«Povero[103] Vate! in che rimorsi fieri

De l'antica viltà struggi te stesso!

_Ti levi e insulti_! e non sai dir cos'eri...

Se allor più vile — o men superbo adesso.

Cessa lo scherno.

Non insultarla se tu sei poeta,

La sacra fiamma che ti accese il core»;

per interzarvi, da _La Ragione_ milanese, l'apostrofe patetica:

«Poi sdraja[104] nel porcil l'anima sazia

E — vigliacchi siam noi — si mette a urlare.

Potrà darsi benissimo. Ma... in grazia...

Se parlaste un pochino al singolare?»

Sarebbe riuscito imminente un poema a Giosuè Carducci, console di

repubbliche per schiette rivendicazioni letterarie:

«Enotrio[105], dormi ed alte a' il ciel le grida

de la battaglia vanno, e la bandiera,

la tua bandiera dispiegata ai venti

sta ne la pugna.

E lo Stecchetti avrebbe accusato:

«........ de l'incenso il puzzo

e il canto fermo e d'Escobar la voce,

e il buffon Mena, da 'l tuo forte schiaffo

segnato il viso le tue laudi canta,

ma co'l pugnale di ferirti prova

dietro le spalle.

Oscenamente dondolando l'anca

Bavio, spadone, d'assalir si vanta

l'arte tua bella e di tenerla sotto

ferma, domata;

e Lesbia, usata a glubere i nepoti

flosci di Remo sotto gli angiporti,

getta il tuo libro e colla lingua infame

turpe lo dice.

Ecco i nemici».

Per intanto, _La Desinenza in A_ aveva ingaggiata la pugna a

mezza lama, sotto; aveva preceduto il rosario delle pubblicazioni

sommarughiane, che da Roma, riburattate dal fresco ventilabro della

unità italiana, spargevano sementa gagliarda e spregiudicata, protette

da i nomi grandi di Boccaccio e di Machiavello. Il breve libro denso,

schiaffeggiatore, apriva la carica, come un foriero galloppante

sopra il miglior cavallo dello squadrone, a _Gli Amori bestiali_ del

Valera, a _Terra Vergine_ del D'Annunzio, a la fioritura bolognese

della _Postuma_, della _Nuova Polemica_; aveva snocciolato non

poche avemarie, già nel 1878 prima che in patria si incominciasse

ad allungare le orecchie dalla parte di Francia, ascoltando quanto

volessero dire di nuovo Zola ed i suoi amici, — «Com'è, _La Desinenza

in A_ — libro non certo per monacanda — rappresenta la giovinezza

dell'autore, gli errori della poca sua carne, il suo squillo di

bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli è oggi completamente

sfiorita. La penna che segnò quei ritratti donneschi è rotta per

sempre. Bene sta. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi

d'infanzia e vi offersi _L'Altrieri_; adolescente, di adolescenza e vi

diedi, L'_Alberto Pisani_; giovine, di gioventù ed eccovi _La Desinenza

in A_. Se la vecchiaja non mi sarà, come sembra, contesa, scriverò

cos'è da vecchio — metafisici soliloqui, archeologiche dissertazioni;

chissà mai! anche ascetica. Letterariamente, almeno, il Dossi non si

falsificherà[106] mai».

Già dal 1883 egli aveva ipotecato, logicamente, il suo avvenire,

predette le sue tappe, tutte quante sorpassate nel suo vivere:

l'ascetica doveva arrestarsi all'_Inno al Dio venturo_ in cui

tutte le libertà, tutte le bellezze, tutti i benesseri conquistati

avrebbero proclamato la felicità dell'uomo, al cospetto del cielo

sereno e rappacificato, sulla paura della divinità, sopra il terrore e

l'invidia de' propri fratelli. — Ma pure, cristalline rimasero sempre

la prosa e l'anima di Carlo Dossi, a rinfrangere le meraviglie de'

suoi sogni, il disgusto della sua onestà, la fiducia costante nella

perfezione e nell'umano volere. Per conto suo, in arte, fu e rimase

aristocraticissimo: come Frine egli non ambisce che all'omaggio de'

sovrani... dell'intelligenza.

Non venne per ciò e d'un subito compreso; anche oggi lo comprendono

poco. Allora minimamente, quando la pudibonda gesuiteria era venuta

all'arme, quando il Carducci denunciava i cuoricini stillanti lagrime

e sangue, esulcerati dal nulla de-amicisiano, le marionette di carta

pesta e di filo di ferro del Giacosa, ed incominciava a genuflettersi

il Fogazzaro, e deliberava, tra il boja e l'esorcista, quell'altro

Imbriani dei _Dio ne scampi dagli Orsenigo_, e s'inteneriva liricamente

_La Contessa Lara_, promessa al coltello assassino del suo ganzo,

povera vittima di letteratura e d'amore, e s'incarnava, a doppio

aculeo, la _Nuova Polemica_, suscitando reazioni.

Ultima questa era venuta a definire ed a stravincere: ribatteva nel

_Prologo_ le lamentose ed aggressive fandonie del feminismo arrabbiato,

corso a mordere alle calcagne Stecchetti e compagnia: si faceva a

gridare «contro le[107] svenevolezze degli amori poetici passati, che

tendevano a fare dell'arte un mare di latte e miele». Donde la donna

viva e vera era esclusa, dove si ammetteva una sua copia manierata,

aerea fumigosa, dispersiva, ideale che veniva a lagrimare, come un

salice piangente, magra lirica, in ogni romanzo. La _Silvia_, la _Nice,

l'amica lontana_ facevan da modelle promiscue; Vittorelli trionfava;

il _cant_ della superipocrisia anglicana pontificava dentro le fuori

la vita e la letteratura. Era «l'ideale[108] disceso agii uffici del

mantello di Noè; voglia il senno italiano che Sem e Jafet, a forza di

trascinarlo piamente su tutte le vive libertà del secolo, facciano di

te un cencio spregiato anche dai rigattieri e dai preti!».

Ultima determinava, a favore della libertà dell'arte, di cui, per sè

stessa, _La Desinenza in A_ aveva già usato vittoriosamente; evitando

l'eccesso ed il contagio del francesismo allettato a visitarci, col

favore de' pronubi avvisatori innamorati dello Zola, e conservando

tono, nerbo proposta e risultato nazionale. La _Giacinta_ del Capuana,

i classici e massicci _Malavoglia_ del Verga, sicuro attestato di

potestà siciliana, sarebbero venuti dopo. _Madri per... ridere, —

Commedie di Venere_ stavano per uscire, sollecitate dall'esempio

dossiano.

Nel folto della mischia, corpo ed anima, alla bersagliera, era infatti

venuto a sciabolare, ad amministrar manrovesci e stoccate, Cesare

Tronconi; aveva raccolto un buon libro di altre e saporitissime

_Confessioni e battaglie_ — che hanno il merito di precedere quelle

carducciane — e lo inviava «Alla_ Gioventù italiana (maschi e femmine)

affinchè non si lasci imbecillire_». Vi si leggeva, come «il realismo

non è che l'uso, in arte, della _ragione pura_, — che l'immoralità

vera, in arte, consiste nello scrivere i libri così detti morali, —

che il realismo, come lo intendo io, è un continuo inno al bene ed

alla virtù, — che la morale, la morale, la morale per l'uomo è...

la donna e il denaro». Vi difendeva sè stesso, Praga, li amici; si

schivava dall'essere un imitatore di Zola, «perchè l'arte non si impara

a scuola — l'arte deve essere nell'anima — l'arte è l'anima stessa».

Per ciò rivendicava il diritto del tempo ed il tono morale di quella

speciale atmosfera, se, contemporanee, _Nana_ e _Commedie di Venere_

erano pur uscite, ignorandosi. Per le piccinerie della ineffabile

_Rivista Europea_ e dell'altra, con licenza, _Nuova Antologia_ aveva

un motto che Carducci non lasciò senza parafrasare, _nel secoletto vil

che cristianeggia_: qui più completo: «_Cari fratellini Italianini,

piccinini, Cristianini ed... Ebreini_.» E con ciò _Delitti_ avevano

respiro.

Perchè non vorrò lasciar da parte Cesare Tronconi, dimenticato, o

spregiato, dai saputelli euforetici del corrierismo, dove accorsero

dalla anarchia e dal iperdannunzianesimo, sapendo che tutto potevano

conservare, rivoluzione ed Arcadia in quel luogo refrattario alla

sincerità, aperto a tutti i retori barzineggianti d'Italia. E lo

rammenterò, come mi apparve nelli ultimi anni in cui lo conobbi,

assorbito dalla morte troppo presto, mestissimo e sfiduciato dall'arte,

cui aveva volte le spalle per più sicura esistenza, e nei giorni

gagliardi, ne' quali la repubblicana amicizia di Perrussia e di

Quadrio, editori per gusto e per amore delle lettere, gli apriva

la _Casa editrice sociale_ e ne accoglieva i romanzi. — Dalle loro

pagine donna Venere-Tisbe-Clementina-Salieri-Arditi-Miller, può dire,

a conforto della _Desinenza in A_... e del misoginismo del tempo: «Se

sapessero[109], quanti sguardi non significano altro che: _Sei tu il

mio cinque franchi_? — oppure: _Vuoi tu essere il mio due-franchi_?»

Per lo che Tronconi istesso interviene e riflette: «Ogni[110] donna è

un caso nuovo. Dobbiamo quindi regolarci secondo i casi. Certo, bisogna

capire... e qualche volta si capisce... quando non si è innamorati —

perchè è la _femmina_ che rende ciechi noi altri. — Ora, la femmina è

fuori e la _donna_ è dentro. Bisogna trovar la chiave». Egli tornava

a distinguere, a far due parti di un tutto: e bene, la sua dedica

non rifuse, come la _Palingenesi_ dossiana? «A Lei[111] che ricorderà

questi versi giusti... ma ingiusti:

So che. . . . . . . . . amore

In. . . . . . . . . . . uccidi

So che. . . . . . . . . core

So che. . . . . . . . . irridi.

Pur. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . .

E non inorridisca, se....

In Arte, tutto ha la sua ragione d'essere — purchè tutto sia al suo

posto. Quell'intelligenza che mi si è rivelata così bella... può

comprendermi bene». — Comprendono male i barzineggianti, che fan della

morale ad uso de' cotonieri e dei caratisti delle fabriche nostrane di

automobili. Perciò, qui, Cesare Tronconi può trovare il suo posto; da

che, mi pare che questo sia un rosario recitato a tutti i santi senza

altare, e destinati alle future basiliche della sincerità.

Per allora, un momentaneo entusiasmo spingeva il Dossi alla popolarità;

parve che sorgesse e potesse insistere, nel cielo torbido delle lettere

e della critica riconosciuto, il sole meridiano della novella e del

romanzo nostrano. Altri, in un impeto di bufera artificiale, vennero,

come nubi a distendersi cupe, a velare per poco la faccia d'oro e di

luce; poi si dileguarono: ritornò il sole a soggiogare le nebbie.

Comunque tutti i poveri di spirito della pudibonda melensaggine patria

e confessionale gridarono allo scandalo ed alla irriverenza. Li ultimi

cavalieri di Re Arthus infiordalisati sotto la procura lasciata loro da

Tomaseo se me adontarono. Risuscitarono, per l'occasione, li spauracchi

più neri del loro arsenale di guerra, a difesa del loro sacratissimo e

male odoroso pudore, per difetto di cotidiane ed igieniche abbluzioni

alle parti, domandarono per ogni dove, foglie di fico, di platani e

di vite; Stecchetti pornografo, Carducci ateo e fuori legge; altrove

Swinburne contaminatore di Londra; qui Dossi infamato con quelli. E,

nelli insulti verbali, la rugiadosa pastorelleria risuscitò dal _Bosco

Parrasio_, per scolare nelle pie giaculatorie manzoniane, trovando che

_La Desinenza in A_ aveva sorpassato _Nana_. Certo, ha detto più di

Zola perchè Dossi è più grande stilista; dove s'arresta la fotografia

zoliana, là incomincia l'idealismo dossiano. Il suo timbro risuona

in tono ben diverso che non squilli il gong di _Nuova Polemica_;

unico ancora tra i suoi coetanei a dare quella nota di sua esclusiva

personalità. Egli ebbe il coraggio di riscrivere il vecchiume misogino

di venti secoli di letteratura, eroicamente senza ridirlo saggiandolo

al suo tempo, provandone il contenuto colli aspetti che l'epoca

sua gli offriva in ispettacolo: aggiunse, alla fisiologia ed alla

patologia classica e romantica dell'odio e del disgusto per la femina,

la novissima diagnosi delle donne ch'egli seppe e vissero con lui, le

fermò, indice di costumi sociali, di un agire singolare. Chi considera

_La Desinenza in A_, come fa del resto il Croce al puro obbiettivo del

metodo estetico da lui ereditato da De-Sanctis, si svia. Carlo Dossi

non va giudicato, isolato, come categoria, ma deve essere posto a

paragone di uomini e di avvenimenti, ragione storica non solo d'arte,

circondato dalla sua atmosfera morale e fisica, da cui respirò idee

e nutrimento, cui ridiede nerbo ed eccitamento per maggiori volate di

bellezza e di sincera applicazione.

Egli può venir imputato, da chi sa molto e non ha oscura nessuna delle

letterature europee, d'aver riportato in tempo presente il succo

delle pagine argutissime, felicissime, piene di vita del Delicado,

spagnuolo, canonico che amò l'Italia, le sue cortigiane, le avventure

di passione e di risa e di scherno del nostro rinascimento e diede a

noi il più storico simbolo di quella umanità colla _Lozana andalusa_.

Altri potranno obbiettare che _La Desinenza in A_ si appaja in alcuni

capitoli in parentela prossima ai _Raggionamenti_ del divino Aretino,

ed io pure sarò di questo parere; ma tra Carlo Dossi ed il Messer

Pietro intercorrono oltre trecent'anni, ed il _la_ de' _Raggionamenti_

è la dilettazione sessuale soppannata di satira, mentre qui risuona

in timbro di riprovazione e protegge le verità contro le menzogne.

E poi, che gioverebbe questo paragone? A confermare l'opinione mia

espressa altrove che il nostro realismo italiano non fu altro che un

passaggio classicista, un ritorno al motivo iniziale e positivo della

nostra rinascenza, sollecitato dalla voga zoliana; un rivedere in massa

e materia, in plastica ed in pittura il mondo che il romanticismo

intermesso, ma soffocato aveva descritto in idee ed in forza, in

possibilità ed in trasformazione. Il valore nuovo di Carlo Dossi sta

come azione di vita e d'arte, pur esplicandosi con formule naturaliste,

metodo di arte per la tangibilità.

Oggi, pur troppo, lo so per esperienza, tornano i giorni dell'_Indice_:

corre per le città una turba di iconoclasti e di svergognati piissimi

in cerca del vero e del bello, e, perchè nudi, li fanno sudici. Non

accorge la morale bruttura della sua anima collettiva e feroce. Oggi,

il _Concetto della Pornografia_ ha cambiato sede; io lo rimetto nel

cervello, quelli altri lo inchiodano, tra coscia e coscia, nel sesso.

Oggi, la pornografia è venuta in coturno a passeggiare, tra li onori

delle pubbliche sedute parlamentari, careggiatavi delle 40.000 firme

di dame e di dami di bergamasca e grottesca notorietà: _coprire è

mentire_. — Oggi, pornografia non è più quanto insulta, o non rispetta,

il diritto d'arte, la bellezza della forma, la necessità funzionale e

naturale della letteratura. — Pornografia non è pur sempre, e dovrebbe

essere, quel pleonasmo che esorbita sul necessario, il dettaglio

viziosamente enormizzato a proposito, sì da riempire il primo piano,

la piccola e misera ragione di sfondo, l'atto accessorio, verso cui si

vuole forzatamente condurre l'attenzione del lettore; dove rimangono

l'artificiosa esposizione, l'inutile suggestione intensiva per li

esercizii dell'inguinaja e delle perversità, certo di natura, ma non

tutta la natura. Molti libri, affatturati su questa ricetta, invece,

hanno spaccio per ciò, e sono lodati; moltissimi lettori vi accorrono,

se a pagina tale, o tal'altra, degustano il sal amaro ed il limone

spremuto di scene speciali, in cui Garaguez e Priapo, turco e romano,

falliformi soggetti esemplari, discutono colla _chteis_ greca e si

accordano internazionalmente sempre, qualunque siano le loro capacità.

Tali pubblicazioni si determinano per lucro; dimostrano l'esibizione,

l'eccitamento, l'offerta, la soddisfazione acquistata a tariffa:

«πόρνη bagascia: anche l'etimologia insegna; colei che vende piacere,

che inganna, cioè, all'amore eseguendone tutti li atti; colei che è

l'_idolatra_ secondo il senso evangelico di Paolo da Tarso; insomma,

la mercantessa di cose false, di spasimi e di voluttà simulate,

di preghiere mentite verso una falsa e bugiarda divinità. Così, la

letteratura pornografica rimane la menzogna gesuitica e male espressa:

La _Pia Giovanetta_ del canonico Nava, _La Via del Paradiso_, i romanzi

ascetici e modernisti del Fogazzaro, il brecciame e la rigatteria

variopinta, ricucita insieme, li sfoggi invelati di lussuria da basso

impero, centone d'annunziano: tutta la roba rinverniciata, ridorata,

a richiesta del tempo giudeo e ghettajuolo, le acadabranti posizioni

ultra aretinesche, l'ambiguo ed il grigio, ad encomio, dell'epoca pigra

e lutolenta, che appare, ora, sotto l'etichetta del libertinaggio, poi,

della scienza, quindi, della religione, per ingannare, per corrompere,

per farsi comperare, perchè autore ed editore ne abbiano i profitti

maggiori: _Pornografia_.

E già che ci siamo, oh si, pornografia il nostro reggimento politico,

in cui nulla è spontaneo, sincero, serenamente responsabile, in cui

tutto è un affare, una burla insidiosa ed assurda, un commento pagato,

un volo lucrato. Onde, se un giudeo di grandi numeri e di vertiginosa

eloquenza, ipostasi non corretta di un montanaro allobrogo e cinico,

interposto Luzzatti al potere dittatoriale di un Giolitti; se il

filosofo-economista-scrittore di sulla religione sulla tolleranza,

sui diritti dell'anima e della pancia, in bilancia tra il Ferri,

avidissimo guascone di prerogative ministerali, ed il salesiano

astuto bracconiere di coscienze e dilettante di gaudi deretani; se il

Primo Ministro di quest'ultimo regno ingiurioso al buon senso ed alla

virtù (ahimè, virtù!...) italiana, spaccia circolari per difendere

la morale pubblica dai libri, dalle stampe, dalle cartoline, dalle

scatole di zolfanelli, dalle maglie color carne, dalli inviti pandemii,

dalle occhiate che offrono, dai _pis-pis_ coi quali anche la povera

prostituta si sfama, se, in quest'ora grigia dentro cui l'episcopato

trionfa in Parlamento, la scuola è mancipia dei frati e delle monache,

le banche passano allo sconto dietro l'attestazione _del biglietto di

pasqua_, si vien parlando di morale, di ritorno ai sacri affetti della

famiglia, d'instaurazione etica, di conservazione della innocenza,

di diritti sacrosanti alla pura ignoranza delle vergini; oh, sii,

sono assolutamente convinto che tutto è pornografia tranne le aperte

imagini, le belle pagine, le sincere rappresentazioni che danno l'uomo

nudo ne' suoi atti d'amore; tranne l'eterno, purissimo, vittorioso

nostro paganesimo che insorge contro i Cristi e le Madonne rachitiche,

colle sue bellezze, vituperando in quelli venti secoli barbari e

tenebrosi di teocrazia, di dispotismo, di ferocia cristiana, attestando

la sua perenne divinità umana già mai oscena, se l'arte colga in

ogni positura, e, commossa, rappresenti carne e spirito nell'odio,

nel piacere, nel delirio insindacabile dell'amore, compartecipato

gratuitamente, proferto ed accolto. E grido: «Se incominciassero

codesti preti della morale pubblica a redimersi alla vera morale!».

Tutte quelle rappresentanze di un lucro sociale e costituzionale,

tutti que' funzionari rimunerati vorrebbero forse mute le pagine di

_Desinenza in A_? Ha Carlo Dossi trafficato mai del suo volume? Nessuno

fu più di lui schivo a spingere il successo ad utile fortuna: egli

sfida ogni indignazione cruscante e cristiana, pretesto ed ipocrisia,

perchè non ha fatto nulla più di quanto fecero i loro Padri e Dottori

del _Vocabolario_ e della _Chiesa_. Ha riposto sulli altari quell'amore

doppio e spaventoso in peccato, perchè ciascuno lo ammirasse con

terrore e lo fuggisse con prudenza. — L'impudenza de saccentelli e

dei paternostranti, del resto, apparve stolta, se ha voluto bruttar

di fango pornografico _La Desinenza in A_; di rimbalzo schizzò loro in

faccia. Quest'opera, dedicata a Tranquillo Cremona dalla cui pittura,

Dossi, imparò a scrivere; quest'opera, che fu alli occhi molto casti

e manzoniani di De Amicis la prova della virilità di un letterato

formidabile; questo volume, che al classicissimo Luigi Lodi si presentò

con pagine «serenamente[112] belle, in cui la verità della vita è

intesa e rappresentata con sobrietà, con nettezza di colorito e con

bella sincerità d'artista» non è tale d'essere proposta per lettura

_ad virgam erigendam_, a cantaridina sospetta, per Taidi e Batilli

impomatati, per vecchiaccie insoddisfatte e ninfomani, per vecchiardi

impotenti ed insatiriti. — Luigi Lodi comprese «lo sdegno[113] iroso

di chi imagina un mondo in cui non può, o non vuole, penetrare: l'odio

feroce dei solitarii contro la gente che non conoscono, la crudezza

ricercata di pitture e lo studio disgraziato delle parole difficili,

degli accoppiamenti e degli accostamenti disarmonici di lingua»; ma

accorse pure «che, di tratto[114] in tratto, la pura tempra d'artista

sapeva liberarsi forte e schietta dall'involucro accademico, onde

si era avvolta e aveva, per una virtù, che è propria degli uomini

d'ingegno vero, la intuizione esatta del reale e scriveva con una

muscolosa energia, con un disprezzo superbo, che raggiungevano, non di

rado, il maggiore effetto».

E però, quei melensi spauriti, tra la giaculatoria e la somma de'

spiccioli recapitolatrice dell'introito giornaliero, bottegai al minuto

e strozzini all'ingrosso, alla nuova edizione di _La Desinenza in A_

si sentiranno orripilare. Stiano lontani, si scansino, l'aborrino.

Di questi giorni, alcuni possono reclamarla sentinella futurista

(disprezzo alla donna!) con suggello marinettiano, altri vengono ad

aggiungerla a _Quelle Signore_, senza scrupoli reddituarie, per Le

_Maisons Tellier_ e l'_Amministrazione Notari_: la sua ristampa in

ogni modo commoverà la _Gente-per-bene_ delle _Leghe per la pubblica

moralità_. Sciocchezze tutte che si ostinano ad accorrere per

ricompensare o per proibire, autenticandole e truffando nello stesso

tempo, le basse ignoranza, o le povere ed incomplete malvagità.

Malsicura coscienza del proprio valore, sollecitare, col pagliaccio

in sull'entrata, colle insegne sesquipedali alla finestra, perchè si

accorgano di voi: miseria, proibire, condannare. La prostituzione è un

organismo ch'ebbe movimento dalla società, dalla comunione, dalle leggi

che vollero impedire: il giorno, in cui il dogma ed il codice vietarono

il libero connubio per ragioni statali ed economiche, si rizzarono

le prime tende del dicterio: quando l'uomo si trovò nel bisogno di

concorrere alla tribù, tutto ebbe valore, anche il proprio sterco:

quindi, confini ai campi, limite all'azione, distinzioni permesso e no,

venalità per il sesso.

Storie povere di mendicità internazionali e gemebonde. È pur lecito,

che, sotto il patrocinio di San Luigi re, morto casto e imbertonato,

in un torneo, mentre, piissimo, attendeva ad un'ultima e mirabile

crociata; è pur meritorio, che, accomandati da San Luigi prete,

vergine che vergognavasi di guardare in volto la madre sua, temendone

tentazione carnale; è pur logico, che, ripristinato un specie di

_Indice_ nel gabinetto del procuratore del re, dove si accolgono le

delazioni de' diversi Santini, de' varii senatori Béranger, delle

dispersive Mrs. Grundy; risorga in onore la così detta _Police des

moeurs_! Impudenza presbiterana; cacciatori di ragazze del marciapiede,

di cartoline illustrate a donne nude, di _Asini_ podrecchiani li

agenti si ritrovano per essere esposti alle tentazioni di un sadismo

sociale e questurinesco. Dentro di loro vigilia il senso nascosto della

_dolcezza di far sofrire_, di spingere, pizzicottando le braccia e

le natiche alle sorprese, di lacerare le imagini, di deporre davanti

il magistrato calunnie. Portano daghe e dovrebbero rimettersi il

sajo col caperuccio a bauta dei famuli; mi si rappresentano collo

staffile in mano e la disciplina, intonacati, il kepi a sghimbescio, le

mortelle al kepi, in un orrido compromesso di costumi, capuccino-Menot

birro-croato-vice-boja-dell'Inquisizione. — Vengono a passi foderati

di ovatta, come i gatti in ispedizione ladresca: annusano l'aria,

le carte, l'inchiostro di stamperia, i cartoncini bristol e no, le

sottane, le mani, l'alito, le pudende. Louis Veillot di ultramontana

e clericalissima memoria ha raccontato di un santo che avvisava,

dall'odorato, la castità feminile, cane di scovo per selvaggina di

paradiso: codesti agenti si pretendono dotati della medesima istintiva

virtù per quella d'inferno.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 11 / 17 段