avrei neppure pensato, ma Iginio, appena lo vide, disse: «Qui c’è sotto
qualche cosa» — e trovò subito quel che c’era sotto. Guarda...
Serafina si toglie l’anello dal dito e fa girare il castone sopra
un’imperniatura nascosta.
— Guarda, non pare che dica _Ama?_
— È vero — balbetta Marcantonio, esagerando senza volere la falsa
espressione d’astuzia — è vero, pare che dica _Ama_.
— E così dice; ma dice anche: Abate Marco Antonio. Sono le iniziali
del tuo nome. Ti dispiace che mio marito abbia scoperto il segreto? Se
sapessi quanto bene mi fece, e in che momento mi giunse questa tacita
consolazione!
A Marcantonio ripugna di mettersi nella condizione di un ladro
incorreggibile, il quale rubi anche gli oggetti che gli vengono donati.
Quel sentimento paterno, di cui forse il caso o forse un tentatore
anonimo di Serafina lo va facendo bello presso sua figlia, è certamente
un bel dono — ma egli sente che, accettandolo, ruba come un borsaiuolo.
Ah! se rifiutare quel vanto significasse solo accettare l’accusa di
uomo smemorato, o puntiglioso, o tenace, egli si affretterebbe a dire
a sua figlia: «Serafina mia, io non so nulla di questo anello, non
so nulla delle altre prove di cui parli — io non ho fatto mai nulla
per avvicinarmi a te, perchè ero puntiglioso, perchè ero tenace;
ma nondimeno ti ho sempre amata, ho sempre seguito ogni tuo passo
col pensiero, il mio amore dispettoso non ti ha perduto d’occhio un
momento.» Potesse egli dir questo e non mentire! Potesse egli, senza
menzogna, non apparire padre snaturato ed egoista.
— Ma tu lo sai — soggiunge Serafina — perchè io te lo scrissi. Le mie
lettere ti pervennero sempre, non è vero?
— Credo di sì.... — balbetta Marcantonio.
— Sì, ti giunsero sempre, quelle almeno che annunziavano una gran gioia
od un gran dolore, perchè ogni volta io ebbi la prova che il tuo cuore
di padre palpitava col mio povero cuore di figlia e di madre.
A quest’ultima parola, Marcantonio, coll’anima negli occhi spalancati,
ha intraveduto i grandi dolori e le grandi gioie di sua figlia, e un
tremito gli agita tutta la persona.
— Basta.... — mormora — per ora basta, ti fa male il parlar troppo....
più tardi mi narrerai il tuo passato, mi dirai tutto....
Serafina, inesorabile, ripete:
— Il passato non appartiene a me sola....
E a Marcantonio non sembra vero di celare la commozione dietro una
nuova arrendevolezza.
— Lo so, lo so — dice con un’impazienza carezzevole — benedetta
ragazza, lo so. Ebbene, sì, mi parlerai anche di lui. L’hai dunque
amato molto?
— Lo amo ancora tanto! — esclama Serafina accendendosi in volto.
— Sta zitta! Ora no, ti potrebbe far male; più tardi.
La faccia di Serafina impallidisce ancora, ma il suo sorriso di bontà e
d’indulgenza non si cancella.
*
* *
Marcantonio ha mutato forma e linguaggio, ma è rimasto quello che era
sempre stato in casa, un tirannetto; egli ha voluto ad ogni costo che
Serafina fosse ammalata e si mettesse a letto per guarire. Invano la
giovinetta ha protestato che il suo pallore e la sua debolezza non
sono se non le ultime traccie d’una recente malattia oramai vinta;
il professore, crollando il capo e affermando che non si lascerà
ingannare, l’ha costretta ad obbedirgli.
Con una commozione che è facile immaginare, Serafina è rientrata nella
sua camera d’una volta per dare la consolazione al babbo di vederla
ancora nel suo letto di fanciulla.
— Quando sarai a letto, mi chiamerai — le ha detto Marcantonio; — io
starò qui e sentirò subito.
Non vi è pericolo che si muova; egli è sempre lì, attento, dietro
l’uscio; ode il fruscio del vestito di seta nera, un vestito elegante
che sua figlia porta con tanto garbo, poi il rumore degli stivaletti
deposti a terra, ed ha appena il tempo di ricordarsi che quegli
stivaletti sono finissimi, e di pensare che in tutta la personcina
svelta di sua figlia egli ha visto le traccie d’un buon gusto che la
sola agiatezza è impotente a dare, ma che senza l’agiatezza non si
legittima, quando la voce di sua figlia lo chiama: «Babbo!»
Ed egli entra commosso, mentre Serafina ride colla testa sotto le
lenzuola, contenta ora di quel giuoco che non immaginava dovesse
riuscire così piacevole. Sulla seggiola, accanto al letto, non si
vede che la veste di seta, e a piè della seggiola gli stivaletti —
ingegnosa, come fu sempre, per dissimulare tutto ciò che non è gentile,
Serafina ha certamente nascosto il rimanente del vestiario.
— Bravissima — dice Marcantonio — bravissima; ora ritrovo la mia
Serafina, la ritrovo tutta, non ne manca nulla, sebbene non se ne vegga
nulla.
Serafina ride più forte, sempre col capo sotto le lenzuola.
— Tu ridi — dice il povero padre contento — dunque la guarigione
incomincia; ed ora lascia che io ti baci, come quando eri ragazza.
Serafina abbassa il lenzuolo che la ricopre, e mostra il bel viso un
po’ arrossato, cogli occhi lucenti per due lagrime che vi ha messo
la contentezza. Suo padre si china sopra di lei, e nel baciarla in
fronte nota che essa ha serbato agli orecchi due grossi diamanti, falsi
certamente, ma che splendono come se fossero veri.
— Sei contento ora? — chiede Serafina. — Per farti piacere sono venuta
a letto; tu per far piacere a me, mi lascerai levare. Vi sono stata
tanto a letto; ora non mi ci posso vedere.
— Sentiremo il medico — si prova a dire Marcantonio.
— Il mio medico, che è famoso in Milano, mi ha consigliato di fare del
moto senza affaticarmi, e di nutrirmi bene senza far indigestione; la
ricetta di chi sta benone.
— Qual è il tuo medico?
— Il dottor D....
— Ah! — esclama Marcantonio grattandosi con un dito le calvizie per non
ismarrirsi nelle congetture.
Lo riconosce, è impossibile durare nel primo proposito.
In quel buio di cui si è voluto circondare rispetto al passato,
penetreranno da ogni parte e ad ogni momento mille bagliori fuggitivi
che lo faranno più pauroso. Meglio cento volte la certezza.
— Se è vero che tu ti senti bene, se non temi che ti manchino le forze
— dice Marcantonio accarezzando colla grossa mano tremante il volto
soave di sua figlia — Serafina mia, parlami del tuo passato.
— Il passato non appartiene a me sola — risponde la giovine donna.
— Lo so, me l’hai detto; ebbene, parlami pure di _lui_.
Serafina non se lo fa ripetere, e comincia con accento in cui vibra una
commozione semplice:
— Iginio mio è l’uomo più stimabile che io abbia conosciuto sulla
terra, dopo mio padre; egli mi ha amato fin dal primo giorno come
doveva amarmi sempre, con una giocondità inalterabile, quasi per dirmi
che il nostro amore era e doveva essere una cosa lieta. Non è colpa mia
se non fu sempre così: anch’io ho fatto di tutto per essere felici, e
quando la disgrazia ha voluto provarci, ci ha trovato forti.
— La disgrazia.... — balbetta Marcantonio. — La disgrazia si chiamava
l’abbandono di tuo padre.
Serafina gli stringe la mano e lo guarda con amore, ma non dice di no.
— Si chiamò prima di tutto l’abbandono di mio padre — prosegue
melanconicamente; — poi prese altro nome più volte; ma sempre ci trovò
sorridenti e felici, perchè ci amavamo. Tu non hai voluto conoscere
Iginio; e pure egli era degno di te.
Il colpo è dato, e Marcantonio l’ha ricevuto senza protestare. Però
egli tace, e Serafina non può proseguire, perchè la commozione le dà
l’ansia.
Si risvegliano nella mente del disgraziato padre tutti i terrori di
poc’anzi.
— Lo vedi! — esclama. — Parliamo d’altro; questo discorso ti fa male.
— Questo discorso mi fa bene — ribatte la figliuola ostinata; — lascia
che io ti parli di lui. Ho sempre creduto di doverlo amare di più e di
non poterlo amare abbastanza, perchè tu non gli avevi dato un posto nel
tuo cuore; vorrei che, almeno ora, tu gli volessi bene.
— Gli ho perdonato tutto! — balbetta Marcantonio.
— Grazie — insiste Serafina; — ma lascia che io ti parli di lui. Quando
eravamo in paesi lontani, al caldo, al gelo, in compagnia della così
detta famiglia artistica, dove nessuno si ama sinceramente, chi mi
asciugava le lagrime, chi mi rendeva le forze, chi mi curava inferma,
sai tu chi era? Lui solo. Chi mi parlava di te senza rancore, sai tu
chi era? Era lui. Quando si aggravava sull’anima mia il tuo silenzio,
era lui che ti scusava. Oh! egli sapeva leggere nel tuo cuore, anche
da lontano, e non isbagliava mai. «Bisogna compatirlo — mi diceva —
egli è un po’ severo perchè è avvezzo a stare sulla cattedra...» Non
ti offende che dicesse così? «La sua scienza medesima è severa — non
devi sperare che ti scriva; egli ha giurato di non riconoscere più
sua figlia, e sono sicuro che alle tue lettere non risponderà per un
pezzo; ma tu scrivigli, è il tuo dovere prima di tutto, e poi, ciò
gli deve far bene.» — E quando, alla vigilia di diventar madre, in
un paese straniero, a Bucarest, mi giunse il tuo primo segno di pace,
quest’anello che non ha più lasciato il mio dito, egli, già delirante
per la febbre tifosa che me lo voleva rapire, mi disse: «Lo vedi,
Serafina, tuo padre ti perdona e ti dice: _ama_; egli ha scelto questa
via di esprimerti l’animo suo; è buono, tuo padre, io lo conosco; ora
fioccheranno i doni, vedrai. Ma non isperare già che ti scriva, non
bisogna pensarci; è fatto così, io lo conosco....» Ed indovinò proprio;
tu non mi scrivesti mai....
— No, io non ti scrissi mai — mormora Marcantonio lasciando cadere la
testa invasa da mille fantasmi fino a picchiare con un colpo sordo sul
marmo del tavolino da notte — no, io non ti scrissi mai.
— È tutt’uno — si affretta a soggiungere Serafina allungando una mano
per porgergli una carezza — è tutt’uno, la tua corrispondenza muta
mi ha consolato abbastanza. Noi ti avevamo offeso e non meritavamo
di più.... Quando nacque il mio povero Marcantonio, Iginio era ancora
convalescente; il tuo dono alla puerpera ci fece guarire più presto....
Mangiavamo la zuppa entrambi nella tua ciotola e colla tua posata,
prima io, poi lui... e un mese dopo egli cantava ancora, ed ebbe un
trionfo. Ti ricordi?
Marcantonio non risponde; egli ha chiuso gli occhi ed ha visto uscire
dal buio pauroso una personcina, che gli fa cento moine per indurlo
a giocare con lui. Il poveraccio vorrebbe fare un gran gioco di baci,
ma il piccino è restìo ai baci, ed egli non osa dirgli: «Io sono tuo
nonno!»
La scena buia si cambia di continuo; ogni parola di Serafina ne muta un
contorno, v’introduce o vi cancella un personaggio. Così sparisce per
sempre il piccolo Marcantonio, e il nonno, rimasto solo non riesce a
soffocare un gemito.
— Quando il mio bambino morì.... — prosegue Serafina; ma si arresta e
si turba, perchè ha udito un singhiozzo.
— Se tu lo avessi veduto! — ripiglia a dire lentamente dopo una breve
pausa. — Era il ritratto d’Iginio; aveva, come lui, gli occhi a fior
di testa, piuttosto grossi e tondi, ed aveva anche il suo sorriso; ma
la fronte l’aveva più alta, come la tua, e gli scendevano sulla nuca i
ricciolini, come a te.
Essa dice queste parole sorridendo, e intanto accarezza i ricciolini di
suo padre, ultime reliquie d’una capigliatura superba, che formava già
la maggior bellezza di Marcantonio.
— Queste cose — prosegue Serafina — io te le ho scritte tutte, ma nel
dirtele a voce, qui, dal mio letto di fanciulla, dove si svegliarono
tutti i miei affetti, dove ho sognato tanta felicità, nel dirtele così,
colla mia mano stretta nella tua, sento una gran dolcezza. Tu, babbo,
non t’infastidisci se ripeto cose che sai?
— No, Serafina mia, non m’infastidisco; dimmi tutto, tutto, tutto,
come se io nulla sapessi, come se il tuo babbo ritornasse da un cattivo
mondo lontano, in cui si dimenticano le persone amate. Dimmi tutto.
Marcantonio rialza il capo e sorride a sua figlia; la quale continua:
— Ti parlerò di lui, sempre di lui, poichè me lo permetti. Se tu
fossi penetrato nel suo cuore, se tu avessi visto di quanta bontà
egli era ricco, prima d’ora gli avresti perdonato l’offesa che ti
fece amandomi. A Barcellona, una sera, dinanzi ad un caffè, un povero
diavolo cantava la _Calunnia_ del _Barbiere_, accompagnandosi con una
chitarra. Ridevano tutti, ma erano risa di beffa, perchè la voce del
cantore era rauca, e la chitarra scordata; quando il disgraziato, che
aveva la fame scritta in tutta la persona, ma più negli occhi, andò
in giro per raccogliere l’elemosina, il primo a cui si accostò gli
disse una villania, e il secondo gli volse le spalle. Il meschinello
allora non osò proseguire il suo giro, mandò intorno uno sguardo
smarrito, raccattò il berretto, che aveva deposto a terra, e fece atto
di andarsene. Noi eravamo seduti lì presso, ed io aspettava, col mio
obolo in mano, che il disgraziato cantore si accostasse. Sai tu che
fece Iginio? Con uno sguardo ridente mi disse: Aspettami — poi lasciò
il tavolino e raggiunse il mendicante. «_Prestami la tua chitarra_.»
gli disse. — E là, in faccia a tutta la gente del caffè, in mezzo alla
folla dei passanti che ingrossava sempre intorno a noi, cantò, come
sapeva far lui, l’aria della _Calunnia_. — Era una cosa bella, babbo
mio, una cosa bella, sebbene la chitarra fosse scordata. Gli applausi
che scoppiarono in ultimo mi commossero più di quelli che mio marito
raccoglieva ogni sera in teatro. Restituì la chitarra al poveraccio, e
lo mandò in giro a raccogliere l’obolo.... Ad ogni moneta che veniva
buttata nel suo berretto, quell’infelice vi lasciava cadere una
lagrima; vi lasciai cadere anch’io la mia moneta e la mia lagrima, e
forse più d’una signora, debole come me, fece altrettanto. Ma io feci
qualche cosa di più, dissi al mio Iginio: _Andiamcene_, e ce ne andammo
subito, e appena ci fummo dilungati alquanto in un viale, gli diedi un
bacio furtivo, come se fossi la sua innamorata.
Serafina tace un momento, poi ripiglia:
— Iginio mio non si smentì mai; dal primo giorno che gli fui al fianco,
egli m’ispirò quel coraggio tranquillo e ridente, che è tanto raro
anche negli uomini. Quando tornai dal Cairo in Italia, e ci fu fatta
fare la quarantena a Napoli, in un brutto casone, come ingannammo noi
il tempo lungo? Cantando certe parodie in cui mio marito faceva molte
parti ad un tempo; il tenore e la prima donna, ammalati davvero, erano
rimasti al Cairo, ma non per questo si sopprimeva il duetto d’amore,
anzi era il pezzo più desiderato e più applaudito; faceva mio marito
le due parti. Faceva anche il coro, perchè i coristi e le coriste non
viaggiavano con noi, ed era impossibile star seri alla mimica del
coro maschile ed alle voci calanti del coro di donne. Era lui che
improvvisava certe festicciuole da ballo, in cui egli non ballava;
lui che ordinava le cenette, tanto per farci stare allegri. A lasciar
fare agli altri, si sarebbe morti di noia più presto che del colera;
egli accettava i ringraziamenti di tutti ma non era contento se non
sentiva da me che ero stata allegra. Mi domandava spesso: «Non ti
senti infelice molto?» — E quando io gli assicurava che, al contrario,
ero felicissima, egli mi diceva: «Sai bene che ho giurato di farti
felice, quando ti pare che io non riesca o che stia per commettere uno
sproposito, avvertimi.» Poi il cielo mi volle ridare la consolazione
che mi aveva dato e ritolto; mi nacque una bimba, e si chiamò Faustina,
come la povera mamma. Eravamo a Piacenza quando mi giunse tutto il
corredo che tu destinavi a mia figlia; anche allora, quanto bene mi
fecero quelle due parole: _A Faustina!_ Erano di tuo pugno, ed io le
riconobbi e le accolsi come un buon augurio. Io ti scrissi allora che
Faustina, così benedetta dal nonno, non mi sarebbe stata tolta, ma
sarebbe cresciuta bella e buona, immagine della povera morta di cui
portava il nome, per dirti un giorno l’amor suo....
Marcantonio ha sollevato la faccia pallida, e cercando di leggere negli
occhi di sua figlia, non respira più. Quell’ansia è breve; uno scoppio
di pianto la risolve, ma è pianto di tenerezza.
— Quel giorno è giunto — dice titubando la giovine donna. — Faustina
ti aspetta! Oggi ha cinque anni, e si è fatta carina. Dicono che mi
somigli molto, ma a me pare tutta la mia mamma. Essa ti conosce; ha
visto il tuo ritratto e le abbiamo parlato tanto di te! L’altro giorno,
prima che tu mi scrivessi quella lettera che mi ha colmato di gioia e
di turbamento, ha creduto di vederti dalla finestra e ti ha chiamato
forte: «Nonno! nonno!» Io era a letto, e v’era un tale....
Serafina s’interrompe; è rossa in viso ed ha l’ansia anch’essa.
— Un tale?
— Sì, un tale, che quel giorno non aveva nome ancora, ma che oggi ne ha
più d’uno.... egli piangeva perchè aveva appetito, e alla povera mamma
mancava il latte....
— Dio grande! — balbetta Marcantonio — tuo figlio, non è vero? E la tua
malattia era?....
— Sì, era.... — risponde Serafina.
Null’altro. Dopo un breve silenzio, suo padre chiede con voce rauca,
senza scostare la faccia dalle mani:
— Un maschio?
— Sì, un bel maschio; compie oggi il quarantesimo giorno....
— Imprudente! — mormora il padre — e si chiama?
— Marco, Antonio, Corrado, Iginio, Maria.
— Marcantonio! E dov’è ora?
— A balia. Ma Faustina è a casa ed aspetta la mamma.
— Andrò io — dice il povero padre; — la bimba mi conosce; tu non ti
muovere, ti potrebbe far male. Rimani qui tranquilla, sono le tre, è
l’ora della mia lezione al liceo — ma troverò un pretesto per rendere
felici i miei scolari.
Dette queste parole, Marcantonio si china a baciare sua figlia e
si allontana subito senza voltarsi. Ha la mente turbata e un gran
disordine nel cuore. Sente il bisogno d’esser solo. Serafina lo
accompagna cogli occhi fin sull’uscio, poi scende dal letto, dove era
entrata quasi vestita.
Le splende sul volto una gioia maliziosa.
IX.
DEUS EX MACHINA.
Sono le tre, è l’ora della seconda lezione di metafisica al liceo;
ma oggi l’ente, preso da pietà per le sue creature, ha permesso che
Marcantonio, uscito di casa coll’intenzione di andare ad annunziare
dalla cattedra: _brevis lectio!_ non si lasci nemmeno vedere in liceo.
Immaginate la festa degli esistenti della seconda classe liceale!
Marcantonio va verso la lontana via Torino; fedele al proprio costume
di non lasciar impigrire le gambe, egli cammina a piedi; ha fretta e
corre, ma intanto pensa.
Sono entrati nella sua mente alcuni quesiti tenebrosi, a cui ancora non
ha cercato di dare risposta. Eccone uno: «Il buffo Curti buon’anima in
che condizione ha lasciato la vedova?» Scrivendo al Signor Io, Serafina
diceva di non possedere altri capitali al mondo fuor che il cuore e
la sua bell’arte; ma presentandosi al babbo era vestita con eleganza
e portava grossi diamanti agli orecchi. Suo medico curante nell’ultima
malattia era il dottor D..., uno _specialista_ celebre, di quelli che
si fanno pregare due volte e pagare quattro. Stando solo a ciò, anche
se i diamanti sono da palcoscenico, la vedova Curti è _agiata_.
Così dev’essere. Non poteva un buffo onesto, dopo aver messo al mondo
due figliuoli, andarsene _ad patres_ buttando la famiglia addosso al
suocero, che campa malamente di metafisica.
D’altra parte la lettera è esplicita: «Sono povera, altro non posseggo
al mondo fuor che il cuore, eccetera»; e questo è detto ad un Signor
Io ignoto, che va in cerca di moglie nella quarta pagina del _Secolo_.
Che vergogna! pensa Marcantonio; mia figlia, spirato appena il termine
legale della vedovanza, madre di due figli, l’ultimo dei quali ha
trent’otto giorni soltanto, disporsi ad accettare il talamo d’un
anonimo! Che umiliazione se potesse mai sapere che quell’anonimo era
suo padre! Si può star sicuri che Marcantonio ha viscere paterne e non
le dirà nulla.
Ma come mettere d’accordo questa fretta di passare a seconde nozze
coll’amore ardente serbato al marito defunto? Che il cuore della donna
sia bizzarro, Marcantonio lo sa; ma a questo punto! La sola miseria
spiega, non giustifica, la cosa. Certamente, Serafina è povera, come ha
detto; non i suoi diamanti soltanto sono da palcoscenico, ma anche la
veste di seta nera. Già, Marcantonio di vestiti non se ne intende!
Il buffo Curti — quel meraviglioso fiore dei buffi — ha proprio fatto
la prodezza o la burletta — chiamatela come volete — di rubare la
figlia ad un padre, di generare due figli di sesso diverso, e di
morirsene poi per appioppare ogni cosa al suocero tradito.
Non importa! Marcantonio è preparato a tutto. Serafina è ritornata
nella casa paterna per non uscirne mai più; la piccola Faustina e
il piccolo Marcantonio cresceranno fra le pareti in cui è cresciuta
la madre loro, all’ombra della stessa grand’anima, confortati dalle
medesime carezze. Marcantonio non è ricco, ma alcuni soldi alla cassa
di risparmio ce li ha; s’ingegnerà di farli fruttare; alle due scuole
del liceo, ne aggiungerà una terza quando voglia; e così, con un altro
po’ di metafisica e con molta economia, bene o male, si camperà la vita
in quattro. E i registri dello stato civile non sapranno neppure della
doppia corbelleria che una comprimaria (comprimaria! e in che parte, o
lumi della ribalta, avete veduto Serafina sul palcoscenico?), che una
comprimaria e un professore erano lì lì per commettere.
Quando la mente di Marcantonio si è acquetata in questo pensiero,
altri quesiti tenebrosi le si presentano. Eccone uno: «Chi ha mandato a
regalare il fardelletto a Faustina? chi ha donato a Serafina l’anello
col segreto e la parola _Ama_ in caratteri maiuscoli? La parola _Ama_
contiene, è vero, le iniziali del suo nome, ma come? in questa maniera
stramba: Abate Marco Antonio, come si erano ostinati a chiamarlo sua
figlia e suo genero. Le vere iniziali di Marcantonio Abate, invece
di un consiglio amoroso, dovevano fornire una particella dubitativa,
la quintessenza di tutta quanta la umana filosofia. Dunque, chi ha
regalato il fardelletto e l’anello? _Lui!_ Chi ha mandato regolarmente
gli altri doni in risposta ad ogni lettera? _Lui!_ E queste lettere
dove sono andate? Egli ricorda benissimo di averne respinte tre sole; a
chi furono recapitate le altre?»
Così almanaccando, Marcantonio è giunto al numero 60 in via Torino.
Egli passa diritto dinanzi alla portinaia, ma costei lo segue e lo
trattiene.
— Chi cerca?
Chi cerca Marcantonio? La signora Camilla o la signora Curti?
— La signora Curti.
— Secondo piano, l’uscio in faccia alla scala.
Marcantonio sale, e sull’uscio indicatogli vede una scritta d’ottone,
in cui è detto semplicemente _Curti_. Suona il campanello senza
titubare, ma gli sembra d’udire un lieve rumore intorno a sè, si volta
e vede un finestrino con una cortina bianca sollevata da una grossa
mano. La mano sparisce, la cortina ricade: ecco dei passi che si
avvicinano all’uscio.
Strana cosa! il cuore di Marcantonio è aperto, e pure qualcuno vi
picchia forte gridando: «Aprimi, Marcantonio.»
*
* *
Si apre l’uscio, e un servitoruzzo alto quattro spanne, con un
giubbetto nero alto quattro dita, introduce Marcantonio in un’ampia
sala quasi buia. Quivi lo abbandona. Non gli ha chiesto il suo nome,
non gli ha dato tempo di dire chi cerca; è scomparso. Se avesse più
fiato in corpo, il professore richiamerebbe quel bimbo per fargli
intendere.... per fargli intendere che cosa?
Marcantonio guarda la sala in cui si trova; avvezzandosi all’oscurità,
gli occhi suoi cominciano a discernere certi mobili di foggie strane,
un pianoforte a coda, dei quadri con cornici dorate alle pareti;
facendo un passo, inciampa in uno sgabello turco, e chinando lo sguardo
a terra, riconosce che ha una pelle di tigre sotto i piedi. Dal mezzo
del soffitto scende qualche cosa, una lampada, una magnifica lampada di
bronzo antico; in fondo, sopra una colonna, un busto di marmo.
Nessuno viene, ed egli ripensa a quel bimbo che l’ha introdotto, a
quella bimba a cui è venuto a far visita e che gli fa battere il cuore.
Ora si aprirà un uscio in qualche parte e comparirà un altro fanciullo
a dire che la signorina si veste e lo prega d’aspettare. — Si fa un
giuoco infantile ben noto, si giuoca ai _signori_.