Terzine porte, all'amico, dall'autore, con questa raccomandazione:

«Io te le mando, qui accluse, perchè tu vegga se vi è maniera, da

parte tua, di farle stampare in qualche gazzetta, o rivista. Inutile

raccomandarti il più geloso secreto sul nome del suo autore. Non ch'io

arrossi di averle commesse. È un bimbo illegittimo, che, per necessità

di famiglia, mi tocca, oggi, di esporre, _ma che in tempi migliori

rivendicherò_. — Lasciami dire: benchè solitaria, non è inopportuna

una voce, che, in tanto delirio dinastico e pagnottistico, in tanta

gara di servilismo, tenti di richiamare a dignità la coscienza italiana

ed a carità l'umana. A me, come a qualunque onest'uomo, fa orrore

l'omicidio, fosse pure politico, ma a me, come, purtroppo a pochissimi,

fa insieme schifo lo spettacolo di uomini, i quali, non solo da

sentimento di sdegno santissimo traggono pretesto ad adulazioni che

l'amor di patria non iscusa, ma imprecano a quella libertà che li ha

fatti e supplicano perchè sia loro tolta[130]»: fiero commento a questi

versi che bisogna rileggere qui, poichè ignoti e bellissimi:

«NUOVE NOZZE»

«Piombò l'ignoto Iddio su Humana. Sparso

fu il nuzial sangue. Immensa orrida teda,

Lutezia in fiamme. Paraninfa, Morte.

All'improvviso amplesso Humana un grido

di voluttuoso spasimo gittò,

e, affranta, cadde nell'onda dei sogni.

Ma il sonno è sciolto. Ella si aderge altera

ricordando l'amplesso, e, intorno, mira

se ancor rifulga il suo terribil sposo.

«Vieni, o diletto» — desiosamente

chiama — «vieni a colei non sazia e tua

e le rinnova quel dolor fecondo.

Stanca son io dell'amor che legge

avara mi misura: amor che ha tiara

ha plico e diadema e sotto è calvo.

Vecchi rabbiosi d'impotenti voglie,

mi circuendo, a fedeltà costretta,

e il talamo che olezza ancor di te;

«_il tuo_ — mi dicon — _nome è annientamento_.

Dunque t'affretta! Quanto intorno veggo

invoca scure, rogo e oblio profondo.

Tutt'ardo ed amo. Colle gruccie loro

seguon, que' vecchi, di briache linee

la terra urlando: «_oltre non amerai_!»

Sentomi adulta e di me stessa donna.

Vieni, o possente, e colla man tua rude

lacera i veli che mi offuscon gli occhi,

strappa i monili che mi son catene,

sciogli la veste che mi impaccia il piede,

e mi ritorna al sol libera e nuda.»

Questi endecasillabi si volevano stampati anche da Alberto Pisani,

segretario alle sabaude diplomazie della Consulta, come _tradotti da

Carlo Dossi_, se pur lo vennero, perchè ritrovai solamente le bozze

ma non il foglio che li avrebbe dovuto recare, ed oggi, _in tempo

migliore_ glieli rivendico a grande titolo di gloria. Senonchè, allora

apertamente, in sospeso, si tenne in bilancia col _Regno dei Cieli_.

Che, se in questo evidentemente veniva all'individualismo libertario

e rispecchiava le _Nuove Nozze_, lo aveva però vestito di beneficenza

e di carità, dandogli la rossa zimarra talare del Cristo. Ma la sua

profonda dottrina, il suo scetticismo caustico, dubitarono ancora:

riposero sotto a soppannare la camicia del Rabbi, la palandrana lunga,

la zimarra decorata del conservatorismo, quasi volesse entrare, e nei

palazzi e nei templi, coll'uniforme d'obbligo, volendo sorprendere per

insidia le posizioni che desiderava occupare. E però nessuno si illuda,

se la sua critica, che permane anche contro il socialismo, si rivolge

diritta specificatamente a limitare le funzioni dello Stato improprio

conservatore de' privilegi, a combattere la falsa morale, il costume,

l'attitudine alla menzogna sociale.

Vi dice chiaramente e rivoluzionariamente: «Il Comunismo[131] ed il

Socialismo vanno posti negli errori del tempo presente. (E ricordate

che il presente è l'opera del Commercio). Il primo, a fortuna, è

inattuabile; esso esige una perfetta e continua eguaglianza. Or come

ottenere quella dell'ingegno? — L'altro, _troupeaux et bergers_,

pur troppo è in pieno vigore. I Governi ne sono la massima prova;

i quali tendono sostituire allo spirito dell'individuale interesse

un interesse comune cui nessuno partecipa. L'Internazionalismo è

tutt'altra cosa del Socialismo: ma Governo-Socialismo-Dispotismo, nel

mio dizionario, sono sinonomi». — «È ora[132] che l'individuo esca

dalla tutela dello Stato: ciascuno sia responsabile di sè: facciamo

senza degli Dei, tra poco faremo senza dei Governi». — La petizione

è singolarmente individualista ed anarchica, per quanto uscita dalla

penna di un diplomatico. Ma chi non ha accorto i germini di una

teocrazia libertaria in De Maistre e le sementi di un determinismo

anarchico in De Gobineau? Carlo Dossi è di questa razza; e non solo

dubita, ma condanna lo _Stato_: «Lo Stato! come[133] espressione,

anche etimologica, il suo vocabolo rappresenta l'immobilità: Stato

è cosa che non si muove»: mentr'egli sa che il futuro filosofico e

storico è l'Anarchia; però che la Repubblica, secondo l'opinione di

Proudhon e di Giovanni Bovio è l'attuazione generosa di un reggimento

libertario. «Lo[134] _Stato_ è sempre un peso immane: pure bisogna

pagarlo alla _Società_ col prezzo del lavoro; come alla Natura si

paga la Vita colla Morte. Da giovanotto fui persuaso che bisogna

rassegnarsi allo Stato come alle sepolture. Oggi è sepoltura aperta

che ammorba. E così in me si venne delineando il concetto dello Stato,

come un organismo in cui tanto scema il Governo, quanto di autonomia

acquista la persona. Un tale concetto, esplicato direttamente, tirava

all'_Ideale della Repubblica sociale_. Se nello sgravarci di tutto

questo, però, noi non possiamo, nè potremmo, buttarlo giù ad un primo

scrollo di spalle, riduciamolo — dico io — secondo il disegno evolutivo

della storia»; però che questa si avvia all'Anarchia deliberatamente.

Al maggior filosofo italiano moderno può ben rispondere Carlo Dossi:

«La Libertà[135] consiste nel poter fare quanto si deve volere, e non

nell'essere costretti a far quanto non si può, nè deve. Ora, dato

un Governo tutte le forme si valgono. _Quod interest quot domini

sint? Servitus una est!_ Dato un governo, il migliore è il meglio

amministrato. Ed allora, noi sentiamo tutti i mali della libertà perchè

non la possediamo intiera».

L'osservazione critica si ripropone colla salacità fine e acuta, col

senso nascosto della pratica: lo sentiamo irridere alla religione dello

Stato, alle Religioni delle masse, alla Religione del Socialismo, alla

Religione del Papa; e però ci consiglia alla osservanza di un codice,

di un decalogo, di un rito, di un governo, contro cui si appunta e

storce il suo _Regno dei Cieli_, il _Quinto Vangelo_!

Torna egli all'errore? «Taci[136], non insultare Natura, la

eternamente, la immoderatamente buona. Insieme alle lagrime ci

ha dato il sorriso; qui vive felicità...» Felicità nell'inganno?

Necessità della menzogna fiorita e dolce: perchè interromperà il

sogno fatato delle Illusioni? Perchè, «con una[137] sfornata di

ragioni semplici, evidenti, con una eloquenza, tanto più insinuante

quanto meno pontificale, darsi a scalzare la buona fede di Pietro?»

— «Che le aveva da sostituire il povero[138] uomo?» Carlo Dossi si

ferma davanti alla verità che accieca, ma che non consola. «Abbiate

pazienza[139], o Dei di seconda mano, miseri fabbricatorini di mondi

contro natura; con l'ignoranza non hanno mai valso i raziocinii della

saggezza, nè varranno mai. Di addurre al Vero la plebe, unica via,

l'Errore». Sacrosanta Utilità dell'Errore; formola sociale: disse

Sinesio: «Conviene che le folle sappiano quanto è proporzionato alle

loro racchiuse intelligenze:» — E Varrone: «È necessario che il

popolo ignori molte cose vere e creda a molte false». — E: Joseph

de Maistre: «La folla comprende questi dogmi, quindi sono erronei;

li ama, ed allora sono pericolosi». — E Champfort: «Scommetto che

ogni idea pubblica è una consacrazione atavica di sciocchezze, poi

che ha compiaciuto a tante persone». — Ma per qual ragione privarli

del loro piacere? Loforte-Randi, che è un razionalista, anch'egli

fa parte all'errore e lo coonesta: alessandrineggia da gramatico e

da gesuita, ma ammette: «che la folla[140] creda ciò è un gran bene;

essa supplisce, così, alla sua fatale ignoranza, con un atto di fede,

rimettendosi, in ogni cosa, a colui che — come essa crede — sa tutto e

può far tutto;» ed invidia _I poveri di spirito_, perchè «gli atei, i

quali[141] hanno la fortuna — o la disgrazia — di non farsi abbrutire

dal bestiale materialismo (e sono gli atei solitari alla Shelley

ed alla Nietzsche) sono degli infelici paragonabili a coloro, che,

un giorno ricchissimi, sono tormentati dal ricordo della ricchezza

irreparabilmente perduta». Per ciò, Carlo Dossi predica la pratica del

_Bene_ per l'_Utile_; e, non ricorrendo più alle illusioni religiose,

alle speranze della fede, alli entusiasmi del sacrificio, va diritto al

senso logico dell'egoismo, che per _convenienza_, conserva e riconsacra

la religione. Il circolo si chiude: nuova interpretazione, antichissimi

fatti positivi a persistere; Gaetano Negri sbircia malizioso dalle

persiane socchiuse.

Gaetano Negri, che si nasconde; un filosofo anch'esso anarchico,

perchè egotista ed autoritario, che impropriamente si cammuffò da

conservatore, gesuita di altissimo garbo moderno, che assunse il

servizio, per meglio dominare, anche del clericalismo, questa volta

servo-padrone nel reggimento del ducato di Milano, oggi Consiglio

Comunale di Paneropoli: ma fu _raté_, perchè non ebbe il coraggio

delle proprie opinioni. Gaetano Negri, non beneviso a Carlo Dossi, che,

se ammette necessaria una religione positiva nel compromesso sociale

chiamato _Stato_ — vedemmo in qual conto lo tenesse, — la considera

colla mirabile impudenza d'affermare: «Manzoni[142] ostenta di aver

fede; Rovani di non averne: Dossi ne piglia quando gli occorra di

far degli effetti e quando gli accomoda: ma nessuno dei tre ne ha».

— Perchè: «Data[143] una religione, la migliore, secondo me, è quella

in cui _l'altro mondo_ meglio giova alla felicità di questo» Il tema

è tuttora _l'utilità_; il modo di svolgerlo uno scetticismo, che si

esaspera cinicamente.

Ond'io non lo seguo e vado lealmente colla serena e nobile franchezza

del Renan: «La[144] nostra base consiste in ciò: bisogna agire come

se la vita futura non ci fosse, sia che essa esista, o no. Predicare

al popolo la _non-vita_ futura, vuol dire rendergli un servigio;

perchè è lo stesso che eccitarlo a compiere uno sforzo nel presente.

Predicargli la vita futura, significa addormentarlo e forse truffarlo,

facendogli perdere tutto per indurlo a correre dietro una chimera». Ed

«io dico[145], che quando uno scettico somministra al povero il _dogma

consolatore_ senza credervi, al solo scopo di tenerlo tranquillo, egli

fa opera di scroccone, pagando in _biglietti, ch'egli sa falsi, la

buona fede e la miseria altrui_. La preoccupazione della vita futura

è nociva alla umanità; nè ci si deve affidar troppo all'apostolato

del prete nei giorni della paura. Perchè creda il popolo, e credano

le classi dominanti; _ma queste credono, o fingono, o s'illudono di

credere solamente nei giorni pericolosi_ al loro dominio. Singolari

cristiani questi forzati dal terrore! Al primo sole della tranquillità,

ritornano increduli: Voltaire può venir cacciato dalla loro biblioteca,

ma non dalla loro memoria. Così, se costoro mantengono una parte

dell'umanità nelle barbarie, per dominarla e sfruttarla, fanno opera

pericolosa ed immorale. Bisogna dare a ciascuno un posto nel banchetto

reale della vita». L'anarchia di Carlo Dossi non se ne preoccupa,

perchè è comunque, ed in ogni regime, liberissima anche nel libito, ed

il suo esercizio è incondizionato con qualunque professione di fede?

Non so: egli desidera che i propri fratelli siano armoniosamente in

pace con loro stessi _nella supposizione_ di essere felici, _l'unica

vera felicità_: la religione li può aiutare, in questo dunque giova. E

che più?

«Imaginiamo per rinnovarci il coraggio di vivere!» A qualche cosa

serva anche l'inutile ricchezza della poesia e del sogno, a popolare

il deserto della morte coll'al-di-là» a soggiungere ragione di governo

colla pompa e le menzogne pietose delle religioni: «L'illusione[146],

l'_errore necessario_, è perciò il profumo più squisito della vita!».

Diplomaticamente De Maistre l'aveva già ammesso e Carlo Dossi gli si

apparenta più che non a Manzoni, come meglio a Nietzsche che non a

Rousseau. E pure, quanti ascosi legami, quante secrete intelligenze

allacciano Nietzsche a De Maistre, — Rousseau a Manzoni! De Maistre,

che considerava il catolicismo ragion sociale, sorride alle ingenuità

di Manzoni, che lo attesta ragion morale: il Dossi può proclamarlo

religione positiva, _utile_, il giorno in cui può giovarle al nostro

interesse quando, comunque, ci allontana da un pericolo, ci consiglia

su quanto ne nuoce, ci propone ciò che può aumentare la nostra

felicità. Onde, chi sgorgò da viva fonte manzoniana e percorse un

lungo cammino tra bronchi, sassi, cascate, paludi e calmi laghetti

ornamentali, pur contrastando alla _Morale Cattolica_, la ripropone

per _convenienza_; e dopo maturo esame, può aver motivi di credere:

«Manzoni[147], come ogni grande humorista, è scettico. Non si guardi

alla esterna fisionomia dei Promessi Sposi. Dentro in vece. E Manzoni

non crede; ma il suo scetticismo è vestito di fede; e ciò l'introduce,

sotto mentite spoglie, nel campo avversario: Rovani pure non crede;

ma ostenta la sua incredulità a volto aperto, e forza il nemico

d'assalto». E Carlo Dossi? — L'ho sorpreso qualche volta con questa

frase sulle labra: «Credo a questo mondo!» E nella efficacia delle sue

religioni positive?

L'Utile accetta, dall'entusiasmo, l'ascetismo: integrativo e

sperimentale, fa dalla metafisica sentimentale e dai logaritmi della

imaginazione, dalli eccessi dell'isterismo e dalla forza d'inerzia

della folla ignorante, un altro serbatojo di energia. L'Utile non può

trascurare l'impulso collettivo ed operante della suggestione, come

preghiera, come superstizione; non può lasciar da parte la massa di

forze vive che si spostano da una comunione di credenti, dall'esorcismo

rituale e condecorato, da tutti li incentivi erotici, profumi, colori,

luci, suoni, contatti, commistioni d'alito, di abiti, di carni: non può

non impiegare la potenza divulgatrice ed eccitante delle processioni e

de' trionfi, delle tensioni nervose dell'aspettare, della vibrazione

molecolare dell'aria per le grida, le orchestre, i cori squillanti.

Freme la folla; aspetta la celebrazione di un mistero, l'avvento di

un miracolo, di una grazia, di una cosa non mai prima occorsa: ed il

fluido si riversa a fiotti; penetra ognuno ed ogni cosa; opera le

trasmutazioni, si fissa in visioni, in allucinazioni, parla parole

misteriose, apre la bocca ai muti, li occhi ai ciechi, i sessi alle

infeconde; risana, ristora, converte, domina, feminilità radioattiva

e passionale erotta e respirata, taumaturga, nell'atmosfera. L'Utile

non ripudia Lourdes, le guarigioni, che Charcot dimostra colla scienza,

nel suo laboratorio. L'Utile esprime le sue mille virtù dalle _Lettres

de Malésie_, quando Paul Adam si induce mitografo e riassume, sotto la

simbologia cattolica, il culto della Ragione e della Scienza; lascia

ai miti la loro poetica potestà, li aumenta d'esoteriche funzioni,

li espone, con isfarzo di teorie e di lustrazioni, alla saggezza del

popolo nuovo; ma riserba, come i sacerdoti egizii e le gerusie di

Eleusi, alla dottrina ermetica delli iniziati, il senso nascosto delle

verità assolute, che dichiarano, per gesti ed attributi, le bellissime

iconi, che declamano, con divine maestà di sinfonie e di poemi, le

tragedie, sacre commemorazioni della storia, dei conflitti, della gioja

e delle vittorie della Terra e delli Uomini, nello svolgersi delle

epoche e nelle successive conquiste dell'_Utile_ sopra la brutalità

della materia e de' semplici istinti animali.

Per questo motivo, _Il Regno dei Cieli_ racchiude una parola di più

ed un concetto maggiore di quanto _La Morale Cattolica_ non abbia

esposto: dall'Utile, combattuto e rifiutato da Manzoni, Carlo Dossi

ha estratto un principio morale e sociale a cui Manzoni non arrivò.

Inalza prezzo e bontà alla vita, mandata in discredito dal pessimismo

leopardiano, dal sarcasmo schopenhauriano, restituisce santità alla

missione dell'onesto, poesia al lavoro: non toglie la fede a chi crede,

le consolazioni ideali e verbali a chi prega, le speranze dell'al di

là a chi le brama, e senza delle quali non saprebbe esistere; ma tutti

inchina ad adorare Dio anche nel prossimo loro. Egli confida nella

Natura; col suo esempio e patrocinio, risponde allo sconforto; benedice

anche il vizio, perchè necessario ed in tal modo che nessuna forma di

governo, nemmeno la imaginaria repubblica aurea di Platone, ha saputo

estirparlo. Egli, forse, sognava ancora, se vien desto: «La[148] mia

soave fanciulla, sedutami a fianco, dicea: Che fai tu all'oscuro? — E

con un bacio; mi rischiarò».

E però, dal delitto, fa sorgere novella Roma.

La clemenza di un principe dotto ed umanista, nutrito di

_Enciclopedia_, innamorato delle teorie di Tomaso Moro e del

_Contratto_ di Gian Giacomo, concede a una torma di delinquenti, rei

di delitto capitale, vita e libertà; la deporta in un'isola sperduta

dell'Oceano. Colà, tiepidezza di clima, suolo pingue, fortunatissima

stagione, costante salubrità d'aria, protezione di foreste e di fauna

pacifica, favore di Natura li conservano: munificenza reale li dota

d'armi a difesa e ad offesa di quella vita, cui la legge della madre

patria rifiutò di privarli, abbandonandoli, alla loro coscienza ed al

loro arbitrio, per ridiventare, in caccia di loro stessi e de' loro

istinti, nella troglodita anarchia, vindici e protettori del proprio

egoismo limitato ed aggredito dall'egoismo altrui.

Liberi, le armi in pugno, delinquenti, senza legge, monade prima

della società civile, quaranta tra uomini e donne stanno dissoluti e

diserti dalla comune patria sopra la spiaggia, in faccia al mare, dopo

la lettura della sentenza che ve li inchioda e che li abbandona alla

implacabile coscienza: passano, in cospetto del suolo ignoto, rassegna

omerica. Il maggiore e più forte si avanza; pretende, soggioga, domina

«_Ex ferocibus universis singuli metu suo, obedientes fuere_».

Ed è Gualdo-beccajo. _Rex_ o _Konig_, la violenza; biondiccio,

membruto, occhi chiari, asciutto, barbaro primordiale, il brigante.

Incontra tra le peccatrici, Nera bellissima; la sotto pone, la avvince

a sè col prestigio dei suoi muscoli, colla fiamma della sua lussuria;

Nera, bruna, magra, vibrante, oratrice d'insolenze e bestemie,

trombettante strida acute, l'impulsiva. La coppia aristocratica si

fonde, la cellula della famiglia tipica, progenitrice di dinastia,

funziona.

Ma Aronne, letterato, debole di corpo, ricchissimo di mente, _Vate_ o

_Pontifex_, faina e volpe, il detentore delle parole, il fraudolento,

colui che sa commuovere e convincere, che sa creare, dal nulla, cose

col verbo, che dà anima ed azione alle idee, il depositario della

scienza, che, in quella solitudine oceanica, appare rivelata, perchè

nessuna contiguità di continente e d'uomini influisce sopra l'isola

della deportazione; l'osteggia; si oppone a Gualdo, pretende e pretesta

la sua ragion psichica, domanda superiorità nel comando.

I più deliberati, li assassini, i sanguigni seguono la fazione

militare; i più pacifici, i cabalatori, i nervosi sostengono il

geronte. S'azzuffano, Ghibellini e Guelfi; il Dispotismo e la Teocrazia

si rimettono di fronte; incominciano l'evo di Mezzo di ogni storia

universale; provano le loro forze, prima di fondersi, di costruire,

sopra i due pernii essenziali, una patria; Diritto e Forza, Cervello e

Muscolo, lo Stato integrale.

Il figlio nato dalla coppia regia, da Gualdo e dalla Nera, l'indice

vivo della fecondità, della stirpe che si infutura, della posterità

che appare, accelera la pace tra le due parti; la giurano. Leggi si

informano, preste ed esecutive costituzioni. Aronne le detta; Gualdo

le fa eseguire: il _Rex_ ritorna braccio armato del _Pontifex_; il

Cervello, il Diritto si valgono dei Muscoli e della Forza: «Se il[149]

pugno io l'ho forte, — Gualdo oppose, — debole è il capo. Io non potrei

che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante di una ignoranza a cui

non c'è pezza. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! — e

additò il Letterato». Per cui si instaura la diarchia, la antichissima

diarchia romana, che i sette re di Tito Livio fa quattordici; che

sussiste colla Repubblica ne' due Consoli; che appare nelle istituzioni

civili e militari, concomitando all'unico scopo della grandezza romana.

— Ne sdegna le leggi Mario, il Nebbioso: elegge esilio, il cammino de'

boschi e della miserrima libertà delle fiere; Mario bello, giovane,

forte, generoso ed intelligente, il dissidente, il refrattario;

un'altra nuova potestà umana, la coscienza del proprio individualismo

idealista. Ma amore lo ricondurrà alla comunione.

«_Et Venerem sensere lupae, sensere leaene_».

L'albore, in cui si annega il crepuscolo delle anime terrose e scabre

e della informe coscienza umana, nella crisi tormentosa di voler

_essere di più_; la pallida luce, in cui l'uomo ridiventa individuo,

accetta e consiglia leggi, si fa cittadino, balenando, si affaccia

colla seconda generazione: amore, incondizionatamente, fa il miracolo.

Forestina nata da Gualdo, e sopravissuta nella nascita, alla Nera,

che moriva nell'esporla; Forestina riallaccia la cretura alla natura,

il finito all'infinito, ridona esistenza al sentimento, alla fede,

determina la religione naturale, difesa preziosa per le anime sensibili

e passionate. — Nelle pure viscere della verginità impubere, il bisogno

di confidarsi fa scoprire a Forestina la prima preghiera alla divinità.

Carlo Dossi trova, per le sue labra commosse, una nuovissima _Ave

Maria_ panteista; la preghiera scorre soave e maestosa, battuta sopra,

un endecasillabo scolto di foscoliana venustà, nascosto nella piana

tipografia di una prosa, che male inganna li orecchi esercitati al

verso:

«O Madre, o Madre, dalle tue profonde

viscere, alziamo lamentosi il canto.

Tu, spento sole, con feconda morte

anima e forma a noi susciti e cibi.

E noi, tuoi vermi..........»

Così io leggo e declamo il cantico classico e razionalista: altri

scanda, se può, diversamente

Ma, nelle pure viscere della verginità pubere, scocca l'amore scintille

ed accende. Ed è Mario reietto; colui, che, dopo le vicende d'odio

e d'angoscia, dopo il sangue versato, dopo il rinnovarsi del mito

di Elena, senza rovina d'Ilio e della favola dei _Promessi Sposi_,

senza l'intervento del Cardinal Federigo e di Fra Cristoforo, ritorna

alli uomini, dai boschi e dalle selve. Consacransi li sponsali tra

la cannonata benaugurosa della nave, che arreca, dalla madre patria,

l'assunzione de' deportati a cittadini, affermandoli redenti e utili.

«Egri[150] eravate — interruppe il silenzio la voce del capitano,

leggendo — non vi spegnemmo, guariste. Da ogni Vizio, Virtù. Roma, covo

prisco di ladri, diventò nido di Eroi: siate Roma!».

Il nocciolo latino, fondamentale, un'altra volta appariva, anima

indimenticabile, nell'innesto barbarico, che, chiaramente aveva

inlievitato il racconto da Rousseau a Victor Hugo; felicissima

integrazione. La Colonia Felice incomincia dove termina il romanzo

intitolato _La Colonia Felice_.

Carlo Dossi può, com'egli crede, condannare, nella _Diffida_,

che precede la _quarta edizione_ del 1883, _La Colonia Felice_.

Corroborato dall'arida efficacia del vero, dalla dura esperienza, che

vorrebbe cancellati li ultimi fantasimi delle nebulosità ottimiste,

azzurro-rosei, sotto il nero-fumo del sopravenuto pessimismo,

sconfessa, per ragioni scientifiche e pur lombrosiane, il concetto del

suo lavoro, non ne accoglie la forma, sembrandogli lo stile troppo

latineggiante e la concezione di romanzo storico impropria. S'egli

desiderò ripetere la piacevolezza di Manzoni sul _Romanzo storico_,

non so: comprendo invece lo scrupolo della sua sincerità, che gli fa

preferire la _verità del suo momento del_ 1883 all'altra iniziale

del 1874. Comunque, egli aveva fatto onore alla sua antica divisa:

«Tuttavia[151] ai presenti miei occhi (i quali non sono gli stessi

di jeri e non saranno que' di domani)», predisposta nella prima

giovanezza letteraria: e per ciò li occhi suoi del 1883 videro in modo

specialissimo; se, per due altre e successive ristampe, quel suo lavoro

apparve ma non sbandierò _Diffida_ in sulle prime pagine. — Io pure la

trascuro.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 13 / 17 段