«Quando[80] alcuno, compreso da queste verità, sorge come Parini e

Porta a dare la vera poesia _civile_ contemporanea e topica; quando

la applica alle tendenze pseudo-filantropiche, agli abusi, alle arti

alle istituzioni libere; quando vi adombra alcuno de' vostri piccoli

eroi, non quale se lo imagina il volgo, ma qual'è realmente: e tutto

ciò con tocchi leggieri di gioconda ironia, colla bonarietà che si

addice a questa ricca, grassa ed allegra Lombardia; allora, sapete che

cosa succede? Dai più si ride, sì applaude, si vuole che si prosegua;

ma nessuno francheggia il poeta di autorità e di protezione; ma

tutti si ritirano in circolo a contemplare, sogghignando, l'assurda

lotta di una povera penna isolata coi pregiudizii appoggiati alle

casse d'oro. Poi si grida all'inquieto, all'accattabrighe, all'uomo

pericoloso, all'imprudente che si compromette e si danneggia. In somma

la stessa Civiltà s'impenna e si spaventa della troppa civiltà». —

Povero Raiberti, del bel numero uno medico-poeta: la sua diagnosi

torna attuale, come sulle bocche dei ben pensanti tornano le accuse:

«Pericolosi, delinquenti!» Perchè? li Artisti di questa tempra non

valgono assai più del borghese fabricatore di coperte di lana, di

pezze di sete, di macinini da caffè e di rosarii, (che sono poi

la stessa cosa) — di gingilli e di chincaglierie cavalleresche, di

abluzionanti _bidets_ e di confessionali, (che lavano il di dentro ed

il di fuori meticolosamente bene) — che battono acciajo per sciabole,

vanghe, schiumarole, coperchi, catene, chiavi, chiavette inglesi per

casse-forti e per cinti di castità? Eh via! È dunque per questo che

l'Artista è un farabutto, perchè vi dà come siete e vi ride in faccia,

vi ha visto piccoli, deformi, pretenziosi, vili, sudici, lui, oh,

quanto puro, oh, quanto bello, oh, quanto nobile, oh, quanto grande al

vostro paragone!

S'egli poi discende nelle grotte ipogee, lubriche, che stillicidano,

pullulanti di lombrici, viscide di serpentelli ciechi, imbarricate di

spesse ragnatele, trascorse dal volo flacido, delle membrane luttuose

dei pipistrelli; se si sprofonda nelle miniere inesauste della

sessualità, in che modo dovrà chiamare la cameretta verginale della

educanda, la camera nuziale, il letto della vedova, il giaciglio della

serva, il covo della quadrantaria? Potrà sostituirvi altre parole più

determinative, senza esserne indispettito e scontento? Simbolo, ritrova

_La Desinenza in A_.

Ritratti? Si: sempre _Ritratti umani_. Vi ricordate ciò che lo scultore

Rubeck dice a Maja nella calma e calda mattinata d'estate, sulla riva

di un _fiord_ norvegese, stazione balnearia, in mezzo al _comfort_ di

un albergo di prim'ordine, ricco di giardini viridissimi e di fontane?

Ibsen si sottintende dentro la maschera di Rubeck ultimo nell'_Epilogo

in tre atti: Quando noi ci ridesteremo di tra i morti_: e confessa.

«Altro vi ha dietro questi ritratti, a questi busti ch'io plasmo. Vi

si trova alcun che di sospetto... qualche cosa vi si nasconde, vi si

appiatta, ipocritamente, e che li altri uomini non accorgono. — Io solo

lo vedo. E mi diverto secretamente. Già, per li altri, esteriormente,

questi busti, queste plachette, questi bassorilievi posseggono quella

_assomiglianza evidentissima_, per cui la folla fa le sue meraviglie,

e ne resta intontita; ma là, in fondo, dentro, si dissimula, nel

volto ora, un'onesta smorfia di cavallo in riposo, ora il muso di

un asino restio, ora, un cranio di cane dalla fronte piatta, dalle

orecchie penzoloni, ora un ghigno di porco in grassa, spesso, anche

l'aspetto di un toro stupido e brutale. — Già; mia cara Maja, non

altro di più, semplicemente lo schema, la caricatura de' nostri buoni

animali domestici, quelli che l'uomo ha sfigurato... e che, a loro

volta, sfigurano il proprio padrone. Bah! sono appunto quest'opere

subdole, sornione, che li ottimi borghesi ricchi vengono a chiedermi e

pagano.... oh, ingenuamente, a peso doro. Già, ed io son felice».

Veramente, i grassi borghesi d'Italia non vennero mai in folla a

comperare i loro propri _Ritratti_, che Carlo Dossi aveva loro preso

sopra misura: egli è meno prudente dello scultore Rubeck; comunque non

se ne duole ed è lieto del pari.

«Ma passiamo[81], per ora nella galleria de' _Ritratti umani_,

dove tutte si accumulano le nubi del cielo mio, dove i colori bui e

l'aggrondatura predominano a simiglianza di quelle caliginose imagini

di antenati che, nei palazzi patrizi, occhieggiano biechi i loro

rachitici successori»; egli ci fa il cicerone delle tele esposte, ci

racconta vita, morte e miracoli. Per questa volta essi sono nella

categoria delli infusorii e dei parassiti sociali, di cui le lenti

dell'interno e nascosto microscopio, han fermato, con sicurezza,

il profilo; de' quali li organi di relazione e di digestione furono

delimitati esattamente col loro ufficio, pompe aspiranti e lancette

tricuspidate di mosche, di zanzare, di vespe, zanche dentate di

scarafaggi, di coprobii e di coprofaghi, bisturi flebotomi di pulici,

sesso generosamente prolifico di aragnidi capillari.

Eccovi i _Lettori_ in varia categoria; quelli che pur trovano di poter

spendere qualche lira, oltre alle cento che sprecano in guanti, in

falso _Champagne_, in baci inverecondi; i lettori quasi analfabeti

ma dotati di molte pretese legislative e no. — I _Lettori misti_

spulcia-codici, puristi ed etimologisti, ed altra roba in _cisti_,

umile come la coronata _humilitas_ dei Borromei: _Lettori scriventi_,

pesca grossa e pesca minuta; i _Lettori puri, li sciocchi, i salati_.

— «Se non altro», direte, «questo letterato, ci conosce bene, sin

dal principio, ci indispettisce subito e noi di rimando gli saremo

scortesissimi».

Scortesissimi, del resto, come la presunzioni de' _Dilettanti_:

seguono, _la cantatina di buona famiglia; — l'ammacchiatore di

acquarelli; — il cuoco dilettante avvelenatore_, secondo i precetti

di Brillat-Savarin o le norme di Monsignor Bignami; _il dilettante

vinicultore, bachicultore, floricoltore; — il dilettante auriga e

cavallerizzo; — il dilettante benefattore; — il dilettante amoroso; —

il dilettante medico; — Domine a delectantibus libera nos!_

Perchè, subito, incontrate i _Seccatori_ che stanno un gradino più

in su, — poi, la _Gente-che-sparagna_, che _tiene da conto_; poi,

i _Poveri Cristi_, che han da mangiare _quando possono_, di fronte

alli _Epuloni_ che mangiano quando vogliono; — poi, li _Allarmisti_,

quelli _ecclesiastici_, quelli _politici_, que' _sanitarii_, tutte

brave persone piene di scrupoli, di paure, che hanno gambe agilissime,

leporine, orecchie all'agguato e tese, conigliesche, pallori,

lagrime, diarree, dissenterie marziali, politiche di raccoglimento

e di riflessioni... _venostiane_, dice Carlo Dossi, io vi aggiungo

_giolitto-tittoniane_, per concordar col tempo.

Ed altri giungono sempre in ritardo o troppo presto;

i _Contrattempisti_; eccellono le donne: «la[82] maggior parte

delle quali non fa mai nulla a suo tempo, cominciando dai bimbi»

«Contrattempista[83] è l'architetto che, a glorificare un avvenimento

attuale, innalza un edificio nello stile di dieci secoli fa; (convien

forse ricordarne i nomi e con quelli l'illustre e glorioso, ma morto

Sacconi?). Contrattempista è il politico, che in mezzo ad un popolo

avido di libertà, di progresso, di potenza, stringe paurosamente i

freni sciupando la generosità di un corsiero in un lavoro di machina

burocratica, contrattempisti, più che tutti, siam noi, scrittori, che

ci ostiniamo a presentar libri a una Italia che non sa leggere».

Ma codesti scrittori, ed io sono tra loro, hanno subito imparato ed

usano i _Vantaggi dell'ineducazione_. Tutti ci possono, a loro pesta,

gridar contro: «Maleducati, zoticoni, bifolchi!» Essi non potrebbero,

con più grato profumo, incensarci. È piacer nostro, è nostra virtù,

è nostro vanto, di comparire presso di loro ineducati. Niente Della

Casa, niente Baldassar Castiglione, niente Melchiorre Gioja del galateo

academico-professionale-aulico-costituzionale; noi non vogliamo mai più

sciupare il nostro tempo nelle loro stalle a mangiatola dorata.

Altri si incontrano, per caso e sono li _Irreperibili_ quando debbono

pagar di borsa e di persona. Ma, ovunque, li troverete, arrugginite

cavallette de' Comitati, locusta divoratrice di _Fiere di Beneficenza_,

con voce reboante, spettacolosa corporatura, insommergibile impudenza

sul palcoscenico delle vanità, delle rinomee, delle vuote gonfiature

scipite. — O si fan piccoli, miserabili, mendichi per aumentar in

fortuna; — o dicono di fare, di lavorare, procurandosi le mostre e

le apparenze, politici, letterati, scienziati: e nessuno e nessuna

libreria, nessun museo, nessuna esposizione protese le loro opere mai.

I _Fannulloni_ sono i più fortunati. — _Teologi_, creature diafane e

galleggianti, come palloncini nell'aria, sonnambolici per la frequenza

colli inquilini di là su; — _Metafisici_, che abitano in un cielo

incontrollabile ed in un sistema planetario di semplice masturbazione,

detto filosofico: — _Gramatici_, che protendono il trionfo della parola

sullo spirito: è la _Gramatica_ l'erba, dove in fatti, si sdraiano

e brucano i fannulloni, che presi a burla da tutti, entrano a pieni

voti nelle academie — il _refugium mediocritatis_, — e vi finiscono —

fortunati noi! — ad addormentarsi: _Oratori_, trottole parlamentari

e forensi, il cui scopo è dir nulla in molte parole, gonfiando ogni

argomento col fiato dei loro polmoni, ciarlando e rimovendo forme

elefantesche, pachidermi trombettanti a barriti disarmonici colla

letteratura conferenziera ed alimentare.

E venga qui la razza dei _Matematici_ calata nella seducentissima

Italia, allora fresca, fresca, oggi, pur troppo, con germogli,

rampolli e ceppaje inradicate di loro gramigne; i «Matematici[84],

uno de' trampoli del dispotismo, odiatori della originalità,

sillogistici sragionatori, preceduti da legge senza amore a

terrorizzare l'istruzione, a desolarci il buon senso, barbari odierni,

_mondeghiglia_ di erudizione».

Insieme a questi interessantissimi ed assomiglianti connotati, Carlo

Dossi vi darà pure la _Ricetta per farsi illustri_; cioè come si

giunga dai mediocri, al trionfo. Non distenderà il fresco enorme, mal

disegnato e colorito a tintaccie villane e stridule de L'_Arriviste_

di Champsaur, zibaldone romantico-dramatico d'_appendice secolina_;

ma precederà, con nostrana sottigliezza e maliziosa didattica, Henri

Chateau, insegnandogli, quasi, i passi migliori del suo _Manuel de

l'Arriviste_, dandogli le norme generali sul modo di vestirsi, di

parlare, di porgere, di ammobigliare il proprio appartamento, con

speciale riguardo lo studio; il _recipe_ di non perder di vista li

odori della cucina e pur di aver occhio alla bandieruola della fortuna.

«Sii puttaniere, spilorcio, legalmente birbo in tua casa, — padrone —

inviolabile è il domicilio; basta che la facciata stia in regola colla

commissione d'ornato. Ti consiglio, per tanto, di pendere più dalle

vecchie che dalle nuove idee: mettiti in fronte allo scrittojo qualche

ritratto di celebrità, vere anche, ma a patto che siano antiche, o,

se contemporanee, a patto che sieno false. Un busto, un medaglione,

ad esempio, di un Cantù, o di un Bonghi, farebbe egregiamente al tuo

caso. Non temere la spesa. Basta il gesso». Polvere di scagliola

e pasticcio di mota rappresa, la fama che si vende dalle gazzette

a buon mercato: per Carlo Dossi, per quest'uomo piccolo, sparuto,

magro, di poche parole, che difficilmente vi accoglie nella sua casa,

acutissimo, che sembra saper tutto, che vede quanto alli altri sfugge,

non ebbero che dei sorrisi di commiserazione. Ed egli, che ascoltò il

cuore secreto della società, porge la mano esperta al polso de' veri

e falsi ammalati; fa loro da medico, d'infermiere, da Giovenale, li

sostituisce, degente.

Domanda al Dottor Ferretti «che, dopo avere per tanto tempo e

con tanta ostinazione sofferto, per necessità di natura, la parte

dell'ammalato», gli sia concesso il diritto di fingere — per breve

capriccio d'arte — la parte del medico. Il Dottor Ferretti non è più

nella prima giovanezza, ha trentott'anni; è discretamente colto in

belle lettere; ha qualche ambizione politica, molto amore per il suo

ufficio e per li ammalati in sua cura; la praticaccia del mestiere

non gli ha ottuso la sensibilità: è un uomo di mondo ed onesto.

Il Dottor Ferretti gli concede la sua persona, il suo _stifelius_,

la cravatta bianca, i guanti _gris-perle_, il cilindro, l'aspetto

elegante e sereno di un procuratore della morte, la tranquillità dello

scienziato. Esso rappresenta il medico moderno. Non più i Merlini ed

i Sabini, con barbe e zimarre e berrettoni; non più i _Grotteschi_,

che balzano nel _Monsieur de Pourceaugnac_, colle più acadabranti

preteste ed i più stolidi medicamenti; non più il sottile medico di

Montesquieu e delle _Lettres persanes_, farcito de' misteri della

cabala e della potenza delle evocative projezioni — ricordiamo le sue

tisane purgative, i vomitivi, le sanguettate, i clisteri generosamente

inferti di revulsionante e letteraria indicazione —; non più il

_Medico-categoria_, soggetto de' mille epigrammi, da Marziale al

_Magister Stopinus_; non ancora le crudeltà fredde, matematiche e

professionali dei _Morticoles_ dell'ultimo Daudet; nè la curiosità

scientifica e sanguinaria, l'avarizia sistematica, che dibatte

il prezzo, al letto del moribondo del _principe chirurgo_, emerso

dalle pagine aspre e virulenti del Mirbean; nè la lunga satira di

dolore, di angoscie e di rassegnazione de' _Dottori in Medicina_ di

Carlo Del Balzo; nè il sacrificio compartecipato d'abnegazione del

medico-sacerdote di _La Force du Mal_ di Paul Adam.

Non è nè meno il medico-romanziere, della sanguinolenta e clinica

autobiografia, il dottor Veressaïef delle: _Memorie di un medico_;

le quali ebbero successo tolstoiano in sulla fine del secolo

scorso in Russia rappresentando la dolorosa confessione di una

vita di professionista tra il rammarico costatato della impotenza,

della menzogna e della sterilità di una medicina di grido e di

una chirurgia di fama internazionale impiegate nei casi difficili

al letto de' pazienti: non codesta requisitoria contro l'ufficio

sociale di una scienza la cui attività si manifesta in progresso

sopra un cumulo di cadaveri; prodotto dalla inesperta e pur cocciuta

curiosità travagliatrice per scoprire l'origine delle malattie,

nelle vivisezioni, sopra li ammalati delli ospedali di pubblica

beneficenza. — II Dottor Ferretti non è un mago di scienze miracolose;

è un galantuomo professionista, che sa il suo conto, che si tiene al

corrente delle ultime scoperte della chimica, delle ultime applicazioni

elettriche, che già fa caso della chinesiterapia della laringojatria,

dei microbi, de' bacilli, della igiene preventiva; egli non ha più in

bocca l'_Ipepaquana_[85] o il _Sal de duobus_ non è chi vende la salute

e li sforzi per non lasciar morire, come dice Raiberti; è chi sa, «come

il volgo sia[86] sempre disposto a rinnegar la Medicina» e con ciò

opera, senza illusione ed ancora con amore, il suo ministero.

Il Dottor Ferretti piacevoleggia; ha lo stile di Carlo Dossi, la

pratica clinica di Giovanni Raiberti, il suo determinismo portiano:

«Gh'è[87] l'Omiopatia;

Gh'è l'Idro-glacio-sudo-terapia;

Gh'è i dottor dessedaa, stradessedaa,

Che guarissen qualunque malattia

Con i rispost di donn indormentaa».

Perchè questi nostri[88] «dottorini senza gravità, nè velluto alle

unghie, abbigliati con gusto e ben pettinati, che fumano sigari e usano

di occhialetto, che dottamente annojano poco, ma chiacchierano anche

di capellini, che spesso sanno sonare delle polche e dei valsi, e,

all'occorenza, ballarli», — questi eleganti cavalieri della farmacopea,

del bistury e del forcipe, non hanno abolito l'erudita ciarlataneria,

l'uomo essendo tuttora qual'era nelli eroici tempi: «dagli abiti

in[89] fuori quel desso». Questione di livrea, di soppanno, di lavorini

ricamati con arme differente, con colori opposti; Carlyle ce l'ha da

tempo insegnato col suo _Sartor resartus_.

Il Dottar Ferretti regala a Carlo Dossi penna, carta, calamajo ed

inchiostro molto nero, impresta la sua esperienza; l'altro se ne valga.

— La penna corre, l'inchiostro tinge, afferma, inchioda in berlina.

È tutta una spigliatezza, un ghirigoro liquido e scorrevole di frasi

semplici e pungenti; ogni parola ha un aculeo, ogni virgola è un amo

immesso a pescare nella coscienza del lettore, un uncino suggestivo;

ogni esclamazione un graffio. Malati, malattie, infermieri, eredi

che aspettano impazienti l'ultimo nato del parente ricco, che li ha

diseredati; medicastri che ritengono la laurea in medicina come una

licenza di caccia; delitti sordidi, crudeli, nascosti, appiattati sotto

la lustra del titolo nobiliare; la gola, la lussuria, la sciocchezza,

la paura; dilettanti ammalati e dilettanti isteriche; Putifarre de'

proprii medici curanti; nevrastenia, cattiveria, ed, ultima perla,

invece del veleno in fondo, la riconoscenza d'un brav'uomo: tutto

questo rivedono, al passo elegante della chiacchiera saporita, i

_Ritratti umani, dal calamaio di un medico_.

La sua magnifica innocenza ha dei traslati, che, come una luce

raccolta acconsente al mormorio caldo della voluttà sussurrata senza

adombrare il pudore, così, castamente, persuadono a fare quanto

offenderebbe di udire; qui, si barzelletta ad aforismi ed a paradossi,

come un conferenziere di bazzecole umanitarie; qui, si riversano, si

smascherano le nagioni de' drami, che esplodono sopra la cronaca de'

giornali, con meraviglia di tutti; le tare secrete e vergognose, donde

provengono li aspetti interessanti, poetici, romantici delle persone

per bene ed assai sentimentali. Che più? Il coraggio è sangue in

copia. — La bontà? digestione perfetta. — Il rossore? delicatezza di

pelle. — Carattere integro, irriconciliabile? mal di fegato. — Poetiche

malinconie? semplice gotta! — Dalla cura alla bara il Dottor Ferretti,

raddoppiato da Carlo Dossi, ci porta in sulle braccia scientifiche e

disinteressate questo corpo, quest'anima; cencio e fiato intermittente,

gettandoceli sul tavolo della necroscopia e della vivisezione: «Questa

è!» dice. Si riporta alla biologia pura ed alla sua parente, anatomia

comparata: «L'anima[90] — mi diceva Gorini — è come il vapore, che,

sempre quello, dà effetti diversi, a seconda dei mecanici ordigni mossi

da lui: perocchè la stessa anima, entrando in un organismo di tigre,

rugge; in uno di augello canta; in uno di uomo pensa; in una di donna

ama ». — «Ama?» riflette tutto solo Carlo Dossi, ridivenuto psicologo

integrale. «Mente!» Ed ha la visione infernale e meretricia della

_Palingenesi_ della sua _Desinenza in A_.

Certo è, che Carlo Dossi, appunto perchè conobbe in sul tardi la donna

di dentro, come troppo presto l'aveva degustata platonicamente, si

trovò da queste sue esperienze disgustato e spaventato insieme. Se,

per quasi dieci anni, avrà patito una specie di purgatorio-libero

più o meno matrimoniale; se, una sua perversamente ingenua amica la

N... tenterà di mutargli in odio l'amicizia coll'ottimo Perelli;

se, una T... si sarà incaricata di spampanare e portar in trionfo

una pseudo-maternità incolpandogliela; se egli avrebbe potuto dire

dell'A... paragonandola ai bagni arsenicali di Roncegno, scrivendo ad

un amico: «Già mi tuffai in due bagni di arsenico: assuefatto ad un

veleno che era il riassunto di tutti l'A..., me la cavai, ma non ne

trassi fino ad ora sollievo»[91]: può lambiccare queste sue scoperte

e prove provate nel suo libro capitale di lussurie rientrate, di

misoginismo e di morale per un'opera, caustica, dissolvente, fuori

della consuetudine, personalissima.

Su via, non arrossite; non fatemi i bambinoni maliziosi ed imbambolati,

colti sul fatto: non lo negate! Voi avete pur avuto tra le mani questo

libro diffamato, lo avete gustato in secreto; avete palpeggiata la sua

copertina, che, sotto una fascia rossa colla nera leggenda del titolo,

porta le due belle testine di Conconi; e l'una ride giovanilmente

graziosa, e l'altra s'attrista precoce, vizza, inviziata, erma

bifronte, il libro e la vita. «Scegliete», vi dice ancora l'autore:

«Scegli ipocrita lettore,» soggiungo io, «_hypocrite lecteur_

baudelairiano, tu che non hai letto con animo puro _Lesbos_ e _Les

Metamorphoses du Vampire_, ed hai foraggiato, colle mani tremanti, ne'

secreti ripostigli di _Les Bijoux_, cercando il tuo vizio; scegli le

pagine di questo volume, su cui tu non sapresti recitare una preghiera

alla sincerità, senza di cui non esiste mortale, nè in Arte, nè nella

Vita vissuta».

Essi sanno che non ci ingannano e pure continuano a ripeterci davanti

i gesti archetipi della menzogna; impalpebrano li occhi, si nascondono

il volto colle mani, arrossano, fuggono gettando grida d'orrore e

trepidano, sfoggiano la mimica del _bluff_ della pudicizia, della

castità, della verginità della compunzione, veri saltimbanchi della

morale pubblica, presbiteriani dalle coscienze sporche, _jankees_

invischiati d'ogni vizio, ma ripoliti al di fuori, lucidi, specchianti,

profumati, inganno vano e pretesa ignorante. Chamfort sogghigna ed io

con lui: «Più il costume peggiora, ed in eguale misura s'aumentano le

delicatezze della decenza. Per ciò, più li uomini si fanno viziosi,

meglio applaudono ai quadri virtuosi». Vi risponde il Diavolo

innamorato di Cazotte: «Mi avvedo, che da quando hanno incominciato

a rispettarmi, e con me, li altri, ciascuno e tutti, io mi sento

più infelice d'allora che mi si odiava». perchè il mondo è così: Fra

Timoteo e Tartufe sono i più tristi bighelloni e ladri della opinione

pubblica: essi leggono di nascosto _Desinenza in A_, se ne dilettano;

interrogati pubblicamente, crocesignandosi, eruttano l'omelia delle

virtù teologali, strillando come bimbi sculacciati dalla balia.

E bene, bando ai gufi! Questa è altra musica e orchestra! A me i

giovanotti che vivono all'avventata, facendo l'amore sui pianerottoli!

A me i prudentissimi vecchi, che han sempre fatto lo zio e i verginoni

senza rammarico, e i «non[92] indegni di aver perduto la prima! — Or

chi mi dona una rossa matita? Tu Cletto mio? Oh, grazie! — E la rompo.

— Mezza è per te, criti-cuccio, cui ogni mio sproposito è seme di

mille tuoi — tu giudice inquisitore che non amasti che il male, per

poi, se nol trovi, inventarlo. Hai qui casi di maggiore scomunica,

eresie da tanaglia e da rogo. Troverai idee nuove, che tali almeno

parranno alla tua squisita ignoranza, troverai gagliardi sapori, che

a te, assuefatto alle più scempie pappine, abbaglieranno il palato.

— Ma che vuoi? A gusti scaltriti (ed io sol cucino per essi) non può

l'ingenuo manzo piacere se non a forza di salsa. Anzi anche il sale è

talvolta lor dolce, e però ci vuol pepe. Viva il pepe che salva i panni

dal tarlo — ed anche i libri». — Ora, se volete ascoltarlo e vedere,

venite qui: se no spulezzate in fretta e subito sull'entrata. — «Chi

ama le comedie prive di sesso, ha i teatri suoi, ha i suoi burattini,

dove, può assistere senza pericolo alcuno, da quello all'infuori di

addormentarsi. Per i poveri d'intelligenza provvede la caldaja dei

frati, c'è una letteratura estesissima, nientemeno che il novantanove

per cento di ogni biblioteca. Ne profittino, dunque. L'acqua non costa

nulla e rinfresca. Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i

veleni sono utili, basta sapere dosarseli; così che l'arte della salute

— intendi per burla la medicina — fonda in gran parte su di essi. Non

succhia il midollo di un libro se non il lettore, il quale si trovi

in una disposizione di nervi consimile a quella in cui era, scrivendo,

l'autore. Il gran Milton è da leggersi la domenica, quando si accumula

nell'atmosfera il religioso uragano fatto di nubi d'incenso, di cerei

lampi, di armonioso tuono di organi; Leopardi in una giornata piovosa,

colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stomaco; Cattaneo in

un'aula parlamentare, assente lo sfibratore Depretis; Carducci, sotto

un arco romano, non medicato dal dottor Baccelli; Correnti, fra le

stoffe preziose e le rarità antiquarie; Hugo al mare. Così è nell'epoca

del malinconico e verginale erotismo dell'adolescenza che più si

comprende la _Vita nuova_ del giovinetto Allighieri, ed è nell'ora del

disinganno amoroso che il presente volume sembrerà facile e piano.

Il Daimon greco di Carlo Dossi si è tramutato nel Dimonio gotico: gli

imporrà tutte le birichinerie del caso; lo doterà d'ogni e più secreto

strumento, doppia vista, invisibilità, volar per l'aria, sprofondarsi

sotto terra, penetrare nelle camere chiuse e sotto le lenzuola del

letto, essere ovunque: l'ubiquità lo franca d'ogni _alibi_ e d'ogni

presenza, nello stesso momento. Altro che l'_Asmodeo_ di Le Sage, il

_Shallaballah_ della _puppets-woman londinese_! Egli è il _Belfegor_

di Machiavello, il _Mephisto_ di Göthe, è il _Diavolo margravio di Von

Grabbe_; per di più ha in dito, a talismano, l'_anello di Gige_.

L'ora topica di Carlo Dossi · 第 9 / 17 段