che la bell’arte sua, piena di pericoli; ha 22 anni ed è vezzosa
ancora; abbisognando di un uomo che la protegga, è pronta a buttarsi
nelle braccia del primo venuto, sia pur vecchio e pieno d’acciacchi,
per trovarsi al sicuro. Serafina è in Milano, a poche centinaia di
passi da suo padre, a un passo forse dal disonore.
La mossa dell’egoismo pubblico significa tutto questo; ora tocca a te,
Signor Io.
Marcantonio si raggomitola nella poltroncina, e guardando fissamente a
terra si prova a dire: «Non vi è più nulla di comune fra lei e me; l’ho
giurato.»
Ma uno dei suoi avversari risponde sdegnoso: «Fole! non si fa spergiuro
quando il giuramento è indegno» — e un altro, carezzevole, soggiunge:
«Checchè tu faccia e dica, siano pur grandi le colpe di Serafina, non
è vero che tu nulla abbia di comune con essa. Serafina è il tuo sangue;
Serafina è la tua carne, è una particella della generosa anima tua.»
«Dunque — prorompe Marcantonio — quella disgraziata avrà fatto il voler
suo, sdegnando i consigli e le preghiere della prudenza e dell’affetto,
avrà tradito suo padre, lo avrà lasciato solo nel mondo per correre di
teatro in teatro, ed ora tutto ciò dovrà essere dimenticato, perchè è
infelice?»
Una voce intima, un’eco delle sue stesse parole, ripete nel profondo
dell’anima: «Perchè è infelice.»
Ma il Signor Io non l’ascolta. Egli pensa che la disgrazia da cui fu
colpita sua figlia è una punizione del cielo, e gli sembra d’averla
persino preveduta. Sicuramente l’ha preveduta. Quel buffo che egli
ha visto poche volte appena, aveva scritto sulla faccia il proprio
destino; Marcantonio non si era, no, lasciato trappolare (ora se ne
ricorda) da quell’apparenza di giocondità e di salute; quella faccia
paffuta era una maschera, quel corpo tondo era un inganno. Solo che
Serafina gli avesse detto: «Babbo, esamina l’uomo che mi vuol sposare,»
egli non avrebbe tardato ad indovinare l’ipertrofia o la tisi. Ora il
buffo è morto, e coi morti il Signor Io è generoso. Così il cielo gli
perdoni, come la grande anima di Marcantonio gli ha perdonato! Quanto
a Serafina, che può egli fare? Perchè mai bisogna che il caso venga a
prenderla per mano e condurla, dopo tanti anni, al cospetto dell’autore
dei suoi giorni?
La domanda è fatta. Marcantonio ha appena il tempo di pentirsene
inutilmente — la risposta dell’avversario è pronta.
«Pensa — gli dice — alle lettere che hai respinto senza aprirle. Che ne
sai tu, se, in una di quelle, la poveretta, alla cui felicità è mancata
la benedizione paterna, non ti apprendesse la sua grande sventura?»
Marcantonio non sa nulla, non vuol saper nulla; cioè, no, sa questo
solo, che la _grande sventura_ non sarebbe poi nè grande nè piccola,
se egli aprisse le braccia a sua figlia. Serafina ritroverebbe la nota
casa dove aveva vissuta fanciulla, ripiglierebbe le sue occupazioni
domestiche; affacendata da mattina a sera nel combattere i ragni e
la polvere, nell’aprire e chiudere i cassetti, nel regolare la spesa
diaria, confortata dall’affetto punto frenetico del babbo, col suo
mazzo di chiavi in tasca, coi suoi registri in regola, qual donna più
felice di lei? Dopo di aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa,
al fianco d’un uomo che non era suo padre, la vedova ridiventerebbe
fanciulla; si cancellerebbe dal tempo un passato che....
Marcantonio s’interrompe nel corso dei suoi pensieri, perchè quella
medesima vocetta d’eco, che ha parlato nel buio fondo della coscienza,
incomincia lentamente così: «Si cancelli dal tempo un breve passato.
Dopo aver provato l’uggia d’un’esistenza diversa, quanto sarà più
attenta ed amorosa la vedova ridiventata fanciulla! Essa ritroverà le
note stanze e ripiglierà le sue occupazioni: affacendata da mattina a
sera nel combattere i ragni e la polvere, nel regolare la spesa diaria
e nel dar sesto alla casa, avrà la dolce illusione di contribuire a
rendere tranquilli e felici i giorni d’un padre che, per disperazione,
si voleva buttare nelle braccia di una donna qualsiasi.»
«D’aspetto non ispiacevole, fanciulla o vedova sulla trentina» ribatte
fiaccamente il signor Io. «La signorina Virginia non è una donna
qualsiasi; la signora X. Y. Z. che ha 22 anni non è una donna qualsiasi
— non è neppure una donna qualsiasi quella signora vestita di nero
col mazzolino di fiori sul petto che ieri Marcantonio non ha saputo
riconoscere al caffè Biffi. E poi, nessuno lo costringe a sposare la
prima donna che gli si presenti; egli può aspettare e scegliere. Fra
le concorrenti al talamo di Marcantonio non ci possono essere altre
giovinette belle ed adorabili quanto.... quanto Serafina, posto che vi
è Serafina?»
Rendiamo giustizia a Marcantonio.
L’idea che sua figlia si offre di sposarlo e di renderlo felice,
questa volta lo turba anche peggio. Se obbedisse al suo primo impulso,
andrebbe in via Torino, al numero 60, chiederebbe della falsa Marina,
comprimaria, rimedierebbe all’egoismo d’un uomo che, povero, aveva
voluto incatenare alla propria miseria una donna, e per cavarsi
d’impiccio non aveva trovato di meglio che morire.
Ma un’altra idea lo trattiene un istante ancora, forse perchè egli
corra più spedito dopo.
«Serafina si dice povera; infatti essa non ha avuto dote, nè ha mai
preteso la porzione legittima dell’eredità di sua madre lasciata in
usufrutto a Marcantonio. Forse non sa neppure che il Codice gliene dà
il diritto. — Quanto al buffo Curti, sebbene figlio d’un avvocato, che
poteva avergli appreso il mondo veduto dalla ribalta?»
La gran partita sta per finire; una mossa ancora, e Marcantonio si
darà vinto. Ma non è più un avversario che parla nella sua coscienza
turbata, è quasi un amico: egli conosce tutte le vie per arrivargli al
cuore, e la sua voce suona come una carezza.
«Tu non sei egoista — gli dice; — in mezzo a tutte le filosofie
grette o bugiarde, tu hai serbato una grandezza veramente filosofica
— tu disprezzi l’uomo, ma stimi grandemente te stesso. Non già tu
andresti a nozze tardive per goderti con un’altra donna la poca
ricchezza che Faustina destinava a sua figlia. Ti conosco; sposando la
signorina Virginia, o quest’altra, o quell’altra, subito rinunzieresti
all’usufrutto. Ebbene, no, Marcantonio, tu non rinunzierai
all’usufrutto, ma qui stesso, in questo momento, rinunzierai alla
signora Virginia e a tutte le altre pretendenti anonime presenti e
future, darai ordine a Battista di non andare più alla posta a ritirare
le lettere del Signor Io, riscatterai tua figlia dal teatro che l’ha
presa a tradimento, le aprirai la casa paterna — le aprirai anche
il tuo cuore di padre, un cuore retto, che non fu turbato mai dalle
frenesie dell’amore, e vivrai gli ultimi anni della vita consolato
dalla coscienza di esserti sacrificato per la felicità di tua figlia.»
VII.
«SONO QUA!»
Quanto è igienica la virtù! quanto è sana la grandezza d’animo!
Quando l’egoismo pubblico dà battaglia ad un cuore generoso e lo vince,
non è vero che la vittoria è umile, che gloriosa è la sconfitta?
Marcantonio raccatta da terra la lettera con cui la sorte ed il mondo
hanno intimato a lui di combattere, e va a mettersi dinanzi alla
scrivania.
Egli scrive:
«Serafina! So che tu sei sventurata, e perciò sento un’altra volta
d’esserti padre e d’amarti. Siano cancellati dal tempo quegli anni che
tu hai passato lontana dal tuo genitore; ritorna alla casa paterna e vi
troverai il posto ancora caldo che occupasti nella tua infanzia beata.
Una sola condizione io faccio, ed è che non si parli d’un passato che
non avrebbe dovuto esistere. Prometti a te stessa, prima di rientrare
nella casa e nel cuore di tuo padre, che non farai alcuna allusione al
tempo del nostro comune dolore. Troverai tutte le chiavi sul canterano,
dove le deponesti nell’andartene; ripigliale e riannoda il filo della
nostra esistenza felice là dove fu rotto dal tuo capriccio. Anna Maria,
che ti porta questa lettera, sarà sempre ai tuoi ordini, e ti aspetterà
in cucina. Io ti ritroverò domani, ritornando dalla scuola, come se tu
non fossi mai stata assente. Tu ritroverai me quale ero, forse un po’
invecchiato, ma forte ancora tanto da bastare alla tua felicità. Il tuo
babbo.»
«Le piacerà! — pensa Marcantonio quando ha riletto il suo piccolo
capolavoro. — Serafina è sempre stata tenera; leggendo questa lettera,
piangerà dal principio alla fine; ma qui dove dice: _prima di rientrare
nel cuore di tuo padre_, vorrà essere un diluvio.»
Marcantonio suona il campanello per chiamare Anna Maria, la quale, a
quest’ora, suol essere nella cucina melanconica, contemplando il camino
spento, ed aspettando che il padrone se ne vada pei fatti suoi, per
rigovernare lo scrittoio e le altre camere. E Anna Maria, all’insolito
rumore che il campanello fa sul suo capo, leva gli occhi in alto e
vede, sospeso ad un filo, un ragno che si affretta a risalire fino al
soffitto.
«Ragno di sera, spera,» pensa Anna Maria, poi accorre coraggiosamente.
— Anna Maria — le dice il professore guardando l’ammattonato — questa è
una lettera.
— Sissignore.
— Tu la porterai in via Torino, numero 60.
Anna Maria non dice _sissignore_, e Marcantonio alza gli occhi per la
meraviglia.
— Mettitelo bene in mente, in via Torino, al numero 60. È scritto anche
qui.
— Sissignore.
— Domanderai della signora Serafina Abate.
— La padroncina! — esclama Anna Maria battendo palma a palma senza far
rumore. — Lo so.
— Che cosa sai?
— So dov’è.... il numero 60 in via Torino.... ci sono già stata altre
volte.
— Quando?
— Non ricordo più quando; ma lo so.... ecco, e sono contenta.
— Di che cosa sei contenta? — interroga il professore coll’accento
melato d’un esaminatore; e siccome Anna Maria non è pronta a
rispondere, egli soggiunge con indulgenza: — Poniamo che tu sia
contenta senza saper di che, nessuno dice il contrario; intaschi la
lettera, te ne vai subito a recapitarla, non ti trattieni a far ciance
coi portinai, e torni a casa.
— A portare la risposta....
— Non vi è risposta; tu vai e torni, e non fiati nemmeno.
— Sissignore.... Vado subito.
— Va subito.
— Vado.
Non si muove, e il padrone già volta le spalle, quando Anna Maria
diventa a un tratto un’eroina antica.
— Signor padrone — dice ingrossando la voce — la padroncina sta bene?
— Sta bene.
— Proprio?
Marcantonio si volta a guardarla, e l’eroina antica ridiventa Anna
Maria.
*
* *
Oggi Marcantonio ha confutato il sistema di Spinoza, ed è stato così
felice nella parola, così stringente nelle argomentazioni, che quasi
quasi ha potuto credere che tutta la scolaresca lo abbia inteso. E
veramente la maggior parte della scolaresca ha inteso che il sistema
di Spinoza è inutile, e che si può vivere lasciandolo stare a Spinoza.
I più arditi hanno enunciato un sospetto, il quale in fondo è un
desiderio, cioè che tutta quanta la filosofia insegnata nelle scuole
possa essere prima confutata in una lezione un po’ più divertente delle
solite, poi lasciata stare per sempre.
A buon conto così ha fatto Marcantonio.
Appena il bidello, socchiudendo l’uscio, ha gettato nell’aula quella
magnifica parola latina — _finis_ — ecco un’immagine, rimasta nella
scuola per tutta la lezione, è balzata sulla cattedra ed ha tirato giù
il professore.
Quell’immagine si chiama Serafina.
Camminandole al fianco speditamente, Marcantonio pensa: «A quest’ora è
a casa e mi aspetta!»
Ma un dubbio, che s’è tenuto celato finora, aspettando il buon momento
di farsi innanzi, s’affaccia bruscamente, come un aggressore alla
svolta d’una via.
E se non ci fosse nulla di vero in tutto il romanzetto che gli affatica
il cervello da 24 ore, salvo una singolare somiglianza di scrittura?
Se Marina, la comprimaria, esistesse, e sua figlia fosse invece sempre
lontanissima... o morta?
Fermo nella sua idea di voler evitare le spiegazioni e di cancellare
interamente il passato, ieri il professore non ha atteso il ritorno
di Anna Maria, e stamane non ne ha aspettata la venuta. Invece di
Serafina, già così franca nella parte impostale dal padre, sino
ad essere quasi padrona delle proprie lagrime (così Marcantonio la
vorrebbe e così la immagina), può benissimo venirgli incontro Anna
Maria colla lettera in una mano e l’altra mano sotto il grembiale, e
dirgli: «Lei ha sbagliato, in via Torino, al numero 60, la signorina
non c’è...»
E allora? Che sarà allora? Marcantonio ci pensa, e dice a sè stesso
che sarà una specie di rovina. Quell’edificio che egli ha tirato su
lavorandovi ventiquatt’ore filate (perchè anche dormendo non ha cessato
un minuto di fantasticare, e quando demoliva Spinoza, altro non faceva
che preparare nuovi materiali di fabbrica), quell’edifizio è già così
alto e massiccio, che se dovrà crollare, ingombrerà colle sue rovine
tutta la via futura di Marcantonio. Invano egli chiederà consolazioni
alla bizzarra Virginia od all’anonima vestita di nero — le fanciulle
più bizzarre dell’universo mondo e tutte le vedove dello stato civile
non gli potranno pagare il suo sogno. Egli lo sa e lo ripensa: misero
l’uomo che chiede alla vita il prezzo d’un bel sogno svanito!
Marcantonio deve aver in tasca la lettera di Marina; la ricerca
trepidante, la trova, la esamina... Ah! non vi può essere dubbio, sono
proprio i caratteri di sua figlia. Ecco le sue _s_ che paiono _f_, ecco
le sue code svolazzanti che vanno a mettere dei tagli illegittimi alle
sue _l_. Ogni dubbio è inutile, anzi è dannoso, perchè, già quasi alla
porta di casa sua, il professore non ha ancora pensato alla scena che
deve seguire.
Vediamo. Che cosa dirà egli entrando? che cosa farà? Piglierà per mano
sua figlia, senza guardarla in faccia, ed alla grossa fantesca, che
senza dubbio vorrà stare fra i piedi, dirà: «Anna Maria, nulla è mutato
nella mia casa, mia figlia vi rientra fanciulla come ne è uscita — ed
ora va in cucina.»
E dirà a Serafina: «Tu, figliuola mia, abbracciami; la commozione non
serve a nulla; perciò ti raccomando di non piangere e di dimenticare il
passato.»
Riuscendo a fare ed a dire così, non un gesto di più, non una parola di
meno, Marcantonio Abate spera che per il primo e più difficile incontro
ce ne sarà abbastanza.
Ma che cosa dirà Serafina?
Il professore è giunto alla porta di casa sua, e si arresta un momento
per aver tempo a rispondere a questa domanda. È strano — il suo vecchio
cuore batte come per l’imminenza d’una catastrofe; da gran tempo non ha
battuto così il vecchio cuore del Signor Io. Gli tornano in mente il
primo sorriso d’una povera morta, allora piena di vita e d’amore, la
prima lezione davanti ad una scolaresca non abbastanza disattenta, il
primo bacio sopra la gota di una neonata piangente — anche allora gli
batteva il cuore forte, ma non così.
Che cosa dirà Serafina?
Rifà la domanda, poi non bada a rispondere; è sulle scale, il portinaio
non l’ha visto passare, ed egli è quasi contento di non essere stato
fermato per sentirsi dire: «Sa? ci è di sopra la signorina...» ma
ora cerca sui gradini, senza saperlo, le traccie del passaggio di sua
figlia, e non trovando nulla, è oppresso dalla freddezza non dissimile
della ringhiera di ferro e del bracciuolo di ottone, ma sempre senza
saperlo.
A un tratto si scuote da quella inerzia della sua volontà, che va
perdendo terreno dinanzi ad un avversario ancora invisibile, fa
rapidamente i pochi gradini che lo separano dal pianerottolo e si
arresta all’uscio di casa sua.
Deve sonare il campanello, oppure aprire colla chiave che porta sempre
in tasca, ed entrare in casa all’improvviso? Meglio è che Serafina ed
Anna Maria siano avvertite — perciò suona. La fantesca non è pronta ad
accorrere, ma si facesse anche aspettare fino a notte, Marcantonio non
sonerà più; non sa neppure se troverà la forza di aprir l’uscio di casa
colla chiave che ha in tasca. Non è il cuore — ora lo comprende — sono
i nervi. Finalmente si ode un passo dietro la porta, che si socchiude
lentamente. Marcantonio entra, Anna Maria spalanca la bocca e gli occhi
e non dice nulla.
La poveraccia ha pianto, ma il suo padrone non se ne avvede.
— Dov’è Serafina? — riesce a dire con un tremito nella voce.
Anna Maria, per parlare, comincia dal chiudere la bocca ed inghiottire
la saliva, poi accenna col capo alla camera vicina; non può dir altro.
Il professore Marcantonio Abate si sente piegare le ginocchia, ed è
costretto a sedersi sopra uno sgabello. Allora soltanto Anna Maria
trova le parole.
— Se la vedesse! — comincia a dire — ma anche il padrone ritrova il suo
proposito.
— Anna Maria — dice con dignità — nulla è mutato nella mia casa: mia
figlia vi rientra fanciulla, come ne è uscita; ed ora va in cucina.
La dignità con cui ha pronunziato queste parole gli vieta di rimanere
un minuto di più sopra un volgare sgabello d’anticamera. Si alza ed
entra storditamente nel salotto, ma, per sua fortuna, Serafina non vi
è. Pure, il cuore ricomincia a martellargli forte. Perchè? Unicamente
perchè, entrando, egli ha visto il lembo d’una veste sparire da un
altro uscio, e una pezzuola bianca cadere dal tavolino a terra.
Marcantonio si arresta nel mezzo della sala e raccatta la pezzuola. È
bagnata di lagrime; lo sapeva.
Cerca, come per gustare un po’ d’amarezza, e forse per guadagnare
tempo, le iniziali ricamate del nuovo nome di sua figlia, e trova
invece il nome intero della sua povera morta — _Faustina!_ Quasi allo
stesso tempo, una voce gentile, la voce medesima della donna che lo
aveva amato tanto, dice timidamente:
— Sono qua!
E perchè egli, trattenuto da una folla di vecchi sentimenti che
rifioriscono nel suo cuore, non è pronto a rizzarsi in piedi, la voce
ripete più forte: «Sono qua.» Ed appare nel vano d’un uscio, che si
è aperto senza rumore, la visione melanconica di lei, di lei stessa,
di Faustina, pallida e scarna come nella malattia che l’ha uccisa, ma
ringiovanita e fatta più bella dalla morte.
Ah! come potrebbe Marcantonio reggere a quell’urto? Egli sente che
un tremito gli agita tutta la persona, e che un brivido dolce, forse
un’onda di pietà, gli corre nelle vene come un lavacro.
Ha chiuso gli occhi, e chi sa? forse ha aperto le braccia senza
avvedersene, perchè sente sul petto il peso di un corpo dilicato, e
sulle labbra il bacio della sua cara defunta.
Riapre gli occhi e non dice nulla. Finchè dura quel fascino, non
potrebbe parlare, anche volendo; ma perchè parlare quando piange?
Piangi, Marcantonio, le tue vecchie lagrime pagano tutto il pianto
versato da tua figlia. La poveretta, mettendo il visino patito sotto
quella benefica pioggia, sorride e pare che pianga anch’essa, mentre
dice teneramente:
— Babbo, non fare così!
Non le badare, Marcantonio; piangi, lascia cadere le tue vecchie
lagrime sulla faccia di tua figlia; sta certo, non le faranno male.
VIII.
SI PARLA DI LUI.
Marcantonio si prova a sorridere a sua figlia, la guarda negli occhi
spalancati da una grande dolcezza, le accarezza le guance scolorite dai
patimenti, e ancora non sa che dirle.
— Sono qua — ripete Serafina colla voce di sua madre; — questo giorno
doveva venire, io l’ho aspettato tanto, ed è venuto!
— Come stai? — le chiede Marcantonio facendo la voce grossa per far
tacere tutte le corde del pianto. — Tu soffri molto, non è vero?
— T’inganni, babbo, io non soffro niente, io sto bene, non sono mai
stata così bene; te l’assicuro.
Marcantonio vorrebbe credere, ma non può; al primo vedere Serafina vi
è stato qualcuno a dirgli: «Marcantonio, tua figlia è venuta per morire
nel suo letto di fanciulla.»
— Hai dunque sofferto molto? — domanda facendosi coraggio. — Sei stata
molto malata?
— Ma ora sono guarita.
— Guarirai! — esclama Marcantonio con forza. — Ora devi guarire per
farmi piacere, perchè io lo voglio, e la mia Serafina mi ha sempre
obbedito.
— Non sempre — mormora la giovine donna.
— Lasciamo stare il passato, lasciamolo stare, figliuola mia; per il
tuo bene e per il mio, non se ne parli più. Tanto, l’ieri non esiste;
il solo tempo vivo è l’avvenire, il solo giorno della settimana è
domani. Sei contenta così?
Serafina abbassa il capo sul petto e non dice nulla, e suo padre,
immaginandosi di consolarla, insiste a bassa voce:
— Quanto a me, ho dimenticato ogni cosa; dimentica tu pure, pensa a
star bene. Domani farò venire un medico; egli ti darà delle medicine
che ti faranno guarire presto. Per alcuni giorni è inutile che tu pensi
alla casa; lo vedo bene io, sei troppo debole....
Serafina tace, ed egli prosegue:
— Diremo ad Anna Maria che rimanga in casa anche di notte; essa farà
la cucina, come una volta; terrò io le chiavi della dispensa e della
guardaroba, cercherò di non far sbagli, ma ne farò ad ogni momento, e
tu riderai e riderò anch’io. E appena tu sia guarita, te lo prometto —
aggiunge con solennità burlesca — te lo giuro, io ti renderò tutte le
chiavi, dalla prima all’ultima. Sei contenta, figlia mia? dillo, sei
contenta?
Serafina sorride melanconicamente, ma non risponde, e il disgraziato
Marcantonio ode nel silenzio l’ansia di quel povero petto ammalato
e la voce spietata che ripete: «Tua figlia è venuta per morire nel
suo letto di fanciulla.» La sua anima manda un nuovo grido, altre
fibre paterne si sono svegliate. Che cosa rimane ora del Signor Io?
Una reminiscenza scialba, come di cosa da gran tempo smarrita: ieri
soltanto il Signor Io trepidava nel ricevere le lettere, e pure questo
suo ieri è già fatto così lontano da giustificare quasi la bizzarra
sentenza suggeritagli dal rimorso: «Il solo tempo vivo è l’avvenire; la
settimana ha un giorno solo, ed è domani.»
Quel poco che del Signor Io rimane ancora, è lì, in faccia a
Marcantonio, per parlargli di sua figlia.
Quanto dovette soffrire la poveretta, perchè, ridotta in così misero
stato, pensasse a pigliare un secondo marito! Forse, come tutti gli
ammalati, non credeva al suo male, e si lusingava ancora che le fossero
serbati altri giorni felici; forse altro non isperava fuorchè trovare,
nella casa d’un vecchio egoista a cui non ripugnasse pigliarsi la sua
bellezza e la sua gioventù, il letto tranquillo dove chiudere gli occhi
alla morte.
Un altro grido sordo dell’anima di Marcantonio; ora tutte le sue fibre
paterne sono sveglie e domandano un miracolo. A chi? a chicchessia,
alla natura, all’ente che ha creato l’esistente, all’eterno amore
di cui si sente particella addolorata, agli uomini stessi che ha
disprezzato fino a ieri. Egli vorrebbe gettarsi alle ginocchia di
quella giovinetta patita, che sorridendo ha posto una mano calda nella
sua ed offre ai suoi baci tardivi la fronte bianca e serena, vorrebbe
col proprio sangue darle la vita un’altra volta, pagare la felicità di
lei colla pace a lui tanto cara. Non lo spaventa l’idea di vegliare
intere notti come un fantasma in una cameretta melanconica, chino
sempre sopra un capezzale per ispiare un indizio di guarigione, in
lotta sempre col sonno per non lasciarsi cogliere alla sprovveduta;
non lo spaventa l’idea di agonizzare per sua figlia, purchè sua figlia
guarisca.
Dite: che rimane ora del Signor Io?
Egli stesso si sforza invano di trattenerne l’ultimo atomo, che si va
perdendo nel nuovo amore; invano egli dice che Serafina è una parte
di sè stesso, e che l’affetto paterno è la forma più bella e più
santa dell’egoismo umano. Oggi la sua filosofia astiosa balbetta e si
confonde.
— Serafina — dice mettendo sulla fronte bianca ancora uno dei tanti
baci di cui l’ha privata — Serafina mia, non mi dici nulla, non hai
proprio nulla da dirmi?
— Babbo, che cosa vuoi che io ti dica? Che sono contenta, che mi sento
bene, te l’ho già detto.
— Ripetilo, bimba mia.
— Mi sento bene, sono contenta.
Marcantonio non è soddisfatto, ma non accusa sua figlia; sente che è
colpa sua se quel primo incontro è quasi muto. Egli ha chiuso tutte
le vie per cui si versa la confidenza, credendo di chiudere una sola
porta, il passato.
— Vuoi parlarmi di te — le dice finalmente — vuoi parlarmi del tuo
dolore? Vuoi che colmiamo questo gran vuoto silenzioso che ci separa?
Parla, ti ascolto.
— Il passato non appartiene a me sola — mormora Serafina chinando gli
occhi.
Marcantonio ha inteso, ma non risponde.
— Vuoi tu sapere — le dice abbassando la voce — come ha vissuto questi
anni tuo padre? Gli ha vissuti come un egoista, non pensando quasi a
te, non si ricordando quasi che tu esistessi.
— Non è vero — dice sua figlia; — tu hai sempre pensato a me, ed io ne
ho molte prove. Eccone una; la riconosci?
Serafina, così dicendo, porge la mano a suo padre e gli mostra un
anellino d’oro. Marcantonio, sbigottito, apre la bocca per parlare,
ma non dice nulla. Senza volerlo ha preso un’aria d’ingenuità così
eccessivamente astuta, che Serafina deve minacciarlo col dito prima di
soggiungere: