se _Stambul_, la cagnola di Giulio Uberti, l'avvicinava: — Giulio
Uberti, poeta dimenticato, perpetuo innamorato settantenne a consumare
il suo suicidio per una giovanetta quadrilustre ed allieva sua di
declamazione, Miss Alice Lohr londinese, che lo amò dopo morto. Giulio
Uberti, che appariva, tra li amici, col suo mezzo cilindro di felpa
folta, _el castor_, inconcato a barchetta, imposto all'occipite perchè
il tormentato e spazioso fronte di lui s'illuminasse al sole, la pipa
corta e brunita, stretta fra le labra; — classico come il Cominazzi
repubblicano della _Fama_, cantore con vena foscoliana delli eroi di
repubblica, _Tito Speri, Washington, Lincoln_, delle _Stagioni_, dei
_Bardi profughi_, dello _Spartaco_, e, se in oggi saputo o commentato,
vergogna ai precocemente calvi bardassa, ai Merlin Coccaj della
bambagia italiana: Giulio Uberti, cui
«....[52] sul rugoso fronte non dome,
L'ire fremevano dell'alma austera;
Passò imprecando: sferzò: derise:
Tutto è putredine! — disse.... e s'uccise».
Gignous, silenzioso ed immerso nell'arte sua, sembrava cabalasse,
mentalmente, toni e tinte sino allora inediti: — Bernasconi, _Tartarin_
di politica, fanfaronava piacevolmente. — I tre Fontana si invitavano
a vicenda alle ciarle. — Achille Cova arguto, li eccitava e li
contrastava; — Giovanni Camerana magistrato, si abbandonava, senza
sospetto alla rima macabra, come un Rollinat piemontese, per avviarsi
anche esso al suicidio; — Ghislanzoni, ironico balbuziente, raccontava
le sue innumeri prodezze, giornalista, librettista dei _Promessi Sposi_
musicati dal Ponchielli, baritono, novelliere; — Ripamonti interrompeva
la scultura per la poesia; là dove non giungeva la stecca da modellare
veniva la sua penna acuta a trafiggere; — Cesario Testa, che si
firmava scora _L'Anticristo_ piemontese _Belial_, e che stava per farsi
conoscere sotto il nome di _Papiliunculus_, riconosceva i suoi fratelli
d'arte della _Farfalla_ e li veniva a visitare: Cesario Testa, piccolo,
bruno, nervoso, coltissimo, razionalista, naturalista, il ponte
di passaggio tra la _Scapigliatura_ milanese e la _Scuola nova_ di
Bologna; esulcerato dalle miserie della vita e pure _travet_ laborioso,
in perpetua bestemia contro il suo destino, cinico, pessimista e quindi
romantico puro camuffato; intelligenza, brio, onestà, impiegato di
poi alla _Corte dei Conti_ ed alla _Cronaca Bizantina_, dove Angiolo
Sommaruga ne abusava; Cesario Testa, anch'egli ricoperto di nebbie, di
anni e d'oblio.
Vi traevano Carletto Borghi dalla gentile e precoce genialità, morto
avanti la fama; — Ambrogio Bazzero, solitario erudito d'armerie
milanesi e commosso novellatore di sè stesso in _Storia di un'anima_,
il primo discepolo di Carlo Dossi con _Riflesso azzurro_, «bacio su
di un fiore appassito, dedicato a Sofia e Maria, sue sorelle», pur
esso di brevissima esistenza: — con loro si accompagnava Guido Pisani,
scialaquatore della sua intelligenza, _ucciso da una spina di rosa_,
fondatore col Borghi, il Bolaffio e i due Pozza, del _Guerin Meschino_;
il quale porta tutt'ora per insegna il guerriero cavalcante,[53]
disegnato da Tranquillo Cremona e da Carlo Dossi, tra le maschere
grottesche che ne fingono le lettere, donde si compita il suo titolo.
Nè Tranquillo Cremona, tornato dallo studio e dal lavoro, che lo
compiaceva nel cortiletto del Conservatorio, — un chiostrino colonnato
e suggestivo offertogli al pennello da Lauro Rossi, — se ne schivava;
nè la sua gioconda ilarità scompagnavasi da quella di altrui.
In questo campo chiuso la _Scapigliatura_ si avvicendava; l'arte
viveva di speranze; tutti erano migliori di quanto non apparissero;
ciascuno si foggiava un Lovelace, un Don Giovanni, un Werther. Qui,
si eccitavano le ire intestine; ed il Dossi ascoltava ed annotava la
boccacevole eloquenza dell'ideale dipintore dell'ambiguo _Falconiere_,
quando, dimessa la pennellata, dosava la burla con lenta perfidia e
maestria al padrone di casa. — Ospite interruttivo, Cletto Arrighi,
vi appariva dal _Teatro Milanese_ ch'egli ricercherebbe invano di sul
_Corso_, dove aveva tenuto il posto del _Padiglione Cattaneo_, sala
da ballo per le ultime _madaminn_, dove, oggi, fa pompa un albergo
cosmopolita di lucida eleganza: — _Il Teatro Milanese_, che gli aveva
trasmesso Perelli fresco delle nobili comedie di carattere, banditi
pagliacetti e istrione, riusciti quindi in fama e ricercate dalla
salace frivolità del principe e dell'epoca; e dentro cui profondeva
l'eredità di Bernardino Righetti, lo zio, amico d'infanzia e collega
nelli amori facili di Manzoni, prima del suo millantato pietismo.
Qui, dunque, venivano a rifugiarsi tutti che volessero dire una
parola propria e diversa, che dovessero difendersi dalli attentati
della borghesia milanese: qui, li artisti frapponevano ostacoli,
bastioni e fossati, per non patirne il contatto, per non udire il
riso di scherno contro li insuperabili e delicatissimi _Cugini_;
per non confondersi coi bestemiatori della plastica vigorosa,
psicologica e comacina del Grandi; per non avvalorare li errori delli
orecchianti della letteratura di Rovani, della poesia del Tarchetti
e del Praga. Da qui, fuggivano tutti li altri: però che scioccamente
i rimescolatori dei dizionarii, i passeggiatori di biblioteche e di
musei, li ineffabili impostori delle Academie se ne vantavano; e non
accorgevano di diminuirsi, privandosi del lievito proficuo e prolifico
della genialità, che lasciavan da parte, non vergognandosi del resto
delle loro attitudini basse e sconvenienti che domandavano all'arte,
cioè il loro fine, con _Nana di Parigi_, od _a Milano_, _alias_ Emma
Ivon, pruriginosa di memorie inedite e di aulici quadri plastici, a
mezze tinte, tra la seppia e l'ocra gialla; — coefficienti all'onanismo
ginnasiale, quando la piaggieria al naturalismo divenne di moda e
servì, all'artista, per aver commissioni dal bottegaio arricchito, ed,
a questo, di vantarsela da conoscitore.
Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci,
di poesie d'occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della
attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l'innerbava,
la divertiva, la faceva pensare. Estuava per le ragunate della
_Famiglia Artistica_ e della _Patriottica_, dove si decidevano le
mostre del _Museo Birbonico_, tenute nei palazzi di _Piazza Mercanti_,
e le recite del _Carro di Tespi_; si immetteva nei crocchi, sotto la
pergola della _Noce_, un'osteria fuori _Porta Ticinese_, governata
regalmente dall'astuta e simpatica _Sora Luisa_, mentre _el Vittorel
Pizzini_ mesceva, alli illustri aventori, _Gattinara_ squisitissimo
ed annoso: — [54] «ora, non c'è più: l'onorevole Depretis travolse il
_Gattinara_ nel tinoso baratro della Società enologica stradellina
e gli fece fare la fine medesima del parlamentarismo in Italia». —
Ma lo aveva cantato con ditirambi bacchilidiani ed inediti Odoardo
Canetta, garibaldino e studente in perpetua candidatura sulla laurea
di medicina, biondo Adone di gentilezza milanese, autore innominato
e truffato di una esilarantissima comediola «_On vioron in dazi_»;
e, prima, adolescente coraggiosissimo industrioso, con mio padre, di
scede e di atroci burle ai _pollin_, i gendarmi austriaci: ma quel
trilustre _Gattinara_ lo aveva bevuto pur Rovani battezzandolo «_Sangu
de rana_», quando, commensale gratuito ed abitudinario alla _Noce_,
vi teneva scuola di arguzia, insegnando al Magni, che _fiancheggiava
allegramente grignolino_ co' suoi allievi, la metamorfosi di un San
Paolo in Socrate: «_Schiscegh el nas_» — e Socrate riusciva indicativo,
— rimproverargli il monumento eretto a Leonardo da Vinci in Piazza
della Scala «_on litter in quatter_».
Supporava il barzelettare del giorno, sul _Corso_, davanti all'_Hagy_,
istituzione e ricordo primo-consolare, liquorista di secreti profumi
ed essenze, venuto dall'Egitto coi Mamelucchi al seguito di Napoleone.
E si ponevano in bacheca, paracarri dell'eleganza maschile, i
professionisti del Dandysmo — Barbey d'Aurevilly forse loro istitutore
— stato-maggiore della gazzetteria, a dettagliare le bellezze e li
abiti feminili delle passanti, a malignare sui nomi, le virtù palesi e
nascoste, le abitudini intime, i compromessi coll'essere e il parere.
— Sgargiavano le cravatte rosse ed il taglio inglese dei pantaloni di
Fabrizio Galli, — baffi alla moschettiera; il _Coq_, nome porpureo
che lo indicava nelle sue caratteristiche morali e sessuali, pronto
ad accorrere a richieste del _Gaetanino, Genius loci_ del _Gazzettino
Rosa_, il _Monitor_ catrafatto e cannoneggiante della repubblica
lombarda, quando, per mancanza di redazione tutta sotto chiave, lui
solo ed il _Pessimista_ rabberciavano il giornale: — stonava, coi
bei giorni di sole, che ingiojellava il marciapiede primaverile,
l'indivisibile parapioggia del Pozzoli, cantastorie di intrighi
principeschi sempre rinnovati, sempre venali e complicati. — Propalava
secreti la gajezza rumorosa ed alla vendetta dell'avv. Cario Besozzi,
amico di tutti e di tutte, confidente universale, peroratore delle
cause de' _generosi_ e delle _generose_ e de' pianti dei cuori in
pena, preziosissimo giovane Figaro in _frak_ ed in toga, disputato per
l'occasione e per amicizia speciale, pacere dilettante e viaggiatore
patetico per li amori eleganti delle spumose ed inquiete bellezze del
_Teatro Milanese_, sensale anche di convegni e del resto, al dire della
maldicenza interessata e lurida di Davide Besana. — Il quale, volto
piatto ed addormentato, protestandosi sordo, ma le orecchie all'agguato
e tese come quelle di un lepre in sospetto, Giuda Iscariota a buon
mercato, rimessosi tra i sovversivi vi praticava caccia e pesca grossa
e minuta a profitto della polizia politica ed immagazzinava notizie e
documenti pe' suoi libelli: _Re Quan Quan e la sua corte, Sommaruga
occulto e Sommaruga palese_, di cui fu il sicario prezzolato per
ricatti di letteratura alimentare: Davide Besana[55] riconosciuto testè
come vecchia pratica del Codice penale e che viveva, scrivendo per
commissione, nell'aria umida milanese, necrologie, epitalami, contratti
di nozze, precarii, citazioni, ricorsi di macellari contro la ricchezza
mobile e denuncie anonime in blocco, mentre poneva mani, piedi e
malvagità a difendere sè stesso, calunniando coloro che lo accusavano
di facili e questurineschi abbandoni.
Si erano aperte altresì, un po' più verso il Duomo e da poco, li
splendidi battenti della _Giulia_ e della sua _buvette_; un esercizio
promiscuo tra il _bar americano_ e la _fiaschetteria_, dove li
avventori si trovavano in dovere d'essere innamorati della padrona, o
corteggiatori, o favoriti, o protettori, rimanendo essa, che vantava
il suicidio del marito e una mezza dozzina d'amanti rovinati, sotto
il nominativo di Angelo Sommaruga; il quale non uscì di famiglia se, a
Roma, si condusse, per lo stesso motivo, la sorella di lei, la celebre
e ricantata, in sulla _Cronaca Bizantina_ da _Papiliunculus; Una Tigre,
Adele_. Dalla Giulia si era festeggiato l'esodo della _Farfalla_ da
Cagliari a Milano in lietissimo simposio; vi aveva brindato Francesco
Giarelli, giornalista di razza, ripieno di enciclopedia, signore di
uno stile limpido e scintillante, il _gnomo_ Francesco Giarelli, se
credete al Besana, mentore, consigliere, ispiratore e dissanguatore del
Sommaruga. E si erano accese dispute di eleganza e di bellezza tra la
Giulia e la Ivon, che se la vedeva in faccia troneggiare regalmente,
uscendo dal _Teatro Milanese_; rivalità tra la _Caffettiera_ e
l'_Attrice_ per maggior leggiadria e minore età: sì che i maschi
venivano a parteggiare e parteggiarono i giornali.
Ma, indifferentemente, se si diceva che li attori del _Teatro
Milanese_ solevano pagare una cena di trenta soldi a' critici affamati
e parassiti, perchè li elogiassero smaniosamente, — e la voce si
propalava dalla Giulia — pure, dinanzi ai vetri della _buvette_,
intermessa una sosta all'Hagy, si mostravano i pantaloni a quadri
bianchi, gialli e neri del Giraud, — il volto glabro e clericale del
Ferravilla, Beltramo e Meneghino decaduto, — la figura romantica e
allampanata dello Sbodio.
Costanti e fedeli ai veleni certosini ed inglesi tornavano, in sull'ora
delli aperitivi, a completare lo stuolo, l'eterno giovane Carissimi,
la cavalleresca prestanza del Missori, — la gioventù repubblicana e
spadaccina, la letteratura scapigliata e garibaldina del _perduto_
Bizzoni, bello Achille d'imprese eroiche ed erotiche, il _Re Quan
Quan_: e la critica intransigente spumeggiava, spigliata, libera,
aggressiva, aiutata dai fumi dell'_Absinth_ opalizzato e scorso, a
gocciole lenti nell'acqua, Musa verde potabile, eccitata dai fomenti
ricomposti dello _Scotum_ e dai _Vermouth di Torino_.
I lambiccatori delle quotidiane maldicenze decantavano i loro prodotti
alcoolici, le loro ultime trovate: appostillavano i quadri del Bertini,
così: «_el can fa de bagai, el bagai fa de can_» — ribattezzavano
Malacchia De Cristoforis «_Don Malacofolis de Cristiania_» — davano
la prosopopea del Vanzo, un pittore, che, con Luigi Conconi, cresceva
in fama «_on Garibaldi mojàa in la carbonina_»; ripetevano i pensieri
detti ad alta voce dai maggiori. Facevano sapere, che ormai, Alessandro
Manzoni non tutta mettesse la morale nella sua _Morale Cattolica_,
che andasse sfollandosi da casa Cantù, i suoi acoliti e Tommaseo, cui
mandava a riferire: «_Basta con lu, che el ga un pè in sacristia e
l'alter in casin!_» Che, a chi gli chiedeva come mai, avendo fatto dei
libri così buoni, avesse pur fatto dei figli sì birbi, rispondeva: «_I
liber i ho faa col cô, i bagai col c...._»: — che per farsi scusare
le spesse frecciate contro le cose del giorno, soleva aggiungervi la
prudenza di questa barzelletta: «_Però, podi vess come quella veggetta
del Mont Cenis, che in del '59 la trovava che i Frances, che vegniven
giò, allora, in Italia, no eren pu quii Frances inscì gentil d'ona
volta, al temp de Napoleon. Forse, me par ch'el mond el peggiora,
perchè peggiori mi_». Ed oscure calunnie propalavansi ad imputargli
costumi testè venuti di moda al seguito dal Kaiser germanico, essendosi
egli, in prima gioventù compiaciuto di libero poetare erotico; velenose
malizie, suscitate dal fango delli spurghi gazzettieri.
Rammentava invece, versi, strofe e poemetti inediti, che erano
passati tra le mani di molti, ed a firma manzoniana, prestissimo,
del resto soppressi e non controfirmati dalla preveggenza meticolosa
dell'_innajuolo sacro_, la memoria prodigiosa tenace e birichina
del Rovani. Il quale, lodando e biasimando si valeva di citazioni,
che, in bocca sua, erano formidabili armi di offesa e di difesa;
ed, a proposito del Monti, ripeteva l'epigramma del Manzoni fatto
dimenticare:
«Un vate di gran lode,
Sul principio di un'ode,
Rimpiange il fior gentile
Del suo membro virile;
E, mentre ognun si aspetta
Ch'egli invochi Paletta
O qualcuno dell'arte,
Inneggia a Buonaparte.»
perchè, dove Giuseppe Rovani sfoggiava il suo eloquio spumeggiante
e capriccioso era appunto all'Hagy, _el racanatt di sciori_. Il
Ghislanzoni ve lo aveva descritto nel suo tempo migliore, in una
improvvisata antologia, cui il romanziere di _Lamberto Malatesta_
fingeva di declamare:
«In riva del Naviglio
Io nacqui e trassi i dì;
Il soldo d'applicato
Consumo nell'Hagy.
Quando i ronzini trottano
E il carro non traballa
Può rimanere in stalla
Il nobile corsier.
La storia dei _Cent'anni_
Ad intervalli scrivo;
Se un altro secol vivo
La leggerete un dì:»
già che questa usciva, saltuariamente, in appendice, sulla _Gazzetta
di Milano_: _el sô prâa_ de marscida, la sua coltivazione reddituaria,
però che la letteratura pura lo mandava in rovina ed il giornalismo
lo faceva vivere, senza lasciargli possibilità di pagare i molti
debiti. «Io nacqui indebitato; se la bolletta fosse un violino, io
sarei un Paganini», soleva ripetere: e pur morì in Milano, la patria
de' suoi creditori, il 26 gennaio del 1874, nella _Casa di Salute di
Porta Nuova_, trasportatovi dall'_Albergo del Gallo_ il dì di Natale
dell'anno prima: e morì creditore esigentissimo di gloria, che tuttora
cercano negargli, lasciando alla moglie dispensiere otto capi di
vestiario e due fazzoletti bianchi da naso.
Ma, in sulla porta dell'Hagy, conveniva udirlo negli anni fecondi e
gagliardi. Martellava una inesauribile zecca di epigrammi a battuta
sonante d'arguzia. Corruscavano monete d'oro e d'argento, già mai
di rame, al sole artificiale e ringiovanito dai vapori dell'alcool
— _el so giovin de studi_ —; insospettati modi di dire svuotavano
le viscere scoperte di ipogee miniere ricchissime di storia, d'arte,
d'indiscrezioni. — La vista di una passante, di una conoscenza, di un
nemico, di un amico eccitava in lui la piacevolezza alla ventura.
Diceva del Sacchi bibliotecario, che camminava col muso per aria
mezzo assonnato, muovendo le labra come biascicasse castagne. «_El
par un baco ch'el tenta de fa la galetta, ma la ghe reussis no_».
Della moglie di Cletto Arrighi, che poverina, non si sgravava che
di cadaverini: «_Ona Mojascia ambulante_». — Ad un vedovo che si
era riammogliato: «indegno d'aver perduta la prima». — Chiamava una
cantante enormemente grassa, ma bella: «il naufragio dell'estetica».
Espettorava la quintessenza delli insulti contro il Filippi, che fu
tra i primi, critico della _Perseveranza_, a bandire l'opera di Wagner
contro i rossiniani, dei quali Rovani era il massimo sostenitore; e
fulminava Pezzini, comproprietario della _Gazzetta di Milano_, deforme
e libidinoso, assicurandogli che «lo avrebbe migliorato con un pugno» —
Ad un suo sozio attestava: «Molti migliori di te hanno salito la forca:
ma tu la disonoreresti».
Se avvisava Giulio Carcano, lo sciapo traduttore di Shakespeare e lo
stucchevole manzoniano, claudicante: «_In tant temp che l'è a sto mond
e con tanta inclinazion ch'el ga in quella gamba lì, l'è sta mai capace
de diventà nan_». — Ed a Paolo Ferrari, che gli confessava d'aver
letto molti libri prima di comporre _La Satira e Parini_, rispondeva:
«_Ch'el guarda che l'han mal informàa_». — A Cantù faceva sapere:
«Aveva egli otto anni ed era già un asino»; appajandosi a Mommsen che
lo tacciò di ciarlatano; — a D'Azeglio, venuto in sulle bocche di tutti
coll'_Ettore Fieramosca_: «_L'è un gener de Manzon_». Se riconosceva un
galantuomo a passare, criticamente osservava: «_On bon galantomm el dev
semper avegh un fond cattivissim_»: se ammirava una bellezza giovane e
procace: «_Speri che la vegnarà bonna per tutti_»; se un acuto profumo
di muschio gli pungeva le nari e scorgeva la biscia che lo emanava,
una cantante _ex-cocotte_: «_Adess la cerca in de l'arte quel che no po
dag pu la natura_». Eccitava i giovani a gesta erotiche, citando Orazio
ed Ovidio, l'esempio turrito ed inalberato pagano che si conserva nel
_Museo secreto_ di Napoli, illustrato dalla prolifica divisa «_Sator
Mundi_», seminatore dell'universo, proponendo loro il caso di una
famosa editrice di musica, _el granatiere di Slesia_. Ma, invitato
si schivava dal confessare la sua età, desiderando farsi credere più
giovane, mentre, spregiudicato e razionalista, aveva conservato la
superstizione del _Venerdì_ e del _Tredici_.
A Garibaldi inchinò, ed incondizionatamente tutta la sua ammirazione:
«Un grande uomo; avrebbe potuto essere un altro Cesare, o un altro
Napoleone; _ma ghe mancaa la vena del loder_». Il che, udendo, un
giorno, Cremona affermò: «_A ogni frase ch'el dis el ghe mett su la
sabbia_»: la scolpiva, in fatti, nel marmo e la fondeva in bronzo, se,
venutogli presso Carlo Dossi, ne preparava una futura _Rovaniana_.
— Artisti letterati, follajuoli gli si affollavano in torno,
racimolandogli giudizii sul momento, briciole di conversazioni e di
aneddoti pepati sul libro a pena uscito, sul quadro in voga, sulla
comedia e sull'opera datesi la sera prima; egli disperdeva le sue
ricchezze ai più solleciti, nè si curava di serbarsele; se ne impinzava
il Perelli, _el me fioeu_, cui dedicava un suo volume: «In segno
d'amicizia che non si trova in commercio». — Quindici giorni prima
di morire, Giuseppe Rovani lamentava: «_Gran brutt segn; go voueja de
lavorà!_».
Ora, non più: Carlo Dossi e Primo Levi non riconoscono il loro
paesaggio: «se ancora tutta una interessante[56] fantasmagoria ti
assedia il pensiero, e i dolori e le gioie, le speranze, le delusioni
dell'arte e dell'amore, la giovanezza fidente e la stanca maturità,
la ricchezza e la miseria, la gloria e la oscurità ci passano dinanzi
per dirti che questa è la vita». — _Via Vivaio, Via Borghetto, Via
Rossini_, si sono fabricate, si spiegano sulle ortaglie, i giardini;
l'_Osteria del Polpetta_ lasciò piazza libera. La città divora; le
ombre dei platani centenari, delli ippocastani, che si confondevano
con l'altre dei _Bastioni_, furono racchiuse e limitate in alti muri.
L'industria conquistò le strade erbose e suburbane, le cascine, i prati
irrigui; ricoperse di cripte i mille rivoli, un dì, protetti dai pioppi
capitozzati e dai salici educati per vincigli, fugando l'arte e la
natura, sempre più lontano. Stendhal, oggi, a Milano, non sentirebbe
più _odorare la Felicità_, ma il loppo del carbon fossile: il Milanese
è a tutto indifferente che non sia machina, scambio, operai, cambiali.
— Irrequieta, disperata, esasperata la _Scapigliatura_ volse al
suicidio, o si immise nelle comode strade burocratiche, al soldo
del governo; perchè dicono i saggi ed i pratici, — ed io lo credo
volentieri — la letteratura conduce a tutto —; quand'anche a me, con
licenza, poeta, procacci ogni giorno un odio nuovo, chiegga maggiori
sacrificii liberamente esercitati, e mi divorerebbe la borsa e la mente
se di quella non fossi, per prudentissima necessità, parsimonioso, di
questa inutilmente ricchissimo.
Comunque, di là Crispi, saggiatore arguto d'uomini, pescò i migliori
suoi amici ed i suoi più sicuri collaboratori. _Scapigliatura,
Bohème_: «vi troverete dentro delli scrittori, dei diplomatici capaci
di rovesciare i progetti della Russia, delli amministratori, dei
generali, dei giornalisti, delli artisti. Tutti i generi di capacità
vi si rappresentano; è un microcosmo!» Ricordate la definizione di
Balzac in _Un Prince de la Bohème_? Di Balzac, buon ospite milanese,
che si ora deliziato dell'aria fresca e del bel verde del giardino di
Casa Porcìa «sul Corso[57] di Porta Orientale, dieci case più in là
della contessa Bolognini», cui dedicò _Une fille d'Eve_; mentre a Clara
Maffei, destinò _La Fausse maîtresse_, _Les Employés_ alla Sanseverina,
al conte Porcìa, _Splendeur et misère des Courtisanes_, allo scultore
Pettinati, _La Vengence_?
Là, lo aveva trovato Giovanni Raiberti, nell'estate del 1838, a tener
conferenze ed esperimenti di magnetismo, vantandosi egli espertissimo
in quella pratica e convinto mesmeriano; e, là, un gobbetto, che il
medico milanese gli aveva apprestato a burla, «gobbo[58] davanti e
di dietro, e bistorto in modo che al suo confronto il francese Mayeux
è un Apollo» il sor Gattino astutissimo, gli scroccò parecchi luigi,
fingendo il sonno ipnotico e millantando la soperchieria in una scena
comicissima, in cui il dialogo francese-meneghino raccontato dal
Raiberti, aggiunge alle risa la satira: Balzac furoreggiava: «_Il y a
quelque chose de maladroit dans ce sacré bossu!_». E l'esperienza non
gli riusciva; e il nano ghignava ed intascava.
La rete, immessa con larghezza d'intenzioni, nel _mare magnum di
Scapigliatura_, non riuscì mai leggera; triglie e squali accorsero.
Insediati, tranquilli, con sicure promesse, e fattive speranze di
sinecure pel domani, i ribelli di ieri ci riguardano, additandoci l'ora
del prossimo accondiscendere, piegando alla loro esperienza, che sarà,
forse, la nostra; ma noi, oggi, squassando un'altra volta le nostre
pregiudiziali sopra ogni argomento, tra le voci del volgo, udiamo anche
la loro che:
«.... urla a noi, tra le risate pazze:
«Arte dell'avvenire?!»[59]