Scoperchia tetti seziona case, divarica cortine... e coscie, spalanca

imposte, abbatte usci e tramezze; segna e segue chiunque incontra

sulla via pubblica; ne pesa il cervelletto dalla cuticagna; penetra

nell'occipite e s'aggira nelle circonvoluzioni cerebrali; discende pel

midollo spinale; si sofferma ad analizzare il succo che ne spremono

le ghiandole: divide la vita feminile in tre parti; le dice tre atti

di una tragedia comica di dieci scene ciascuna, in cui dramatizzano e

farseggiano personaggi esemplari; precede ogni atto un _Ouverture_,

come una sinfonia, che riassume, _leit-motiv_ e spunti, accenni

musicali e variazioni, tutta la tematica della orchestra e del canto;

_Intermezzi_ e _Finale_, che si presentano, come il coro della tragedia

eschilea e della comedia aristofanesca, e, se non danno il giudizio

della folla, pure come il _personaggio che canta_ e il _genio muto_

della scena chinese, come il _Gracioso_ di Garcilaso e di Lope de Vega,

esprimono il sentimento e l'intervento dell'autore.

Pupe di carne innervate a capricci ed a cattiverie, pupe di cenci,

di cera, di mecanismo, si rispondono, nel giuoco, appena uscite dalla

culla, in sulle prime pagine; si destreggiano, nella scuola redibitoria

della guardaroba, del lavandino, della scuderia, nella normale

educazione del servidorame; incominciano a vivere a paragone per la

civetteria, l'inganno, l'intrigo, l'elegante viziosità.

Carlo Dossi, non ancora padre, non ancora chino a scoprire ed a

scifrare l'intimo fiorire della intelligenza e del sentimento sopra

figli suoi, ebbe delle intuizioni esatte, delle rivelazioni istintive

e naturali, quando dettaglia il piccolo tenace ed egoista organismo

della feminilità bamboleggiante; prescrive anche una norma a' suoi per

il futuro.

Poi il Collegio; un collegio tipico di ricchi, dove incontrate le

bimbe di Rimbaud e di Tarchetti ad erudirsi; dove si risvegliano le

prime prurigini; dove, le angiolette meditano, col palato, il terzo dei

sacramenti ed altre si preparano al settimo»; mentre si disputano «a

gara il Millo del portinajo, un gongolino di un anno e se lo serrano

al seno, e gli fanno il linguino, e il pizzicorino, e lo mangiucchian

di baci e carezze — baci che han denti, carezze che hanno unghie

— palleggiandolo, soppesandolo, mirandolo e di sopra e di sotto e

all'indrizzo e al rovescio, per imparare forse, come i bimbi si fanno».

E le malignità, e le insinuazioni: si determinano i caratteri.

Vi son dipinti i balli e le ragunate: casa Polonia espone le proprie

magrezze, ricoperte per pudicizia, colle figliuole da marito; le mamme

decantano le palesi e nascoste virtù delle loro bimbe all'incanto.

— E l'amor di sorella risponde colla gelosia, colla diffamazione;

e l'amicizia è impastata sul livore e l'invidia, che traboccano in

cortesi scortesie, in aggraziati dispettucci, in umili vanaglorie,

dove le linguettine fesse impastojate tra l'_r_ ed il _v_, lubriche di

francese, unte di pittoresco gergo, lutolenti di domande indiscrete,

schiumeggiano, dimostrano l'arte maravigliosa e feminile del _Flos

duellatorum_, inchiovata, un'altra volta di più, in un odio sincero

d'amicizia formale.

Noi sapremo come ami una madre la propria figlia; come, nelle gioie

del matrimonio, si amino li sposi; noi vedremo morire la _marquise

Iza Millerose di Garza_, maravigliosa maschera indimenticabile, erotta

diritta a sfida per _Les Diaboliques_ di Barbey d'Aurevilly; se chiede

alla infermiera lo specchietto, al sacerdote il viatico, al vasetto

cinabro e cerussa per comparire, dipinto cadavere, in sulle soglie

della eternità, mormorando le antitesi di sua vita, tra il sonno e la

veglia: «Suis-je en ordre pour le bal? où êtes-vous, mes amis? Dio,

non rapitemi il sole! Il bujo soffoca — e lo specchietto le fuggì di

mano. — Perdo il chignon!... Mamma, il chignon!... e con un profondo

sospiro, Iza piegò sulla spalla il capo, torta la bocca». Fissa la

statua perenne, nel marmo della morte, Carlo Dossi.

Escano a stuolo le _bergamine serotine_, le lussuriose rondinelle del

crepuscolo e della notte; portino la pregustata golosità, il piacere

alla caccia del vizio; ridestino le memorie del lavoro di Venere, la

rinomea delle manipolazioni erotiche e strane.

L'evocatore sfoggia la sua potenza; chiama a sè lo Spirito della

Lussuria, senza materiale corrispondenza, senza bisogno di un

seguito diretto, in cui si sfibri e si plachi. L'atto si annulla

alla visione; rimane l'entità _psichica e morale della intenzione_;

il gesto si spiritualizza, s'infosfora di bellezza e di pensiero;

l'animo dell'artista, erotizzato, si esaspera; il cervello persiste a

definire, in etica, l'estetica; rende la nobiltà di un ideale entro cui

combattono e fremono, senza potersi superare, in vicenda, il Cielo e

l'Inferno. È l'umanità nel suo punto più nudo e più crudo, in bilancia

sulla Purezza e la Lussuria, fulcro Priapo; pietra nera d'Elagabalo

discettatore della ragione animale ed eterna.

La punta della penna di Carlo Dossi stride ed incide, nera, sulla

carta indelebile; non l'emula lo stile libero, che tracciò il

museo secreto di Giulio Romano, di Marc'Antonio, de' Caracci,

dell'olandese Torrentius, delle stampe saporose e grasse di

Rembrandt; le _grivoiseries_ postillate ed acquarellate, a sanguigna

ed a _grisailles_, dei La Tour, di Boucher, di Fragonard, delli

artisti in diciottesimo, del diciottesimo secolo, che hanno dato il

massimo contributo al _Décolleté et Retroussé_ di quattro secoli di

_gauloiseries_, non la superarono mai. Anche Rowlandson, colla sua

gioja ventripotente e massiccia, anche Hogarth son già sorpassati. Goya

gli cavalca alla portiera di sinistra, a destra Rops; essi gli porgono

il terribile ed il delizioso; riabilitano, colla soferenza la lussuria:

«Oh se la voluttà non è che il sorriso del dolore, la lussuria sarà

lo strazio dell'amore!» Ancora i Giapponesi insegnano. Orribili e

bellissime hanno dipinte delle donne riverse, li occhi chiusi, i denti

serrati, tra la linea di sangue delle labra, il ventre martoriato,

straziato da una caviglia spettacolosa; deformi li uomini e divini,

inalberando un _lingam_, invidiato dal Dio di Lampsaco; orribile e

martire, la donna succhiata dalle mille ventose di una piovra, e pur

convulsa, isterica, soddisfatta dalla lussuria che conduce a morte:

orribile e reogonico, il mostro ragno mygale, che divora, lentamente,

il cuore alla fragile Tang Choui, la Dea della oscurità: orribile ed

aspirante, la _Corona del Piacere_ incredibile scoltura ferruminata

d'argento, d'oro, di stagno, di perle, di giada, di avorio, di legno,

di bronzo, di corallo, di lacche, di porcellane; corona di tutti i

peccati mortali, che si spiritualizzano in tutte le virtù: l'_Hoan-hi

Koan-mieu_. Morte; Lussuria: perciò è morta Iza Millerose; perciò

vengono portate in trionfo, da braccia maschili ed ebre, da banchieri,

studenti e cavalieri di fortuna, sopra la majolica bianca degli sparati

insudiciati da una notte di veglione, _la Sciana_ e la _Firisella

debardeuses_ emerite di borse e borsacchini; perciò si baciano

frementi, sulle bocche insaziate, nella cella conventuale, piissima,

nuda a difendere il _vas spirituale_, la _janua coeli_, la _mystica

rosa_, le monacelle ed, altra farnetica le serafiche misticità di Santa

Teresa gridando: «_Dabo tibi dorsum et non faciem_» quasi parlasse al

Diavolo, mentre s'intrattiene col suo confessore, — il che è lo stesso.

Perciò tengono casini da giuoco per i barati, i bari ed i baroni,

principesse valacche e russe, vive ed attuali similitudini di quella

Leonora che andò sposa a Borso d'Este: «_faciem pictam, dotam fictam,

vulvam non strictam_»; — perciò la Barbica vende carne tenera feminile

e già scozzonata; — Sofonisba Altamura del Conneticut dispensa il

feminismo alla moda — vi appaiono cinedi ed insatiriti; — la duchessa

di Stabia, nuova Marulla, ingaggia domestici d'alta statura, dal collo

toroso, dalle spalle quadre, a servirla per cocchieri e stalloni,

salvo poi licenziarli, se, nel soddisfarla dimenticano di chiamarla

_eccellenza_; Elda duchessa di Stabia, che _divaricavit tibias suas sub

omni àrbore_.

Mirabile ed autentica sintesi letteraria; è sempre l'idealista

precipitato in fondo alla cloaca sociale, dentro li infondibuli del

sesso. Ne estrae il groviglio biblico: la donna, il dragone, l'uomo, il

pomo: tra fiori, tra frasche, tra le angoscie: il serpe-dragone, sopra

tutto, che rinchiude, nelle sue spire, tutto l'amore della umanità,

che lo agglutina, lo protegge, lo cova e ne schiaccia mosto dalla

pazzia e dall'isterismo. Mirabile assunzione della carne nell'ideale:

Carlo Dossi, come Barbey d'Aurevilly, come Rops, come Péladan, come

Villiers de l'Isle-Adam è un gnostico; Lussuria, per lui, sottintende

la Morte, — donde trova: il Peccato, l'Assoluzione. Ne descrisse il

simbolo Flaubert nella _Tentation de Saint Antoine_: «_Toutes sortes de

bêtes effroyables surgissent: c'est une tête de mort avec une couronne

de roses; elle domine un torse de femme d'une blancheur nacrée, et

dessous le linceul une étoile fait comme une queue. Et tout le corps

ondule à la manière d'un ver gigantesque, qui se tiendrait debout_».

Gorgone d'altra e modernissima fattura, non quella che ha spaventato

Sant'Epifanio, durante le sue preghiere, nel deserto: «La Gorgone

somiglia ad una bella donna, i suoi capelli biondi terminano in teste

di serpente; tutto il suo aspetto è incantevole; ma se tu la guardi,

muori. Quando infuria di fregola, chiama, con voce armoniosa il leone

ed il dragone e li altri animali, ma nessuno accorre all'invito.

Quindi brama l'uomo. Costui si lascia ingannare e l'avvicina; ma

s'Ella concede di nascondersi la testa la si cattura di sorpresa»: —

«Questa donna, che nella sua bellezza sorride d'amori, ti regalerà

l'anima e la morte»: termina Ottavio di Parigi. Nella sequenza di

queste psichiche esperienze, il risultato è un paradosso, di queste

espressioni esestiche la nota determinativa non è già la caricatura, ma

l'humorismo: sopra la linea solita della realtà sociale si disegna la

sigla personale della verità umana; la scoperta è ancora una specie di

grottesco feminile.

L'humorismo ha trovato che sia il _vero pudore della donna_; portato

dalla sua educazione, indica la paura dell'uomo consideratolo come

nemico, prima d'averlo carnalmente saggiato. Ma fate ch'ella si

famigliarizzi col mostro; ed il pudore sarà una natural reazione, la

tattica istintiva di tutte le femine della zoologia, tattica e processo

che mira alla sovraeccitazione dei sensi, all'erezione massima della

virilità per l'assalto ed il possesso.

Il pudore — nel giudizio di Carlo Dossi — ed i connessi attucci

difensivi della civetteria, sono cantaride, carezze squisitissime,

via alla lussuria: la realtà sessuale compie quanto l'imaginazione

ha mal indovinato, e qui la lussuria è l'unico legame che mantiene

l'accordo carnale e psichico tra l'uomo e la donna; che quando

incespica in un giuoco impotente risovviene la castità e la continenza

per logico dispetto. Però ch'egli vide tutte le donne così: affannate

ed intese a quest'unico scopo; saziare le bramosie del sesso. La sola

dissimulazione che loro presterà non altro significa che l'apparenza

forzata di dover ubbidire. Esse invece determinano e regnano; esse

invece, si modellano, schiave compiacenti, ai disegni preconcetti

del loro piacere, per soddisfarsi la morbosità curiosa della loro

imaginazione, avendo l'aria di farsi mancipie di una millantata

docilità.

Arte, artificio supremo scoperto e raccontato; le femine ci regalano

ma si raddoppiano; la febre erotica abolisce i generi; vi è un _duale

classico e greco_ che interviene, con un modo speciale e completo

di verbo agito, ad esprimere una duplice azione concordata. Ma la

virilità più da che non riceva,.... per quanto insofferente d'indugio

e bramosa di critica la _Desinenza in A_, trionfi sopra la fregola

pudicissimamente.

I timorati vergognosi di loro stessi, non lo credono, ma non importa.

La _Desinenza in A_ raccorda le linee della passione collo stile acuto

e dismagatore di un Rouvèyre, in tutti i suoi passaggi. Segue la donna,

dallo sviluppo alla esplosione della voluttà, in ogni attitudine,

quando le trine coprono una lupa, quando i lini male scoprono una

tigre, quando le mussole denudano una leonessa che rugge. Carlo Dossi,

se rifugge dal descriverci l'atto, lo suggerisce con due parole che ne

uncinano l'imagine tra riga e riga di una banale presentazione; noi lo

indoviniamo a canto ad ogni femina passante; di sotto alte maschere,

che va rappresentando nelle attitudini le più solite, noi scopriamo

l'unica positura animale, normale e personata caratteristicamente in

una parola, in un aggettivo che riproduce in sulla ribalta letteraria

l'altalenare commosso della foja.

E pure egli rimane freddo, come stanco e sazio: è l'artista che ha

la mano sicura, ferma e traccia dal nudo vero la figura del modello

lascivamente adagiato, con un tratto solo, dalla testa ai piedi e non

si eccita: si ricorda, disegnando lucidamente, di tutta la nomenclatura

topica ed anatomica, pronuncia delle frasi che palpeggiano ancora come

mani sui fianchi tumidi, altre che graffiano e mordono di voluttà,

ed or son tristi come ogni maschio dopo l'abbraccio; altre ancora

che riflettono il delirio suppliziatore di cui persiste la torsione

estasiata, il flagello della crudeltà, perchè Hilarion proclama: «La

lussuria ne' suoi furori, come la penitenza, è sempre gratuitamente

disinteressata: l'amor frenetico del corpo accelera la distruzione

e proclama, colla sua stessa impotente debolezza, l'amplitudine

dell'impossibile». Verdetto assolutamente futurista se un'altra volta

Marinetti ne dà le ultime conseguenze in un _Mafarka_ africano e

barbaro, disceso in modo insospettabile, — per quanto li altri non lo

vogliano comprendere — dalla _Bibbia_ e dalla _Desinenza in A_.

Però che Carlo Dossi, come F. T. Marinetti, è un mistico e la filosofia

del suo _Gineceo_, da tutte queste sue bocche spalancate, da tutti

questi suoi ventri nudi e proferii, urla: «Noi siamo i procreatori:

bianco di luna che inganna sulle rotondità callipigie e marmoree:

però che la voragine si apre sotto, piena di ombre, aperta sul nulla;

il maschio vi si troverà _sicut in vacuo basiliscus antro_» — Ma la

_Desinenza in A_ trionfa anche dopo il coito, gelidamente ostentandosi

doppia da un prisma nero. — Ricondotta _la carne_ ad una azione

esagerata, immessala in un posto preponderante, colla brutalità, nel

drama comico del mondo, opera come un perfetto esorcista, un demonologo

della scuola di Sprenger, che, per troppo amore alla salvezza eterna

dell'uomo fatturato e stregato, consiglia affidarlo alle fiamme del

rogo. Nella donna trovò subito la patologia, le rare; cercando _la

geniale_, ha sfogliato molte rose senza giungere alla sincerità,

all'affetto generoso, alla dignità, al sicuro affidamento, cui avrebbe

dedicato sè stesso. — Un gorgoglio di risa represse, lo avrebbe presto

persuaso della enorme fatica inutile.

«E[93] le donne? Oh, le donne!

Che modelli di spose,

di ragazze, di nonne!

Che virtù portentose!

Se questo tempo dura,

non c'è più corna per la jettatura».

Si ebbe davanti la folla della bagasceria rimorchiata da' suoi critici,

uggiolantigli alle terga, «un[94] nuvolo di gonnelle, — dalla seta alla

cotonina — ballerine ed avvocatesse (ambo oratrici coi piedi) trecche

toscane e maestre di scuola (ambo appendici de' classici) sorelle di

carità, mogli a nolo ed altre parenti posticcie, sarte, balie, modelle,

cantiniere, telegrafiste, filandiere... un cibreo insomma di femmina,

che, dopo di aver assistito ozioso alla pugna, cerca ora di riappicarla

coi denti e colle unghie».

Ciascuna di esse egli accusa nelle sue virtù maleficenti;

tiranni-domestici, bas-bleus, feministe, isteriche, streghe

sobbillatici, ninfomani, simulatrici di reato, pervertite, vampiri

dissanguatori, megere, prossenete, facitrici d'angioli, svuotascarselle

e brachette, lo scandalo, il tormento, la peste, la sifilide. Erasmo di

Rotterdam lo titilla a fianco: «Su via; bisogna confessarlo, la femina

è un animale inetto e folle, e pure piacente e grazioso».

Quante volte le letterature europee, con diverse lingue, metri

differenti, identiche intenzioni intonarono l'_Est enim mulier_ di

Sant'Antonino misogino e taumaturgo, al cospetto della cristianità!

L'_Avidum Animal_, che incomincia il suo alfabeto per terminare col

_Zelus Zelotypus_, è ancora lo stesso. Tutte le massime, i proverbi

della antichità, spolverati, ripoliti, riordinati _La Desinenza in

A_ ripropone colle apostrofi contro il malinteso feminismo, dalla

_Lisistrata_ aristofanesca al _pamphlet_, inglese del principio

dell'800: _Women and the Alphabet_ d'Higginson; dalle diatribe

d'aurevilliane alla psicologia stendhaliana, dalla epigrammatica della

_Erotica Biblia_ all'odio posticcio di bravata futurista, genialmente

marinettiana.

Anche il suo Swift permette allegramente il misoginismo, se concepiva

la femina non come creatura umana ma come una specie di essere tra

l'uomo e la scimmia, la quale è, tra li animali, mon il meno cattivo,

ma certo il meno spendereccio e più divertente. — Anche un recentissimo

e giovane Georges Fouret decanta maliziosamente _La Negresse blonde_:

«..... Sa mimique

Me dicte, et je sais lire en ses regards profonds

De vocables muets au sens metaphisique;

Je comprends son regard et nous philosophons:

Elle croit en Dieu par qui le soleil brille,

Qui crea l'univers pour le bon chimpanzé,

Puis, dont le Fils-Unique, un jour, s'est fait gorille

Pour ravir le pécheur a l'enfer embrasè».

Dond'Eva evoluta, come codesta _Singesse_, va ragionando sul tema a

mo' di Bernadette, intermessa una prova saffica classica e monacale:

che, se non conosce Spinoza, s'acconcia a divertirsi, _ritornando_ a

ballare, cioè ad arrampicarsi di nuovo sulli alberi trogloditicamente a

quattro mani, come ha imparato a stento a suonare il piano ed a pensare

a quattro mani.

Non sarà dunque logico l'intervento delle agitate verghe del sadismo e

della correzione didattica:

«Asinus, nux, mulier simili lege ligati,

Haec tria nil recte faciunt si verbera cessent»;

ed a che pro?

«Quid levius fumo? Flamen. Quid Flamine? Ventus.

Quid vento? Mulier. Quid muliere? Nihil».

Dove potrà rifugiarsi col proprio amore? Dove imbattersi nella bellezza

fresca, nell'innocenza generosa della Sulamite? Chi gli ripeterà

il versetto del _Cantico dei Cantici_? «_Mane surgamus ad vineas,

videamus si floret vinea, si flores fructus partorient, si flomerunt

mala punica; ibi, dabo tibi ubera mea_». O fecondità della campagna,

a maggio, ed in quell'incenso di corolle sbocciate, in quelle sicure

promesse, prossime a fruttificare, la munificenza lieta e serena

delle grazie di sposa! Si? _Cinque lire d'amore_ costa. Costei della

sfacciata fornicazione è la più pura, perchè la più sincera: s'ella

proclama le sue doti, sfoggia un inno maraviglioso alla Pandemia,

al suo valore sociale di valvola di sicurezza per la pudicizia

borghese, al suo merito profilattico ed igienico contro i pericoli e

le degenerazioni dell'onanismo, alla sua divina compassione che nulla

e nessuno rifiuta: e la lirica inchina alla prosa dossiana le più alte

vette musicali, la satira si fa poema battuto nell'oro.

Perciò la natura trionfa: il Magoboja operatore della _Palingenesi_,

fabrica la femina integrale; sorge Venere, «Un biondissimo[95] fumo

dalla fragranza di muschio vela la tremolante figura e si direbbe una

chioma che già s'innanelli a larghe onde, e, fra l'aureola di essa e

del fumo, va la figura accentuandosi a femminili curve e turgenze. Una

bollicina di azzurro (_vitriolum coeruleum_) le scoppia nel mezzo,

ed ecco a fremerle a pelle il reticolato venoso; una striscia di

minio (_cinnabaris mercurialis_) vi guizza, ed ecco guance soffuse di

pudico rossore, con una bocca che è un bacio; due faville vi scattano,

ed ecco due occhi lucidi di desiderio e di lagrime che intensamente

mi fissano». Non altrimenti vivono, sotto il bulino di Rops, le sue

donne — simboli, per quanto si sformino in piedi caprini, in zampe

unghiate, Sirene dell'asfalto parigino: «nuda sino alle coscie[96],

erge una testa laida e pure simpatica; sorride la provocazione, con

grazia ebra e stanca; bestemia parole grasse di suburra, mentre di un

gesto crapuloso, in un colpo di gomito, si fruga nell'edificio della

capigliatura. Odora il marciapiede e l'acqua profumata del bagno

recente; evoca canagliescamente la quadrantaria all'agguato ed in

caccia del cliente; sa tirar di coltello». Esse sono che loscheggiano,

cachinneggiando con insolenza, espongono le loro acconciature color

zafferano; impiumate, accendono la larga bocca col carmino, li

occhi piccoli col bistro; si mettono al mercato su divanetti, sotto

camicie succinte e rialzate sui fianchi; esse, le belle ragazze del

dicterion elegante, esse, la Bellezza-Peccato verso cui balzando la

libidine accorre, come un polledro inuzzolito, nitrendo. «Amore[97] mi

tiranneggia. E già le palpito in braccio, e dileguo entro lei ed anche

il sogno dilegua».

Il giorno chiaro, l'alba lucente e lucida, le ore dell'uomo che lavora

pensa e vuole, non le ore oscure e passive, vincono il succubo, lo

annullano, ritornano il sognatore spaventato alla realtà. «Su via,

vieni tra i tuoi fratelli, dopo la palingenesi, scrivi il nuovo

testamento. L'umanità confessa e l'uno e l'altro documento e ne deriva:

ma canta la speranza, la carità, l'amore di nuovo e sorgi, con noi, non

più, a soffrine ma a combattere per essere più buoni, più belli, più

sinceri».

«_La Desinenza in A_, fu, nella vita letteraria[98] di Carlo Dossi,

quel che si dice un avvenimento. Si era ai bei giorni della guerra

tra idealisti e realisti, guerra gioconda, allietata dalla fecondità

straordinaria degli spropositi, che i giovinetti — obliosi di Senofonte

e di Euclide — allegramente si scaraventano in faccia». Dossi,

impropriamente, veniva chiamato _realista_, accolto con fervore nel

campo spumeggiarne della _Farfalla_: anzi gli allogavano titolo ed

onori di capitano, messia di un verbo nuovo in estetica, che, del resto

sopravanzava realismo ed idealismo scolastico ed ufficiale, catalogati

sui quadri di avanzamento della letteraria burocrazia.

Tanto egli era lontano dal carnalismo rubicondo e rubensiano e dalla

effervescenza della gazzosa stecchettiana, quanto non volle, ed in

sul bel principio lo dichiarò, confondersi «colli[99] incettatori

della nazionale moralità, una compagnia di lamentazione perpetua di

cui fanno parte i violacei predicatori, che ventilabran dal pulpito

vituperi contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti,

le baldracche, che han messo insieme bastevoli soldi per comperarsi

il rossetto della castità»; con quelli «che fanno[100] de' loschi

compendii di virtù per il popolo, a dieci centesimi la dispensa, e i

gazzettieri, che, colla sifilide cristallina sulle labra, sermonano

di pudicizia, e le mamme affannate a difendere le orecchie premaritali

delle figliuole da ogni susurro impudico, salvo a lasciarvi precipitar

dentro un mondezzaio di roba, non appena quelle figliuole sien giunte

al legittimo stato di comporre adulteri». Egli stava col realismo di

Omero, dal Porta ripresentato meneghino: ammetteva che «la smania[101]

sessuale è in natura ed ha dunque diritto di avere anch'essa la sua

sede nell'arte; manchevole quindi sarebbe quella letteratura che si

occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri inguini non

studiandoli che di renderli appariscenti, nè più nè meno dell'altra che

si cappona per procurarsi una voce d'angelo».

Urgevano prossime, sull'orizzonte, le aure fiammeggianti, ne' rutili

vapori delle quali si sarebbe commossa la funzionale e romantica

cavalleria cavallottiana, ed avrebbe spillato, dalla sua lirica, che

poco prima aveva commemorato la morte di Manzoni, riepilogando un

_Cinque Maggio_:

«Morto![102] ed nunzio lugubre,

Via sull'ali del vento,

Udii pei campi italici

Lungo echeggiar lamento»;

la povera bestemia al _Povero Vate_, indicandovi Stecchetti:

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 10 / 17 段