egli rimane il barbaro e si compiace di attestarlo, già che almeno

in arte non si smentirà mai. — «Dossi[171] è nato per essere un

corruttore delle lettere italiane: — dice egli di sè stesso. — Ed

in ciò gli Italiani gli dovrebbero riconoscenza, perchè, così, egli

prepara loro un nuovo rinascimento. I libri del Dossi sono, quanto al

carattere, un misto di scetticismo e di sentimentalità. E due sono i

periodi dello stile di lui: I. di avviluppamento, II. di sviluppo —

_L'Altrieri_, ad esempio, si compone di tre parti che sono come le tre

persone della Trinità. In uno, il Dossi si rimane terra, terra (_parte

seconda_) nell'altro sta a terra, guardando il cielo (_parte prima_)

nell'ultimo, in cielo e guarda in terra. — Dei tre generi è riuscito

passabilmente nei due primi. Egli del resto, vorrebbe dedicarsi al solo

primo, il quale è a pari distanza dalle due esagerazioni della odierna

letteratura (1880). Ma nel terzo non è riuscito, un po' per le sue

inerenti difficoltà, un po' per la lingua e l'indole italiana che male

si presta, in un cielo così azzurro, alle nebbiosità». Chè, s'egli non

è della opinione di Giuseppe Ferrari, il quale esagerò G. B. Vico, nel

presumere la _lingua italiana reazionaria_, cercando di scriverla con

genio e capriccio originale; vi incontrava però la scarsità dei tempi

e de' modi verbali, invocando la greca abbondanza luminosa, colorita

e sonante a cui appetiva, sforzando il carattere chiuso della nostra.

«Dossi[172] aveva tentato non di far sentire le parole, ma i suoni; di

avvicinarsi, cioè, più che fosse possibile alla musica, come già aveva

tentato di rendere la letteratura una pittura» impresa ripropostasi

da' simbolisti italiani ultimi venuti sotto il nome di _Futuristi_; i

quali osarono il processo dossiano ad oltranza, e, sforzando la rude e

ferrigna materia del vocabolario nostro, lo fanno vivere come armonia,

lo avvampano di luci colorate come una cinematografia erotta sulla

notazione della realtà, alla rappresentazione imaginata e leggendaria

della più sicura verità sostanziale ed umana.

Per tal modo, il fare dossiano raggiunge il vertice della nostra

eloquenza, oltre la quale, di una linea, si gonfiano la caricatura

ed il grottesco letterario, un'altra e peggiore retorica d'impotenza

e d'imprudenza menzognera. — Nello svolgersi del secolo, seguendone

le fasi, con Foscolo, la prosa italiana ha assunto muscoli e coraggio

repubblicano e guerriero, per maggiori libertà e nobile indipendenza,

contrastando a Napoleone e pur napoleonica, poi che senza di questi,

lo Zacinzio stesso avrebbe assunta altra e meno rappresentativa

fisionomia: con Manzoni, ha pulsato il suo cuore in ritmo col cuore

della ristaurazione, vagheggiando una tranquillità mite, fingendo

una sicurezza per questa e per l'altra vita, volendosi persuadere,

col persuadere altrui, nelle necessarie virtù cattoliche, ogni giorno

più rare: con Carducci, esercitò le membra ben nutrite sui campi del

Risorgimento e pretese a sè Roma completamente romana, invano: con

Carlo Dossi, piange e ride, nel medesimo tempo, lo spasimo della gioia

e dell'angoscia, sensitivamente raggricciata; si aumentò di tutte le

squisitezze, che i sensi acutissimi le obbligavano, raggiungendo il

confine dell'ineffabile, in bilancia sulla parodia e la caricatura, tal

di qua del grottesco, ma quasi in aspettazione paurosa e patologica

della pienezza totale, cui, in alcuni istanti, raggiunse: si rivela,

insomma, padrona dell'inesprimibile e lo rende come la cosa più

semplice, senza urtare l'educazione. Con Gabriele D'Annunzio, la forma

è tutto un rappezzo d'abiti d'imprestito, decaduta nell'arlecchineria

della moda che rimpicciolì la sua figura, prima così diritta e

schietta, sopra di uno scheletro elegantissimo, su cui s'inturgidiva

carne per l'eroica. Per ciò Foscolo, Manzoni, Carducci e Carlo Dossi

non furono mai, ne saranno, cantori alla moda — per quanto la vera

critica li faccia stipiti di loro arte distintissima; e Gabriele

D'Annunzio rappresenta la pura moda; ma ciò, che questa crea, spazza

pur via; e costui, abile sartore da rigattiere, durerà sin che vive e

gli staranno intorno a trombettarlo i commessi viaggiatori delle sue

specifiche.

Se non che Carlo Dossi rimarrà sempre un _caso difficile_ di

cui daranno la soluzione rari spiriti di eccellenza; i quali non

professeranno la critica ma sentiranno, per affinità di indole

e di carattere, un'arte di astruse intensità. Lo prova la stessa

_Critica_[173] di Benedetto Croce, il geniale senatore novello e

principe, a detta di tutti, in quella professione. Ed egli dimostra

di aver compreso non troppo dell'opera dossiana se ributta _Colonia

Felice_, _Ritratti umani_, _Desinenza in A_, _Amori_, tra le scorie

della sua produzione. Così, essendo egli, come meridionale, un emotivo,

afferrato dalla _Vita di Alberto Pisani_, di _L'Altrieri_, di _Goccie

d'inchiostro_; e, come riflessivo di metafisiche tedesche, cercando

un _sistema in arte_, non avvide il bell'esempio di un artista che sa

dare, con eguale intensità nel male e nel bene. Anatomico specialista

il Croce, — cioè critico e non costruttore — può conoscere esattamente

la topografia dei visceri essenziali, ma difettoso biologo non

sa l'ufficio e le relazioni di questi nei processi differenziali

della vita particolare d'ogni individuo. Dunque, sapientissimo di

nomenclature — di sistemi — è improprio a rilevare le funzioni,

cioè le attitudini, le attività, i gesti, la sequenza del moto e

del divenire; ond'io diffido di quelli che sanno _troppo di una cosa

sola_, e Benedetto Croce è con loro. In fondo, borghese, per quanto

imbevuto di socialismo hegeliano si sente scandolezzato alle pitture

della giusta malignità dossiana; gli sembra d'aver davanti qualche cosa

di furioso e di perverso; rimasto alle categorie, isola li apparati

in una necrofilia di dilettante, non li considera nell'organismo

in totalità; giudica quindi _ab inferiori_, di sotto in su, errando

nel caso generale, doppiamente nel caso specifico; poichè non devesi

mai _definire_ su una estetica, ma semplicemente _sentirla_. — Con

maggior ragione, allora la folla che pesa è sucida, il greggie, non

si ritroverà in Carlo Dossi; e Pipitone Federico lo ha già notato:

«A chi[174] sappia intenderlo, apparirà forse il più meraviglioso ed

efficace prosatore d'Italia, dopo il Foscolo e il Guerrazzi, l'unico

credo, che sappia lottare vittoriosamente colla lingua restia; pure,

affermo, che solo pochi riescono a intenderlo, perchè al pubblico

non corre obbligo di educarsi a un'aristocrazia fuor di moda adesso».

E però, quanti ha egli trovato che si piegassero alla sua difficile

disciplina?

Che sian pochi, qualche volta, l'autore di _Desinenza in A_ ha

rammaricato per le solite ed umane contradizioni; e l'ho visto

rimbrunito davanti alla indifferenza de' più, e, ne' colloqui in cui

mi apriva il suo animo ed il suo affanno, recitare un _de profundis_

di amara rassegnazione. Riguardo a sè stesso, dechinato a precoce

vecchiaia, ascendeva a generalizzare: «Ad una certa età, come non

si può più coitare, così non si ha più la capacità di voler bene, di

essere buoni ed onesti:» riguardo alla sua epoca, di una gagliardia

che fu, insisteva particolarmente: «Morto Cremona, il mio Perelli,

Grandi e Crispi, il mio tempo e l'opera mia hanno cessato di agire»

In altri istanti, più scorati e di una sincera umiltà, suggeritagli

dalle malinconiche riflessioni del dolore fisico, sottopose sè

stesso mancipio di una dispettosa e crudele reversibilità: «Tolto di

carriera, nessun onore letterario, salute mala: oggi, per quale giusta

ragione, ch'io non conosco, sconto con queste pene una mia incosciente

malvagità, o la cattiveria de' miei maggiori?» Ed enormizza i suoi

difetti davanti alla scrupolosa rassegna del suo esame di coscienza;

com'egli, malato imaginario, parevagli di sentire l'avvicinarsi della

agonia, e, sospeso, soffocato dalla imminenza, diveniva di sè stesso il

tormentatore emerito, mentre il suo polso numerava battute isocrone,

i suoi polmoni respiravano in ritmo, il suo cervello auscoltava il

fenomeno della autosuggestione, notandone le fasi per un bozzetto del

_Campionario_.

Allora e dianzi egli, esagerando, errava addolorandosi di chimere.

Abituato alla società di chiarissimi ingegni, al contatto ed

all'attrito de' quali, in reciproca emulazione, si raffinava

allenandosi a sempre nuove audacie, il disertare dalle lettere,

l'immettersi per altra via, lo portarono in un deserto, in

cui, unica voce a rispondergli, l'eco della sua. Concentrò la

sottigliezza; lambiccò un'altra volta, sino alla morbosità, la essenza

singolarissima; e, non badando che a sè, non uscendo nel mondo, che lo

circondava e che pur riteneva memoria del suo passaggio ed impronta del

suo pollice, si è creduto dimenticato. Certo, con lui e dietro di lui,

non erano interessi da soddisfare, non ambizioni, che, agevolando la

sua, potessero avvantaggiarsi, ma l'affetto semplice, l'amicizia che

non ha prezzo, ed è perciò esemplarmente gratuita anzi, quanto meno

rimunerata, più profonda. — Nessuna ditta editrice aveva assunto, in

blocco, il monopolio sfruttatore del suo ingegno; nessun incettatore di

genialità era venuto a proporglisi come impresario, per cartellonarlo,

in vedetta, sulli angoli delle vie per farne strombazzare il nome da

tutti i lestofanti, che quando meno intendono, più forte sbraitano

nell'arringo piazzajuolo. Solo, colli amici, a lottare contro

l'ignoranza e la mala grazia del pubblico, riuscì per altro ad incidere

la sua presenza, se non in latitudine, in profondità. È la sementa

immessa profonda, a contatto delli strati più densi e meno depauperati

dell'humus, quella che meglio rigoglia a sua stagione; ora, è la

stagione di Carlo Dossi, se, annusatane l'aria dal più esperto editore

italiano, questi protegge e spande, con sicuro profitto, l'opera di lui

e se ne assume la ristampa completa.

Lontana dalla insistenza personale di chi scrisse _Colonia Felice_, una

sua propaggine continuò crittogama; la sua tendenza, che sboccia coi

giovani, covata da buon fomento, si conservò senza nulla perdere della

sua virtù criptografa. Raccolti in un corpo solo i suoi _Margini_, le

_Note gramaticali_, le _Etichette_, le _Prefazioni_ formerebbero una

recentissima _Ars poetica_ anche ad uso de' più esigenti futuristi,

per le più libere proposte ed attestazioni estetiche, da cui, per

citare, non sai che trascegliere innamorandovisi dietro; e non si

terminerebbe più. — Che cosa ha detto di più, in fatti, il futurismo,

il quale non rispetta i termini del prima e del poi? Risponderei: Che

cosa ha detto di meno? È tutto qui: «L'imitazione[175] ritrae la linea

esterna ed alto lì; lo studio fa scoprire la interna, che in tutte le

opere eccelse, per quanto fra loro lontane e di specie e di lingua e

di epoca, è eternamente quella. Vuoi che il tuo libro possa vincere il

tempo? Sia in istile tuo, in parole dell'oggi, in idee dell'indomani,

in arte del sempre». — Ed ama i libri piccoli, li opuscoletti leggieri

e volanti, che si portano, senza fatica, in tasca, e, da lontano,

colpiscono, scagliati, sempre nel segno, giavellotti, da mano maestra e

sicura: ed odia i grossi libracci sesquipedali, _li in folio_ buttirosi

ed impeciati fratescamente, dove la massa delle sciocchezze si fa

piramide; perchè pochissime sono le cose buone, belle e nuove che si

possono dire: ma, per intanto consiglia che converrebbe aggiungere,

nelle gazzette letterarie, alla rubrica _libri nuovi_, l'altra _vecchi

libri_, perchè questi contengono, virtualmente, come ghiandole seminali

della letteratura tutto quanto di... inedito i libri, che verranno,

potranno stampare.

Così, egli sempre interruppe la consuetudine; l'obbligò a pensar molto,

prima di poterlo giudicare; tutto quanto sciorinò, evidentemente,

la sua prosa è il meno di quanto ha dato; suscita, coll'emozione

di sentimento, come un romantico, l'emozione di pensiero, come un

classico; ed è continuativo. — Non permette che venga osservato sotto

il semplice schermo naturalista, nè a traverso alla lente azzurra

romantica; s'adatterebbe a prender posto tra i simbolisti. Il suo

processo estetico, col quale riguarda il suo interno ed espone le

scoperte ch'egli fa sopra il mondo, lo manifestano tale. L'idea, il

pensiero, l'emozione che ne risultano vengono esposti non in forma

narrativa, ma colla satira, coll'epica, colla lirica, facendoli parte

integrante del suo _sentire_, non del suo _aver saputo_, del _suo

conoscere_. Ed in questa schiera, che dovrebbe essere, quella senza

etichetta ed in cui dovrebbero raggrupparsi tutti che danno suggello

indelebile di sè; in questo ambito di grande libertà e di massima

sincerità senza disciplina, in cui ognuno che vi si presenta è pari,

quindi senza gerarchia, consuonerebbe il nome di Carlo Dossi.

Perchè, ogni cosa umana concorda con lui, dall'amore al ragionamento,

dalle _Pandette_ al _Contratto sociale_, dalle _Serate di Pietroburgo_

alla _Micceide_. In tal modo manifesta la sua sensibilità coll'essere

universale; vibrare a tutto quanto esorbita dalla lenta e comune

pigrizia, dalla fortunata ed accidiosa ignoranza della mediocrità;

e però sfoggia la sua dottrina, la sua pratica, la sua ironia,

che, qualche volta, eccede e diventa sarcasmo, conservando, nel suo

ribrezzo, nel suo scatto d'odio, nel suo rifiuto, una grande indulgenza

ed una misericordia che non si meraviglia nè del miracolo, nè del

più comune e disgraziato delitto. Ma col sicuro osservare le smorfie

dell'uomo civile, spesso si sentì preso dalla nostalgia del selvaggio:

notò le piccolezze, le grette sparagnerie, le povertà del cuore, della

borsa e del cervello borghese italiano, non lo risparmiò, nè se gli

piace, si risparmia con lui: il sorriso maschera il singulto, la risata

le lacrime; egli sofre mentre maledice la miseria, la laidezza, il

delitto e li trova pur sempre necessari alla vita.

Nel giuoco del parallelogramma delle tendenze morali, comprende

ed avvalora ogni direttiva ed ogni forza per quanto contraria;

compassionando, si vale per burlare e burlarsi: mente, sesso, scherno,

applauso applica, intende, amministra. Grande psicologo, sotto le

vesti, l'apparato, l'ornamento dei fronzoli delle sopraposizioni e

delli incrostati depositi della civiltà, ha scoperto ancora l'uomo

nudo; ed oltre ai giardini, ai parchi circoscritti e tosati dal

giardiniere e dalle cesoje dell'_ars topiaria_, la natura: merito

enorme, che sa svellere i veli della ipocrisia e spogliare i falbalà

della gente per bene, onde si vedano le miserabili anatomie; si che

noi, amando di riguardarci nello specchio azzimati, vi ci possiamo,

con orrore, scorgere nani, gobbi, sciancati, animali lupini incontro ad

imagine e crudeli. Gli servì e s'impose freddezza di cuore, quasi una

logica crudeltà; nelli istanti dell'osservazione, sicura maestria del

gesto; quando viviseziona, imperturbabile serenità, se anche sopra sè

stesso ed i suoi operi, notomizzando, sulli organi vivi che pulsano,

sul cervello che farnetica; usò metodo d'ordine; ripristinò, per suo

conto, delle categorie prima di lui non autorizzate a comparire in

filosofia ed in estetica: egli stesso fu la sua pietra di paragone,

perchè ebbe il più grande e meritato disprezzo per la folla che fischia

ed applaude: libero uomo, sopra tutti i pregiudizi, tanto da sapersene

usare contro coloro che ne abbondano e di piegarli alla sua volontà,

uomo forte.

Carlo Dossi ci ha arricchiti di un'opera singolare, intensa e completa

come un Albero della Scienza del Bene e del Male. Volle in fatti che

si frescasse, sulla parete e la volta del suo studio, al Dosso, il

serpente incollarato di perle e di fisciù a stringerlo, ascendendo,

nel tronco. Anche s'indora, in sul frontone del palazzo, la divisa che

lo afferma: «_Pax candida fortis_»; antica leggenda che arreca una

colomba araldica, sullo smalto azzurro della pezza, sin dal lontano

tredicesimo secolo. — Egli ha vinto; quindi sta in pace. Rivide sè

stesso in trasmutazione estetica e il suo tempo; ripassò il mondo come

una successione di fenomeni, di anime; rifuse la critica e l'avviò

per altra via, concretò le sue idee, le rivestì di panni tagliati su

misura esatta. Voltosi per altro campo non venne abbandonato dalle

sue distintive qualità; diplomatico seppe le sale auliche, ma non si

dimenticò delle foreste vergini e della sacra verginità delli artisti.

A lui, Francesco Crispi della Sinistra storica, chiese l'eloquenza

letteraria, come la Destra la imprestò da Correnti. Col Perelli e

Primo Levi da _La Riforma_ era venuto allo statista siciliano in non

dissimili intenzioni di quelle che trassero Giosuè Carducci all'ode

per nozze della figlia di lui. Si era posto al fianco del ministro

tra l'anarchia critica e l'ammirazione per la italiana energia di

quell'arditissimo tra li uomini di politica attiva. Allora la giovane

Italia bollente d'entusiasmo era uscita di sotto la ferula e la

melensaggine del Depretis. «Era[176] stata per molto tempo costretta

a rimaner repressa dalla acciaccosa politica del vecchio di Stradella,

a mò di una giovane sposa, piena di vita, obbligata a giacersi con un

vecchio puzzolente ed a fasciargli le ferite di vergognose battaglie,

in cui essa non aveva combattuto»: — nello stesso modo che la spumante

Donna Amalia doveva subire il contatto del _vinattiere_ tra la solita

compagnia de' suoi sozii: «il[177] quadrilatero napolitano, cioè,

composto da Nicotera, De Zerbi, Bernardino Grimaldi e San Donato, tra

cui si moveva, come sensale, il Fazzari, se avessero potuto arrivare

al potere avrebbero spadroneggiato il Napolitano spogliandolo come lupi

affamati».

Su queste indiscrezioni di utilissima opportunità storica, Carlo Dossi

ricordava volentieri quelli anni in cui, sbarazzinamente, _Il Don

Chisciotte della Mancia_ pupazzettava, colla matita agile ed acuta

di _Gandolin: La Real magione di Don Ciccio_. E, là, tra un _Capitan

Fracassa_ di carta, alabardiere real — guardaportone — un Don Achille

Lanti, debellatore di pacchi postali — un Don Emilio Buffardeci, primo

capellano, direttore spirituale, consultore teologo — un Don Petruccio

Lacava, gran cacciatore appariva pure una Donna Alessandrina Fortis,

«dama di palazzo puramente onorario, perchè le sue attribuzioni sono

esaurite dal tempo in cui _Berti filava_»; e si trovava _en habit à la

française_ con lavorini e passamani sulla cucitura ed una gran chiave

a battergli le polpe deretane e magre «il Cavalier Pisani-Dossi, primo

ciambellano del cifrario. L'autore della _Colonia Felice_, colla quale

vaticinava chiaramente l'Eritrea, è il geloso depositario dei segreti

grammaticali di Don Ciccio, la cui lingua superiore non accetta la

sintassi del volgo, nè la pedanteria delle vecchie formole letterarie.

Annesso alla carica di primo ciambellano, oltre ad uno stipendio

cospicuo, vi ha un proverbio onorifico: «_La chiave non ha ossi, ma fa

rompere il Dossi_».

Del resto la sua curiosità d'antitesi se ne è sempre avvantaggiata.

Mentre riconosceva in Crispi «una[178] virtù massima, la celerità; ed

un massimo difetto: la fretta»; mentre rivolgeva in mente, e ve la

conservava per una colonna votiva al Dosso, l'epigrafe: «Francesco

Crispi, d'animo grande, fantasiò che l'Italia fosse grande o cercò

suscitare negli Italiani la coscienza del loro valore: ma la folla

gli rispose che voleva essere piccola e vile, e fra tanto volontari

pigmei più gigantesca apparve la sua figura» — non si dissimulava la

meraviglia di trovarglisi vicino: «Strana[179] sorte la mia, questa di

Carlo Dossi, d'essere diventato lui — lui l'amante e l'entusiasta di

ogni nuovo principio e forma avvenire — il collaboratore di un uomo

il cui pensiero e la cui dottrina è tutta roba da rigattiere, roba

vecchia, senz'essere antica, straccia ed usata». — Forse gli pareva,

come[180] ad altri sognatorelli suoi pari, la molteplicità della vita

cosa interamente vera?»

Comunque, egli ne sperimentò l'efficacia; e se alcuno mai può vantarsi

d'aver vissuto _in triplice partita_ — novissimo calcolo che esorbita

dalla computisteria ma è tutto psicologico e letterario, — costui è

Carlo Alberto Pisani-Dossi.

Rappresentante del nome italiano al di là dei mari, dalla Columbia

portò in patria, nel suo museo di Corbetta, cimelii, studi sopra la

civiltà pre-colombiana; dalla Grecia vasi, cocci, memorie, ch'egli si

scavò e rinvenne nel suolo eroico, colle proprie mani. Ai gabellieri

di Atene veniva, di quel tempo, ordinato di lasciar entrare senza

sospetto in città, quest'omino, col cappello a cencio ed a sghimbescio

impastranato ed impantanato, reggendo involti preziosamente custoditi

sotto il braccio, e che se ne veniva scantonando ratto dalla

postierla, guardingo, quasi temesse d'essere scovato: Carlo Dossi,

lasciata la politica internazionale, s'era dimenticato, su, alle

rovine dell'Acropoli, del Partenone, fuori per lo Stadio, ricercatore

indefesso; tornava, in quell'arnese da muratore anarchico bombardiere

(e che altro poteva essere l'involto prezioso?) la sera, a palazzo.

Da lui l'arenile di Assab e di Massaua, disgraziata conquista

intrapresa da un _bluff_ italiano (inversione di natura, però che

prima la funzione e l'organo e dopo il gesto) ebbe il nome rubricante

di una sperata porpora coloniale: _Eritrea_: ed a lui, il Negus,

gajo ed africanamente volpino, mandò per insegne, sciamma bianco e

scarlatto, scudo di cuojo, lancia di frassino e d'acciajo mal temprato,

nominandolo _ras_ di sua corte, donandogli denti di elefante con

cuneiformi inscrizioni amariche.

Archeologo, consultò il ventre della nostra terra romana e lombarda

perchè ci indicasse l'età passata, la forma delle cose scomparse, in

cui è conservata l'anima delli avi. Infin il suo silenzio di venti

anni è tale e perfetto per coloro che non sono nella sua intimità.

Senza dogmatismo, senza preconcetti aperto a tutte le influenze, acuto

e previdente per farne suo pro, fu il primo, padroneggiando la forma

con isfarzosità d'artista, ad accostarsi, senza partito preso, senza

pretesti d'utilità e di morale, senza smanie di professore, alla vita

ed alla natura. E di tutti i privilegi, che la natura e la società gli

hanno conferiti, solo accolse e pregiò l'aristocrazia, designazione di

nascita, genialità. Ha fatto più di quanto Bacone da Verulamio assegna

al gentiluomo; non un libro solo, non un solo figlio, ma una sola casa,

che sarà modello d'architettura nostra, a meraviglia ed a studio de'

posteri.

Oggi, questo suo bel palazzo del Dosso, un'altra pagina letteraria che

volle di marmo e di cemento, si illumina di sole e di quiete. Vergine

gliela prepararono perchè vi scrivesse le sue memorie perennemente,

la genialità architettonica ed originale di Luigi Conconi, con cui,

sui progetti già chiaramente tracciati, intervenne l'ordine calmo e

meticoloso della materiale esecuzione di Luigi Perrone, felicemente

compresi e rifusi nel monumento, fatica di lavoro comacino, fervido

disegno ed ordinanza italiana.

Biancheggia tra i cipressi ed i pini; vigila sul Lario si addita da

lungi. Dentro, le sale, che il pennello di Carlo Agazzi ha ornate e

decorano, ritratti di Tranquillo Cremona ricordano volti, aspetti cari

per la famiglia e per la storia; un secolo di passione italiana cantano

le colonne del _Portico dell'Amicizia_ storiate coi più bei nomi, colla

notizia delle più belle gesta d'arte, di guerra e di pace. La piramide

delle Tre Arti, dond'esce il fumo culinario e famigliare sfolgora, col

faro elettrico, la notte; come le Tre Arti irraggiano dalla nostra

terra benedetta: Cesare Ravasco le ha plasmate giovani, possenti,

bellissime. Si svolgono i viali tra i lauri ed i roseti. A maggio,

è un profumo di corolle aperte, rosse, rosee, bianche, pallide, tee,

aranciate, spioventi, piangenti, ridenti, pazze, chiuse, maliziose,

accartocciate, tra le sfumature di ogni tono di verde. E il giardino è

un immenso incensiere all'azzurro smagliante.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 16 / 17 段