Se la sua ammirazione è per il primo, il suo grande amore per l'altro:

anzi il suo affetto, qualche volta, lo sostituisce nella preeminenza

e può dirci che fu più grande perchè più infelice, più schietto

perchè meno sospettoso e più deliberato; «Rovani[158] portò, in vita,

la pena della sua troppa sincerità; Manzoni, invece, dando sempre

ragione al lettore, finì col convincerlo del proprio torto: e, se

Manzoni riuscì a farsi applaudire, facendo diversamente del comune,

parve facesse lo stesso; mentre Dossi si fece odiare, perchè, parlando

come la folla, parve esprimersi diverso. — Manzoni dice le cose sue

come il lettore vuole; Rovani come non vuole il lettore; Dossi parla

per proprio conto. — Manzoni dissimula il non credere; Rovani simula

di credere; Dossi, credendo, non crede. Manzoni cambia le carte in

mano al lettore; Rovani gliele strappa; Dossi confonde il giuoco. —

Manzoni vuole che il bene si faccia per paura di un male; Rovani per

necessità; Dossi per utilità. Donde Manzoni par credere all'altra

vita; Rovani non crede nè in questa nè in quella; Dossi pur crede in

codesta. — Il _noi_ di Manzoni vale _io_ e il lettore; il _noi_ di

Rovani _io_ e _non io_ (che vi stanno per due) — l'_io_ del Dossi vale

l'_io solo_. In altre parole: il primo si industria ad insinuare in

altrui la propria opinione; il secondo la impone; il terzo la tiene

per sè. — La _naïveté_, l'ingenuità della letteratura antichissima

c'ispira quella riverenza che c'ispirano i bimbi; la _pauvreté_ della

nuova quel disprezzo che si ha per un uomo che faccia bambinerie. E

pure Manzoni ritenne l'apparenza della ingenuità, mentre Rovani se ne

spogliò: quindi Manzoni riuscì un malizioso doppio, non volendo parere

un semplice. — Manzoni è la vendemmia della nuova letteratura fatta

coll'uva di Alfieri, di Parini, di Foscolo; Rovani il torchiatico;

Dossi la grappa». — «Lambicchiamone[159], dunque in buon'ora; ci

servirà di sole invernata e, riscaldate da essa, le generazioni

prepareranno, con impulso gagliardo, il terreno ed i tralci per le

vendemmie future». Distilleria della quintessenza! «Delle letterarie

stagioni dell'ultimo secolo, Manzoni è la primavera, Rovani l'estate,

Dossi l'autunno»; per ciò, «Rovani[160] è il continuatore logico di

Manzoni come Dossi è di Rovani. Rovani ha esagerato Manzoni, mentre gli

altri lo impicciolirono; Carcano, per esempio, colla cortezza della

sua vista, non comprese che la maggior innovazione del Matesuro era

custodita nel suo midollo umoristico, e si limitò a copiare le forme

esteriori dei caratteri e dell'insieme. Manzoni, umorista, è scettico:

in un libro di umorismo il protagonista è sempre l'autore; non lo si

può perder mai di vista, essendone il principale interessato». Breve,

rapido, Carlo Dossi postilla a maggior chiarezza la sua estetica

genealogia; ce la lega e senz'altro, ce la impone. Perchè un'altra

volta vi si osserva quella continuità, che le pigre speculazioni dei

necrofori letterarii trascurano, e se ne indicano i gradi; le pietre

miliari di una letteratura nazionale disponendosi a diverse distanze

l'una dall'altra lungo la medesima direttiva della strada maestra,

per cui processionano i trionfi e le rogazioni del popolo; il quale

si ricorda ed enumera il tempo trascorso e le conquiste assodate,

leggendone sopra i maggiori nomi scolpiti.

Tanto, in fatti, nella sostanza della serie estetica, identici riescono

ad essere i _Miti pagani e stoici_ del Foscolo, come le _Maschere

cattoliche_ del Manzoni, i _Personaggi storici_ del Rovani, come

le _Allegorie filosofiche_ del Leopardi, le _Divinità gogliardiche

e civili_ del Carducci, come le _Creature humoristiche_, i _Tipi

ambigui_, le _Rappresentazioni satiriche_ di Carlo Dossi. Nella

diversità delle espressioni, si conserva il motivo fondamentale di una

necessità nazionale progrediente. Tali figurazioni hanno una medesima

origine soggettiva, e per questo si sono esteriorizzate oppostamente:

ciascun poeta ha scoperto nel suo mondo nuovo, creatogli dalla sua

sensibilità e dalla sua volontà, e nell'uomo foggiato a sua imagine,

queste varie espressioni, queste certezze intime, cui rende universali,

regalandole di organi, di movimento e di possibilità generativa. Tutte

sono verità, nè si negano reciprocamente; quand'anche si contradicano,

non si annullano; si inanellano, invece, conseguentemente,

determinando, con maggior precisione, or l'una or l'altra delle faccie

del poliedro della vita multiforme e segreta, con più delicato disegno,

in una luce più propizia e più intensa. Riuscito Carlo Dossi dalla

astrusa e dedalea arteria collaterale di Don Alessandro, scaturì in un

tipo personale; ha costituito un altro anello della catena genetica

letteraria, per cui il dimenticarlo, od il trascurarlo, importa una

reale oscurità ed una lacuna nello studio delle lettere nostre.

Pure, la pigrizia, la burbanza, la vanità, le confusioni, attributi

d'ogni e qualunque giornalismo affrettato, lo lasciarono da parte.

E quando Domenico Gnoli, vecchio bibliotecario, considerava poco

fa: «si è staccato il gancio che congiungeva l'arte nostra alla vita

nazionale, l'anello che continuava la tradizione» errava, perchè non

aveva posto mente al _caso Dossi_. Oggi, si incomincia a scorgere

qua e là interrottivamente la sua influenza; noi riconosciamo in lui

un nostro proprio esponente, perchè tutto in lui è rimasto italiano,

anzi, lombardo nella forma, nel modo, nel tono di comprendere la vita

e di renderla. Per ciò, a lui ricongiunto, col cordone ombelicale

della artistica figliazione, il _fare italiano_ permane anche in

quanto si vuol chiamare impropriamente _simbolismo_ (di cui fu uno

de' più completi assertori, prima che l'etichetta scolastica venisse

stampata; perchè _prima la cosa quindi il nome_, non viceversa): e chi

volle far credere l'opposto, abusò della ignoranza altrui adulandola,

pompeggiando della propria, che non aveva saputo suggerirgli il nome

dell'autore di _Colonia Felice_. Ma non più: costoro devono riconoscere

in noi, quei sintomi di cui egli è pur affetto, in nulla affatto

forestieri; vizii o doti distintissimi di fragrante italianità.

Carlo Dossi, più vivo che mai, dopo l'aulica presentazione di sè

stesso, nel salone dell'avi, si fa a noi famigliare; vi prende per

mano, vi fa entrare nell'appartamento intimo delle sue circonvoluzioni

cerebrali, vi si dettaglia, nel compromesso sommamente simbolico,

in cui vanno a fondersi per un tutto omogeneo, le più disparate

dottrine. Vi farà assistere alla trasmutazione de' generi e delle

scuole e voi perderete la nozione di quanto si chiamò _classicismo_

e _romanticismo_, _idealismo_ e _naturalismo_. Tentò la bellissima

esperienza di avvicinarsi alla perfezione, cioè di dire tutto quanto

sentì in modo che, nella fatica di renderlo, nulla andasse perduto per

consumo, attrito, stanchezza; volle sorpassare la natura nell'eccedere,

proponendosi, dalli oppositi, una nuova espressione, oltre le già

conosciute, tracciandosene una norma quando sull'arte del Cremona

considera: «Pure[161] sono alcuni, i quali, dimenticando che l'Arte

non si impana dall'Arte ma dalla Natura, vorrebbero che ogni artista

facesse di salvatesta, sognasse ad occhi aperti; e vanno dicendo che

il più veritiero poeta è colui che più finge, che altro è pittura e

scoltura, altro fotografia. Anche noi, finchè si tratta di screditare

il nudo realismo, cediamo in tale sentenza, ma a patto di non

sostituirvi, quanto lo vale, un nudo idealismo. Scopo dell'arte è la

poesia, che è l'accordo prudente tra il finito e l'infinito, altrimenti

noi avremo o dei corpi senza animo, o degli animi senza corpo.

L'artista deve copiare direttamente dal vero, ma nell'ambiente del

proprio animo; deve, per così dire, stacciarlo attraverso il crivello

del giudizio individuale».

Donde facendovi i convenevoli, vi precede, _Cicero pro domo sua_:

«Un[162] momento, bisogna assuefarsi alla vista delle tenebre. Al

primo entrare, un sentor misto di fiori, muffa, petrolio. Il piede

intoppica a ogni tratto e conviene saltare. Si passa, o almeno sembra,

in mezzo a beccate di pappagallo e a gattesche strofinatine, in mezzo

a vampe di forno e a zaffate di sorbettiera; quando poi la pupilla

arriva a raccogliere la scarsa luce, che discende da una gotica

ogiva o da un pertugio di cànova, or da una fiamma di gas o da una

bugia di sego, ti accorgi di camminare in un magazzeno da rigattiere

antiquario. Roba di tutti i tempi e le foggie, dalla più goffa alla

più di buon gusto. Correggesche pitture nel bujo, sgorbi alla Bertini

in pieno lume: litografie del Gonin con cornice dorata, acqueforti

di Rembrand incollate sui parafochi. E qui incontri, ad esempio,

un tripode pompeiano dal severo profilo con su un vaso chinese (una

pazzia di porcellana) e, dentro il vaso, fiori di serra stradoppi,

leandri che pajono rose, rose imitanti dalie, dalie che si direbbero

camelie, — freschissimi per la metà, ma per l'altra metà marci; là

un poltronone barocco, che sarebbe il trionfo della comodità, se non

gli mancasse una gamba, sovra il quale riposa un elmetto dell'omerica

Grecia, oltraggiato da una visiera medioevale in cartone e da un

pennacchio di carabiniere... Quindi e ammassi di cenci infagottati in

manti porpurei, e boccali di bettole contenente Tokai e pietre murrine

scavate ad orinale e aquilotti in catene imbalsamati con rospi che

strillano da usignolo e usignoli che rantolano rospinamente. Nè va

taciuto di un violoncello di Stradivari cui servirebbe da archetto un

bastante da scopa, nè un topo nella gabbia di un canarino, che invece

resta intrappolato, nè i _diritti dell'uomo_, cuciti colla _cabala_

e il _sillabo_; e Rousseau sposato a De-Maistre, e Omero a Merlin

Coccajo. Ma quel che vedi gli è il meno. Più l'occhio insiste in quel

folto di roba e più ne discopre. C'è, dico, roba da insuperbire mille

palazzi. Di chissà quanti — morto chi la possiede e distribuita con

senno — farà mai la nomea! Chè, se ora c'è tutto, pur manca tutto. È

luogo più fatto per imbrogliare che per sviluppare le idee. A volta ti

sembra di essere nella magnifica confusione di una foresta vergine; ti

miri attorno — sei fra il prezzemolo... Provi, insomma, la nausea del

_toujours perdrix_, della essenza, che, per troppo sapore, è una offesa

al palato; provi il disagio di una interminabile scala senza ripiani

e di una biblioteca senza catalogo. E però t'allontani alla svelta,

non degnando pure di un guardo la soglia, che, in un mosaico di tutti

i colori, vuol rammentato, con modestia superba, il nome di _Carlo

Dossi_».

Non formalizzatevene; egli usa codesto garbo; sente di esservi più

comprensibile; dà di sè stesso l'apologo e l'apologia; non diversamente

usò con Rovani, descrivendone il _tempio_: in cui «entrare[163] e

sentirsi il cappello di troppo è tutt'uno. È una fuga d'imponenti

saloni, sulle cui vôlte si stende l'ampia pittura del Tiepolo e dalle

cui immense pareti pendono arazzi, tessuti a disegni di Raffaello

immichelangiolito... Qui, non la boria fracassona del ricco, ma la

silente maestà del Signore. Particolari ed insieme vi hanno pari valore

e i più modesti mobili respirano solennità; qui, insomma, ammiri, non

fai la stima. E tutto, vedi, è massiccio. Niente indorature, niente

impiallacciatura. Mogano e rovere fin all'ultima fibra, oro sino

all'ultima scaglia. I sedili comodi tanto per invitarci al riposo, non

al dormire; i camini vasti abbastanza perchè il calore si diffonda

egualmente in quanti mai vi si assidono. E nella splendida calma di

queste sale reali, i pensieri vanno pigliando un far grave e svolgonsi

grandiosamente; più non rammenti le piccolezze del vivere quotidiano

se non per deriderle, nè la famiglia ti appare fuor dallo sfondo della

umanità. Sono sale per un congresso di legislatori e di principi. In

ogni dove, l'invisibil presenza del nume. — È la reggia di Giuseppe

Rovani».

E ripeterà il suo giuoco malizioso anche per Edmondo De Amicis: «È

il quartierino[164] di un impiegato a duemila. Gli amici di chi vi

dimora lo dicono un primo piano, ma, in verità, è un puro ammezzato

sopra terreno. Stanze poche, mobiglia poca; tutto è veduto in una

sola occhiata nè si domanda che cosa c'è negli armadi perchè si

sa già. Domina il pino. I mobili, a uno a uno, non tengon valore,

infimi come sono per la materia e la forma, pur, tutti insieme,,

ne acquistano perchè fanno _la casa_. Nella stanza da letto — e da

pranzo — la tappezzeria par tela ed è carta; alcuni dipinti paesaggi

sulle pareti — un vaso d'erbasavia sul tavolo — un casco di fanteria

in un canto — radi i libri i quali ci avvertono che chi li legge

non ha oltrepassato il liceo (benchè non sia detto con ciò che

l'Università abbia per privilegio la creazione del genio) e un letto

di una persona e mezza, con la sua brava Madonna a capezzale e i suoi

lini, piuttosto grossi, ma di bucato. Nè fatevi in là, mie ragazze.

È letto riconosciuto dallo Stato Civile. — E, sulla porta di abete,

ma che a forza di gomito è diventata quale acero, sta un biglietto

di visita in cartoncino bristol, con scritto su da mano femminea il

simpaticissimo nome di _Edmondo De Amicis_». Il quale, breve arte, ma

grande cuore, ne lo ringrazia: «Affretto[165] coi voti un occasione

qualsiasi che mi sia concesso di mostrarti quanto ti sia verace ed

amoroso amico, e di contraccambiarti, anche inadeguatamente, qualcuna

delle tante gentilezze che mi hai usate. Se questa occasione tu vorrai

fornirmela, anche di ciò ti sarò grato». Ma Carlo Dossi non gliela

porse mai, tuttora postumo creditore e debitore di lui. Carlo Dossi è

letterato eroico e stoico nel senso della schietta integrità del suo

pensiero, della deliberata e profonda sincerità del suo stile: egli

non ha sottintesi e tornaconti che non siano d'arte. Alcuni giudizii,

che volle esporre sopra li autori contemporanei, pur unilaterali,

rispondono ad una certa ed esemplare responsabilità, dote aurea di

carattere, in questi tempi di sommessa e vagellante preoccupazione del

non offendere per rivalersene. Egli può chiamare qualche volta Carducci

un gramatico adulatore di popolo, sovvenutosi di Correnti quando

diffamò la luna in _celeste paolotta_, ma lo inchinerà, decretando

monumentale la sua poesia, per cui:[166] «Italia riebbe la lingua di

Dante e la romana maestà, almeno, nella parola» — Egli invita a leggere

Victor Hugo in riva al mare, ma subito, ricopia per lui una definizione

dell'Heine «Un genio gibboso»: — può paragonare l'Aleardi ad una

querula e gemente colomba amorosa; ma, nel riordinare la biblioteca

di Alberto Pisani, lo pone vicino a Foscolo; — e Leopardi foggiare a

serbatojo di perpetua infelicità, ma proporrà a ciascuno di imbeversi

della sua chiarezza adamantina, di cui la lucidezza vince l'acqua

fresca di una fonte indorata dal sole. Per ciò, egli è permalosissimo

letterato, difficile a leggersi; bisogna che ci accostiamo a lui,

intonando il nostro momento al suo, non ascoltandolo nelle sue

bizze, concedendogli le sue troppo squisite bontà, interpretandolo

e ricordando spesso i suoi pensieri da pagina a pagina, da imagine a

imagine, valicando periodi, distanze, apparenti contraddizioni. Egli

stesso si vanta di scrupolosa e meticolosa incontentabilità. Richiede

lettori a sua imagine e somiglianza; que' lettori ideali che augurò

ai poeti grandi Pietro Verri, nel _Discorso sull'indole del Piacere e

del Dolore_, e precisamente questi, ch'io invoco a me stesso ed a chi

amo, ammirando, dalle pagine clandestine (pur troppo! perchè nessuno

v'ha che abbia avuto la malinconia di proporlo o di citarlo) del mio

_Verso Libero_, quando desidero che il _Libro viva nelle mani del

lettore_. Così, quante volte ho voluto avvicinare le mie opinioni sopra

la lingua, lo stile, la funzione del libro e l'obbligo de' lettori

verso di noi, riproponendole alle premessa dossiane; altrettante ho

dovuto convincermi delle ragioni che ci ricollegano, riconoscendo

in lui un precursore di identiche dottrine e di più sicura e provata

esperienza. Per questo, il lettore venga a noi e si eserciti a nostro

paragone emulandoci, creandoci, dalla indicazione, l'imagine completa,

ricreandosi a foggiare, non inerte o distratto, ma collaboratore.

Il suo pubblico, «il[167] pubblico di un letterato, non è già quello

dell'uomo politico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro

di gola) pei quali è indispensabile e folla e contemporaneità di

fautori; non ne occorrono a lui nè migliaia, nè centinaja, e neppure

ventine ad un tratto; glie ne bastano pochi, uno anche, purchè siano

degni, a lor volta di lode, e perchè si succedano — sentinelle d'onore

— fino al più lontano avvenire. — Stieno però tranquilli i pubblicisti

che fanno missione, direbbesi, di alimentare il cretinismo italiano;

nè io, nè altri miei colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche

loro lettore». Per questo, il libro deve vivere nelle sue mani, al

suo contatto, vibrare, come un rocchetto elettrico e dar scintille,

comunicando, nel circuito funzionale di una corrente, imagini, idee,

passioni.

Veramente, a stile d'eccezione, comportano lettori armati a tutta prova

ed intelligentissimi: Carlo Dossi se ne era fabricato uno a suo modo,

avendo trattato la lingua di tutti come un _volgare_, su cui operar _de

condendo_ non accettar _còndito_. Si sentiva un Dante per qualcuno, che

si sarebbe innamorato de' suoi tentativi e de' singolarissimi processi,

mentre ripugnava dal lasciarsi ammirare ed imitare. «Alla[168] domanda

— qual sia la miglior lingua — si può sempre rispondere: leggete

Shakespeare è l'inglese; leggete Richter, è il tedesco: è l'italiano

con Foscolo; è il milanese con Porta». A Gian Paolo Richter, sopra

tutto, cui venne a conoscere prima de' simbolisti francesi e ch'era

sgusciato dalle mani ortogoniche, e per ciò stroppiatici, della

signora Kalb, riuscito senza avarie dalla piegatura gibbosa, cui il

salotto di Goethe a Weimar, imponeva a chiunque lo frequentasse; — a

Gian Paolo ricercò la vergine emozionalità idealista verbale, per cui

veniva reso il mondo e si foggiavano i suoi fenomeni in figurazione,

preindicando Nietzsche: «Il mondo è l'espressione della mia volontà».

Questo suo stile «a[169] viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando

il lettore a proceder guardingo ed a sostare in tempo — parlo sempre

del non dozzinale lettore, ossia scaltrito in quei _docks_ di pensiero

che si chiamano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul — segnala cose

che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idee,

o sottintese, o mezzo accennate, fanno sì che egli prenda interesse

al libro; perocchè, interpretandolo, gli sembra quasi di scriverlo.

Aggiungi, che una simile illuminazione a traverso la nebbia, facendo

aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle

idee dell'autore assai più addentro che se queste gli si fossero, di

bella prima, sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira

il cervello — a modo di quei poppatoi artificiali che avviano il

latte alla mammella restia — a meditarne di proprie. In altre parole,

dall'addentellato di una fabbrica letteraria, egli trae invito e

possibilità di appoggiarvene contro un'altra, — la sua — e, da lettore,

mutatosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'opera

altrui divenuta propria».

Che altro può dire di più Mallarmé nel _Quant au livre_? Che altro

noi? — Riunito, con estrema sottigliezza di sapere e sensibilità, il

suo eloquio, compostolo di una efficacia e vivacità personale, di una

abitudine determinata e potenziale, presta a scattare a muoversi,

ad assumere tutti i gesti, le pose, dalla corsa al raccoglimento,

senza ricorrere a stampi, a reminiscenze, a ricalchi, a strofinature

pedagogiche, volle una sua interpunzione, una ortografia sua,

volendoci attestare, che, «lo[170] scrittore il quale infrange

l'ortografia tradizionale, prova luminosamente il valore della sua

forza creatrice». Qui egli impiegò la sua dote di assimilazione e di

conio novissimo; estrasse, dai dialetti, dall'anticaglie, dal gergo

furbesco, dalle parole passate in disuso, dalle lingue straniere;

rimestò, impastò, condensò, con sua fatica, con perseveranza, mentre li

altri, scombussolati, intontiti, fuori di pista e di stalla, andavano

urlando: «Il pensiero è oscuro, contorto; è barbaro, incomprensibile»;

lo accusavano di forzata originalità, di ostentata lambiccatura,

di manieratezza, di insufficienza, di tracciar rebus e sciarade,

assolutamente, come i simbolisti di dieci anni fa.

Ed egli a non udirli, a non accorgersi delle loro grida, delle loro

lamentazioni; ad aggiungere al suo stile il profitto di una vastissima

erudizione, che, passata a traverso il ciarpame secentesco delle frasi

e delle superstizioni, si era imbevuta dell'ambiguo, del pauroso, del

cinereo verbale, di quella trepidazione continuativa, di quei vocaboli

massicci come i cantarani del tempo, o scorrevoli inafferrabili, come

una vena di ruscello rapidissima, i quali rappresentano la trovata

ed il valore estetico del barocchismo ed hanno sopravissuto al suo

discredito ed alla immeritata dimenticanza.

Quindi inalza la sua creazione; la dipinge, la scolpisce, le dà

respiro, la circonda di fiori, di puzze, di gioielli e di detriti.

Egli vuole una solida casa di immarcescibile materia, ben piombata

nel suolo e tanto alta da salir alla luna, verso cui lunaticamente

sermoneggia e schernisce. Tutti i materiali gli servono per ornarla;

come al pittore di genio tutte le materie colorate, non distinguendone

i generi, confondendo pastello, vernici, acquarello, tempera, guazzo,

alluminatura, disegno con matite d'ogni tono e durezza, pur di compiere

il capolavoro, che è fuori d'ogni scuola e d'ogni regola; perchè la

bellezza naturale non sottopone sè alla regola, ma la incomincia e la

detta.

Poi, diffida ancora del lettore per quanto sapiente ed esperto: gli

mette in sulla bocca i suoi accenti, come li appostilla sopra le

parole stampate. Vuole ch'egli pronunci in questo modo e con questo

ritmo; gli insegna a scandere la sua prosa in questo suono, con

questa pastosità, con questo calore, fermandosi sulle apostrofi,

sulle elisioni, sui tronchi, determinando specificatamente, da questo

complesso di vicinanze e di visione tipografica, la suggestione che

ne riesce, guidandola, come egli desidera, per il completo attuarsi

del suo magistero. Ci chiama a fabricare con lui il suo e nostro

palazzo, ma _cum medicamine_, desiderando di essere il solo architetto,

responsabile ed ubbidito: il lettore non può divagare, aggiungere o

togliere ciò ch'egli non voglia; nulla è lasciato all'arbitrio suo, al

suo troppo presumere: l'autore non abdica al _droit de maîtrise_; e la

facoltà che egli ha consentito di indovinare e di completare è diretta

dall'altra volontà, che, a distanza, la comanda pena il perdersi

dentro la boscaglia impervia, ciottolosa ed inspinata di quei periodi,

alli orecchi domesticati dalla melopea, striduli e disarmonici, ma,

alli altri, che percepiscono l'armonia morale e l'omotopea, sonori ed

euritmici di una profonda pienezza wagneriana.

Perchè Carlo Dossi pregia e non lamenta la fortuna vituperata da Jean

Moréas, ritornato alla academia, dopo le brevi rivoluzioni simboliste

quando, nelli _Equisses et Souvenir_ allude a sè stesso, discorrendo

di Goethe: «Infelice il poeta che nasce in uno de' momenti equivoci

in cui la tradizione dell'arte è passata a caducità ed è necessario

distruggere l'ordine per cercare di ristabilirlo sopra di una più

solida base. Può darsi che si invidii la gloria di tale artefice, ma la

vita sua, in quell'immenso sforzo, è pur sempre avvelenata». Ora, se

l'autore di _Colonia Felice_ prese luce in una di queste crisi, come

Goethe, come il Moreas — in cui la genialità per essere feconda deve

prestarsi ad assumere l'aspetto di una originale pazzia — non ne farà

mai ammenda coll'imitare il greco-francese, al quale lascerà digitare

da solo l'alessandrino classico

«_Vos scrupules font voir trop de delicatesse;_»

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 15 / 17 段