la sala nell’insieme — pare proprio una bella sala, mobiliata con un
certo disordine artistico. Gli oggetti più lontani si avvicinano per
farsi ammirare; i quadri appesi alle pareti sono ritratti antichi; il
busto marmoreo si modella sotto uno sguardo attento; ecco la faccia
tonda, ecco il naso, ecco i baffetti, ecco gli occhi del buffo Curti.
Ed ecco altri oggetti che prima si nascondevano: una coppa d’argento
sul caminetto: una statuetta di bronzo sorretta da una mensola fra le
due finestre, un grosso albo di ritratti sopra il tavolino di mezzo, un
orologio antico — e che altro?
Una porta si apre, e Marcantonio si volta da quella parte. Non è una
bimba!
— Qui non ci si vede — dice una vocetta fessa; — l’hanno lasciato al
buio.
La signora che ha parlato così si accosta ad una finestra e la
spalanca. Il sole, entrando, fa vedere ad un tratto tutte le sembianze
della sala e della signora. La sala è proprio bella — la signora è
proprio brutta.
— Io amo la luce — dichiara la signora: — e Marcantonio non può
trattenersi dal pensare che essa ha collocato male i suoi affetti.
Non è difficile, anche ad uno spettatore inquieto, accorgersi subito
che, non ostante la sincera bruttezza del suo viso, la povera signora
ha conservato qualche illusione sulle proprie attrattive, perchè il
suo sorriso indiscreto apre con frequenza una porta sgangherata, che
si chiude malamente, lasciando scorgere un dente canino giallo e una
striscia della gengiva superiore. Ha gli occhi tondi e li fa girare
in languido modo, come pallottole, il naso lungo, piantato in mezzo
alla faccia come un manico storto ed altrimenti deteriorato dall’uso.
Badando a queste cose come in sogno, Marcantonio scorge due vezzi di
moda che lo affliggono più della stessa bruttezza: la signora ha una
carnagione magnificamente bianca e rosea, e due sopraciglia tracciate
e dipinte con maestria. Per non mormorare contro l’ente, per non
dire che l’eterno padre, nel fare creature femminine a sua immagine
e somiglianza, da poco in qua viola spesso e volontieri le regole
più elementari del disegno di figura, facendo inopportuno sfoggio di
colorito, Marcantonio vorrebbe accertare se quelle sopraciglia non sono
fatte col sughero bruciato, e se quella pelle non è tinta colla biacca
e col carminio.
— Che cosa desidera il signore? — domanda l’incognita, accennando una
seggiola e lanciando un’occhiata assassina.
Il signore desidererebbe bagnare la punta d’un dito qualunque colla
saliva o con qualsiasi altro liquido incoloro ed inodoro, e fregare
poi pian piano una delle guance e una delle sopraciglia della signora —
non le farebbe alcun male; — ma non potendo esprimere questo desiderio,
dice senza pensarvi:
— Vorrei vedere Faustina....
Si cancella il sorriso dalla faccia della signora, la bocca sua si
chiude quanto è possibile nel domandare:
— Che cosa ci entra Faustina? Il signore non è dunque?...
Marcantonio capisce d’esser preso per un altro e si affretta a
presentarsi:
— Sono Marcantonio Abate, professore di filosofia, padre della signora
Serafina, nonno di Faustina, e vorrei vedere la bimba.
Egli ha messo tutta la dolcezza possibile nel dire queste parole
innocenti, che pure sembrano turbare la signora, la quale, solo dopo un
sospiro prolungato e misterioso, acconsente a sorridere un’altra volta.
— Andrò a vedere — dice.
Dice, e s’allontana con un’andatura sbilenca, mentre Marcantonio, a cui
rimane una gran confusione d’idee nel cervello, fissa gli occhi sulla
porta, d’onde immagina che dovrà entrare la sua bambina.
Intanto un uscio si apre alle sue spalle ed egli non se ne avvede.
— Quello? — domanda una vocetta.
— Sì, quello, corri; abbraccialo.
Marcantonio si volta; due manine gli stringono le gambe, ed egli non ci
bada neppure.
Colle spalle addossate ad uno stipite, colle braccia penzoloni, un uomo
lo guarda e gli sorride. — Ha la faccia liscia e tonda del buffo Curti,
i baffetti, gli occhi, il naso del buffo Curti — e non è uno spettro. È
il buffo Curti in persona!
— Nonno! — dice una vocetta ai piedi di Marcantonio.
Egli non risponde, non abbassa neppure lo sguardo verso la creaturina
che lo chiama per la prima volta con quel dolcissimo nome; altre
voci, irose voci, gli gridano sordamente: «Tu sei schernito, e il tuo
schernitore ride, compiacendosi dell’opera sua.» Come, e perchè? Ancora
non lo intende.
— Nonno! — ripete la vocina della bimba — non guardar _lui_, guarda me!
Egli guarda _lui_, e non ascolta se non la voce che grida: «Tu sei
schernito!»
Come e perchè schernito? Ora vede chiaro.
Anna Maria ha tradito il segreto del _Signor Io_, il buffo Curti ha
pensato alla gherminella, e a Serafina non si è disseccata la mano
destra nel pigliare la penna per beffarsi di suo padre. Così larga è
la voragine che gli si è aperta ai piedi nel momento medesimo in cui
credeva di ritrovare un’altra figlia e una nuova giovinezza del cuore,
che Marcantonio non sa se non balbettare:
— È un tradimento!
— Nonno — ripete la piccola Faustina — pigliami in braccio.
— Ma pigliatela dunque in braccio — gli suggerisce il buffo con una
ingenuità mostruosa; — è Faustina, la nostra ragazza, tua nipote.
— È un tranello, un brutto tranello! — mormora Marcantonio guardando
sempre più addentro nel nero complotto, e sentendosi morire di rossore
all’idea che sua figlia ha conosciuto i suoi disegni matrimoniali, e se
n’è beffata.
— Ma pigliala dunque in braccio — ripete il buffo Curti facendo un
passo incontro al suocero.
— Non si accosti a me — gli dice allora Marcantonio con voce sorda; —
la sua condotta è odiosa, ed io....
Non può finire la frase perchè riappare nella sala la brutta immagine
di poc’anzi, e Marcantonio vuole evitare lo scandalo.
— Ho cercato la bimba da per tutto; dov’è? Ah! sei lì, gioia mia?
Il buffo Curti, niente affatto sbigottito dalla cattiva accoglienza
che gli vien fatta in casa sua, si fa innanzi con gran disinvoltura, e
accennando al professore la signora dal dente giallo e dalla carnagione
di latte, gli dice tranquillamente:
— La signora Camilla, artista di canto, nostra buona amica, che ha la
bontà di occuparsi dell’educazione di mia figlia, invece di accettare
le scritture che non le mancherebbero.
La signora Camilla s’inchina, e (certo senza intenzione maligna),
sorride ed avventa uno sguardo di sotto in su al professore, il quale,
inchinandosi alla sua volta e ritrovando all’altezza del suo ginocchio
un visino petulantello, non si rialza più.
Ah! quanto è bello, e quanto caro, il visino petulantello di Faustina!
E pure, la prima carezza che riceve dalla mano tremante del nonno tanto
aspettato è una carezza sbadata.
Marcantonio va chiedendo a sè stesso se e come l’esistenza reale d’una
signora Camilla, artista di canto, in via Torino al numero 60, assolva
suo genero, o sua figlia, o tutti e due.
— Signora Camilla — dice intanto il padrone di casa — la ringrazio
tanto.
Queste parole significano che la signora Camilla se ne può andare;
infatti essa ripete l’inchino e l’occhiata omicida, e facendo un
tentativo inutile per nascondere il dente ribelle, se ne va più
sbilenca che mai.
Rimasti soli, il buffo Curti avvicina una seggiola al professore, e gli
dice, senza cessare di sorridere:
— Siedi; tu hai molte domande da farmi, ed io sono pronto a rispondere;
la piccina non ci disturberà.
— Signor Curti — risponde Marcantonio con una severità inutile — la
prego di non darmi del _tu_, finchè io non glielo permetta.
— È troppo giusto — dice il buffo senza ombra di canzonatura. — Signor
professore, si accomodi; se la bambina le dà noia, la deponga pure a
terra, oppure la manderemo di là.
— Voglio stare col nonno — dichiara Faustina appiccicandoglisi alle
gambe.
Marcantonio sta un po’ a riflettere a quella singolare posizione, e
sembra tentennare un poco prima di indursi ad accettare la seggiola. Ma
un’idea piena di baldanza, e forse non priva di generosità, gli viene
incontro, e il buffo Curti la vede venire. Marcantonio siede con faccia
severa, poi si piglia sulle ginocchia la bimba, la bacia, l’accarezza,
le sorride; in ultimo volge al genero perverso la faccia ridiventata
severa. Iginio Curti siede anch’egli, si frega le mani ed incomincia:
— Potrei risparmiare a me stesso e alla mia famiglia una collera
giusta, lasciando durare gli equivoci il più possibile e facendo
intendere più tardi che il solo colpevole è il caso; ma non voglio
avere l’impunità coll’inganno. Diciamo così: sua figlia, signor
professore, non sa nulla di nulla; il colpevole è uno solo, e non è il
caso.
— È lei? — domanda Marcantonio cercando invano di star serio, mentre la
piccola Faustina lo guarda e gli dice:
— Nonno, bada a me; perchè l’altro giorno, quando ti ho chiamato dalla
finestra, non ti sei fermato?
— Sono io — dice il buffo Curti, mentre il nonno fa tacere la bimba con
un bacio — io solo. Ieri Serafina, ricevendo la lettera del babbo, non
ci capiva gran cosa; io stesso penai tutta la notte ad intendere che
mio suocero mi faceva l’onore di credermi morto e sepolto. Quest’idea,
per esempio, non mi era venuta, lo dichiaro subito.
— Nonno — dice la piccola chiacchierina — mi hanno detto che tu sei il
babbo della mia mamma; è vero?
— È vero — risponde Marcantonio con un filo di voce, gettando
un’occhiata piena di rimprovero a suo genero.
Quell’occhiata significa: «È colpa tua, uomo scellerato, se io non
copro di baci questa boccuzza che pare un bocciolo di rosa: è colpa tua
se io non le dico tutto quello che vorrei dirle.»
Ma il buffo Curti interpreta male quell’occhiata, e vi risponde con un
gesto modestissimo, che significa: «Si è fatto quel che si è potuto, ed
è riuscita benino, non lo posso negare!»
— Il babbo mi vuol tanto bene — dice la bimba — e tu, non vuoi bene
alla mamma? Perchè non sei mai venuto? È tanto tempo che ti aspetto.
Un silenzio doloroso accoglie queste parole crudeli; ma la piccina è
furba, comprende di aver fatto male e s’ingegna di rimediarvi.
— Lo so, lo so perchè non sei venuto, lo so che alla mamma le volevi
bene; le hai mandato le chicche, le hai mandato la bambola, le hai
mandato....
Iginio Curti si affretta a proseguire:
— Avevo giurato a me stesso di far felice la sua ragazza, ed ho creduto
tante volte d’esservi riuscito, ma una cosa le mancava sempre: il cuore
di suo padre. Quella povera creatura, come lei sa, ha sempre voluto
tanto bene al babbo. A me toccò mentire più d’una volta, per darle una
consolazione.
— So tutto....
— Serafina le ha detto?... Spero che lei non l’avrà tolta da
quell’inganno; ciò che le ha fatto bene finora, può continuare a
fargliene in avvenire; non è questa la sua opinione?
Marcantonio fa cenno di sì, che la sua opinione è questa; ma col
pretesto della bimba, la quale gli ha piantato le due mani sul viso e
vuole che egli finga di mordere, non risponde altro.
— Sì, ho dovuto mentire tante volte. Le prime lettere che essa le
mandò, e che tornarono indietro intatte, colla sola soprascritta
mutata, di suo pugno, fortunatamente vennero consegnate a me, ed io le
conservo. Eccole.
Iginio Curti cava dal taccuino tre lettere e le presenta senza alcuna
affettazione a suo suocero, il quale, questa volta, non le rifiuta.
— In seguito — continua il buffo fregandosi le mani — sempre che
Serafina scrisse a suo padre, io intercettai le lettere. Capirà, non
volevo che, tornandomi a casa dopo un viaggio inutile, andassero nelle
mani di mia moglie prima che nelle mie. Ho conservato anche quelle,
ma non le ho indosso, perchè sono parecchie. Faustina, il nonno ora
ce l’hai; digli che non se ne vada più, che rimanga con te, così avrai
tempo di giocare con lui. Ma non cacciargli i pugni in bocca; le buone
bimbe non fanno così.
Faustina si volta tutta stupita a guardare suo padre, che le vieta una
cosa tanto semplice, ma comprende che bisogna obbedire.
— Quando fu necessario che Serafina ricevesse un conforto da suo padre,
io lo feci arrivare anche in paesi lontani.
— Lo so — balbetta Marcantonio.
— Ma tutto era vano. Lei sa com’è Serafina; si era messa in capo che
non poteva essere felice senza le carezze del babbo, ed io capiva
benissimo che queste non gliele poteva dare stando all’estero. Perciò
stavo all’estero.
Marcantonio rialza un tantino la testa, ma comprende subito. È il
segnale dell’ultima battaglia nel cuore del nonno, felice a suo
dispetto; dopo un breve silenzio, di cui Faustina approfitta per
cavare l’orologio dal taschino del nonno ed accostarselo all’orecchio,
Marcantonio, cercando di nascondere una lagrima fra i capelli della
bimba, porge la mano a suo genero senza dir parola. Iginio Curti la
stringe in silenzio e prosegue:
— Un giorno finalmente dico a me stesso che bisogna tentare il gran
colpo; era morto mio padre, lasciandomi erede d’una discreta sostanza
— mi rimaneva poca voce e poca voglia di cantare; dissi a mia moglie:
«andremo a Milano; darò lezioni di canto. Nostro figlio (io era certo
che doveva essere un maschio) sarà milanese e si chiamerà Marcantonio,
ma promettimi che non farai nessun tentativo di avvicinarti a tuo
padre se non te lo dirò io stesso, o se egli non te ne darà licenza.»
Serafina promise, ed eccoci a Milano. Fin dal primo giorno, io ebbi il
piacere di vederti uscire di casa e d’informarmi delle tue abitudini.
Il giorno dopo Anna Maria veniva a salutare la sua antica padroncina.
— Anna Maria?
— Sì, Anna Maria è stata un istrumento innocente; essa non sa quasi
nulla, cioè sa questo solo, che il suo padrone e la sua padroncina
sono lì lì per far la pace, e che intanto bisogna stare molto zitti per
non guastare la faccenda. Pochi giorni sono, quando era?... giovedì mi
pare, sì, giovedì appunto — giovedì dunque, Anna Maria viene da me e mi
dice che tu l’hai mandata all’ufficio del _Secolo_, che ha consegnato
uno scritto da inserire in quarta pagina due volte la settimana, il
giovedì e la domenica, per tre settimane consecutive, che ha pagato
lire 22 e centesimi. — Sai che cosa contiene quello scritto? — No, Anna
Maria non lo sapeva, però aveva notato che l’impiegato del _Secolo_ si
era messo a ridere sotto i baffi leggendolo, e che a quella vista un
altro impiegato si era avvicinato a leggere ed aveva riso anche lui,
ma sempre con discrezione. Divento curioso, curiosissimo, ma non voglio
guastare le buone qualità di Anna Maria, che è una fantesca preziosa, e
non dico altro.
— Nonno — dice Faustina mettendo la sua vocetta nel primo intervallo
del silenzio — me la comperi davvero la bambola che mi hai promesso?
— Sì, bimba mia, sì.
— Una bambola grossa come quell’altra....
— Sì, come quell’altra....
Faustina, entrata in questo argomento piacevole, avrebbe molte cose a
dire, ma non le danno retta, e si deve contentare della carezza muta
del nonno e del _tic-tac_ monotono dell’orologio.
— Si trattava d’indovinare il tuo annunzio perduto nella quarta pagina
del _Secolo_. Non era difficile; sapevo che l’annunzio era breve,
perchè ti costava poco, sapevo in quali giorni doveva essere inserito.
Cominciai dal pigliar nota degli annunzi che si facevano il venerdì e
il sabato — confrontando poi il numero della domenica, non vi trovai
che quattro avvisi nuovi; uno offriva un modo sicuro di vincere al
lotto, un altro una villa in Brianza, con 20 pertiche di terreno per
sole 60,000 lire, il terzo chiamava la gente ad una liquidazione di
bottiglie di Francia, il quarto era il tuo....
Un breve silenzio.
— Quell’altra — dice la bimba — ha perduto un braccio e non parla più,
ma io le voglio bene lo stesso.
— Ho bisogno di tutta la tua indulgenza — prosegue Iginio Curti
abbassando la voce. — La mia prima idea fu di costringerti a leggere
ad una ad una tutte le lettere di tua figlia, mandandole al nuovo
recapito, al Signor Io.... ma mi parve troppa audacia — non potevo
prevenire le conseguenze della tua collera. Bisognava fare altrimenti,
metterti innanzi tua figlia in un modo misterioso, destare non la
tua collera, ma la tua curiosità, e forse il tuo cuore. Ricorsi alla
signora Camilla. L’hai veduta la signora Camilla; non è bella, ma essa
si vanta in credito di un secondo marito, lo va cercando da un pezzo,
e non dispera di trovarlo. Le feci vedere l’articolo, e le misi in
capo di tentare. La signora Camilla mi pregò di scrivere io stesso,
perchè essa è russa ed inciampa ancora nella nostra ortografia, nella
nostra grammatica e nella nostra sintassi; io pregai Serafina. Avevo
una gran fiducia nel mio piccolo intrigo; mi pareva che, riconoscendo
i caratteri di tua figlia, subito si dovesse sciogliere il ghiaccio
del tuo cuore, ma non immaginavo certamente che, non ostante il nome
di Camilla, con cui era firmata la lettera, tu ti mettessi in capo
che il buffo Curti avesse tirato le calze e che tua figlia fosse
vedova davvero. Anche ieri, quando giunse la tua lettera, stentai a
comprenderla. Stamane ho detto a Serafina: «Tuo padre ti chiama, va,
parlagli del nostro passato, dei nostri figli; di me non gli parlare
se non te ne domanda; tieni in mente che, per non so quale concorso
singolare di circostanze, egli mi crede morto. Se ti sembra conveniente
toglierlo dall’inganno subito, fallo; se no, taci, avremo tempo —
ottieni il suo perdono e ritorna.» Così ha fatto.
— Serafina?... — balbetta il povero padre, a cui si sono stenebrati gli
occhi della mente e del cuore...
— È andata e tornata....
— Tornata....
— Forse — corregge il buffo Curti. — Vuole che vada a vedere se è
tornata?
Marcantonio comprende il senso di quella domanda e lotta ancora un
istante dentro di sè per rompere gli ultimi lacci del puntiglio e del
falso amor proprio.
— Tutto è pronto — dice Iginio Curti lentamente — e gli trema per la
prima volta la voce — tutto è pronto per andarcene.... Se lei vuole,
domani stesso partiremo.
— Serafina non sa proprio nulla? — domanda Marcantonio a capo chino.
— Nulla....
— La signora Camilla?....
— Aspetta il _Signor Io_, che non verrà.
Il professore alza il capo; un sorriso illumina la faccia di suo
genero, ma è un sorriso melanconico, che non lo deve offendere.
— Vuole che vada a vedere se è tornata? — ripete Iginio Curti.
— Dammi ancora del tu — mormora il professore senza guardarlo e
chinandosi a baciucchiare la bimba, che ora è occupatissima ad aprire e
chiudere un ciondolo a medaglione.
— Allora vado....
Iginio Curti rimane ancora un momento ad aspettare un’ultima risposta
che non viene; poi si muove e sparisce in punta di piedi.
Marcantonio si guarda intorno — è solo, nessuno lo vede.
— Faustina mia, senti, lascia stare quel ciondolo e guardami in faccia.
La bambina lo guarda in faccia, ma senza abbandonare il ciondolo.
— Chi son io?
— Oh! bella! non lo sai chi sei? sei il nonno!
— Ne sei proprio sicura che io sia il nonno?
Faustina fa una smorfietta di sussiego, e fa per scendere dalle
ginocchia di Marcantonio, ma è trattenuta.
— Aspetta — dice allora — lasciami andare — e il nonno la lascia.
Essa va a prendere sul tavolino di mezzo un grosso albo di ritratti, e
ritorna carica di quel peso, che la fa barcollare.
— Guarda — dice aprendo l’albo sulle ginocchia del nonno, questo qua
lo riconosci? È il babbo. Va vestito così soltanto in teatro, nel
_Don Pasquale_; aspetta, te ne farò vedere un altro più bello....
guarda questo prete.... È _Don Basilio_, ma è il babbo.... Questa è
la mammina, e questo sei tu.... Di’ un po’ se non è vero? Aspetta....
voglio farti vedere....
— Faustina — le dice Marcantonio accarezzandole il visino intelligente
— Faustina, dimmi la verità, gli vuoi proprio bene al nonno?
— Altro! — risponde la bimba fissa nella sua idea; ma aspetta; ti
voglio far vedere....
— Gli vuoi proprio bene tanto?
— Sì, tanto.
— Quanto gliene vuoi?
— Un mondo.
A Marcantonio non basta, e allora Faustina corregge così:
— Tanti mondi, e tante case, e tante stelle, e poi ancora tanti
mondi, e tante case, e tante stelle — finchè al nonno indiscreto pare
finalmente che basti.
— E come hai fatto a voler bene al nonno che non conoscevi, che era
lontano lontano?
— Io non so come ho fatto! mi hanno detto che bisognava voler bene al
_nonno_, ed io te ne ho sempre voluto.
— Chi ti diceva questo?
— La mamma e il babbo. Ogni sera prima d’andare a letto, la mamma mi fa
dire al Signore: «date la vostra benedizione al babbo, alla mamma ed al
nonno.» Te l’ha poi data il Signore la benedizione?
— Sì, cara, me l’ha data!
— Ah! — esclama Faustina seria seria, cercando ancora di voltare le
pagine dell’albo.
— Dunque, al nonno gli hai voluto bene per obbedire al babbo ed alla
mamma? — domanda Marcantonio; — per questo solo?
— No, anche perchè mi mandava le belle bambole e le chicche; ma
lasciami fare, voglio farti vedere i miei fratelli; non lo sai che ho
due fratelli?
— Due fratelli?... — balbetta il nonno.
— Sì, due; ma uno è morto, poverino! — dice Faustina senza ombra di
mestizia. — Eccolo, guarda; si chiamava Marcantonio, come te.... non è
vero che era bello?
Se era bello! Se era bello!
— Non è vero che non doveva morire? Ma è andato in paradiso!
Ah! i bambini non dovrebbero andare in paradiso!
— Questo qui, ripiglia Faustina, non si accorgendo che il nonno
ha gli occhi pieni di lacrime — questo qui è l’altro; è piccolo,
piccolo, piccolo; si chiama Marcantonio anche lui. Ma se vedessi
com’è piccolo!... È piccolo così.... ma è forte, il babbo dice che è
molto forte; bisogna sentire a mettergli un dito in una mano come lo
stringe!...
Marcantonio fissa gli occhi oscurati da un irresistibile bisogno
di pianto su quelle due immagini non mai vedute e già tanto care,
accarezza colla mano tremante la testina della bimba, e non dice nulla.
Poi, una lagrima cade sul libro aperto, e un ditino roseo la cancella.
— Che è stato? — domanda Faustina.
Il nonno ha chiuso gli occhi e piange — la mamma e il babbo abbracciati
nel vano dell’uscio, le fanno cenno di star zitta.
Essa tace; solo quando una lacrima cade sull’albo, la cancella con un
ditino.
Poi il nonno, che ha udito ogni cosa, chiama senza muoversi, senza
neppure aprir gli occhi:
— Serafina! Iginio!
E la bimba ripete inutilmente:
— Che è stato?
X.
L’ULTIMA IDEA DEL SIGNOR IO.
Oggi Marcantonio si sveglia nel suo nuovo letto con un pensiero
crudele, che gli è venuto in sogno: «Tu sei un egoista, dice a sè
stesso a bassa voce, hai veduto la felicità e te la sei presa; rovescia
le tasche, Marcantonio, e restituisci quello che non ti appartiene;
ritorna nella tua casa melanconica, dove soffrirono le persone che ti
hanno amato, ritorna alla tua scuola, e va a contare a quattro monelli,
che non ti daranno retta, la storiella dell’ente e dell’esistente.
Per goderti meglio la dolcezza dei nuovi affetti, che sono entrati per
isbaglio nel tuo vecchio cuore di scettico, tu, furbo, ti sei ammalato;
ma ora stai meglio, professore mio; t’affretta a guarire e vattene.
Vattene, questo non è il tuo letto, questa non è la tua casa, non sono
tuoi i sorrisi che ti salutano ogni mattina.»
Marcantonio si tasta il polso e la fronte. — «Non hai più nemmeno
l’ombra di quella febbre reumatica che ti ha obbligato ad accettare
l’ospitalità in casa di tua figlia: ahi! nemmeno l’ombra. Fatti
giustizia tu stesso, Marcantonio, levati e vattene senza far rumore
per non destare i tuoi figli. Quando tuo genero, quel grullo di tuo
genero, che ti ha conservato l’amore di tua figlia e ti ha fatto nonno
due volte perchè fossero in tre ad amarti, quello scimunito di tuo
genero che ti ha fatto bello d’una virtù da te non conosciuta mai,
che per vendicarsi del tuo disprezzo ti ha risparmiato il ridicolo, ed
ora ti prega a mani giunte di fargli l’onore di accettare la sua casa
e la sua mensa, quel tuo genero minchione che ti vuol strappare ad
ogni costo alla metafisica, perchè tu possa riposarti nel seno della
famiglia secondo il tuo legittimo diritto — quando questo tuo genero
inverisimile troverà il letto vuoto e l’ammalato scomparso, e correrà
a cercarti nella tua vecchia casa, tu gli dirai semplicemente che sei
sempre stato un egoista e che vuoi fare penitenza.»
Marcantonio prova a rizzarsi sui gomiti, poi pianta le palme delle mani
sul guanciale e si regge un momento tentennando; oh! dolcezza! pare che
le pareti della stanza barcollino, che il cassettone, la guardaroba e
l’ammattonato stesso si muovano — oh! dolcezza! Marcantonio è troppo
debole! Non può ancora lasciare il letto.
Marcantonio è troppo debole — ecco la sua scusa. Forse non gli
mancò mai la generosità dell’animo, forse il suo cuore non fu mai
sinceramente egoista; ma non gli si offrì l’occasione di credere alla
generosità degli uomini, e gli venne meno la forza di amare il prossimo
quando lo ebbe accusato di egoismo. O forse a lui stesso mancò la forza
di spegnere il proprio egoismo, e perciò solo ne accusò gli uomini
ed il mondo. Amò la generosità, e fu gretto; amò la grandezza, e fu
piccino — divenne scettico.