e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo, aveva scoverto,
ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario
delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de'
_recipe_ farmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa,
revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò
di sè stesso _La Colonna infame_ milanese in sulla _Piazza della
Vetra_. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi,
avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle
sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli
altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze
ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume,
che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata
sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici
ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime,
di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba
d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che
ritornano e si _fanno sentire_. Quanti elementi per il grottesco,
quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze,
cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le
saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del
seicento: a lui appariva _el sur Dianzen benedett_ del Porta; beffando,
in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco,
un _letto_ monumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli
guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono
qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa:
ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in
una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza
astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano
maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli
strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita un _quid_ di diavolesco,
di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una
serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale
dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E le prime
pagine dell'_Altrieri_ si svolgono tra la leggenda, le paure reali ed
imaginarie; e _La Casetta di Gigio_ è costruita dalla pura fantasia
che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi
dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie,
i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni
e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali;
il necroforo, la mammana, la _poveretta de la giesa, el giovin de
macellar, el perrucchée_, il cenciajuolo, la minuta straccioneria
urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e
ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano
le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza
polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua
fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una
scoperta. Ama lo stipite dell'_Humorismo_ nostro secentesco. Giordano
«per quelle sue pagine _così genialmente mal scritte_, nelle quali
chiama _la divinità_: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben
diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte
come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di
cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha
ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità
squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno,
che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino,
il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed
all'ateismo militante.
Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino
torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso
sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera
essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo
svincolare il _senso di fede, la sensazione di confidenza_, dalle forme
canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli
nella coscienza dell'_Unico_ a mo' di uno Stirner religioso. Dal
_Candelajo_, dallo _Spaccio della Bestia trionfante_, dalli altri
scritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore di _Ritratti
umani_ ripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in
uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.
Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una
descrive: _una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della
mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità_,
parlando: «_Repulsa adsurgo_» — e l'altra: _un razzo d'oro in un cielo
di notte: «Brevis sed splendens»_; accoglie, definitivamente, la terza
da Giordano Bruno: «_In tristia hilaritas, in hilaritate tristis_».
— «Perchè[70] gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della
comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo
di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè,
dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però
che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di
cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina
a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a
Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71] di Manzoni
era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira
la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto
che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa,
che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel
cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed
oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui
la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde,
dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta
vittoriosa: «e la satira»[72] torna a dirsi «che è la forma letteraria
della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservargli la
morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73] satira si
trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta
satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura
semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che
naturalmente dovevano anch'essi sentire, il _pathos_:» — per cui, se
«il comico[74] è riso, — l'umorismo è sorriso».
È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi
di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione
del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le
sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su,
ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene
la palingenesi, facendolo discendere dal _Vero_, dal _Buonsenso_, da
cui nacque lo _Spirito_, che sposò una collaterale di nome _Allegria._
Fruttarono le nozze l'_Humour_, il più giovane della illustre famiglia,
erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi;
perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e
fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice,
ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come
l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.
Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe
imperfetta: «L'_Humour_ è un _quid_ di acre, di amaro, di oscuro, che
nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo
Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «_wrüst mit
salkraut_», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo
arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte
le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo
encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze;
e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe
dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario, chi ha cioè una
filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che
parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire:
«Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido,
se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che
il _magnifico nulla_». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e
fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti
al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova il
_magnifico nulla_ della vita moderna, nuda di tutti questi attributi,
ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle
menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma,
ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si
giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in
una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e
lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci
si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre
ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza
sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà
l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il
gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più
doloroso: «_Un'oncia meno di sangue, un libro di più_».
Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra
diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo
dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa
nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie.
Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra
forma sotto cui si manifestano _i dolori innominati_; in cui questi
stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati,
in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal
romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di
trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida
lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato, il volto antropoide,
orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero
fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per
dar luogo alla coscienza umana.
Socrate, che ironeggia nei _Memorabili_ di Senofonte, presente la
voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la
menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno,
fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela
fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del
banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura,
mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai
l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria
ventura. Luciano, il classico dell'humorismo produce _Peregrino,
L'Elogio alla Mosca_, il _Pirgopolinice_, la _Descrizione di Jerapoli_,
le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si
avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta
religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il
Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.
Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco
necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato,
il dì di San Giovanni, i _Misteri_, declamati e cantati nelle absidi
abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la
Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili
trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla
morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica;
Gilles de Rais, il Barba-Bleu del _folk-lore_ indo-europeo, sfoggia la
sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica
dei nostri divinatori è meravigliosa: da _Nôtre-Dame_ a _Là-Bas_. —
Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità,
sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu
sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano,
il lievito. Ne riuscì una filosofia volgare per tutti, contadini,
monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente
confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le
sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede
mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione del
_monismo_, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato
contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi
estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle
precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto
medio-evale.
Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene la
_callida iunctura_; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove
parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia
eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle
sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per
distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica,
stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono
ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii
immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.
Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelle _Eaux de
Jouvence_ Pantagruel, prototipo del _Père Ubu_ e di _Roi Bembance_;
— Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom
e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te
Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda,
e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e
comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la
loro fioritura classicheggiante ed humorista.
Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre
alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo,
diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà
un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna;
Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà
parlare un gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha
vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà,
sotto la magra e trista figura d'_hidalgo_ spiantato, il cuore di
Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di
un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di
passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la
fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di
Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita
dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la
ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.
Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dal
_Racconto di una botte_, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino,
canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare,
sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia
satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica
che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si
distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui
riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono,
al _Pariato_ avventuroso, la _Gentry_ sedentaria delle banche. Ma
quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di
arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate
sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa,
presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone
sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le
colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente
strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in
Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa
raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.
Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia;
«calano[75] i numerai, nelle cui vene scorre sangue darwiniano di
scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la
patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati,
insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed
imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei
e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le
esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare
i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a
quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri,
i contabili: «O Muse, o, Amori[76] restate!». Ma tutta la grettezza
delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa
numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la
tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta
l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità.
Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva
alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord,
quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico,
funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si
sentì invaso da questa corrente di _Goulf Stream_ assiderato, pungente
e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone,
le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi,
attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della
espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra
volta, il concetto ch'io già esposi della _geniale ebefrenia_.
Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali,
i casti per regola monastica, le monache continenti per regola
deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle
inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera
incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti
propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto,
che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della
fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche, sacre, demoniache,
le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il
grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e
discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo
delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano,
oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, dai
_Niebelungen_, sporge la destra ad Ettore della _Illiade_; le razze
scompajono, rimangono il _poema_ ed il _poeta_, che le riassumono nella
totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita
il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche
basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura,
anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni
attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un
popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede;
che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi;
che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che
tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera;
la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui,
tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in
bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa
del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza
si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è
asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario
cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini
astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.
Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano,
popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro
li scaffali e si chiamano: _Saggi_ d'Emerson, _Opere_ di Carlyle,
quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa,
con _Don Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel_,
la _Raccolta completa_ dei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria
Maggi, al Raiberti, le _Tragedie_ di Shakespeare. Questi formano
il perno della sua dottrina e del suo credo estetico. A traverso le
pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il
suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti
barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto
colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera,
il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto
di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto
della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a
somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che
non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo: _rendere
una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e
morale_. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia?
Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del
colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria
di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica
fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre
Carlo Dossi adorò «quel[77] fazzoletto dagli stemmi tarmati, che
evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri
ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito
trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai
raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio
Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica,
metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di
specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta,
spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo
rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo
della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine,
genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo
Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne
rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.
Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, inedita
presentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo,
come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto,
i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni,
Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai
Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola
tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del
suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina
romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e
delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suo _humour_, anzi se
ne avvantaggia.
L'_humour_ sia dunque _lo stato costante dell'animo suo_: uscire
con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo
la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la
sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione
di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e
dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della
vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di
una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve
lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange
e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che
ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol
essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini
eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle
premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione,
in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una
universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni
sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità.
L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non
poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo
sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso:
ama la _contradictio in terminis_. Perchè sta nella vita corrente e
la conosce a fondo, sa che questa è una continua contradizione, che
il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti,
di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa
insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla
stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo una
_Avvertenza_ ai quattordici calepini delle _Note_, azzurri ed inediti,
dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle
essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi
e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze
insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato
che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se
vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola
naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta,
e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sulla _gioja_, qui
guarda ed anche quanto si enumera sotto _dolore_: sulla _luce_, va a
vedere sotto _ombra_; intorno a _sottigliezze filosofiche_, riscontra
con _filosofiche sottigliezze_». Ultimo motto a rischiarare tutto
l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.