Giovanni De Castro ricorda i _Visitatori illustri_ in una annebbiata
palinodia; il Romussi ed il Barbiera, ambo gazzettieri spicci,
badaluccano sulle esteriorità, ridipingono sulla vernice e sono
pregiati perchè _suonano il vuoto_. Cameroni non può dire Milano se
non soggiunga Stendhal, Dossi e qualche volta Lucini; indugia con
amore su questa serie di paesaggi che fuggono, di parole che svaniscono
nell'aria troppo rumorosa dell'epoca; rammenta Byron, Michelet, Balzac,
Flaubert, Gautier, i Goncourt, Taine, amici e narratori di Paneropoli,
trascura Foscolo, nemico e grande istigatore di virtù meneghine, che
riconosceva: Felice Cameroni, a me carissimo, araldo di Zola tra noi,
dalla _Farfalla_, dalla _Italia del Popolo_, dal _Sole_, dalla _Rivista
Drammatica_ del Polese; il _Pessimista_, lo _Stoico_, l'_Atta-Troll_,
l'_Uaneofobo_, tutte gradazioni dal nero fumo al grigio; per cui egli
dispensò la sua volontà e la sua grande coltura e seconda natura, che
lo fecero incompatibile colla serenità; sì che, non morto, oggi, si
insepolcra dentro un ostinato silenzio. Con lui, Carlo Bozzi amico
suo, andava e va proponendo al Comune una specie di _Museo Carnèvalet_
di nostre memorie che vanno perdendosi; Luca Beltrami ne ripara i
monumenti, tenta di trasportare la _Cà Missaglia_ vicino al Chiostro
ed al Chiostrino delle Grazie, rinascimento primaticcio e lombardesco.
Noi ci illudiamo, nelle ore tipiche, di tornare al nostro _Verzée_,
«_scoera de lengua... caregada de tucc i erudizion, che i serv e i
recatton dan de solit a gratis al poetta_:» ma, tra le faccende del
mercato, tra il monte fresco ed odoroso delle verdure, dei fiori, delle
frutta, i pingui formaggi, le rosate polpe dei salumi; tra le piume e
le pelliccie della cacciagione; tra la fragranza salina e salmastra
della pesca, sotto li ombrelloni, sul suolo madido e lubrico; tra
i frusti delle insalate e delle verze, in pieno cielo meneghino, un
vocabolo toscano, una esclamazione napolitana, una bestemia genovese
interrompono l'incanto. La Piazza veste _la sua realtà_: il carattere
equivoco e complesso di un gran mercato qualsiasi, all'aria aperta; noi
udiamo cianciare, in un misto italiano di caserma e di quinte, incolore
e banale, linguaggio permesso ad una città d'emporio, che rimuta le sue
espressioni col mutare veloce delle mode trimestrali, la sua fisionomia
ad ogni lustro; città aperta all'estuarvi della immigrazione, dove,
moltissimi sono li elettori e minimi i cittadini.
Però che se ne accorgeva Carlo Dossi sin dal principio e lamentava lo
squalificarsi di molto patrimonio autoctono intellettuale[30]: «L'umore
milanese e lombardo, oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano
cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana, che diede Manzoni,
Cattaneo, Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani e molti altri minori.
Era gente questa di alto ingegno ed insieme cavalleresca, amabile e
bonariamente spiritosa. Nutriti di Porta e di Rossini, erano amanti
delle gonnelle senz'essere puttanieri; erano giocondi senz'essere mai
sguajati. Oggi si è a loro sostituita la volgarità, l'ingrognatura, il
portinarismo del _Secolo_, il bohemismo scimiottescamente francese ed
odioso; l'ubriaco che rece al brillo che canta».
Ma allora si rifabricavano e si fucinavano coscienze e modi di vita
cittadina, altri se ne assumevamo; si rifiutavano e si accoglievano
attitudini, inquietudini letterarie e morali. Di quel tempo,
nell'aspettazione di una nuova guerra coll'Austria, che deteneva ancora
le provincie venete, nell'alacre fermento delle incalzate generosità
del _partito d'azione_, i giovanetti tentavano più difficile se pur
pacifica milizia.
Se abbattevansi muraglie, Carlo Dossi ed Alberto Pisani venivano
alle demolizioni notturne del _Rebecchino_, tra le fumigosità delle
fiaccole, perchè, non ancora, alla fretta di far nuovo sul vecchio,
aiutavano l'arco voltaico e la lampada ad incandescenza: ed udivano
Arrigo Boito lamentare:
[31]«Scuri, zappe, arieti
Smantellate, abbattete e gaja e franca
Suoni l'ode alla calce e al rettifilo!
Piangan pure i poeti».
I poeti? I poeti ironeggiavano con Emilio Praga:
[32]«Per l'ampia volta querula,
Nel coro intarsiato,
L'orme di cinque secoli
Un giorno han cancellato:
Or tutto è liscio e candido,
E, a quei toni abbaglianti,
Ammiccan gli occhi i santi
E parlano? tra lor».
Santi? Si incominciava a non credervi più: si stavano stampando _Il Re
Orso_ e _Le Madri Galanti_ e _Tavolozza_; si leggevano i romanzi del
Tronconi: Felice Cavallotti ristampava le _Poesie_, bersaglio colpito
inutilmente dalla Procura del re e soppresse per riapparire; ragione
per cui lo scaldo repubblicano tornava ad essere ospite frequente delle
_Carceri Criminali_, per riuscirne, brindando nei _Filobaccanti_, col
bicchiere colmo e spumoso, sonora ilarità, sfarzo di facili amori a
coprirgli i singhiozzi sulla povera ora trista italiana.
Così, mentre si tentava di rappresentare il _Mefistofele_, Tarchetti
aveva già gettato il grido: _All'aperto, all'aperto!_ di maggiore
ed italiana efficacia che non fosse l'«_en plein air!_» zoliano,
denunciava il facile mestiere di imitar Manzoni; tornavasi ad odiare
ed a combattere i pedanti come i più _fieri assassini_ della poesia.
I giovani si trovavano sospesi tra il lievito spremuto dall'Heine e
dallo Schopenhaurer, in una stanchezza di razza che ha troppo lavorato
e pensato, in una quiescenza alla servitù avvenire, per le inutili
ribellioni al fatto che popolava l'Italia liberale e liberata di
burocrazia piemontese, scialacquatrice di patria e pubblico erario.
— _Dolore di aerei disinganni_? Non pensavano più alla Byron, alla
Leopardi, alla Gilbert, alla Moreau; non adoravano ancora il corteggio
dei _Montjoye_, dei _Maître Guerrin_, delle _Susanne d'Ange_, delle
_Femmes de Claude_, dei _Sirchi_, dei _Lebonard_, delle _contesse
de Chalis_ delle _Ize Clemenceau_, delle _Eve_ alla Verga, delle
_Fanciulle_ alla Torelli;.... ma già spuntavano li uomini d'affare:
non più si invocava la morte, ma il listino di borsa; non più la manìa
dell'Ortis, ma la febre del guadagno e delle voluttà presto godute... a
pagamento. L'_Altrieri_ si dubitava di Dio e ci si disperava per amore;
_Ieri_, i giovani nati troppo presto per combattere per la patria, od
avendo già combattuto per questa e _non per questo_, non trovandosi
intorno più nulla da fare, si guardavano in faccia muti, interrogandosi
se non conveniva rimutarsi in mercante, vendersi, o vendere qualche
cosa, o qualcuno.
Supporavano le angoscie reali ed imaginate di questa gioventù tradita
dalla realtà del vivere; deliravano le antinomie tra il volere ed
il potere, tra la volontà inutile e la refrattarietà dell'ambiente
sociale, tra il pensiero e l'azione, che sembrava _non poter più_.
Rappresentativo del malessere generale, ancora, Giulio Pinchetti
sottoponeva la sua dolorosa vivisezione all'amico Sardi[33]: «Ho mille
temi capricciosi che mi ballano in capo: mille pensieri condensati
in convento: vapori, bolle, forse, che scoppieranno, presto o tardi,
in qualche acquazzone di terzine. — Custoza, Lissa, cuore, natura...
e tante altre tempeste mi picchiano nel cranio, che non so io dove
battere... Con più ci penso, ad onta di questo, mi vado persuadendo
che in Italia l'unico poeta possibile, ora, è Byron: ed io ti dico,
che, inanzi di essere Chatterton tra questa ciurmaglia di trafficanti,
preferisco cantar natura e cuore indipendenti dell'umano bipede, come
Berni o Petronio». — Ed il dissidio si acuiva e si faceva ad acusar il
mondo[34]: «Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante
che avevano il culo inanzi, il petto dietro e le lagrime strisciavano
_per lo fesso_». — E lamentava la mancanza di scopo, e gridava la
propria infelicità, e, nello stesso tempo, preferiva, colla Italia di
fronte, la maschera di Sallustio, altro fare, altro dire[35]: o esserle
infelice e non confessare l'infelicità giammai».
Decadenza?
«Noi siam i figli dei padri ammalati;
Aquile al tempo di mutar le piume,
Svolazziam muti, attoniti, affannati,
Sull'agonia di un nume».[36].
Agonizzava una coscienza eroica, perchè, organo non impiegato,
s'arrugginiva nell'ozio e si sfaceva; agonizzava l'orgoglio del
sacrificio mazziniano, perchè meta irraggiungibile. Che se Giuseppe
Mazzini aveva consigliato alla gioventù sua[37]: «Abbiamo bisogno, noi
giovani, de' poeti; di voi che raccogliate, abbelliate, inghirlandiate
dei vostri fiori immortali quella poesia che a noi tutti freme
nell'anima, incapace di crearsi un'espressione; abbiamo bisogno di
ascoltare la vostra voce, il vostro inno in mezzo alla lotta, nella
quale noi ci avvolgiamo; abbiamo bisogno di sapere che il vostro canto
ci conforterà il sospiro ultimo che daremo alla patria, che un raggio
della vostra poesia poserà sui nostri sepolcri:» — i giovanissimi
poeti si rammaricavano col Pinchetti:[38] «Quando pensi alle ombre
mazziniane degli Uticensi, dei Bruti minori, dei Cassii, dei Timoleoni,
perchè tu palpiti per essi e fremi per la innocenza loro? perchè questo
brivido per le carni, se rammenti l'aura sonnolenta di Filippi, trofeo
dei Pretoriani? perchè giustifichi il fratello che rompe il petto al
tiranno? — No: la squallida aritmetica del fatto uccide l'uomo: egli ha
bisogno di un _divino_ per sognare, per destarsi, anche... ma intanto
sognare! — Guardo le cose come stanno: e li eroi girano il mondo
come le striscie nereggianti che pinge sul muro la lanterna magica. —
Bruto è un pazzo; Cassio un broglione; Timoleone un fratricida puro e
semplice, esecrabile di più; la statua si è infranta, resta il marmo.
Ed ecco cos'è per me la vita: _marmo_: — Del resto, sono l'uomo più
pacifico del mondo «mangio, bevo, dormo e vesto panni»; giuoco al
bigliardo; fo pratica di notaio: evviva il _Foscolo in fieri_!»
La risata è un cachinno di ineffabile angoscia; la critica sulla
società e sopra l'ultima, terza, monarchica, mal fatta Italia si
determinava, perchè li Italiani, pur troppo erano, come i loro poeti
disconosciuti, ancora _in fieri_.
Alberto Pisani accorgeva una patria, una sua città, che, nelle ore
notturne, assumeva un'aria sospettosa,[39] «quella di una ragazza, che,
con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi»:
«Eran fanciulle che leggean romanzi
Di fantasmi e di ganzi;
Eran fanciulle che poneansi al crine,
Fra i vezzi e fra le trine,
E gemme e perle e corone immortali,
Di fiori artificiali»,[40]
all'ora «in cui il mercato di Priapo affolla».
E Carlo Dossi avvisava che,[41] «intanto una carrozza si arresta in
una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo
sportello si apre; ed, ecco, un alto signore, il quale offre la mano a
una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. Tò! quel signore non
mi riesce nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in
tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni...
La bella sua moglie le passa dinanzi. Egli le fa un ampio inchino, e,
come la vede sparire in una piccola porta, — porta alle grandi fortune,
— tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col
re, rimonta nella carrozza». E Alberto Pisani e Carlo Dossi udivano
aumentare, dalle finestre, i _pst_,[42] _pst!.._ — Nabucco imbestia:
la città è in fregola; — ... mentre rincasano dai teatri:[43] «dove,
nel vano della porta di mezzo, avevano ammirato i due poliziotti agli
stipiti, i propri sostegni del palchettone regio»; od avevano, altrove,
salutato, nei venerabili consessi ufficiali, a presiedere «La Maestà
sua di gesso (dico il busto del re modellato nel gesso, o perchè
simbolo, questo, di un costituzionale sovrano, o perchè comodo assai,
nè repentini passaggi di temperatura politica)».
Sovversivismo? Erano trascorse le vigilie d'armi e di speranze,
nelle quali l'entusiasmo fucinava e imaginava grandissima la patria e
gloriosa; stagnavano le brume della sconfitta, l'onta di un dono, dalle
mani dell'arbitro europeo, fosco, accigliato e fatale napoleonide.
Pesavano alla Nazione la resa, non la violenta rivendicazione del
Veneto, le Convenzioni di Settembre, il veto su Roma, guardata
dalle milizie antiboine, mercenarie e francesi, accomandate dal
bigottismo pauroso e dall'elegante fescennare gesuitico di una
_ex-maitresse-de-tripot_, incoronata, per sapientissime lussurie
imperatrice. E Giulio Uberti, sdegnoso, rifiutava l'anima sua al verso:
«Tu[44] vuoi ch'io scriva....
Per questa Italia che sommersa in brago
Non troncheria il grugnito sonnolento
Sotto un milion di schioppettate ad ago?
Che ai suoi fornicator gridando viva,
E gavazzando de' miei calci al vento,
Me godrete impiccato? E vuoi ch'io scriva?»
Impazienza rivoluzionaria? Erano le giornate della cronaca torbida;
quando, tra le memorie, ancora torride delle vittorie garibaldine,
susurravasi di amori venali del principe a turbare la calma del
parco brianteo; quando, le azzurre-bianche Guide ed i verdi-scarlatti
Usseri di Piacenza, caricavano, caracollando in cospetto dei marmi
istoriati della Cattedrale e ne scendevano, braveggiando, la scalea;
quando _Regìa_ e Lobbia, ed i fatti de' guardiacaccia di Tombolo
e di Stupinigi irritavano la folla; quando, i migliori cittadini,
perchè repubblicani, venivano a conoscere la Santa Margherita del
Torresani croato, non d'altro rei che di franche e libere parole.
Erano le giornate del Maggio _1870_ in cui il sospetto per le
congiure mazziniane spingeva i Savoia sulla via di Roma: quando
Milano aspettava la bomba da esplodersi in _Piazza della Scala_
per insorgere; ed il Galimberti, audacissimo dei Mille, andava
rinfocolando le ire tra i commilitoni; quando s'accendevano, nelle
notti del marzo, le brevi fiammate di Parma e di Pavia, alla _Caserma
di San Lino_, senza suscitar l'incendio generale; e veniva, dopo lo
scherno dell'attesa nell'anticamera ministeriale del Lanza, risposto
ad Anna Pallavicino-Trivulzio — la quale a nome di quarantamila madri
italiane chiedeva la grazia pel caporale Pietro Barsanti — ch'egli era
stato proprio allora legalmente assassinato tra il muro e la fossa
del Castello di Milano. Sacra inferie: di quel sangue Cavallotti
raccoglieva le stille per altro battesimo tremendo sulla corona, al
contrapasso:
«Prole di Giuda, prole di sicari;
Sii maledetta!»
E le speranze si inacerbivano e l'ozio intristiva, e ne usciva le
_Scapigliatura_. Acuire, ricopiando la vita e la letteratura di Rovani,
aumentarsi nel giornalismo e nella vita pratica, che contrastava colle
loro aspirazioni, non aver paura della verità, ironeggiare, bandire un
_Gazzettino Rosa_ ed una _Cronaca Grigia;_ spensieratezza nei ritrovi,
interruzioni aggressive e ribelli; la nostra _Bohême_.
Allora, finalmente, strozzato dalla agonia mortale che lo faceva
irridere Giulio Pinchetti, dopo aver imprestato dell'Heine una sua
beffarda disperazione:
— «Tengo[45] serrato il core
Perchè ho in dispregio ognun,
Non credo più a nessun,
Credo al dolore.
Vita, fatal menzogna,
Che noi tentiam negar,
Ma che con presto andar
Creder bisogna;» —
si liberava; e, colli altri, Boito lo assegnava, nel tempo turgido di
un funereo incarico di demenze e di morti:
«Torva[46] è la Musa.... Per l'Italia nostra
Corse, levando impetuosi gridi,
Una pallida giostra
Di poeti suicidi.
Praga, cerca nel buio una bestemmia
Sublime e strana! E intanto muor sui rami
La sua ricca vendemmia
Di sogni e di ricami».
Ne pigiarono il mosto, con molte pretese e molti esclusivismi,
ne' cenacoli racchiusi tra le cortine verdi di _Via Vivajo_,
nell'_Ortaglia_, nell'_Osteria del Polpetta_, nelle ragunate del
_Conservatorio_, peripateticamente, per _Via della Passione_, tra lo
sfondo del _Naviglio_, limitato dalla balaustra tortile del palazzo
Visconti di Modrone e il dorso del _Bastione_ impennacchiato, tra
le foglie palmate delli ippocastani, di panocchie di fiori rosei e
bianchi, gendarmi vestiti in gala a guardia della città. In tanto
cantavano:
«Siam[47] tristi, Emilio, e da ogni salute
Messi in bando ambidue.
Ho perduto i miei sogni ad uno ad uno
Com'obolo di cieco;
Nè un sogno d'oro, ahimè! nè un sogno bruno
Oggi, non ho più meco».
E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. — Se tornerà
a Milano Primo Levi, nei giorni più chiassosi di fiera, quando vi
convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà; ne
riparlava testè «_Pei nuovi Cento Anni_», eccitando Luca Beltrami a
raccogliere le memorie, «a colmare[48] le lacune, a rischiararne le
ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la
quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo
meno interessante della odierna mondiale città; che, per tanti titoli,
merita l'ammirazione e la riconoscenza di tutta Italia». Ma,[49]
«allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi un'infamia. La
critica era un inno solo all'arte del Bertini e dei suoi seguaci,
e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo per pazzi, e,
per poco, non per furfanti». Allora, per esporre le proprie idee,
senza sottoporle ad una evidente amputazione, senza contravenire
alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e gesuitiche,
dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica
melensaggine, era necessario fondare delle riviste eccezionali: _Le Tre
Arti_. Erano uscite, con un primo numero di saggio nell'ottobre 1873
ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che
parlava di _Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione
di Belle Arti a Brera_ nell'anno 1873[50]; venivano riassunte da
Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della
amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia,
riversandosi, nella bontà verso altrui; adorando l'opera di Grandi,
e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone _La giovinezza di
Giulio Cesare e la mente di Alessandro Manzoni_: creandosi il re del
_Carnevalone Ambrosiano_, promuoveva anfizionie di Maschere, verso
Roma, ricongiunta, cuore d'Italia, rimesso a pulsare alacremente in
petto alla Nazione; suscitava in fine, con Vespa e Borgomanero, il
_Rabadan_, senza di cui non poteva essere _settimana grassa_ milanese
e non disinteressata piacevolezza, se, una volta l'anno, non compariva
a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla
_bosinada_ di circostanza _a sora_...; a cui non rifiutavasi la penna
caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. — Il _Carnevalone
Ambrosiano_ che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino
di _Porta Genova_ sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità
argutissime! La satira apparecchiava, tra li altri carri mascherati,
in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di
una gran luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel
cui interno si vedevano dipinte le goccie di liquidi diversi osservate
al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii
Perelli e Rovani, in quella dell'acqua, le teste dei più insipidi tra
i milanesi, in quella dell'aceto i più rabbiosi gazzettieri, Bizzoni,
Treves, Cavallotti, — in quella dell'orina, il marchese Villani. Luigi
Perelli regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica
di volermi bene», come lo complimentava Rovani; il _Perellino_ ed il
_Rovanino_, perchè gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo
nelle stranezze, e nell'amore intenso per l'arte, nella sottigliezza
squisita del buon gusto: — Perelli il collaboratore nato e fabricato
sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con l'autore di
_Ritratti umani_.
«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata
tra Perelli e me. Si era, allora, all'equatore della nostra amicizia
e diciassettanni son scorsi», confessa l'altro nell'_Etichetta al
Campionario_ (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava;
bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia,
che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava d'assalto
qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria,
che quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benchè
pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi rendeva capace,
non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di
finirlo: oltraciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e
mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua può veramente
dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la _lega_ del mio _fino_».
— Insieme passavano le lunghe sere dell'inverno lombardo, così
favorevole all'amicizia, in quelli anni tra 1866 e 1877: la cameretta
tepida di Carlo Dossi li accoglieva, e, mentre questi aspettava accanto
al camino, Tea, una sua cagnola _fox-terrier_, gli sedeva in grembo.
Valicava il pensiero di lui, caprioleggiando, sopra le culmini di
montagne rocciose, per poter offrire al veniente fiori di ghiaccio
insospettati e rarissimo bottino d'alpinista-ideologo; «ma Gigi tardava
troppo, e sotto al solleone della fantasia, il mazzetto si distillava e
mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente,
il suo passo franco si udiva. Tea si alzava di soprassalto squittendo
di gioja ver lui. Carlo, assai meno umano di quella bestiola, lo
accoglieva, di solito con asprezza. Prigioniero volontario di lui
medesimo, indispettivasi, quasi, della sua libertà».
Povera Tea, cui donna Ida doveva invitare alla ciotola della zuppa
mattiniera, colle sacramentali parole: «_Panera doppia e pan frances_»,
perchè ne mangiasse, ella restia; povera Tea, generosa gladiatrice
uccisa dal suo coraggio, da un rospo avvelenato, che addentò a morte
nel piccolo giardino di Roma; Tea che riposa al Dosso, sotto all'enorme
cippo, troppo piccolo per il suo affetto animalesco, gigantesco per
l'esile corpicino sepolto: «_Tea, bianca, nera, nocciuola, — dodici
anni vissuta con Alberto Pisani — modello di fedeltà — più che umana
canina_»; e l'edera delle rovine, della morte e della immortalità
serpenta, abbruna ed insempra il bianco marmo della targhetta
commemorativa.
Ma, per allora, a pena nata _La Vita di Alberto Pisani_, a pena
ricomposto, nella sua fragranza d'amore, _Il Regno dei Cieli_, la
solita borghesia fanullona ed arrivata dalle academie teneva il campo,
a Milano, ed ingombrava colla alterigia, la supponenza e l'idrocefalia,
l'elfantiasi congenita, l'esosità e la golosità esemplari; sì che,
nè il Gorini, nè il Cremona potevano essere decentemente nominati da
quelli, nè Dossi vi aveva trovato mercè. I grossi bacalari, che facevan
l'occhio pio alla prebenda governativa, aveano gridato, subito, al
sacrilegio; si erano sbalorditi li stenografi delle frasi stereotipate
dai trecentisti, o da Manzoni, i mendicanti de' riboboli fiorentini,
i cucinatori di sdolcinature e graziette a fior di crusca di Val
d'Arno; i compilatori di frasuccie lascive, scelte colte, de' gentilini
pensierucci, delle facili ed elastiche riverenze, i puristi della
lingua dotta, i modernisti della lingua parlata. Lo scandalo, in parte,
perdura.
Ma, per allora, chi volesse dire ed essere qualche cosa di più, doveva
passare — come oggi — alli occhi dei suoi coetanei e concittadini, un
matto: i critici misero orginale: ma il matto, Carlo Dossi dice, è quel
nome di cui si regala chiunque pensi diversamente di noi, quando ne
sembra un po' più forte il chiamarlo o _bestia_, o _birbante_. Onde i
matti si facevano da parte, si ricercavano in mutua compagnia; venivano
al cenacolo sbarazzino del _Polpetta_, in mezzo alli orti ed ai
giardini del palazzo Cicogna; dove schiamazzavano intorno ai pantanelli
artificiali, ancheggiando, le oche tarde e prepotenti, bagnate, tra
il frascheggiare mobile delli alberi, di larghe goccie di sole come il
pittore Carcano suadendo all'invito ritrasse in due tele ad emulare la
celebre del Fortuny: _Le Jardin des Poètes_. Pranzavasi a buon mercato,
spesso, a credito, sotto la pergola densa d'estate, rumorosa di
carambole, se le boccie, sulla terra battuta e compressa del giuoco, si
urtavano schioccando. Praga vi portava la sua malinconia, la sua barba
bionda, che gli invadeva le guance, li occhi azzurri sotto la fronte
amplissima e sognatori, i capelli lunghi e ritti, le scede, le baje, la
lestezza delle sue caricature; qualche volta, la domanda un poco ebra
e fatua:
«Chi è,[51] chi non è?
Oh povero me!...
Il prete lo giura,
Ma nulla io ne so;
Chi dice di sì, chi dice di no....
Gli è il coro dei matti che Adamo intonò!»