Oggi, domando loro, ed a coloro che li sguinzagliano, come l'ho

chiesto ieri, se, essendo concesso di allegare il voto ai contadini

bergamaschi, perchè ne approfitti uno de' qualunque Coris o Longinotti

del parlamento — dove li eletti allogano sè stesso al governo, il quale

ricatta e vende promesse e buona fede alla Nazione; — se, potendo,

secondo un'ambigua carta, essere permesso alla libertà individuale

di affittare temporaneamente, la forza de' muscoli, l'abilità delle

mani, il prodotto de' suoi cinque sensi, in pittura, scoltura, musica,

letteratura, industria, bellezza, non sia possibile dar a nolo, in buon

contratto, il sesso alla femina, perchè un maschio, che ne la richiede,

ne usi a soddisfazione de' propri istinti genitali. Vi sono delle

regioni anatomiche sante e sacre, e delle altre vergognose nel corpo.

Vi è una legge che proibisca, per ordine pubblico e pubblica igiene,

le indigestioni? Verrà, forse, quando messer Ferri s'incontrerà sulle

direttive politiche con mastro Giolitti: per ora è tollerato il morire

di colica epatica in seguito ad una scorpacciata di ciliege acerbe.

Chi oserà dunque determinare alla fame ed alla golosità del sesso,

ora, motivo, pietanza legittima e no, quantità, qualità razionale?

È vero: l'indigestione simboleggia lo spirito cattolico e si pratica

indisturbata: l'amore è Venere che torna fatale a contrastar Cristo:

qui, vi ha contradizione; là corrispondenza: per intanto codice e dogma

confondono bellezza con peccato e delitto, ma sopra tutto paventano

la sincerità. Protenderanno le granfie a una prossima ristampa di

_Desinenza in A_?

È dato solo alli uomini puri, come Carlo Dossi, d'immettere le mani

nel brago e di ritorle monde: essi hanno in loro stessi il preservativo

eccezionale, salutare e fatale del loro carattere, che li fa, in ogni

momento della loro vita, candidi e schietti. Essi possono discendere

nelle oscure profondità dell'anima e nelle latebre del corpo più

oscure, dettagliarne le complicazioni eretiche, ripresentarne le

cerebrazioni, coll'arte: il mistero torbido affascina e completa la

piena conoscenza delle cose chiarissime. Vicino alli _Amori_, gilii e

rose stretti in fascio ed offerti alla più bella ed alla più saggia,

stiano il fior di cardo, le orchidee, la panocchia violetta ed eretta

dall'aconito d'alpe. Si compensano; sanno di completare la botanica;

definiscono per opposti cardini, la vita. Perchè il sole e non l'ombra?

— Perchè l'ombra, sempre, e non mai il sole? — Carlo Dossi, che fece

opera di vita, non ha trascurato i due elementi; dal bene e dal male

foggia l'intiero suo poema: voi scegliete quanto meglio vi aggradi, o

dal _Romanzo della Bontà_ o dal _Romanzo della Malvagità_: o dalla sua

_ragion critica_, o dalla sua _ragion pratica_. Egli non vi limita,

nè v'impedisce l'opzione; quanto a me non distinguo; lo accetto e lo

bandisco _in totalità_.

VII.

RAGION PRATICA

Rovine, prodotto sistematico e passionale di critica, giovano a

preparare il materiale di fabrica per più nuovi e più comodi istituti;

rovine attestano la parte più facile dell'opera nostra, in quanto,

davanti alla realtà, al fatto, alla cosa, le nostre attività si

svolgono con maggior efficacia, e, lavorando sul tangibile, sul

visibile, sul positivo, il risultato ne riesce del pari. Ma, rovine

dicono battaglie vinte o perse, sempre, uh motivo di negazione ed

il più ovvio. Il _no_ non edifica, ma costruisce inversamente; il

_no_ è la ragion-critica. Credere rinnovare, o feticcio, od idea, o

divinità, od istituti, o palazzi, significa applicare il nostro bisogno

e la nostra speranza, nella continuità, riconoscerla, saperne usare,

adattare il momento nostro personale al momento collettivo, dimostrare

la pratica, per l'utile immediato; riconciliarsi, riammettersi

nella vita attiva... Per ciò, nella serie dei sistemi filosofici,

e Kant insegna, se si accampa a vittoria il sillogismo della prima

parte demolitrice, s'intorbida e fuorvia la logica, che s'ubriaca

di sè stessa e di apriorismi dogmatici; quando, colli elementi delle

smantellate case di altrui, tentasi di inalzare il proprio sistema: ed

ecco rifacimenti grotteschi, pericolosi, difficilissimi di architettura

ideologica, fuori della realtà.

Per l'estetica di Carlo Dossi il caso avviene diversamente, il suo

fabricare, cioè il credere di nuovo, ha fondamento nella riconosciuta

e sentimentale solidarietà umana, verso un progresso illimitato di

una necessità impellente biologica: l'_utile_. Ogni cosa, istituto,

essere e credenza si evoluziona e si raffina verso un modo più

facile, più sicuro, meno confuso e più armonioso di vivere. L'_Utile_,

adunque, nella sua assisi, s'apparecchia a diventar _Bene_, e Federico

Nietzsche vorrà invidiargli questa rinnovazione di valori etici, che

per l'altro non significa se non il secondo motivo della sua estetica.

Dal concetto: «L'uomo ha bisogno di essere buono (onesto) per vivere

meglio», estrae la conseguenza: «L'uomo migliore è anche più bello»:

e la reciproca: «Lo stato più confacente per l'uomo, perchè sia bello

e buono, è la Società», in senso lato, in senso cooperativo. Perchè in

fondo la sua società ideale che ammette tutte le libere espressioni ed

espansioni dell'organismo umano, si rappresenta in compromesso collo

_stato di natura_ del Rousseau, donde gli attinse il processo iniziale

e la prima idea indulgendo pure all'_Emile_, per _La Colonia Felice_.

In fatti, di fiele, di assenzio, di disgusto e d'ironia non vive un

letterato; è necessario ch'egli sappia trovare motivo più nutriente,

più dolce, se non l'ambrosia olimpica, a cui non crede più, almeno

una panacea, una nepente salutare che si distenda sopra le sue piaghe

ulcerose, ne acquieti il bruciore, le addormenti, gli induca in

riposo la febre, dentro il cervello esagitato. Quand'egli sente questo

bisogno, vede il giorno chiaro, vi si è immerso; numera e considera le

ore di sole dell'uomo e ne approfitta; riconosce il nero ed il bianco,

e nella disposizione delle gamme, tutti i colori intercorrenti tra il

no ed il sì. E perchè ogni letterato è sempre un determinista, rimena,

in un solo crogiuolo, le essenze del Bene e del Male per la sintesi del

concetto balzacchiano dell'_Utile_. Così, Paul Adam, che si distilla da

quello passando per Victor Hugo, scriverà _Les Cœurs utiles, La force

du Mal_; Carlo Dossi, che si è filtrato a traverso Porta e Manzoni, che

si è emulsionato con una goccia della ambiguità di Richter, produrrà

_La Colonia Felice, Regno dei Cieli_.

Riuscì purgato, disoppilato dal viaggio lungo e triste de' _Ritratti

umani_, come que' casti teologhi che facevan precedere alle loro

sottilissime meditazioni molte oncie di olio di ricino. «Poi,

divenuto[115] buono, trovo che il miglior sistema filosofico è

sempre quello della benevolenza e mi torna la fede nel miglioramento

senza limiti della umanità — di quella umanità, che anche quando

sta per retrocedere, va innanzi, poichè la sua ascesa è fatale e

spirale. Scaricatosi allora la tempestosa meteora, riappare sul mio

rinserenito orizzonte, l'azzurro profilo del _Regno dei Cieli_ e quello

adolescentemente verde della _Colonia Felice_».

Al _Romanzo della bontà_ eccolo venuto a traverso il _Romanzo della

malvagità_; perciò intende ristabilire l'equilibrio; desidera condurre,

concomitanti, le due strade; fondere i due generi in un armonico

tutto: e pure, oggi, passeggerà per l'una, domani, per l'altra, ma

non raggiungerà ancora il crocicchio, verso cui concorrono: oggi,

trascorrerà nella pianura e sul monte, domani, ntel deserto e fra il

bosco, seguendo i capricci particolari de' sentieri anfrattuosi: lunga

arte saldare i poli opposti. Fors'egli vide, in rapida e vorticosa

apparizione, passargli davanti le imagini luminosissime di un _Inno

al Dio Venturo_: ma per quanto non sorpreso nè da[116] follia, nè

da morte, ancora riguarda invano questo fastigio del suo edificio

di pensiero e di parole incompiuto come il palazzo di Asar-Haddon a

Nimrod, «o come[117] per esprimermi con più modestia, quelle insegne

bottegaie, che cominciate con spavalde maiuscole alte un braccio,

finiscono, per l'imprevidenza dell'imbianchino e la scarsità dello

spazio, con abbreviature spilorcie e pusillanimi minuscole».

Così, si sermona e si ragiona, stando nella comune anticamera neutra

e promiscua, in cui fa attendere i propri lettori ed in cui si

immettono due porte: una a settentrione, che si apre sulla galleria de'

_Ritratti_, l'altra[118] a levante che si apre nel poliorama delle sue

fantasie filosofiche: con ciò vi trattiene, e, prima che volgiate ad

una porta o all'altra, vi porge la Guida ufficiale per visitar meglio

i luoghi.

La sua filosofia incomincia, da questa proposta, dopo di aver

saggiato la apparente purezza delle intenzioni umane, con una serie di

investigazioni e di domande. Foscolo, prima di lui, aveva insinuato:

«Stimo le virtù l'arte di mascherare i propri vizii, e la civiltà, la

scienza per cui li adoperiamo in modo d'apparire onesti». Onesti? Carlo

Dossi conosce che il miglior galantuomo è colui che non si pregiudica

col commettere delle cattive azioni, perchè glie ne vien danno: «oh

siate indulgentissimi[119] fuorchè seco voi», esclama. «_Poter nuocere_

basta. Riconciliatevi col Cielo. Siate egoisti davvero». Per intanto

se «vivi come[120] vuol opinione, ti mancherà sempre qualcosa; come

vuole natura, ti avanzerà»; e Rousseau, dall'_Emilio_, dal _Contratto

sociale_, riprova un'altra volta la sua imminente attualità.

Il sensismo iniziale di Carlo Dossi si è lambiccato nel suo cervello:

egli insegna a beneficare perchè rientri nelle abitudini umane

l'atto del dono, come un atavismo da trasmettersi originalmente,

istintivamente, da padre in figlio. «Che[121] il beneficio entri

nel nostro tenore di vita come l'abito e il cibo. Non compassione,

soccorso. Bene genera bene, come spiga, spiga». Il consilio è

_salernitano di cristiana sanità_; il principio è anche mistico,

da Pitagora a Plotino; li occultisti se ne varranno, considerato il

_bene_ come una energia per sè stante, riproduttrice di altre energie

equivalenti; come del resto, il male per un'altra forza di valore

opposto, ma reciprocamente trasformabile. Su ciò il monismo ultimo

adottò unicità di materia e di energia, a cui i nostri organismi

sensibili, personalmente, attribuiscono un valore particolare di

gioja o di dolore, a seconda dei casi; perchè le loro vibrazioni sono

identiche nel tempo, nello spazio e nel sentimento. E' la coscienza

individuale che _personalizza e trova_ il tono del dolore e del

piacere, e spesso li confonde o li inverte, come il daltonismo fa con

i colori, non riconoscendoli od indicandoli con nomi improprii.

È pur la coscienza individuale che scopre il tono dell'utile, nella

mestissima trenodia del sacrificio, per cui il sofrire per li altri

acquista consistenza e nobiltà eroiche. — L'originalità dossiana

consiste nel proporre l'_Egoismo_ — sentimento intransigente e

permalosissimo, istrice aculeato che si raggomitola e punge dentro

di noi a sua esclusiva ed animale difesa accorgendo, di lontano,

ogni estranea presenza — a fondamento della morale, come già aveva

indicato, a traverso il laidume, la via alla bellezza, a traverso il

vizio, l'avvento della virtù. Il benessere personale, prima pietra

angolare dell'altruismo, appare un paradosso ed è la conseguenza logica

dell'abitudine mentale dossiana, del metodo suo, che diventa facilità

psichica, donde si inalzano la sua arte e la sua filosofia. Similmente

il D'Arca Santa, nella sua _Fisiologia dell'Egoismo_ — che pochissimi

conoscono e ch'io reputo a somma ventura sapere, regalatone di una

copia, introvabile preziosità pe' bibliofili — gli aveva assegnato la

funzione maggiore: da qui, polarizzati li istinti, verso il bisogno

imminente del meglio, si elevano, a grado a grado, a potestà morale,

scelgono di sulla bilancia, il piattello del bene, perchè sentono

come meglio — beneficando — avrebbero potuto vivere nella necessaria

comunione umana: donde, svolgendosi ai fastigi, per la rinuncia e

l'abdicazione della materialità, ma per assumere le meraviglie delli

splendori ideali dello spirito, elaterio il tornaconto, ecco il

progresso, le virtù. Le quali sono l'esercizio delle forze usate,

prudentemente, in modo che l'individuo se ne aumenti, acquisti

indisturbato possesso, riconosciuta autorità.

Carlo Dossi ricorse a Locke ed a Bentham: vi si informò, per quanto

i principii _del più gran bene per il più gran numero_, — _della

geniale utilità_ e l'espressione della _Deontologia_, — donde si

assegna all'uomo, precipua condizione, il proprio interesse — accettati

e svolte dal Say nella _determinazione del giusto e dell'ingiusto

dall'utile_ — fossero per contrastare coi pensiero d'Alessandro

Manzoni, dalle cui vene discorre l'humorismo lombardo della

letteratura dossiana. Se Manzoni oppugna questo e quello, li accusa

di contradizione e teme, che, indulgendo a loro, risorga la formola:

_la mia forza è il mio diritto_, ribattendo il sistema non solo nella

pratica, ma nelle definizioni ch'egli credeva mendaci; Dossi, che lo

fa suo padre spirituale, lo osteggia vittoriosamente, non coll'opporre

ragionamento a trattato di filosofia, ma col racconto di un fatto —

_La Colonia Felice_ — con una dimostrazione psicologica, _Il Regno dei

Cieli_, — Manzoni era inoltre troppo povero di coltura scientifica,

fisica e biologica, per riconoscere li errori delle sue premesse in ciò

il Dossi, che aveva seguito le più limpide frasi del _Dialogo delle

Invenzioni_, non avrebbe inceppato. Se, in quell'aureo scritto, il

trageda di _Adelchi_ aveva dimostrato, «il[122] nesso che esiste tra

la ricerca delle ragioni ultime e la filosofia pratica; e, nel campo

della storia andò a cercare i fatti più notevoli e più caratteristici

e che meno hanno apparenza di derivare da speculazioni filosofiche, per

trovare come appunto ne sono la conseguenza»; l'autore di _Desinenza in

A_ non usa di mezzo e metodo diversi, ma si induce all'opposta teorica

che dall'altro veniva protestata ed accampata nella _Morale cattolica_.

Per ciò, se questa autenticò al cattolicismo _il dogma dell'imperativo

categorico_ giansenista e di Emanuele Kant, sì che il suo insegnamento

è fuori ed oltre la semplice _Teologia[123] morale_ di un qualunque

Fulgenzio Cunigliati, settatore purissimo di tomistica, assumendo

il grado di una possibilità evolutiva; _Il Regno dei Cieli_ ne

devia. Se Don Alessandro si accontentò di vedere in astratto,

Carlo Dossi porge in sanzione interiore, svolge atti a riscontro di

fatti egoistici e personali. Egli, accostatosi alla serenità della

antropologia lombrosiana, distende il suo concetto, da prima negativo

e pessimistico, già involuto dalla grettezza ferrigna del _fatum_ e

dalla nascosta crudeltà della fatale reversibilità del De-Maistre:

qui si placa in una fede positivista, nell'ottimismo speranzoso ch'un

migliore futuro, si temperi col determinismo, per cui i fenomeni e

li esseri procedono per gradi, in cui la natura sapientissima non li

immobilizza, ma li fa sostare quel tanto pel quale si assicurino del

diritto di salire più in su. _Exceltius_! intona, comme un _Allelujah_,

il _Regno dei Cieli_: la suprema bontà illuminata del perdono sociale

che redime, dell'amore che fa virtuosi, sta nella _Colonia Felice_.

— Aronne, all'inviato della madre patria, che, per bocca di quegli

verrà a chiamare i condannati, esposti nell'isola deserta, dopo la

prova ed i frutti della redenzione: «_Uomini fratelli!_» racconterà

in questo modo le fasi della evoluzione di quel rifiuto galeotto a

cui presiede. «Intanto, Aronne, a seconda dei luoghi, gli narrava

la storia, ora triste, ora lieta, della colonia, dal tempo in cui

d'uomo, non possedevano essi che il nome; quando cercavano il proprio

vantaggio nel danno altrui; fin chè svegliati dal loro stesso russare

e fiorita la tardiva saggezza, si riducevano, a forza, nell'umano

diritto; e narrava, come allor la sventura apprendesse la felice

fortuna; il bisogno il soddisfacimento, l'Anarchia, lo Stato; mentre

la non mai zitta incontentabilità nutriva il progresso, sostituendo,

ad una forzata uguaglianza nella miseria, la innata provvidenziale

disuguaglianza[124].

Così, dalle oscure e terree radici dell'albero, immerse nell'humus

a succhiare, per mille ventose, il nutrimento, con uno slancio di

fede e d'amore, si sublimano le eccelse frasche aeree a giuocare

coll'azzurro e le stelle di una tiepida notte serena, allietata dallo

zefiro primaverile e musicale, rischiarata dallo sfoggio di tutti li

astri, apparsi sulle ringhiere del firmamento, come giovani indiademate

a salutare li uomini di buona volontà. — Così, _l'Utile è la ragion

radicale_ e fondamentale del materialismo storico di Carlo Dossi, come

è la _Lotta di Classe_ nel sistema di Marx ed Engels; colla differenza

che l'Utile dossiano rispetta i termini, i diritti e le prerogative

del cervello, anzi li feconda di maggiori attributi; mentre la Lotta

di Classe, gretta interpretazione economica e commerciale dei fatti,

sommette la preziosità de' nervi al compromesso numerico della folla ed

ai numeri muscolari della economia politica.

La Lotta di Classe dimenticavasi che sempre, una eletta minoranza sarà

pur quella la quale doterà di maggiore giustizia sociale, di più lato

benessere individuale, di più assodata sicurezza le nazioni, in sul

cilio della bancarotta fraudolenta, per mancanza di solidarietà, in

pericolo di morte per cessato esercizio di patriottismo e di virtù

gestante e serena. Di ciò non obliavasi il Dossi. «Nuovi[125] errori

pigliano, continuamente, il posto dei vecchi, perchè l'uomo procede

solamente a loro mezzo; per cui, se tu vuoi essere degno di scusa in

faccia alla storia, attienti all'errore dei molti, che è la verità

di quest'oggi; e se, invece ambisci a una lode datti all'errore

dei pochi, che è la verità del domani». Ma s'egli è qui inesorabile

contro i _luoghi comuni del presente_ non la perdona alle ignoranti

superstizioni del passato: «La clemenza[126], si dice, dovrebbe essere

esclusa dalla legislatura; ed io non vorrei neppure la legislazione.

Si diminuiscano le pene per diminuire i delitti. Come nelle malattie

fisiche giova più la cura preventiva della repressiva; così nelle

morali. Cangiate le carceri in iscuole! Le pene rappresentano ancora

un lusso antico quando erano un reddito sicuro del principe». — Nè

in diverso modo considera la beneficenza: «Non giova che preventiva.

Gli 8450 stabilimenti italiani di carità posteriore non sono che

altrettanti semenzai di[127] miseria»; sì che il razionalismo dossiano,

galoppando con lena, aveva prima di Nietzsche rettificato molti valori

malamente in uso di parole di frasi, di idee, depurandoli dall'esoso

ed eroso grassume depostovi a patina dai secoli, dalle mani sporche

e dalle coscienze sudicie delli uomini per cui erano, perdendo

d'efficacia, passati i concetti primi, semplici ed esemplari della

naturale moralità. Perchè Carlo Dossi ci ha confessato: «Pensai[128]

che giustizia e bontà fossero cavigliati all'uomo dal suo egoismo

medesimo, e che il proprio vantaggio, sapientemente considerato,

coincidesse, in ultima analisi, col vantaggio altrui; che in ogni caso,

il maggior e il più forte interesse si risolvesse in una soddisfazione

di coscienza. Sul che imbrattai un fascicoletto di carta che

s'intitolò il _Regno dei Cieli_». Qui, un angiolo proclama a divisa,

dignitosamente sfavillando: «Vive[129] eterno Amore!» ed il _Regno dei

Cieli_ è, per l'autore di _Desinenza in A_: «_Il Quinto Vangelo_».

Si era, allora, nel folto delle agitazioni socialiste, della propaganda

attiva libertaria; dalle idee di Chaumettte, di Buonarroti, di Fourier,

di Saint-Simon, di Proudhon, di Blaqui, s'accendeva la rivolta sociale.

Prima assisi, il _meeting_ di Saint Martin's Hall, nel 1864, costatava

la miseria dell'epoca, mostrava a nudo i vizii reconditi del misto

regime europeo, denunciava, ai popoli oppressi, il bisogno di libertà,

alle nazioni compresse, l'autonomia, a tutti, l'insorgere necessario

contro i vincoli del dispotismo, le sovranità delli stati dominatori

in urto ed in onta alle ragioni storiche e geografiche. Emanavansi

principi, concetti a seminare il mondo di certa raccolta tempestosa;

ruinavansi le vecchie formole, le tradizioni, i rapporti diplomatici e

costituzionali consacrati, il dogma della autorità. A Ginevra nel 1864,

a Losanna, nel 1867, a Bruxelles, nel settembre dell'anno successivo,

a Basilea, nel 1869, la _Internazionale_ riuniva i suoi parlamenti.

Quivi, Bakunine l'aveva raggiunta colla _Democrazia socialista_,

v'innestava l'individualismo conflagrante, cui Marx ed Engels, dopo

aver dettato il _Manifesto_, contrastavano con autoritarismo germanico

ed egemonico, disvolgendone le due correnti rivoluzionarie; una,

verso la statolatria accentratrice, l'altra, verso il sindacalismo

dissolvente. Il _comunismo_ ritornava in sulla ribalta della attualità;

vi aveva conglobato il binomio, che avrebbe dovuto scindersi subito per

incompatibilità di carattere; e l'elettrolisi della critica dispose,

in fatti, ai due poli opposti, li elementi inimici. — La _Comune_

aveva sfolgorato, sgozzata a Satory, agonizzante a Cajenna, accesa

dalla causa occasionale di un Sedan, di una capitolazione di Parigi.

La _Federazione del Giura_ affocava con calma scientifica li odii,

si opponeva, sostenuta da Bakunine, all'assorbimento hegeliano della

logica di Marx; le _Federazioni italiane_ optavano chiaramente per la

rivoluzione pura, per la tattica delle società secrete. Al congresso di

Bruxelles, del 1874, Cafiero non credeva opportuno accedere, eleggendo

le armi alle chiacchiere; e De Paepe constatava le due tendenze:

quella di Spagna, d'Italia e del Giura, anarchica, l'altra di Germania

e d'Inghilterra in cui predominava la nozione dello _Stato-operajo_.

Le Borghesie europee, all'agguato, eccitavano sommosse, scoprivano

e fabricavano complotti polizieschi: in fondo, la loro attitudine

era quella del sospetto e del terrore. Nelli anni eroici e di

passione dell'_Internazionale_, si determinavano le prime ragioni del

proletariato e delle filosofie libertarie, ad inlievitare tutta la

serie delle proposte e delle pretese, che ancora si avvicendano sul

campo della economia e si schierano, armate, nel breve e più logico

arringo della politica interna d'ogni nazione.

Per cui, nella coincidenza appassionata colla _semaine sanglante_

dell'ordine versagliese, Carlo Dossi giovane ventiduenne aveva

squillato, con entusiasmo e dolore, terzine libere di foscoliana

eloquenza, che dovranno rimanere nella istoria della nostra lirica;

terzine forse edite di poi ma anonime nel 1878, in un foglio

d'avanguardia, a cura di Luigi Perelli, quando l'Italia ultima,

ricondotta alla greppia dalle moine e dalle carezze di Margherita

e dalla ostentata democrazia di Umberto, nuovi re, si sentiva, per

tornaconto e d'impostura, per pigrizia e viltà, tutta scombussolata al

fatto semplice di cronaca del Passanante.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 12 / 17 段