propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione;
così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de
l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese —
e ne riesce il _Bonhomet_ cacciatore di cigni; — così predilesse
Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra
una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi
immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e
scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione,
sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive
apparizioni; i cardini principiali, il _leit-motiv_ vi continuano,
direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della
attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati
e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità.
Perchè Carlo Dossi parla ad una turba di _non iniziati_ i suoi
lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e
due si fanno parabolani per esporre, _in fatto, l'idea_. Se viene
interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene
passioni rosso fiammante: «Io[78] divenni un melodramma». Melodramma
di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi,
ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra
la natura ambiente, così detta[79] «_morta_», — da chi non ha fino
intuito, colla storia, il carattere il «_momento_» degli attori,
che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di
Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la
pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da
semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo
dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma
moderna».
Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali,
i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adora
_le cose_, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi,
e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza,
le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certo _animismo_ per
simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana,
le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. —
Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua
abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di
spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine:
chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano,
gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non
confessarglisi?
Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti
molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose
si allevano da sè, lentamente, per germini astrusi: il topazio
e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga
a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la
elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete
indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo
ambiente?
Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di
forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa
dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle
animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità
forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite,
mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro
poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul
valore dei movimenti che si chiamano _volontari_: sa che è un modo di
dire e di pensare comune, ma che, del resto, la _nostra umana volontà
non ha presa_ a determinare le oscillazioni del nostro pensiero più
che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura di
_Sirio_. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositi _no_,
da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza
tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un
giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelli _Amori_, manifestare
_sè stesso_ a traverso le _cose_, specialmente nel _Primo Cielo_.
Così, egli vive di più, perchè a ciascun _oggetto suggestivo_ presta
parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le
apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere
sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio
si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità
attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi.
La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero
metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse
contradizioni, si chiama anche _humorismo;_ e Carlo Dossi riflette
spesso in questo modo profondo ed originale.
L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza
giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio
e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di
ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed
a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e
di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla
cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di
fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in
rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta
con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la
preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di
seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza;
un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi
ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un
corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare;
nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di
vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro:
la difesa, l'offesa, la liberazione.
Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni
nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto
delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle;
che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del
cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della
materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia
dell'anima, un _quid_ inispiegato ancora, come la scintilla elettrica;
immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che
ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa,
l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero
divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da
un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo,
è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivere
_Ritratti umani_; che sono l'espressione della _sua utile cattiveria e
mattia_.
_Pagina mea sapit hominem_, porta, in fronte da Marziale, la copertina
di _Campionario_; _sa_ cioè _ha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo
ha digerito, se ne è nutrita_; lo conosce per il palato e per il
ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi
cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico
e necessario dell'organismo; la pagina mia _ha evacuato l'uomo, come
è_: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito
come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che
non sa _i vantaggi della ineducazione_, ma sfoggia le inciviltà della
fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone;
_così ha saggiato l'uomo_ e ne dà il titolo esatto secondo la mia
norma.
_Pagina_ eguale ad _Arte_: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa,
è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non
si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria
dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo,
come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita.
L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si
avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine
di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in
libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista
è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella
che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e
colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto
delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando
vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini
e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro
sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi
conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la
gioja, qui il dolore».
L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola
etichetta complessiva: «_Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di
scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e di egoismo_: tutt'uno
— Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre
ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in
tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo,
cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli
volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il
fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo
tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta
dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non
si abbacina. Vi imbattete, così, anche nelli _animali della gloria,
Animalia Gloriae_ di Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di
vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone;
quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce
tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per
consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a
seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne
trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in
bacheca, li sciorina ed indica: «_Ecco la Società!_» Sono i _Ritratti
umani_.
La serie incomincia dal _Campionario_, per quanto ultimo uscito
in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo
procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle
satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano
la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto
anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna,
che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha
rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia
e meno _vera_ di vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente
serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo
preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come
i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate:
il nostro obbiettivo, che lavora coi _raggi x_ penetra oltre ogni
schermo, cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel
costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili.
Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole
e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni
lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come
dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto
dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi
la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna
magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso
ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».
VI.
«BASSE-COUR» — «TIERGARTEN» — «GABINETTO ANATOMICO» E.... «GINECEO»
Li occhi, accostumati a vedere le imagini virtuali, riflesse dalli
specchi ortogonici ed academicamente levigati, secondo realtà, si
atterriscono e riprovano le visioni singolari, che interpretano, dalla
apparenza, le intime verità. Le accusano di deformare li aspetti, di
non percepirli bene; accennano maligni e deplorevoli difetti nella
composizione del cristallo, nella patina mercuriale della lastra. Ciò
può essere esatto parlandosi di uno specchio reale, suppellettile
domestica e consigliere di civetteria, non metaforicamente, di un
cervello d'artista. L'espressione sua d'arte che accentua, aggiunge,
scopre, è il risultato _del veder meglio_, è l'attestazione di una
virtù rara, difficilmente conseguibile. Mettere a nudo le tare nascoste
dello «_istinto di perversità_» — come le chiama Pöe — rifugiatesi
ed avviluppate nelle pieghe prolisse e sotto la lucida vernice della
convenzionale educazione del viver comune e solito; leggere, in
lettere majuscole, i vizii appiattati nel profondo dell'animo umano;
riproporre l'umanità, ne' suoi tipi esemplari, nella serie di un'altra
zoologia, è rendere, colla fisionomia del proprio tempo, l'immutabile
caratteristica delle forze umane, passioni, istinti, interessi, virtù;
sviluppare, sul tono di una canzone estemporanea, il ritmo archetipo
e millennario della razza e della stirpe. Significa, in altre parole,
occuparsi di Morale.
L'Arte riguarda la Morale come un attributo dell'individuo; la accetta
coefficiente allo studio di un problema, che giornalmente, la vita
risolve e la biologia propone. L'Arte varia il suo intenderla, col
variare delle epoche, dei costumi, col modificarsi della superficie
sociale. Per l'Artista, studiar la Morale, significa divertirsi a
mettere in esercizio le sue migliori facoltà, sollecitate a funzionare
dalla successione de' fatti, delle persone, delle cose che va, a mano a
mano, scoprendo e dettagliando. — Viene egli, in fatti, col suo corredo
scientifico e filosofico, nei suoi viaggi per il mondo, a visitar le
anime, e spesso trova delli istinti; a riconoscere delle umanità, e,
molte volte, trova delle animalità.
Il mondo appare alla sua indagine od un cortiletto insiepato e
campestre, dentro cui si rinchiudono, col pollame variopinto,
piumato, rostrato, speronato, ancheggiante, gracchiante, stridulo,
chicchireggiante, schiamazzante, i conigli timidissimi e lussuriosi,
le cavie, soggetti vivi e sperimentali di infezioni e di colture
microbiche e bacillari, le capre ed i caproni testardi e salaci, le
pecore sudicie, popolate di aragnidi e di assilli, cieche d'imitazione,
le vacche prolifiche e lattifere, mugolanti e stupide d'imbambolatura
ascetica e fatalista, i porchetti rosei ed azzurrini, intrufolati nella
melma del truogolo, divoratori delle proprie immondizie, feroci per
golosità, dalli occhietti infossati nell'adipe e dallo sguardo bieco,
sospettoso, salesiano.
Il mondo si svolge anche alla sua passeggiata più amenamente; appresta
boschetti ed ombrie, piante esotiche, frondeggiar di palme, zagaglie
lucide ed erette di banani, infiorescenze delicate e strane, ajuole
di orchidee asessuate e mostruose, falliformi e vulvaperte; capanni
accomodati per bestie rare: antilopi, muffloni, daini, cerbiatti,
pachidermi di costo e d'importanza, elefante bianco o rinoceronte
violetto del Nilo; la stragrande varietà più che socievole delle
scimmie del Capo, della bertuccie, delle platarrine americane, a coda
retrattile, ginnaste per eccellenza e per isfarzo funambolico, Wright
delle foreste vergini, se, della appendice delle vertebre dorsali,
si fanno propulsori forti e delicati per volare, senz'ale, da una
pianta all'altra; uranghi di bell'aspetto civilizzato a salutare, a
nascondere la vergogna perpetuamente stillando leucorrea; scimpanzè
d'ultimo stile, onanisti in cospetto delle damine che li eccitano,
mascherati, in faccia, di rosso e violetto, come il nicchio di un
prelato delle camere vaticane e ripieni di dignità e di buon senso
come un magistrato italiano. Vi sono anche delle gabbie conteste
secondo i dettami dell'ultima igiene, con canaletti d'acqua scorrente,
col becchime riposto nelle mangiatoie _ad hoc_, coi pioli disposti
ed orientati secondo l'uso e il costume dei volatili che li abitano;
colle leccornie a portata di becco. Qui, i pappagalli d'ogni clima e
colore — se ne trovano sotto tutti i paralleli — dove la loro stupidità
diventa impostura ed inframettenza, la loro chiacchiera naturale è
purolento parlamentarismo, la loro schiamazzante vuotaggine, loquela
meetingaia, il loro sgargiare di penne e d'albagia, virtù academica.
Qui, anche i fagiani dorati, quelli d'Inghilterra, li altri del
Giappone; della China, i galli rossi e neri di montagna e tirolesi; li
uccelli, insomma, preziosi; caccia regale ed imbandigione di solito,
alle mense meretricie, doni facili e niente costosi per le amanti delli
uomini decorati ed impiegati nei mille ed uno offici della venaria,
delle stalle, delle cucine, delle anticamere, delle alcove, del
_water-closet_ de' principi.
Il passeggiatore solitario e sentimentale tenta invano, di incontrarsi
in un'aquila, in un leone: se ne trova le spoglie, vede la carcassa di
quella, colle ali aperte, inchiodata a spauracchio in sull'architrave
del castelletto di qualche miserabile Don Rodrigo da operetta: se si
imbatte nella pelle fulva e riccioluta dell'altro, la sa impagliata,
con due occhi di vetro dispajati e loschi colla cartilagine del muso
incartapecorita dalli acidi, con l'odor di valonea della concia e di
naftalina per proteggerla dalle tarme e dai tarli; la ammira domestico
immobile per destinazione, guarda — portone e vedetta di un Museo,
baraccone ambulante, di storia naturale per le fiere suburbane e
stridule.
E bene; non è egli tra li uomini invece? Che cos'è questa
trasformazione calunniosa, indecente, che qualche volta si giova delle
parole scatologiche più vive e più indicative? Già: le imagini passano
dallo staccio del cervello dell'operatore singolare; il quale ha la
facoltà di depurarle, _di naturalizzarle_, di ridurle, da apparenti,
vere. Quale delitto di lesa umanità avere dei reagenti interni e
psichici per cui si scompongono le _imitazioni_, i _fac-simili_ del
vero uomo e vi fanno depositare tutta la pelle, la vernice, il lustro,
il falso oro applicatovi non chimicamente, rimandandone nudo il
nocciolo osseo, amaro, laido, la pasta fangosa della materia genuina!
Vorrete voi incolpare a questa sua virtù il disordine della verità? A
questo suo coraggio la scelleraggine di essere sincero? A questa sua
sincerità il bisogno di essere sfacciata? A questa questa sua purezza
il diritto di mostrarsi com'è cristallina ed intemerata? Chi mai ha
osato imputare alla anatomia il logico processo di brancicare tra
pezzi di cadaveri per studio? L'abilità di esporvi le proprie e nitide
preparazioni? La giusta superbia di farvi ammirare il risultato di una
difficile operazione? Ben venga il disegnatore necrofilo, che dettaglia
e descrive le rigonfiature dei muscoli, il groviglio delle arterie,
le molle in tensione dei tendini, l'armatura schietta delle ossa,
i perni, le cerniere, le guaine, le membrane, le scanalature delle
articolazioni, la ramificazione filiforme dei nervi e dei vasi motori,
i meandri, i grafiti, i nielli damaschini di tutta l'innervatura,
di tutta la capillare distribuzione, per cui ogni parte del corpo è
nutrita e sente. Se ciò non basta, ajuti il plasmatore dei modelli
di cera a ritrarre, dal vero e colli stessi colori, l'ascesso, la
pustola, la fistola, il cancro imperiale e magnifico, le spondiliti, il
rachitismo, i guasti epiteliari e le ulceri della sifilide, le necrosi
dei lupus, le piaghe divoratrici della tabe, le obesità idropiche della
elefantiasi, le contorsioni spasmodiche, le revulsioni, le slogature
dell'epilessia, del tetano, dell'isterismo. Dipinti, disegni, statue di
cera, preparati di _carton-pierre_, fotografie, cinematografi portino,
in copia, i loro prodotti al Gabinetto anatomico.
Questo si annuncia, in sull'entrata, col buttafuori in livrea oscura e
bottoni d'oro, cilindro e guanti; scosta cerimoniosamente la cortina
dell'entrata, come un usciere ministeriale; si è assunto l'ufficio
che le _avvertenze_ e le _prefazioni_ oneste fanno in sulla soglia
dei libri. Chi se ne intimidisce, come coloro che hanno soggezione
del preposto alla porta, stia fuori. La timidità, in questo caso,
non è mai l'espressione rubiconda del pudore e della innocenza, ma
il sospetto, ahimè, troppo fondato, di riconoscere, in qualche pezzo
esposto, i sintomi, il colore, la deformazione malamente nascosta
della propria malattia vergognosa: hanno paura di rivedersi al vero, di
dimostrare, col loro imbarazzo, alli altri visitatori, la qualità del
morbo, la specie della gangrena di cui sono affetti e vanno accusando
giornalmente altrui, che non li ha di patirli cronicamente.
Chi vuol impedire a questo sfarzo di scienza, di abilità, di sicurezza
il mettersi in vetrina. Quale la _mano del veto_ che protenda un
pennello intinto di nero fumo, per dar di frego ai disegni, per
annullarli sotto tintura indelebile: «Voi non dovete dire; noi non
vogliamo sapere! Vi manderemo la legge a inchiodarvi l'uscio, i
gendarmi a rinchiudervi in muda: siete pericoloso». — «Baje! È la
società pericolosa a sè stessa!». — Santa insistenza della sincerità!
Come i barbari, come li anarchici che vedono rosso, li uomini
dell'ordine, della legge, della bibbia, ricorrono al pugno; _manu
militari_, apprestano la sanzione del loro privilegio, della loro
povera e spaventata volontà «_Silentium_!» Sferra l'urto una catapulta
contro lo strumento, l'apparecchio, lo specchio perfettissimo e
fatato, che vede più di quanto non dovrebbe. Miracolo! Nell'infrangersi
argentino e campanellante, sonoro e gajo come una risata di giovanetta,
li specchi si moltiplicano; ogni pezzetto porta la sua immagine
vergognosa; ogni scheggia riproduce li uomini d'ordine, di legge,
di bibbia nelle loro più grottesche ed usuali abitudini; lo scandalo
singolare si fa pubblico; tutti debbono rivedersi, messi alla berlina,
che attira folla di motteggiatori e pur tra i beffeggiati. Baje! la
violenza contro l'Arte aggiunge stipe secche alla bragia: divampa
meglio la fiamma intorno, li Artisti cantano e danzano la canzone
pirrica della rinnovata purificazione; quest'uomini dell'ordine
inconsideratamente incendiarii li divertono, perchè, vedetene la
contradizione: