Ora, qualunque sia l'apprezzamento, che, delle sue proprie idee oggi

faccia Carlo Dossi, non vorrò dimenticare che _La Colonia Felice_

venne di quel tempo, e, per discussioni legislative, citata più volte

nelle Camere italiane a sostegno della abolizione della pena di morte

e della istituzione di una colonia penitenziaria; sì che la salace

arguzia di Cesare Correnti, scrivendone all'autore, trovava modo di

pungere: «Voi vorreste[152] che io, affogato, come sono, negli zeri, vi

scrivessi qualche cosa del _Regno dei Cieli_ e della _Colonia Felice?_

Ieri, il Senato votò confermata la pena di morte. Domani, la rivoterà

anche la Camera dei Deputati. Lasciatemi dunque ripigliare la marra

e continuar a dirompere codesti sassi. È una brutta conclusione di

vita, dopo essere riuscito a fare (scusatemi, volevo dire a vedere)

una rivoluzione poetica, terminare vecchio e cieco a voltar una macina

di mulino. Dio, che non è sordo, nè muto, ma ha orecchi e lingua

nel vostro cuore, vi conservi giovane e buono anche quando vorreste

essere matto». Magnifica patente di genialissima inattuabilità,

per la quale chi ha scritto _La Colonia_ può essere sicuro di aver

torto per molto tempo, ma di sopravivere alli errori de' plurimi,

che sembrano aver sempre ragione. Intanto Giosuè Carducci gli faceva

sapere: «Ho ricevuto[153] e letto tutto di un fiato il suo libro. È una

rappresentazione potente, a momenti sbalordisce. Meglio, molto meglio

dell'_Alberto Pisani_, ultimo libro suo a me conosciuto. Ma mi bisogna

rileggere attento e calmo. Dopo che, le dirò, con più coscienza, che me

ne pare. In tanto, salvo alcune manierature, ne sono innamorato».

Precisamente, a riprova, e ne estraggo dal mazzo una per tutte, ecco,

la[154] _Rivista Europea_, che riassume lo spirito del tempo e della

gazzetteria in ispiccia forma sintetica: e gli faceva subito sapere:

«La facoltà inventiva, che non gli manca, l'immaginazione vivace,

gli studi meglio diretti volga il Dossi a scrivere popolarmente, e,

dal suo ingegno, poichè supponiamo che il vizio preso non sia in lui

inveterato, si possono ancora attendere bei frutti; s'egli proseguirà,

invece, nella malaugurata via per cui si è messo, per quanto amico

devoto orni di splendida veste i suoi libri, questi saranno nati morti,

ed il nome del Dossi, o andrà intieramente perduto, o si citerà, per

ricordarsi che visse, a Milano, un giovine ingegno, che concepi il

pazzo disegno di creare, in Italia, una nuova lingua furbesca, ch'egli

e il suo amico Perelli erano i soli ad intendere e ad ammirare». Per

cui, le veniva subito risposto:

«Critico mio,

«_Quand un tête et un livre

Viennent à se heurter,

Et que cela sonne creux,

A qui en est la faute:

De la tète ou du livre?_»

Conoscete questi versi? Pare di no. Li capite? Capiteli pure senza

ritegno, che non son _miei_, nè _nuovi_. Del resto, io vi offro

sinceramente la mano. Ho pochi anni, ma bastante esperienza per sapere,

che, dal nemico, il più cieco, cavasi spesso l'avvedutissimo amico. E,

se voi non siete ancor mio, io mi dico già il vostro Dossi»[155].

Per me, _Regno de' Cieli_ è l'inno orfico, _Colonia Felice_ l'epopea,

nel complesso dell'opera sua. Lo stile vi si appiana, si distende;

smaglia de' suoi colori più belli; riflette, in limpido specchio,

l'anima dell'autore, le sue imagini, l'espressione delle cose, la

fisionomia delle persone. Non è più il torrente fragoroso e rabbioso,

mal contenuto nelle ispide sponde, aspre di scogli su cui raschia,

acciottola, schiumeggia e strepita in cascate subitanee, sotto le

quali si nasconde, ipogeo, per tornare a rivedere il cielo, umiliato,

per rigonfiarsi, con mille aspetti che imbarazzano, impreveduti,

strani: è il lago maestoso, tra ripe lontanissime; si intumida; ha

un ritmo seguito; le sue onde, infrangendosi sulla ghiaja della

spiaggia, cantano le strofe isocrone di una canzone prosodica di

accentate e prestabilite misure, di rime in risposta e ricchissime.

Alli albori delle _Odi barbare_, Carlo Dossi volle sfoggiare la

maestosa fluenza del suo _Carmen solutum_; le due espressioni della

genialità italiana si trovavano, anche qui, a corrispondersi ed a

valersi, per necessità di momento sociale ed estetico, corroborate

dalla stessa romanità. In Dossi, appariva meno evidente, ma più

assimilata, ridivenuta muscolo alla sua prosa: in Carducci, sfolgorava

da tutta la massiccia ostentazione della sua sintassi oraziana,

dalla sua purezza ciceroniana; ma erotta, dopo un XX settembre di

savoina ed indifferente occupazione, per cui l'Urbe non divenne laica,

suonava una poesia ibrida e pretenziosa. Le glorie e li eroi, ch'egli

evocava, s'imbrunivano, inumiditi «nella nebbia del tempo, inattuali

e lontani: ancora amor di patria, rifugiarsi nel passato ed illudersi

di accendere, a que' morti soli, il secolo: ma riflessione acuta e

preveggente, succhiare e spremere il midollo intimo de' fasti e delle

bellezze nostre, per saper porgere al piccolo contemporaneo, col miele

della magniloquenza, l'assenzio dell'ironia: ecco, definire l'opera di

Carlo Dossi.

Donde la sua ragion pratica viene insemprandosi con alto timbro

speciale di prerogative costanti e perpetue. E, quando l'antropologia

criminale lombrosiana invernicia il romanticismo ideologico di

Rousseau, ne risulta _La Colonia Felice_; quando l'humorismo

predominante viene a contatto colle vigilie armate e le ideali

esaltazioni socialiste, sboccia _Il Regno dei Cieli_: il misantropo

si fa filantropo. — _La Colonia Felice_ è una riprova: induziona

il principio di una civiltà con quella esperienza, per la quale

Condillac perfece, viva, la _Statua_. A gradi, a gradi, dimostrò come,

sotto la spinta della necessità, l'uomo si migliori. E davanti alla

confusione filosofica del secolo, conseguenza del sistema hegeliano,

contemporaneo di Spencer, egli ha proposto una intuizione, che, per le

sue applicazioni, potrebbe assumere il valore di quella di Lamarck,

precursore di Darwin nel determinare i principi della evoluzione in

serie di costanza.

Eccone i Personaggi, avvicendati sopra l'isola ad informare simboli,

a contenere, nell'albume maligno, il rosso embrione delli organi

utili e buoni; dai quali si svolgeranno, necessariamente, le funzioni

attive e le attribuzioni effettive disposte, per la divisione naturale

del lavoro, in ogni aggregato d'uomini in lotta, per riaffermarsi

e ricomporsi in clan, in nazione. Dall'atto riprovato dalla legge

e dalla legge morale, sorge l'applicazione esatta di un valore, il

quale, rivolto al governo di un popolo, l'avvia al miglioramento. Il

gesto singolo differenzia l'individuo; tutti li individui concorrono

ai diversi poteri di cui sono capaci: in questo modo l'egoismo si

conserva e prospera; s'aumenta con lui la solidarietà delli egoismi,

sin che raggiunga la più estesa espressione nella carità beneficente,

senza sottintesi d'amore, di gloria, di paradiso, per il bisogno di

espandersi, rimunerando sè stessa a profitto d'altrui.

Nobili ed immortali tempre d'artisti e di filosofi intesero a ricercare

ciò che saranno per essere li uomini se potessero essere più saggi.

Platone ha la sua _Repubblica_ d'oro; Tomaso Moro, martire inglese,

l'_Utopia_; Campanella, monaco cosentino, sfuggito al supplizio, ma non

alle carceri napoletane, _La Città del Sole_; Fénelon, che retrocede,

avvia Telemaco a Salento; Cabet, che galloppa avanti, vola in _Icaria_;

un sognatore, il d'Ussières, uscito dal grembo della rivoluzione,

rinnova _Cyrus et Milto_, sulla ragione delli Illuminati di Martinez de

Pasqually e di Weischaupt, specchio del civismo giacobino; Paul Adam

ripropone la sua maraviglia nelle _Lettres de la Malésie_, dov'egli

si instaura Solone, Pericle, Omero e Fidia con sacerdozio di pace, di

guerra, di pompe, di vittorie, di amori e di funebri. Il gufo parigino

Sebastiano Mercier, destina le sue imaginazioni socialiste a _L'An deux

mille quatte cent quarante, Réve s'il en fut jamais_; lo ringiovanisce

e lo plagia il Bellamy: _Nell'anno 2000_; William Morris discopre

una nuova _Atlantide_, e sopra fabrica ed instaura armoniosamente,

le cimmerie Città della sua speranza; Camille Mauclair, confidando

nelle umanità a venire, legge nei secoli futuri, la vittoriosa difesa

dell'Europa insindacalizzata contro l'Asia musulmana; Anatole France,

che ha voluto insegnarmi, ma non a digiuno, questa enumerazione,

sfoggia l'ironico sogno di _Sur la Pierre Blanche_, dove il suo

paradiso comunista protende le ali della felicità, ma dove la felicità

è troppo consuetudinaria e non consente alla noja del vivere, rincontro

dell'impreveduto, la razzata di smeraldo e di porpora del fortuito.

Perchè, se l'umanità muta di poco nell'epoche e le togliete anche ed

ahimè! il mistero, il pericolo, la paura, il sospetto, la necessità,

il desiderio degenerata, sì annullerà ad un tratto con la bellezza, la

bontà e la ragione della vita stessa.

Carlo Dossi lasciò da parte l'interrogazione: che cosa saremo domani?

per raccontarci le origini; e, quando dalla scienza nuova, Zola estrae

un romanzo di mostri, _La Bête humaine_, in cui la visione bovina dei

fenomeni assume l'orrore delle allucinazioni deliranti, Carlo Dossi

eleva un poema di naturale eroismo.

_Regno dei Cieli_, _Colonia Felice_, rappresentano, in estetica, un

momento italiano di scientifico ed esatto positivismo, serenamente

severo, vi è espresso l'ottimismo, determinista, colla fede nella

perfettibile continuità, nel fatale andare dell'Uomo, verso Dio,

per Dio divenire. Consacrano, nell'arte, la massima scoperta del XIX

secolo, la legge divulgata ed assodata della evoluzione.

Dal mito poetico, dalla imagine filosofica, dal comma e dalla proposta

ellenicamente colorita d'Anassimandro, d'Empedocle, di Democrito, che

avevano intravisto l'unità della natura nella pluralità dei mondi,

forza e materia in azione e tangibili, ed il concetto che tutti li

organismi derivano da un solo o da pochissimi stipiti primogenii;

sorgeva, in sul principio del 1800 e prendeva luce chiarissima, il

fondamento razionale dell'evoluzione, sotto cui le belle poesie del

dogma e d'ogni altra mitologica teogonia, cessavano di apparire,

anche per la morale, verità rivelate. Per lungo spazio d'evi, la

virtù della Indagine scientifica aveva sonnecchiato dentro le ceneri

dell'ignoranza: la Genesi, sopportata e divisa dal Dimonio e dal Dio,

aveva dettato il suo insegnamento, _ne varietur_. Tutto il Medio-Evo

fu la lotta nascosta tra verità latina ed errore orientale; finchè la

Rinascenza diede passo alle Divinità, restituiti simboli, non esseri

resuscitati.

Copernico, Galileo, col _tentando e ritentando_, riaprirono le vie

generose alla coscienza ed al rinnovamento scientifico del mondo;

Laplace, dalla sua nebulosi, determinò l'origine de' sistemi solari;

Lamarck, Saint-Hilare, Darwin trovarono che tutti li esseri viventi

hanno origini comuni, che la vita delle piante e delli animali si

svolge, da forme cellulari microorganiche, sino a raggiungere la

complessa semplicità dell'uomo; in cui si assumono tutte le leggi

della fisica, della chimica, della mecanica, donde gesto, volontà e

pensiero sono il risultato di operazioni controllabili metodicamente

e producono, similmente, reazioni al loro riflesso. — Venne Gorini,

ed apprestò le sue scoperte, le sue pubbliche esperienze, auspice la

_Società del Pensiero_; e dimostrò la teoria dei vulcani, le spontanee

generazioni, le determinazioni evolutive. Venne Lombroso; e risalì

a nostra dottrina autoctona, attinse alle fonti di Pitagora, discese

per Gian Battista Vico, per Filangeri, pei Verri, per Romagnosi; si

alleò al portato sperimentale di Darwin e di Spencer, colla _selezione

naturale, l'elezione sessuale, l'adattamento all'ambiente, la lotta

per la vita_, necessità per cui si trasformano e pure permangono

li organismi: affermò, così, per opposto motivo, l'involuzione e,

l'arresto di crescita, la stasi degenerativa, i fenomeni morbosi

psichici e regressi di alcuni esemplari umani; fece parte, nella

follia, al genio.

Egli aveva fondato la scuola scientifica del diritto: se l'antropologia

criminale toglieva l'uomo dall'assurdo di un peccato originale, dalla

crudeltà di una deliberata malvagità, gli assegnava una malattia,

sostituiva, ad una colpa, l'immeritato destino del delinquere; chiamò,

in parte, responsabile la società di molti delitti individuali,

che scomparirebbero, se li organi dello stato volessero difendere e

premunire, nella corsa del vivere e del meglio vivere, li individui

soggetti alla loro tutela e trascurati per l'imperio delli antichi

pregiudizii e privilegi, condannandoli ad essere li insufficienti

abbandonati senza ajuto a migliorarsi. A che il castigo ultimo

e definitivo che sopprime? Perchè diffidare della concreta virtù

naturale, dell'istintivo principio che ci avvia, per l'utile, al

meglio, e richiamar la legge grettamente sul fatto e là colpire a

morte, quando il delitto capitale? — Anche la predicazione cristiana

aveva fatto suo cardine del: «_Viva e si converta!_» Perchè, li

ergastoli non avrebbero potuto tramutarsi in manicomii criminali,

dove la esperienza e le cure avrebbero agito a salvare delinquenti,

redimendoli? Perchè, se tutto è un cerchio chiuso e non sappiamo

distinguere dove termini la materia e dove incomincia la forza, dove

l'Uomo, per dar luogo a Dio, si dovrebbe dubitare della continuità

delle leggi nel campo morale, dalla selezione fisica alla metamorfosi

delli istinti, rivissuti come anomalie crudeli, sanguinose, cleptomane,

bugiarde, depravare (tutti modi primordiali di difesa del troglodita,

esposto ai pericoli del cielo, della terra, delli animali e del proprio

fratello); perchè le bestialità non potrebbero svolgersi in virtù

coscienti ed operanti, per l'utile, al benessere?

Li atavici, che rispecchiano le forme morbose della razza de' loro

progenitori, si trasformano; una moralità superiore si evolve, per

affrancar meglio la vita dell'individuo; si insempra, colla autonoma

espulsione del male, la durata della specie. L'energia di costanza

del Bergson riprova l'esattezza delle leggi evolutive: il regresso

scompare; l'individuo si assetta in vista del futuro; il delinquente

passivo e pericoloso, si tramuta nel cittadino per la grandezza della

patria, per la gloria di sè stesso.

L'arte accorre a condecorar di bellezza la ragione scientifica della

legge biologica; foggia i simboli umanati ed in azione del più grande

poema di vita cosmica, — _L'Esistenza umana_; fa del mistero un drama,

lo recita; dà alli uomini la percezione tangibile delle proprie origini

e della propria destinazione. Ciò ha fatto Carlo Dossi, colla _Colonia

Felice_: la mia lirica gli si mette al pari:

«Natura accoglie secreti avvolgimenti,

Forme protende e le conserva:

erompon, dal grembo materno, infinite

varietà di gioire e di sofrire.

Le Essenze prime sfoggiano onnipotenza,

sono le Allegorie personale a popolar la Terra.

Dai più brevi cristalli, al cervello del genio,

una legge presiede e comporta

questa continua trasformazione

dall'elettrone all'uomo.

Dal lampo che abbaglia alla fiamma del ceppo,

dal rombo del tuono al canto delli uccelli,

dalla Vita alla Morte, e fin dentro la tomba,

una legge presiede, completa, rinnova

il moro indefinito della Costanza e lo prova.

Tal cade una pietra spontanea da un monte;

vorticano, così, nell'orbite stellari

in armonia le Sfere e si compensano.

Fede nuova ridesta d'esultanza;

credi e confessa divinità la Vita.

Ama sempre ed ancora,

approssima il futuro coll'amore:

questo è il grande lavoro

che incalza la speranza a concretarsi.

Sofri; sofrire è bello con nobiltà serena:

in te si affisa, nel tuo dolore,

tutto il dolore del mondo;

se tu gridi di angoscia ciascuno risponde,

ciascuno è ferito,

il tuo pianto singhiozza e si confonde

colla pena di ognuno.

Tutto consente e ti protende

plurime grazie di compassione[156]».

Dio torna a sorridere dai millenni, dimenticatosi della crudeltà, nel

cuore dell'Uomo; s'Egli Lo venera adora logicamente Sè-Stesso nella sua

creativa potestà.

L'Iddio filosofico sorride anche a Carlo Dossi; gli apre il regno

dei cieli; gli appare, globo d'oro e di fuoco: quello che sembrava

assente della sua letteratura avvisò che sempre l'aveva protetta e

stava per istaurarne l'autore nuovo poeta di teogonia per l'_Inno al

Dio venturo_. — Nel concetto rientra la reversibilità dogmatica, come

si presentano le limitazioni ataviche e naturali testè scoperte dalla

scienza. E chi assistè le prove di laboratorio di Paolo Gorini, il

quale fu demiurgo di mondi nella pentola officinale e probatoria della

chimica; quegli non dimette l'idea della Divinità, Energia del Mondo.

Perchè Carlo Dossi è un moralista: già disse Ugo Lazzarini, nella sua

_Etica razionale_: «Non v'ha morale senza Dio»; e si può soggiungere:

«Non vi ha artista _ateo_, nel senso della negazione, perchè dovrebbe

annullare sè stesso creatore per eccellenza».

In questo modo venne a riconoscere tutto: il Dio impersonato per sè;

la Religione positiva, cioè la procedura della legge morale in arresto

per chi teme l'al di là, custode preventiva e sociale, preventivo

antiflogistico per le crisi climateriche delle rivoluzioni; la Fede

grande, che sa d'ogni cosa e ne suppone le origini ed il fine,

la _Gnosi scientifica_ dei filosofi. Così, evidentemente, sfuggì

all'errore di Gaetano Negri, professore d'ateismo tra li Academici,

_leader_ di salotto applaudito dal clericalume, anarchico sbagliato

nelle ricerche razionaliste sopra il fenomeno religioso, reazionario

parteggiante di stati d'assedio e di violente repressioni, davanti alla

rivolta di piazza, che, con lui, danneggia i suoi consorti; doppia

figura d'ibridismo cui il grande ingegno e la più grande abilità non

seppero rifondere in un tutto sincero ed unito. — Forse, a Carlo Dossi

concorreranno postume abdicazioni e postumi elogi anche da questa

parte; ma, se potranno convenire ad Alberto Pisani, col quale non

concordo in tutto, non si rivolgeranno mai al suo maggior fratello.

Ora, se attenta alla libertà individuale, è pur santo che la pietà

muliebre e l'affetto famigliare impetrino suffragi plurimi per lui,

già rasserenato dal sicuro stoicismo. E però lo spirito determinista

e positivo della sua letteratura, l'anima del suo schietto idealismo

filosofico e scientifico non se ne sentiranno menomati: rimarranno pur

sempre anticlericali, e ciò è il pregio: hanno raggiunto l'Iddio, fuori

ed oltre l'ufficiosità turibolante d'ogni e qualunque pratica di setta,

d'ogni e qualunque esorcismo di prete, perchè ebbero da tempo, il

concetto completo di fiamma e d'oro della Divinità, eterna Energia del

Mondo, quando scrisse: «_Il Pensiero[157] è Dio, perchè Lo comprende.

Dio pensa Noi, quando Noi Lo pensiamo_».

VIII.

PERORAZIONE

Quante volte i miei giovani amici di acerba baldanza inuzzoliti, o le

mie vecchie pratiche riumiliate dalla grossa, matura, anzi fradicia

esperienza, tutti seminatori e mietitori del campo letterario italiano,

per sfuggire al tedio piovorno di una giornata ottobrina, in villa, si

saranno appressati alla libreria della casa d'affitto, per cercarvi

dimenticanza in qualche volume, compagno nella noja, dell'uggia di

quella morbida insistenza! — Tomi scompagnati sopra i palchetti del

mobile: vengono di lontano e da venture curiose la storia delle quali

sarebbe interessante raccontare — non oggi, però. Sono le briciole

disperse del manzonianesimo di moda, un dì; quelle, raccolte con

ammirazione nelle case pò bene dalle famiglie, che un giorno, laute

di palazzi a Milano, di palazzine sul lago, oggi lamentano e li uni e

le altre colle ipoteche ad esorbitare la spina del tetto, traendone

profitto, quando non abbiano venduto, delli appartamenti, in città,

delle delizie, in campagna.

E però vi troveremo alla rinfusa Carcano, Mauri, Bazzoni, Pier Ambrogio

Curti, Ignazio Cantù ed il Cesare _suo fratel degno_, poligrafo ed

impudente ricopiatore delli strafalcioni altrui, Bersezio, Guerzoni,

Balbiani, la Pezzi, un Visconti-Venosta, il Grossi, che si trova

a disagio in quella impropria compagnia, già mai Carlo Dossi.

Vedetene la serqua mezzo sudicia, mezzo limpida, mezzo ironica, mezzo

storica, mezzo fantastica, mezzo niente; la romanticheria sfiancata

de' risciacquatori, delli intruglioni, delli imitatori, di tutta

questa gente per noi illeggibile; si che que' giovani e que' vecchi,

sospirando e gettando i libri a fascio, vorranno concludere col dire,

che, finalmente, anche per le giornate di pioggia di nebbia e di vento

in Francia, da Zola e da Leconte de l'Isle venne morto e sepolto il

romanticismo come, in Italia, dal Verga e dal Carducci.

Si disingannino: il romanticismo, sotto altri aspetti, sotto il

reale aspetto che ha pur assunto la letteratura internazionale, nè

Zola, nè Carducci poterono abbattere: si trasformò, ed è difetto di

vista corta e di cervelli ingombri da categorie tedesche non vederlo

operoso ed operante, sotto altri nomi: si rifugiò testè evidentemente,

nel _futurismo_; il quale ricopia le abberrazioni victorhughiane; e

Manzoni, l'essenza non la vernice manzoniana, si agita ancora robusto

tra noi, lasciati da parte li scoli, o profumati, o nauseabondi di

Edmondo De Amicis e del Fogazzaro.

Il romanticismo fu una prolifica foresta fiorita; si abbarbicò, si

espanse, si riprodusse vicino le nostre città. La sua insistenza è

meravigliosa; ha immesso barbette e radici, muffe, virgulti, pennacchi

di corolle anche sui prossimi muri delle fabriche de' prodotti chimici,

delle facciate di legno e di mota delle _Esposizioni Universali_,

in sul frontispizio dei libri, nelle librerie della _réclame_.

Il romanticismo, bosco vergine di miracolose proprietà, viaggia

viridamente come la fascinata shakespeariana, che mosse alla conquista

del castello di MacBeth, profezia di streghe ed inganno di guerra di

Malcom, vendicatore di suo padre, Duncan, spodestato re di Scozia.

Passeggiamoci dentro, adunque, per viali, sentieri, spianate, prati

a pendio, colonnati d'abbazie gotiche, basse navate frondeggianti

romaniche e massiccie; dimentichiamoci a raccorre ghiande, castagne,

noci, ranuncoli, eriche, ellere, licheni, sopra i massi sporgenti

a fior di muschio, aconiti, digitali, margherite, pamporcini e

sassifraghe: poi, tra i fiori noti, le erbe conosciute, i virgulti

comuni, troveremo il raro, l'inedito, il non saputo prima, la

meraviglia. Così usa Gautier pe' suoi _Grottesques_; egli è buon

maestro botanico e dobbiamo imitarlo.

V'imbatterete, per ragion logica, in Carlo Dossi. — Lucido, poderoso,

solenne, aveva frondeggiato un abete di perennità fruttuosa, che

sorpassava dalle cime le betulle e le quercie, per quanto rigogliose,

più basse e non sempre verdi: Giuseppe Rovani. Raccolta all'ombra

sua, nutrita dello stesso suolo, un'altra pianta, specialissima,

privilegiata di fiori e di frutti profumati e saporosi in modo

insolito, dipinti di novissimi colori: Carlo Dossi. Verzicò, si

espanse; oltrepassò erbe, virgulti, alberi, distese le sue rame,

ne coperse la foresta e sott'intristirono per vecchiaia e per

caducità betulle e quercie; morirono, tornarono in polvere vegetale a

confondersi colla terra, spore per altre vegetazioni: la pianta rara,

snella, schietta, a canto dell'abete, a suo paragone, ecco, a resister

per altro e più acuto clima d'arte; anzi, per sua virtù, a rimutarsi

intorno atmosfera, per ricomporre alle sue radici, humus adatto

alla propria coltura e propagazione. — Dond'egli, che non lo ignora,

instituisce la sua trimurti: Manzoni, Rovani, Dossi.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 14 / 17 段