzioni della libertà, essi cercavano perciò
di attirarvi la maggior copia di immigranti con l'ampiezza delle
concezioni. Sicurezza delle persone e delle proprietà, assemblea
legislativa composta del governatore dei membri del consiglio e d'un
numero almeno uguale di rappresentanti del popolo, affrancamento da
ogni imposta non approvata da essa, libertà di coscienza e di culto
per tutti i cittadini, concessione di terre mediante modesto tributo
richiamarono subito nel paese i Puritani della N. Inghilterra, i quali
stamparono le loro impronte sulla colonia nascente. Favorita dal facile
accesso del paese, dalla produttività del suolo, dalla salubrità
del clima, dalla vicinanza di stabilimenti più vecchi, la corrente
immigratrice non s'arrestò coi Puritani, chè ad essi tennero dietro i
perseguitati del vecchio mondo, i presbiteriani scozzesi ed i Quakeri
in ispecie.
Era quest'ultima una setta eminentemente plebea, basata su uno dei
principi morali più democratici, che mai fossero stati predicati, la
ferma credenza cioè che ad ogni uomo, al contadino analfabeta non meno
che al filosofo, la voce interna della coscienza apra la via della
verità. L'origine di essa si riattacca a quel movimento schiettamente
popolare di emancipazione intellettuale, che dalle teorie di Wickliff
e dalla politica di Wat Tyler giù giù sino alla Riforma aveva avuto
in Inghilterra tutta una storia di sviluppo ininterrotto. L'avevano
predicata uomini semplici, primo fra tutti il fondatore della setta,
Giorgio Fox, figlio di un tessitore del Leicestershire, spirito
melanconico, portato alla meditazione, il quale giovanetto ancora tra
la custodia degli armenti a lui affidati aveva incominciato a meditare
angosciato sul destino dell'uomo e non aveva trovato requie finchè
un giorno del 1646 una gran luce non era discesa ad illuminarlo. Un
uomo, gli aveva suggerito la coscienza, può aver seguito le lezioni
d'Oxford e di Cambridge senza essere per questo capace di risolvere
quel problema dell'esistenza, che può risolvere invece l'analfabeta.
Era stato questo il filo d'Arianna, che lo aveva condotto passo passo
dall'inferno del dubbio alla coscienza tranquilla della verità. Per
giungere a questa bisogna ascoltare la voce di Dio nell'anima nostra;
nessuna setta, nessuna forza del mondo esteriore può dare una regola
fissa di morale; solo la legge che risiede in fondo del cuore, deve
essere accolta senza prevenzioni, adottata senza cangiamenti, obbedita
senza timore.
L'oscuro pastore promoveva così una rivoluzione morale, affermando
la libertà assoluta dell'intelligenza come un diritto innato ed
inalienabile, proprio nell'epoca in cui la Camera dei Comuni ne
compieva una politica abbattendo monarchia e paria. Una mattina che il
prete anglicano, nella chiesa di Nottingham, spiegava coll'esistenza
delle Sacre Scritture le parole di Pietro «noi d'altra parte abbiamo
una parola profetica più certa», Giorgio Fox lo interrompeva gridando:
«No, non sono le Scritture è lo Spirito». L'ultima barriera dogmatica
ed ecclesiastica cadeva così completamente: il Puritano stesso
s'arrestava alla parola delle Scritture, pure rivendicandone la più
ampia libertà individuale di interpretazione; il Quakero cercherà la
verità nel cuore dell'uomo, vero tempio della divinità. Presa la «voce
interiore», oracolo non menzognero, come guida infallibile, il Fox,
che da anglicano era diventato dissidente, termina col rinnegare ogni
organizzazione ecclesiastica; mentre nel campo sociale, convinto della
assoluta eguaglianza tra gli uomini, corollario inoppugnabile della
legge d'amore di Dio, padre comune, rifiuta di levarsi il cappello
davanti a chicchessia, al re non meno che al mendicante, ma ama e
rispetta del pari tutti gli uomini senza distinzione di grado o di
età, di sesso o di razza. Il grande principio veniva così non solo ad
abbattere in piena breccia ogni sorta di compressione, religiosa come
politica, intellettuale come sociale, ma perfino a cancellare ogni
formalità esterna, ogni distinzione di ceto o di grado.
Si capisce perciò l'opposizione, che si scatena da ogni parte
furibonda contro una teoria, la quale sembra sovvertire ogni ordine
sociale, e contro l'apostolo di essa, il quale, credendosi destinato
da Dio a predicarla agli uomini, trae da questa convinzione la forza
per resistere alle persecuzioni, alla prigionia, alla berlina, allo
scherno, alla minaccia ripetuta del capestro, ai travagli d'una vita
errabonda, come la eloquenza altrettanto semplice quanto formidabile
per battere i dottori delle università e convincere le masse, che dalle
campagne in ispecie accorrono a lui e pendono dalle sue labbra. Sorge
così dal seno delle classi inferiori la setta degli Amici o Quakeri
i cui membri, veri crociati della libertà spirituale e sociale, si
spargono per il mondo a predicare il principio sovversivo del «lume
interiore», vale a dire della voce di Dio nell'anima, il nuovo vangelo
dell'affrancamento universale.
Libertà assoluta di coscienza, abolizione d'ogni gerarchia
ecclesiastica sostituita con la semplice comunione dei fedeli,
negazione di caste, di classi, di gradi ed eguaglianza di condizioni
economiche, orrore per la guerra e rifiuto di prender le armi,
resistenza passiva all'oppressione ed al dispotismo, protesta
coraggiosa ed aperta contro ogni forma di ingiustizia, fede cieca
nel progresso morale quale molla del progresso sociale, nella
corrispondenza eterna fra governo e governati, nel trionfo immancabile
della verità e della giustizia sociale confuso con quello della
democrazia, erano i principi religiosi, sociali e politici di questa
specie di filosofia democratica, in cui lo spirito più liberale
dell'epoca s'ammantava dell'entusiasmo della religione. Così, mentre
Pietro il Grande nell'assistere in Inghilterra ad una riunione
di Quakeri esclamava «ch'è felice una società governata dai loro
principi!»; essi vengono dipinti dagli avversari d'ogni chiesa, di
ogni classe, d'ogni colore politico come una «setta abbominevole», i
cui «principi non possono conciliarsi con nessuna specie di governo»
nonchè nella vecchia Europa, nella stessa Nuova Inghilterra. L'odio
generale definisce posa di melanconia la loro aria di preoccupazione,
presunzione sguaiata la loro fierezza, avarizia la loro frugalità,
incredulità la loro indipendenza religiosa; mentre ad estirpare
materialmente la setta si ricorre alle carceri, agli esigli, alla
frusta, alla servitù, alla fame, al patibolo, ai massacri, ai tormenti.
Tutto è inutile però contro questi assetati di giustizia, che vanno
essi stessi ad aizzare gli avversari, rimproverando loro l'ingiustizia,
predicando una legge morale e sociale così stridente con quella
dell'epoca: dal martirio la setta, come sempre avviene, trae nuove
forze e si diffonde non solo in Inghilterra e sul continente, ma anche
e meglio, per le condizioni sociali più favorevoli, nelle colonie
nord-americane, specialmente dopo il pellegrinaggio attraverso di esse,
dal Rhode Island alla Carolina, da parte di Giorgio Fox, che rimaneva
entusiasta della loro libertà.
Nel 1674, qualche mese dopo tale pellegrinaggio, una compagnia di
Quaccheri comperava per mille sterline dal Berkeley la metà occidentale
del New Jersey; ed in esso stabilivasi a Salem, sul Delaware, una
comunità, le cui leggi fondamentali redatte nel 1677 riconoscevano il
principio dell'eguaglianza democratica in un modo altrettanto assoluto
ed universale che quello della setta: per esse nessun potere nè
legislativo, nè esecutivo, nè giudiziario che non derivasse dall'unica
fonte legittima, dalla sovranità popolare esercitata nelle elezioni;
per esse nè servitù, nè schiavitù, nè usurpazione del suolo a danno
degli Indiani, nè altra forma di oppressione politica ed economica;
per esse insomma la nuova società veniva messa su una base altrettanto
semplice quanto ignota al mondo contemporaneo, sui principii cioè
dell'umanità. Era uno stato ideale, una patria conveniente a Fenelon.
Puritani e presbiteriani nella parte orientale, quaccheri in quella
occidentale iniziavano la colonizzazione del New Jersey con un idillio
di operosa tranquillità e purezza di vita, dandogli insieme quel
carattere misto e quel fervore religioso ed intellettuale, che ne forma
una delle caratteristiche più salienti. Unica causa perturbatrice del
paese fu nei primi anni la lotta fra i proprietari della colonia, i
quali avevano ridotto l'opera loro ad una speculazione sui terreni,
lotte che fruttavano al New Jersey orientale per qualche anno, dal 1689
al 1692, l'assenza di qualsiasi governo ufficiale, e terminavano nel
1702 colla cessione d'ogni diritto nelle mani della corona, la quale
riuniva i due New Jersey in una sola colonia regia, che verso il 1754
contava già un 80.000 anime, di cui 6000 negri.
§ 3. PENNSYLVANIA E DELAWARE. — Per quanto importante nella
colonizzazione del New Jersey, il quaccherismo veniva pur sempre
temperato in esso dallo spirito ben diverso del puritanesimo, cui
dovevasi tra le altre la rapida introduzione e diffusione di quel
sistema delle scuole libere, così ricco di risultati nella Nuova
Inghilterra. Dove invece le idee degli Amici possono svolgersi in tutta
la loro pienezza fino al punto che la realtà sociale lo permette,
è nella vicina Pennsylvania, nella colonia cioè fondata da uno dei
campioni della setta, da Guglielmo Penn.
Nato nel 1644 dal grande ammiraglio, che conquistò la Giammaica
agli Inglesi, e tenuto a battesimo dallo stesso duca di York, questo
figlio prediletto della fortuna, che per la nascita, l'ingegno, la
raffinatezza dell'animo, l'eleganza dei modi, sembrava destinato a
brillare alla corte tra la pompa dell'oro e l'ebbrezza del potere,
mostrava invece fino dai primi anni un'indole melanconica, inclinata
all'ascetismo ben più che ai divertimenti della sua età. Giovanetto
ancora si faceva scacciare da Oxford per le idee poco ortodosse ed
il suo entusiasmo per un predicatore quacchero, che l'aveva tocco nel
cuore; e suscitava le collere violente del padre perch'egli, convinto
della vanità del mondo, lungi dal frequentare gli splendidi circoli
della capitale conduceva una vita da anacoreta, a contatto bene spesso
con gente della più umile condizione. Nè le sfuriate paterne però, nè
le seduzioni di Parigi, dove era mandato a convertirsi, nè i viaggi
per l'Europa, che allargavano le sue cognizioni, nè gli studi e la
pratica della giurisprudenza, cui si dava con successo al ritorno in
Inghilterra, guarivano della malinconica austerità il giovane Penn,
il quale veniva confinato dal padre nei suoi possessi d'Irlanda.
Ma qui per l'appunto le parole d'un vecchio «amico» sulla fede, che
vince il mondo, terminavano col convertire alla setta dei quaccheri
l'espulso di Oxford; ed il figlio dell'ammiraglio famigliare del re,
proprio nell'età in cui più gli sorrideva la vita, a ventidue anni,
rinunziava alle lusinghe della fortuna per seguire il sentiero della
virtù: dal carcere, dove era una prima volta gettato per le sue idee,
egli protestava che «la religione, suo delitto e sua innocenza, lo
faceva prigioniero agli occhi dei malvagi, ma lo lasciava padrone
di se stesso». Cacciato di casa dal padre, impotente nonostante
l'angoscia del cuore di cangiare l'inflessibile figlio, canzonato e
rinnegato dagli amici, fuggito come un lebbroso dalla sua società,
comincia pel Penn la vita poco sicura del quacchero infamato, la vita
errabonda di chi senza risorse gira pel mondo a predicare un ideale
incompreso, apostolo entusiasta della nuova fede e teorico fecondo
dei suoi principî. Prigioniero per lunghi mesi nella torre di Londra,
egli non si piega, ma piega anzi con la sua commovente costanza
il vecchio padre, che riconosce nel figlio la propria energia, gli
perdona, lo ammira, lo difende contro nuovi attacchi del prete e del
giudice, lo raccomanda prima di morire al re e al duca di York, che gli
promettono di proteggerlo, e lo incoraggia in sul momento dell'estremo
abbandono col dirgli: «figliuol mio Guglielmo, se tu ed i tuoi amici
persevererete nel vostro semplice modo di predicare e di vivere,
metterete fine al regno dei preti».
Padrone ormai di sè, il Penn impiegava d'allora in poi le sue
ricchezze, i suoi talenti e la sua influenza nel soccorrere i
correligionari perseguitati, guadagnandosi nuova prigionia; insieme
con Giorgio Fox e Robert Barclay andava ad evangelizzare l'Olanda e la
Germania, e di ritorno in patria si dava con più ardore a combattere
in tutti i modi per la libertà di coscienza, in favore dei papisti
non meno che dei quaccheri. Disperando alla fine di veder trionfare
il suo ideale in un paese, dove la tirannide del fanatismo era più
forte che mai, rivolgeva il suo pensiero a quell'America, che fin da
giovanetto era stata il teatro dei suoi sogni di felicità. Ora maturo
d'intelletto, provato e fortificato dalla vita, meditava non solo di
aprire colà un asilo ai correligionari perseguitati, ma addirittura di
fondarvi una comunità in cui potesse incarnarsi l'ideale quacchero.
Spinto dall'entusiasmo pel generoso progetto ed aiutato da potenti
intercessori, già amici del padre, egli riusciva nel 1681 ad ottenere
il possesso del paese ad ovest del Delaware per una estensione di 3
gradi di latitudine e 5 di longitudine.
Era questo per Carlo II un mezzo assai comodo di soddisfare il debito
di 16.000 sterline, che il governo inglese doveva al padre di Penn, e
per l'ardente filantropo il mezzo sospirato di «offrire un esempio ed
un modello alle nazioni», di tentare il «santo esperimento» nel vasto
paese, ch'egli voleva detto Sylvania pel suo aspetto, nome mutato da
Carlo II in Pennsylvania. La riva occidentale della baia di Delaware,
il paese cioè colonizzato già dagli Svedesi, veniva però in sulle prime
conteso al Penn dal duca di York, che voleva riservarselo come una
dipendenza di New York; ma dopo lunghe trattative questi acconsentiva
ad infeudarne il Penn, il quale lo aggregava per pochi anni alla
Pennsylvania nonostante le contestazioni di lord Baltimore, che pure
avanzava delle pretese su quel territorio. La carta, analoga a quella
del Maryland, mentre garantiva al re coll'approvazione delle leggi
dell'assemblea coloniale la sovranità ed al Parlamento coi diritti
di dogana la supremazia commerciale, accordava al proprietario i
soliti privilegi feudali. Che uso il re quacchero, come fu chiamato,
intendesse di fare dei poteri concessigli sul territorio, in cui erano
compresi i principali stabilimenti svedesi e qua e là qualche fattoria
olandese ed inglese, appariva manifesto dal proclama indirizzato nello
stesso 1681 ai suoi sudditi: «Voi sarete governati, era detto, dalle
leggi, che vi darete voi stessi e vivrete come un popolo libero e, se
lo desiderate, come un popolo sobrio ed industrioso. Io non usurperò
i diritti d'alcuno, io non opprimerò alcuno. Dio m'ha ispirato una
risoluzione migliore e m'ha accordato la sua grazia per compierla.
In una parola, tutto quello che degli uomini liberi e temperanti
possono ragionevolmente desiderare, per assicurare e migliorare la
propria prosperità, io lo concederò di tutto cuore. Io supplico Dio di
guidarvi nella via della giustizia e di fare felice voi e dopo voi i
figli vostri. Sono vostro amico sincero, Guglielmo Penn». E poco dopo
egli indirizzava un messaggio agli indigeni della foresta, dichiarando
loro che tutti, essi come lui, erano responsabili della loro condotta
davanti uno stesso e solo Dio, ch'essi avevano tutti la stessa legge
scritta nel fondo del loro cuore e che tutti erano egualmente tenuti
ad amarsi, a soccorrersi, a farsi reciprocamente del bene. Un suo
rappresentante veniva intanto mandato in America coll'incarico di
mantenere lo _statu quo_ sino al suo arrivo, mentr'egli preparava
i mezzi per colonizzare il paese, cominciando con lo spedirvi una
compagnia d'emigranti quaccheri.
Ben più dei piani materiali di colonizzazione, che pur dissestavano il
suo patrimonio aggravandolo di debiti, preoccupava però il suo animo
il pensiero del governo da dare ai suoi sudditi: insensibile agli
allettamenti dell'avarizia e dell'ambizione, come l'aveva tante volte
mostrato, egli rimaneva un momento perplesso di fronte alle seduzioni
del potere assoluto, che sembrava garantirgli l'esercizio illimitato
della sua appassionata filantropia; ma, coerente al suo dogma politico
che «la libertà senza obbedienza non è che confusione e l'obbedienza
senza libertà diventa schiavitù», seppe eroicamente resistere alla
tentazione. «Io mi propongo, decideva, in quanto riguarda le questioni
di libertà, di non lasciare, cosa che non è ordinaria, nè a me nè ai
miei successori, il minimo potere di far del male; io non voglio che la
volontà d'un sol uomo possa divenire un ostacolo alla felicità di tutto
un paese». Con tali idee egli s'imbarcava nel 1682 sul «Welcome» pel
suo possesso americano, dopo aver raccomandato alla moglie di vivere
colla massima frugalità e di fare dei figli suoi degli agricoltori e
delle donne di casa: con sè portava un progetto di governo, ben diverso
da quello di Locke, da sottomettere all'approvazione degli uomini
liberi della Pennsylvania.
Accolto dai coloni con entusiasmo commovente quale padre benefico
anzichè signore, il sovrano quacchero rimontava il Delaware, messaggero
di pace e d'amore ai fratelli bianchi ed a quelli indigeni. Sotto un
grande olmo a Shakamaxon, come lo rappresenta un quadro del West,
Guglielmo Penn circondato da alcuni amici riceveva una numerosa
deputazione delle tribù Lemni Lenape e stringeva con queste un accordo,
ch'era ben più dei soliti acquisti di terreno dagli indiani: era il
riconoscimento della perfetta uguaglianza fra Bianchi e Pelli-Rosse,
la proclamazione degli stessi diritti: «Noi ci incontriamo qui, diceva
il Penn, sul gran cammino della buona fede e della buona volontà; da
alcuna parte non ci riserveremo dei vantaggi; tutto si combinerà con
franchezza e carità.... Io non voglio chiamarvi miei figli, perchè i
genitori reprimono talora troppo severamente i lor figli; nè solamente
miei fratelli, perchè i fratelli sono dissimili. Io non paragonerò
l'amicizia che ci lega ad una catena, perchè le pioggie possono
arrugginirla e gli alberi, cadendo, spezzarla. Noi siamo la stessa cosa
che due parti del corpo d'un uomo, se potessero esser separate; siamo
tutti una stessa carne ed uno stesso sangue». Ed i figli della foresta
commossi: «noi vivremo, dicevano, in buona amicizia con Guglielmo Penn
e coi suoi figli, finchè sussisteranno il sole e la luna». Quanto
progresso da Melendez a Penn, quale abisso tra il contegno degli
Spagnuoli verso gl'Indiani e quello dei Quaccheri!
L'anno stesso dell'arrivo il Penn convocava un'assemblea generale dei
coloni, ma il popolo invece preferiva inviare dei rappresentanti,
i quali in tre giorni compilavano in Chester un primo abbozzo di
legislazione provvisoria improntata ai principi dei quaccheri:
libertà assoluta di coscienza, perfetta eguaglianza giuridica, riposo
settimanale, suffragio universale, approvazione del popolo per le
imposte, abolizione della pena di morte in tutti i casi eccetto
l'assassinio, soppressione del giuramento nei processi, il matrimonio
puro contratto civile, abolizione delle decime, proibizione d'ogni
divertimento sensuale, mascherate, balli, spettacoli, combattimenti
di tori ecc., ne erano le principali disposizioni. Si dava quindi
mano fra lo Schuylkill e la Delaware, su una lingua di terra per
bellezza, salubrità e posizione geografica quanto mai adatta, alla
fondazione di Filadelfia, la città «rustica e verdeggiante» come la
ideava il fondatore, la città «dell'amore fraterno» che nella vita
tranquilla ed operosa delle case nascoste fra i giardini ed i parchi
non doveva smentire il suo nome. L'anno dopo nella capitale nascente,
composta ancora di poche capanne, si riuniva la prima legislatura
provinciale, costituita di 9 rappresentanti per ciascuna delle 6
contee, e fra i tronchi d'alberi abbattuti della foresta redigeva e
datava da Filadelfia, in segno d'augurio, la «carta di libertà» della
Pennsylvania.
Nel presentare ad essa il piano di governo, redatto in Inghilterra,
il proprietario diceva: «voi potete emendarlo, cambiarlo o farvi
delle aggiunte; io sono disposto a fondare tutte le istituzioni
che possono contribuire alla vostra felicità». Dal pieno accordo
tra le due parti uscì una costituzione; che, se ne eccettui la
carica ereditaria del proprietario, faceva della Pennsylvania una
perfetta democrazia rappresentativa: dal diritto di veto riservato al
proprietario in fuori, ogni altro potere era lasciato al popolo, che
non solo eleggeva esso il corpo legislativo ma anche, direttamente
o indirettamente, nominava tutti i funzionari del potere esecutivo e
perfino del giudiziario. Il Penn a differenza di lord Baltimore non
voleva il menomo diritto d'imposta in compenso della sua proprietà e
delle spese sostenute per la colonia, rifiutando anzi la rendita che
la provincia gli offriva con tale intendimento, contento delle vaste
terre riservatesi quale proprietà personale. «Splendida cosa!, diceva
Federico di Prussia un secolo dopo, nel leggere l'organizzazione della
Pennsylvania; tutto ciò sarebbe perfetto se potesse sussistere!»
Le istituzioni democratiche, grazie agli elementi della popolazione
ed alle condizioni del suolo, rimasero salde in Pennsylvania, come
rimasero inalterati verso di essa i sensi del suo fondatore, il
quale, nonostante la rovina del patrimonio speso nella colonia e la
conseguente prigionia per debiti, ancora otto anni prima di morire
scriveva ai coloni: «se nei rapporti che esistono fra noi, il popolo ha
bisogno di qualche cosa da parte mia, che possa renderlo più felice,
io sono dispostissimo ad accordargliela». Così pure si conservarono
buone nei primi tempi le relazioni tra gli Indiani e gli Amici, per
quanto sia pura leggenda che i Quaccheri non abbiano mai avuto molestia
dai Pelli-Rosse. Quello che non rimaneva, nè poteva rimaner saldo era
la sovranità del proprietario ereditario. Quando il re quacchero,
gettate le basi materiali e morali della colonia, s'era imbarcato
nel 1684 per l'Europa, lasciando alla libertà la cura di svilupparsi
da sè, l'addio dei coloni era stato commovente e sincero: egli però
aveva lasciato nel governo della colonia due elementi incompatibili
fra loro, la democrazia da lui fondata e la sovranità feudale cui
non aveva rinunciato. Il Penn infatti non solo si era riservato delle
porzioni considerevoli di territorio come proprietà privata, ma anche
un diritto esclusivo di preempzione del suolo, che egli solo poteva
comperare dagli indigeni per cedere poi mediante canoni ai coloni. La
Pennsylvania attaccò subito il diritto feudale del suo proprietario,
esigendo che la rendita proveniente da tali canoni fosse almeno in
parte destinata a coprire le spese pubbliche. Le agitazioni e le
scissure arrivarono anzi al punto che la Pennsylvania veniva tolta al
Penn dal governo inglese e vi si inviava nel 1693 un governatore; ma
il Penn poco dopo veniva reintegrato nei suoi diritti ed in un secondo
viaggio in America poteva nel 1699 ristabilire la calma nella colonia.
Moriva egli nel 1718 dopo una triste vecchiaia, afflitta da malattie,
da prigionia pei debiti contratti a vantaggio della colonia, da altre
avversità ancora, compenso ben doloroso ad una esistenza tutta spesa,
nonostante l'aspro giudizio del Macaulay, che lo accusa di subdolo
papismo, al culto ed al trionfo della verità e dell'umanità.
La lotta tra democrazia e sovranità feudale, mantenuta dentro certi
limiti durante la vita del Penn dalla gratitudine dei coloni,
avrà libero corso dopo la sua morte, e la storia politica del
paese non sarà altro che una sequela di contestazioni, destinate a
risolversi nella più completa indipendenza popolare. Nel secolo XVIII
infatti la Pennsylvania apparteneva solo di nome ai proprietari ed
all'Inghilterra: in essa il popolo era divenuto più che in ogni altra
colonia padrone di se stesso. La sua legislatura, non composta che di
una sola branca, aveva un'esistenza affatto indipendente; si convocava
e si scioglieva da se stessa senza bisogno d'alcun intervento estraneo:
il diritto di veto negato per lunga consuetudine nonchè al consiglio,
eletto dai proprietari, ai proprietari stessi, e riservato solo al
governatore luogotenente, era reso nella pratica illusorio per la
dipendenza strettissima del governatore dall'assemblea, la quale anno
per anno votava il suo trattamento: la nomina dei giudici, negata ai
proprietari, era riserbata anch'essa al luogotenente, e tali giudici
per di più dipendevano essi pure dall'assemblea pei loro emolumenti: le
imposte erano votate dall'assemblea e da essa percepite col mezzo di
commissari provinciali: ai proprietari era lasciato solo il controllo
sull'ufficio delle terre, ma a bilanciarne l'influenza politica
l'assemblea da parte sua esercitava la più stretta sorveglianza
sull'ufficio dei prestiti e della carta monetata. A tanta libertà
politica corrispondeva l'affrancamento completo del pensiero, garantito
dalla legge. Grazie ad esso la stampa poteva svolgere tutta la sua
efficacia sull'opinione pubblica e nelle mani del Franklin diventare
uno strumento prezioso di libertà per l'intero paese.
Un'altra cosa poi oltre alla sovranità del proprietario doveva
eclissarsi col tempo, il quaccherismo cioè nelle sue applicazioni alla
vita quotidiana. La schiavitù dei Negri anzitutto prese piede anche nel
suolo colonizzato dai quaccheri, nonostante le loro teorie umanitarie
contrarie ad ogni differenza di casta e di razza. Essa s'introduce del
pari nella Pennsylvania, nonostante gli sforzi in contrario del Penn,
il cui primo atto in proposito obbligava ad affrancare i negri dopo
14 anni, e nel Delaware, nonostante i buoni propositi della comunità
svedese dei tempi di Gustavo Adolfo, nonostante che gli Amici colà
venuti di Germania proclamassero ancora una volta che non era permesso
a cristiani comperare o tenere negri schiavi, nonostante il messaggio
di Giorgio Fox ai fratelli del Delaware «che la vostra luce rischiari
gli Indiani, i negri ed i bianchi», nonostante infine l'apostolato
sublime dell'antischiavista John Woolman nel sec. 18º. Se la linea
Mason e Dixon, così detta dal nome dei due commissari che nel 1761
la tracciavano, dopo quasi un secolo di contestazioni fra il Penn
ed il Baltimore ed i rispettivi eredi, separando il Maryland dalla
Pennsylvania, diventerà nel sec. 19º la linea di divisione fra stati
liberi e stati a schiavi, ciò dipenderà anche qui ben più che dalla
filantropia dei quaccheri da ragioni di clima, di suolo, di culture.
Nè solo la schiavitù dei negri, ma il complesso tutto della vita
sociale andrà allontanandosi ogni giorno più dalla rigidità quacchera,
possibile in una setta non già in una società, con lo sviluppo d'una
florida vita economica, dovuta alla fertilità del suolo e più tardi
alle ricchezze minerarie, carbone, ferro, petrolio, del sottosuolo,
con l'aumento rapido della popolazione, che, valutata ad un 12.000
anime tra Pennsylvania e Delaware presi insieme nel 1688, saliva
a 176.000, di cui 11.000 negri, verso il 1754. Di questi coloni, i
quali dall'Inghilterra, dalla Scozia e dalla Germania immigravano
nella Pennsylvania, ben pochi rimanevano fedeli alle costumanze
quacchere, troppo contrarie agli istinti predominanti dell'uomo, alla
sete di piacere, di godimento, di potenza, di ricchezza, ben pochi
comprendevano e pura tramandavano ai figli una religione affatto
filosofica, non confacientesi alle moltitudini per l'assenza completa
di forme e l'altezza sublime dei principî.
L'elemento quacchero infatti rappresenta oggi circa un centesimo della
popolazione della Pennsylvania, ed ancor meno poi del Delaware, di quel
paese cioè che, colonizzato già dagli Svedesi e disputato in seguito
fra il duca di York ed il Penn e poi fra questo e lord Baltimore, aveva
finito dopo alcuni anni di unione con la Pennsylvania per costituire
nel 1702 una colonia regia autonoma. Esulato però grado grado dalla
vita materiale, lo spirito quacchero modificato ma non cancellato
rimase in fondo agli animi, imprimendo l'orma sua quietista nel
carattere d'una colonia, nella cui origine la setta aveva rappresentato
la parte principale: la Pennsylvania conserverà la sua tinta scialba in
tutta la storia americana; non sarà mai, nonostante la sua floridissima
vita industriale, una forza direttiva ed impulsiva della futura
confederazione; in essa non si svolgerà nè lo spirito «yankee» di
cui la Nuova Inghilterra è il laboratorio, nè quello «aristocratico»
del Sud, nè quello «cosmopolita» dell'antica Nuova Amsterdam. Sembra
proprio che le origini cospirassero con la posizione geografica a fare
della Pennsylvania l'anello d'unione tra Nord e Sud, riserbandole
intatta la sua missione storica, quella di stringere insieme le due
parti del paese: il fondatore di essa, Guglielmo Penn, s'adoperava già
nel 1697 per un congresso annuale di tutte le colonie coll'intento
di regolarne il commercio, fatidica per quanto vana divinazione del
futuro; la capitale di essa, Filadelfia, dava i natali meno d'un secolo
dopo all'indipendenza americana e diventava il pegno dell'Unione.
§ 4. CARATTERISTICA DELLE COLONIE CENTRALI. — Non la sola Pennsylvania
del resto ma tutte quante le colonie centrali adempievano alla missione
di avvicinare nel campo sociale e fondere in quello politico, come
congiungevano in quello geografico, le varie parti del paese. Zona
di transizione fra il latifondo coltivato a schiavi ed il _farm_
coltivato dal proprietario, crogiuolo dove la rigidità puritana si
fonde col misticismo quacchero e si tempera di cento altri elementi
cosmopolitici, esse rappresentano un compromesso sociale fra Nord
e Sud, che bene si rispecchia in quel compromesso artistico per cui
nelle colonie centrali la nota letteraria dalla cupa tetraggine della
N. Inghilterra va cangiando rapidamente verso la luce e la gaiezza
del Maryland e della Virginia. Ed in questa zona per l'appunto si
concentra, può dirsi, l'interesse politico della madrepatria all'intero
dominio nord-americano, come suo in ispecie è l'interesse ad una
unione eventuale di tutte le colonie: basti pensare a quella New York,
la quale col suo porto, primo sull'Atlantico, le comode baie ed il
corso dell'Hudson ha in mano le chiavi del Canadà e dei Grandi Laghi,
mentre con la sua frontiera male delimitata all'interno è più esposta
agli assalti degli Indiani ed alle rappresaglie dei vicini Francesi.
Nè, grazie in prima linea a questa cosmopolita New York, il centro è
solo la zona grigia, in cui vengono a fondersi le opposte correnti,
che derivano dalle società compatte e ben caratterizzate del nord e
del sud, ma benanche il laboratorio massimo d'un terzo elemento, che
informerà di sè la vita americana, l'utilitarismo più gretto e feroce.
L'immenso e rapido sviluppo commerciale ed economico dei futuri suoi
Stati, di cui le città sono centri di scambi, officine di produzione
e depositi di mercanzie, favorito dall'origine degli abitanti, divisi
dalla discendenza del sangue ed accomunati solo dall'intento economico,
vi produrrà una classe, di cui l'oro sarà l'unico dio, gli affari
l'unica cosa per cui valga la pena di vivere, una classe dominata dalla
febbre del guadagno e di questo solo curante. La massima inglese che il
tempo è danaro troverà in essa il maggior favore; la legge psicologica
del minimo sforzo la maggiore applicazione. Non perdere un minuto, non
lasciar passare un'occasione, non trascurare la minima cosa capace d'un
effetto utile, diventerà la sua regola d'azione suprema e pressochè
unica: tutto il resto, convenienze sociali non meno di scrupoli morali
o di legami religiosi, passerà in seconda linea.
I moventi più alti dell'uomo, la morale, l'arte, la scienza, la
bellezza, rimarranno in essa annegati per lasciar libero il campo al
solo stimolo economico: il futuro industriale della Pennsylvania per
quanto più illuminato non sarà posseduto dalla febbre del guadagno meno
del negoziante di New York prodigiosamente ignorante. Il senso pratico
diventerà il sesto senso di questi uomini; l'americanata troverà qui
la culla d'origine. Ed invero in questa corsa sfrenata al guadagno,
corsa che non conoscerà nè gli spini della via nè la difficoltà degli
ostacoli, la capacità dello sforzo facendosi ogni giorno maggiore,
lo sforzo stesso diventerà una seconda natura, un vero bisogno,
mentre per contatto si comunicherà dagli individui all'intero corpo
sociale: dissipare una fortuna pur di avere il piacere di rifarla,
ecco un esempio non raro! La riuscita più che i suoi frutti termina
così, ed in ciò la moralità finale di essa, col diventare l'ideale di
questa società, nella quale la vita dell'individuo sarebbe un puro e
semplice gioco di azzardo senza alcun contenuto etico, senza alcun
fine sociale, se la riuscita stessa non fosse da raggiungersi solo
per mezzo dell'individuo e non dovesse risolversi in un vantaggio per
la collettività, come vorrebbe il filosofo dei miliardi, l'americano
Andrea Carnegie, nel suo libro recente «_The empire of business_».