faccia Carlo Dossi, non vorrò dimenticare che _La Colonia Felice_
venne di quel tempo, e, per discussioni legislative, citata più volte
nelle Camere italiane a sostegno della abolizione della pena di morte
e della istituzione di una colonia penitenziaria; sì che la salace
arguzia di Cesare Correnti, scrivendone all'autore, trovava modo di
pungere: «Voi vorreste[152] che io, affogato, come sono, negli zeri, vi
scrivessi qualche cosa del _Regno dei Cieli_ e della _Colonia Felice?_
Ieri, il Senato votò confermata la pena di morte. Domani, la rivoterà
anche la Camera dei Deputati. Lasciatemi dunque ripigliare la marra
e continuar a dirompere codesti sassi. È una brutta conclusione di
vita, dopo essere riuscito a fare (scusatemi, volevo dire a vedere)
una rivoluzione poetica, terminare vecchio e cieco a voltar una macina
di mulino. Dio, che non è sordo, nè muto, ma ha orecchi e lingua
nel vostro cuore, vi conservi giovane e buono anche quando vorreste
essere matto». Magnifica patente di genialissima inattuabilità,
per la quale chi ha scritto _La Colonia_ può essere sicuro di aver
torto per molto tempo, ma di sopravivere alli errori de' plurimi,
che sembrano aver sempre ragione. Intanto Giosuè Carducci gli faceva
sapere: «Ho ricevuto[153] e letto tutto di un fiato il suo libro. È una
rappresentazione potente, a momenti sbalordisce. Meglio, molto meglio
dell'_Alberto Pisani_, ultimo libro suo a me conosciuto. Ma mi bisogna
rileggere attento e calmo. Dopo che, le dirò, con più coscienza, che me
ne pare. In tanto, salvo alcune manierature, ne sono innamorato».
Precisamente, a riprova, e ne estraggo dal mazzo una per tutte, ecco,
la[154] _Rivista Europea_, che riassume lo spirito del tempo e della
gazzetteria in ispiccia forma sintetica: e gli faceva subito sapere:
«La facoltà inventiva, che non gli manca, l'immaginazione vivace,
gli studi meglio diretti volga il Dossi a scrivere popolarmente, e,
dal suo ingegno, poichè supponiamo che il vizio preso non sia in lui
inveterato, si possono ancora attendere bei frutti; s'egli proseguirà,
invece, nella malaugurata via per cui si è messo, per quanto amico
devoto orni di splendida veste i suoi libri, questi saranno nati morti,
ed il nome del Dossi, o andrà intieramente perduto, o si citerà, per
ricordarsi che visse, a Milano, un giovine ingegno, che concepi il
pazzo disegno di creare, in Italia, una nuova lingua furbesca, ch'egli
e il suo amico Perelli erano i soli ad intendere e ad ammirare». Per
cui, le veniva subito risposto:
«Critico mio,
«_Quand un tête et un livre
Viennent à se heurter,
Et que cela sonne creux,
A qui en est la faute:
De la tète ou du livre?_»
Conoscete questi versi? Pare di no. Li capite? Capiteli pure senza
ritegno, che non son _miei_, nè _nuovi_. Del resto, io vi offro
sinceramente la mano. Ho pochi anni, ma bastante esperienza per sapere,
che, dal nemico, il più cieco, cavasi spesso l'avvedutissimo amico. E,
se voi non siete ancor mio, io mi dico già il vostro Dossi»[155].
Per me, _Regno de' Cieli_ è l'inno orfico, _Colonia Felice_ l'epopea,
nel complesso dell'opera sua. Lo stile vi si appiana, si distende;
smaglia de' suoi colori più belli; riflette, in limpido specchio,
l'anima dell'autore, le sue imagini, l'espressione delle cose, la
fisionomia delle persone. Non è più il torrente fragoroso e rabbioso,
mal contenuto nelle ispide sponde, aspre di scogli su cui raschia,
acciottola, schiumeggia e strepita in cascate subitanee, sotto le
quali si nasconde, ipogeo, per tornare a rivedere il cielo, umiliato,
per rigonfiarsi, con mille aspetti che imbarazzano, impreveduti,
strani: è il lago maestoso, tra ripe lontanissime; si intumida; ha
un ritmo seguito; le sue onde, infrangendosi sulla ghiaja della
spiaggia, cantano le strofe isocrone di una canzone prosodica di
accentate e prestabilite misure, di rime in risposta e ricchissime.
Alli albori delle _Odi barbare_, Carlo Dossi volle sfoggiare la
maestosa fluenza del suo _Carmen solutum_; le due espressioni della
genialità italiana si trovavano, anche qui, a corrispondersi ed a
valersi, per necessità di momento sociale ed estetico, corroborate
dalla stessa romanità. In Dossi, appariva meno evidente, ma più
assimilata, ridivenuta muscolo alla sua prosa: in Carducci, sfolgorava
da tutta la massiccia ostentazione della sua sintassi oraziana,
dalla sua purezza ciceroniana; ma erotta, dopo un XX settembre di
savoina ed indifferente occupazione, per cui l'Urbe non divenne laica,
suonava una poesia ibrida e pretenziosa. Le glorie e li eroi, ch'egli
evocava, s'imbrunivano, inumiditi «nella nebbia del tempo, inattuali
e lontani: ancora amor di patria, rifugiarsi nel passato ed illudersi
di accendere, a que' morti soli, il secolo: ma riflessione acuta e
preveggente, succhiare e spremere il midollo intimo de' fasti e delle
bellezze nostre, per saper porgere al piccolo contemporaneo, col miele
della magniloquenza, l'assenzio dell'ironia: ecco, definire l'opera di
Carlo Dossi.
Donde la sua ragion pratica viene insemprandosi con alto timbro
speciale di prerogative costanti e perpetue. E, quando l'antropologia
criminale lombrosiana invernicia il romanticismo ideologico di
Rousseau, ne risulta _La Colonia Felice_; quando l'humorismo
predominante viene a contatto colle vigilie armate e le ideali
esaltazioni socialiste, sboccia _Il Regno dei Cieli_: il misantropo
si fa filantropo. — _La Colonia Felice_ è una riprova: induziona
il principio di una civiltà con quella esperienza, per la quale
Condillac perfece, viva, la _Statua_. A gradi, a gradi, dimostrò come,
sotto la spinta della necessità, l'uomo si migliori. E davanti alla
confusione filosofica del secolo, conseguenza del sistema hegeliano,
contemporaneo di Spencer, egli ha proposto una intuizione, che, per le
sue applicazioni, potrebbe assumere il valore di quella di Lamarck,
precursore di Darwin nel determinare i principi della evoluzione in
serie di costanza.
Eccone i Personaggi, avvicendati sopra l'isola ad informare simboli,
a contenere, nell'albume maligno, il rosso embrione delli organi
utili e buoni; dai quali si svolgeranno, necessariamente, le funzioni
attive e le attribuzioni effettive disposte, per la divisione naturale
del lavoro, in ogni aggregato d'uomini in lotta, per riaffermarsi
e ricomporsi in clan, in nazione. Dall'atto riprovato dalla legge
e dalla legge morale, sorge l'applicazione esatta di un valore, il
quale, rivolto al governo di un popolo, l'avvia al miglioramento. Il
gesto singolo differenzia l'individuo; tutti li individui concorrono
ai diversi poteri di cui sono capaci: in questo modo l'egoismo si
conserva e prospera; s'aumenta con lui la solidarietà delli egoismi,
sin che raggiunga la più estesa espressione nella carità beneficente,
senza sottintesi d'amore, di gloria, di paradiso, per il bisogno di
espandersi, rimunerando sè stessa a profitto d'altrui.
Nobili ed immortali tempre d'artisti e di filosofi intesero a ricercare
ciò che saranno per essere li uomini se potessero essere più saggi.
Platone ha la sua _Repubblica_ d'oro; Tomaso Moro, martire inglese,
l'_Utopia_; Campanella, monaco cosentino, sfuggito al supplizio, ma non
alle carceri napoletane, _La Città del Sole_; Fénelon, che retrocede,
avvia Telemaco a Salento; Cabet, che galloppa avanti, vola in _Icaria_;
un sognatore, il d'Ussières, uscito dal grembo della rivoluzione,
rinnova _Cyrus et Milto_, sulla ragione delli Illuminati di Martinez de
Pasqually e di Weischaupt, specchio del civismo giacobino; Paul Adam
ripropone la sua maraviglia nelle _Lettres de la Malésie_, dov'egli
si instaura Solone, Pericle, Omero e Fidia con sacerdozio di pace, di
guerra, di pompe, di vittorie, di amori e di funebri. Il gufo parigino
Sebastiano Mercier, destina le sue imaginazioni socialiste a _L'An deux
mille quatte cent quarante, Réve s'il en fut jamais_; lo ringiovanisce
e lo plagia il Bellamy: _Nell'anno 2000_; William Morris discopre
una nuova _Atlantide_, e sopra fabrica ed instaura armoniosamente,
le cimmerie Città della sua speranza; Camille Mauclair, confidando
nelle umanità a venire, legge nei secoli futuri, la vittoriosa difesa
dell'Europa insindacalizzata contro l'Asia musulmana; Anatole France,
che ha voluto insegnarmi, ma non a digiuno, questa enumerazione,
sfoggia l'ironico sogno di _Sur la Pierre Blanche_, dove il suo
paradiso comunista protende le ali della felicità, ma dove la felicità
è troppo consuetudinaria e non consente alla noja del vivere, rincontro
dell'impreveduto, la razzata di smeraldo e di porpora del fortuito.
Perchè, se l'umanità muta di poco nell'epoche e le togliete anche ed
ahimè! il mistero, il pericolo, la paura, il sospetto, la necessità,
il desiderio degenerata, sì annullerà ad un tratto con la bellezza, la
bontà e la ragione della vita stessa.
Carlo Dossi lasciò da parte l'interrogazione: che cosa saremo domani?
per raccontarci le origini; e, quando dalla scienza nuova, Zola estrae
un romanzo di mostri, _La Bête humaine_, in cui la visione bovina dei
fenomeni assume l'orrore delle allucinazioni deliranti, Carlo Dossi
eleva un poema di naturale eroismo.
_Regno dei Cieli_, _Colonia Felice_, rappresentano, in estetica, un
momento italiano di scientifico ed esatto positivismo, serenamente
severo, vi è espresso l'ottimismo, determinista, colla fede nella
perfettibile continuità, nel fatale andare dell'Uomo, verso Dio,
per Dio divenire. Consacrano, nell'arte, la massima scoperta del XIX
secolo, la legge divulgata ed assodata della evoluzione.
Dal mito poetico, dalla imagine filosofica, dal comma e dalla proposta
ellenicamente colorita d'Anassimandro, d'Empedocle, di Democrito, che
avevano intravisto l'unità della natura nella pluralità dei mondi,
forza e materia in azione e tangibili, ed il concetto che tutti li
organismi derivano da un solo o da pochissimi stipiti primogenii;
sorgeva, in sul principio del 1800 e prendeva luce chiarissima, il
fondamento razionale dell'evoluzione, sotto cui le belle poesie del
dogma e d'ogni altra mitologica teogonia, cessavano di apparire,
anche per la morale, verità rivelate. Per lungo spazio d'evi, la
virtù della Indagine scientifica aveva sonnecchiato dentro le ceneri
dell'ignoranza: la Genesi, sopportata e divisa dal Dimonio e dal Dio,
aveva dettato il suo insegnamento, _ne varietur_. Tutto il Medio-Evo
fu la lotta nascosta tra verità latina ed errore orientale; finchè la
Rinascenza diede passo alle Divinità, restituiti simboli, non esseri
resuscitati.
Copernico, Galileo, col _tentando e ritentando_, riaprirono le vie
generose alla coscienza ed al rinnovamento scientifico del mondo;
Laplace, dalla sua nebulosi, determinò l'origine de' sistemi solari;
Lamarck, Saint-Hilare, Darwin trovarono che tutti li esseri viventi
hanno origini comuni, che la vita delle piante e delli animali si
svolge, da forme cellulari microorganiche, sino a raggiungere la
complessa semplicità dell'uomo; in cui si assumono tutte le leggi
della fisica, della chimica, della mecanica, donde gesto, volontà e
pensiero sono il risultato di operazioni controllabili metodicamente
e producono, similmente, reazioni al loro riflesso. — Venne Gorini,
ed apprestò le sue scoperte, le sue pubbliche esperienze, auspice la
_Società del Pensiero_; e dimostrò la teoria dei vulcani, le spontanee
generazioni, le determinazioni evolutive. Venne Lombroso; e risalì
a nostra dottrina autoctona, attinse alle fonti di Pitagora, discese
per Gian Battista Vico, per Filangeri, pei Verri, per Romagnosi; si
alleò al portato sperimentale di Darwin e di Spencer, colla _selezione
naturale, l'elezione sessuale, l'adattamento all'ambiente, la lotta
per la vita_, necessità per cui si trasformano e pure permangono
li organismi: affermò, così, per opposto motivo, l'involuzione e,
l'arresto di crescita, la stasi degenerativa, i fenomeni morbosi
psichici e regressi di alcuni esemplari umani; fece parte, nella
follia, al genio.
Egli aveva fondato la scuola scientifica del diritto: se l'antropologia
criminale toglieva l'uomo dall'assurdo di un peccato originale, dalla
crudeltà di una deliberata malvagità, gli assegnava una malattia,
sostituiva, ad una colpa, l'immeritato destino del delinquere; chiamò,
in parte, responsabile la società di molti delitti individuali,
che scomparirebbero, se li organi dello stato volessero difendere e
premunire, nella corsa del vivere e del meglio vivere, li individui
soggetti alla loro tutela e trascurati per l'imperio delli antichi
pregiudizii e privilegi, condannandoli ad essere li insufficienti
abbandonati senza ajuto a migliorarsi. A che il castigo ultimo
e definitivo che sopprime? Perchè diffidare della concreta virtù
naturale, dell'istintivo principio che ci avvia, per l'utile, al
meglio, e richiamar la legge grettamente sul fatto e là colpire a
morte, quando il delitto capitale? — Anche la predicazione cristiana
aveva fatto suo cardine del: «_Viva e si converta!_» Perchè, li
ergastoli non avrebbero potuto tramutarsi in manicomii criminali,
dove la esperienza e le cure avrebbero agito a salvare delinquenti,
redimendoli? Perchè, se tutto è un cerchio chiuso e non sappiamo
distinguere dove termini la materia e dove incomincia la forza, dove
l'Uomo, per dar luogo a Dio, si dovrebbe dubitare della continuità
delle leggi nel campo morale, dalla selezione fisica alla metamorfosi
delli istinti, rivissuti come anomalie crudeli, sanguinose, cleptomane,
bugiarde, depravare (tutti modi primordiali di difesa del troglodita,
esposto ai pericoli del cielo, della terra, delli animali e del proprio
fratello); perchè le bestialità non potrebbero svolgersi in virtù
coscienti ed operanti, per l'utile, al benessere?
Li atavici, che rispecchiano le forme morbose della razza de' loro
progenitori, si trasformano; una moralità superiore si evolve, per
affrancar meglio la vita dell'individuo; si insempra, colla autonoma
espulsione del male, la durata della specie. L'energia di costanza
del Bergson riprova l'esattezza delle leggi evolutive: il regresso
scompare; l'individuo si assetta in vista del futuro; il delinquente
passivo e pericoloso, si tramuta nel cittadino per la grandezza della
patria, per la gloria di sè stesso.
L'arte accorre a condecorar di bellezza la ragione scientifica della
legge biologica; foggia i simboli umanati ed in azione del più grande
poema di vita cosmica, — _L'Esistenza umana_; fa del mistero un drama,
lo recita; dà alli uomini la percezione tangibile delle proprie origini
e della propria destinazione. Ciò ha fatto Carlo Dossi, colla _Colonia
Felice_: la mia lirica gli si mette al pari:
«Natura accoglie secreti avvolgimenti,
Forme protende e le conserva:
erompon, dal grembo materno, infinite
varietà di gioire e di sofrire.
Le Essenze prime sfoggiano onnipotenza,
sono le Allegorie personale a popolar la Terra.
Dai più brevi cristalli, al cervello del genio,
una legge presiede e comporta
questa continua trasformazione
dall'elettrone all'uomo.
Dal lampo che abbaglia alla fiamma del ceppo,
dal rombo del tuono al canto delli uccelli,
dalla Vita alla Morte, e fin dentro la tomba,
una legge presiede, completa, rinnova
il moro indefinito della Costanza e lo prova.
Tal cade una pietra spontanea da un monte;
vorticano, così, nell'orbite stellari
in armonia le Sfere e si compensano.
Fede nuova ridesta d'esultanza;
credi e confessa divinità la Vita.
Ama sempre ed ancora,
approssima il futuro coll'amore:
questo è il grande lavoro
che incalza la speranza a concretarsi.
Sofri; sofrire è bello con nobiltà serena:
in te si affisa, nel tuo dolore,
tutto il dolore del mondo;
se tu gridi di angoscia ciascuno risponde,
ciascuno è ferito,
il tuo pianto singhiozza e si confonde
colla pena di ognuno.
Tutto consente e ti protende
plurime grazie di compassione[156]».
Dio torna a sorridere dai millenni, dimenticatosi della crudeltà, nel
cuore dell'Uomo; s'Egli Lo venera adora logicamente Sè-Stesso nella sua
creativa potestà.
L'Iddio filosofico sorride anche a Carlo Dossi; gli apre il regno
dei cieli; gli appare, globo d'oro e di fuoco: quello che sembrava
assente della sua letteratura avvisò che sempre l'aveva protetta e
stava per istaurarne l'autore nuovo poeta di teogonia per l'_Inno al
Dio venturo_. — Nel concetto rientra la reversibilità dogmatica, come
si presentano le limitazioni ataviche e naturali testè scoperte dalla
scienza. E chi assistè le prove di laboratorio di Paolo Gorini, il
quale fu demiurgo di mondi nella pentola officinale e probatoria della
chimica; quegli non dimette l'idea della Divinità, Energia del Mondo.
Perchè Carlo Dossi è un moralista: già disse Ugo Lazzarini, nella sua
_Etica razionale_: «Non v'ha morale senza Dio»; e si può soggiungere:
«Non vi ha artista _ateo_, nel senso della negazione, perchè dovrebbe
annullare sè stesso creatore per eccellenza».
In questo modo venne a riconoscere tutto: il Dio impersonato per sè;
la Religione positiva, cioè la procedura della legge morale in arresto
per chi teme l'al di là, custode preventiva e sociale, preventivo
antiflogistico per le crisi climateriche delle rivoluzioni; la Fede
grande, che sa d'ogni cosa e ne suppone le origini ed il fine,
la _Gnosi scientifica_ dei filosofi. Così, evidentemente, sfuggì
all'errore di Gaetano Negri, professore d'ateismo tra li Academici,
_leader_ di salotto applaudito dal clericalume, anarchico sbagliato
nelle ricerche razionaliste sopra il fenomeno religioso, reazionario
parteggiante di stati d'assedio e di violente repressioni, davanti alla
rivolta di piazza, che, con lui, danneggia i suoi consorti; doppia
figura d'ibridismo cui il grande ingegno e la più grande abilità non
seppero rifondere in un tutto sincero ed unito. — Forse, a Carlo Dossi
concorreranno postume abdicazioni e postumi elogi anche da questa
parte; ma, se potranno convenire ad Alberto Pisani, col quale non
concordo in tutto, non si rivolgeranno mai al suo maggior fratello.
Ora, se attenta alla libertà individuale, è pur santo che la pietà
muliebre e l'affetto famigliare impetrino suffragi plurimi per lui,
già rasserenato dal sicuro stoicismo. E però lo spirito determinista
e positivo della sua letteratura, l'anima del suo schietto idealismo
filosofico e scientifico non se ne sentiranno menomati: rimarranno pur
sempre anticlericali, e ciò è il pregio: hanno raggiunto l'Iddio, fuori
ed oltre l'ufficiosità turibolante d'ogni e qualunque pratica di setta,
d'ogni e qualunque esorcismo di prete, perchè ebbero da tempo, il
concetto completo di fiamma e d'oro della Divinità, eterna Energia del
Mondo, quando scrisse: «_Il Pensiero[157] è Dio, perchè Lo comprende.
Dio pensa Noi, quando Noi Lo pensiamo_».
VIII.
PERORAZIONE
Quante volte i miei giovani amici di acerba baldanza inuzzoliti, o le
mie vecchie pratiche riumiliate dalla grossa, matura, anzi fradicia
esperienza, tutti seminatori e mietitori del campo letterario italiano,
per sfuggire al tedio piovorno di una giornata ottobrina, in villa, si
saranno appressati alla libreria della casa d'affitto, per cercarvi
dimenticanza in qualche volume, compagno nella noja, dell'uggia di
quella morbida insistenza! — Tomi scompagnati sopra i palchetti del
mobile: vengono di lontano e da venture curiose la storia delle quali
sarebbe interessante raccontare — non oggi, però. Sono le briciole
disperse del manzonianesimo di moda, un dì; quelle, raccolte con
ammirazione nelle case pò bene dalle famiglie, che un giorno, laute
di palazzi a Milano, di palazzine sul lago, oggi lamentano e li uni e
le altre colle ipoteche ad esorbitare la spina del tetto, traendone
profitto, quando non abbiano venduto, delli appartamenti, in città,
delle delizie, in campagna.
E però vi troveremo alla rinfusa Carcano, Mauri, Bazzoni, Pier Ambrogio
Curti, Ignazio Cantù ed il Cesare _suo fratel degno_, poligrafo ed
impudente ricopiatore delli strafalcioni altrui, Bersezio, Guerzoni,
Balbiani, la Pezzi, un Visconti-Venosta, il Grossi, che si trova
a disagio in quella impropria compagnia, già mai Carlo Dossi.
Vedetene la serqua mezzo sudicia, mezzo limpida, mezzo ironica, mezzo
storica, mezzo fantastica, mezzo niente; la romanticheria sfiancata
de' risciacquatori, delli intruglioni, delli imitatori, di tutta
questa gente per noi illeggibile; si che que' giovani e que' vecchi,
sospirando e gettando i libri a fascio, vorranno concludere col dire,
che, finalmente, anche per le giornate di pioggia di nebbia e di vento
in Francia, da Zola e da Leconte de l'Isle venne morto e sepolto il
romanticismo come, in Italia, dal Verga e dal Carducci.
Si disingannino: il romanticismo, sotto altri aspetti, sotto il
reale aspetto che ha pur assunto la letteratura internazionale, nè
Zola, nè Carducci poterono abbattere: si trasformò, ed è difetto di
vista corta e di cervelli ingombri da categorie tedesche non vederlo
operoso ed operante, sotto altri nomi: si rifugiò testè evidentemente,
nel _futurismo_; il quale ricopia le abberrazioni victorhughiane; e
Manzoni, l'essenza non la vernice manzoniana, si agita ancora robusto
tra noi, lasciati da parte li scoli, o profumati, o nauseabondi di
Edmondo De Amicis e del Fogazzaro.
Il romanticismo fu una prolifica foresta fiorita; si abbarbicò, si
espanse, si riprodusse vicino le nostre città. La sua insistenza è
meravigliosa; ha immesso barbette e radici, muffe, virgulti, pennacchi
di corolle anche sui prossimi muri delle fabriche de' prodotti chimici,
delle facciate di legno e di mota delle _Esposizioni Universali_,
in sul frontispizio dei libri, nelle librerie della _réclame_.
Il romanticismo, bosco vergine di miracolose proprietà, viaggia
viridamente come la fascinata shakespeariana, che mosse alla conquista
del castello di MacBeth, profezia di streghe ed inganno di guerra di
Malcom, vendicatore di suo padre, Duncan, spodestato re di Scozia.
Passeggiamoci dentro, adunque, per viali, sentieri, spianate, prati
a pendio, colonnati d'abbazie gotiche, basse navate frondeggianti
romaniche e massiccie; dimentichiamoci a raccorre ghiande, castagne,
noci, ranuncoli, eriche, ellere, licheni, sopra i massi sporgenti
a fior di muschio, aconiti, digitali, margherite, pamporcini e
sassifraghe: poi, tra i fiori noti, le erbe conosciute, i virgulti
comuni, troveremo il raro, l'inedito, il non saputo prima, la
meraviglia. Così usa Gautier pe' suoi _Grottesques_; egli è buon
maestro botanico e dobbiamo imitarlo.
V'imbatterete, per ragion logica, in Carlo Dossi. — Lucido, poderoso,
solenne, aveva frondeggiato un abete di perennità fruttuosa, che
sorpassava dalle cime le betulle e le quercie, per quanto rigogliose,
più basse e non sempre verdi: Giuseppe Rovani. Raccolta all'ombra
sua, nutrita dello stesso suolo, un'altra pianta, specialissima,
privilegiata di fiori e di frutti profumati e saporosi in modo
insolito, dipinti di novissimi colori: Carlo Dossi. Verzicò, si
espanse; oltrepassò erbe, virgulti, alberi, distese le sue rame,
ne coperse la foresta e sott'intristirono per vecchiaia e per
caducità betulle e quercie; morirono, tornarono in polvere vegetale a
confondersi colla terra, spore per altre vegetazioni: la pianta rara,
snella, schietta, a canto dell'abete, a suo paragone, ecco, a resister
per altro e più acuto clima d'arte; anzi, per sua virtù, a rimutarsi
intorno atmosfera, per ricomporre alle sue radici, humus adatto
alla propria coltura e propagazione. — Dond'egli, che non lo ignora,
instituisce la sua trimurti: Manzoni, Rovani, Dossi.