fardello di filosofia scolastica che negli altri giorni della settimana
è costretto a portare in due licei per l’afflizione dei suoi alunni;
sembra egli stesso un suo scolaro, tanto si sente sciolto. Esce,
s’avvia, e ad ogni passo si allontana sempre più dalla metafisica.
Giunge al boschetto dei giardini: il vecchio amico suo è là, tentando
il prossimo.
— Buon giorno!
— Mille giorni come questo — risponde il mendicante con un sorriso
malizioso.
— Mille son pochi. Auguramene dieci mila, se mi credi felice; ma tu
sbagli.
— Vossignoria è giovane.
— Davvero?
— Vossignoria oggi ha quarant’anni. Appena l’ho visto spuntare dalla
cantonata ho detto: il professore oggi ha quarant’anni: che cosa ha
fatto degli altri dieci?
Marcantonio si sente lusingato dall’osservazione, e non ha forza di
offendersi.
L’altro insiste con malizia crescente:
— Che cosa vuol fare degli altri dieci? ho detto.
Il professore guarda di qua e di là; la metafisica e l’etica sono
scomparse, nessuno lo vede, ed egli ride. Gli viene oggi una tentazione
non mai sentita: far l’elemosina al suo vecchio amico: ma resiste per
decoro.
— Buona fortuna! — dice, e si avvia saltellando.
— Diecimila giorni come questo! — ripete il vecchio, e s’incammina
egli pure, zoppicando, incontro ad una vecchia signora, che passa nel
prossimo viale e che ha già cacciato una mano in tasca.
Marcantonio prosegue rapidamente la via che mena alla sua felicità;
incontra un collega e lo schiva, incontra uno scolaro che schiva lui,
giunge alla trattoria prima dell’ora della colazione. Non importa,
mangerà solo; l’uomo deve bastare a sè stesso, tanto più a tavola.
Mangia, poi legge una gazzetta che non è il _Secolo_, poi aspetta gli
ufficialetti, ed è divertito dalla compiacenza con cui essi appendono
le loro sciabole all’attaccapanni, lasciandole spenzolare per le calate
della cintura in modo che urtino ripetutamente, prima a terra, poi
nella parete.
Sente dentro di sè una forza nuova, qualche cosa che non è entusiasmo,
nè baldanza, nè spensieratezza, ma che somiglia a tutto ciò; ogni tanto
abbassa la gazzetta e mette una parolina nel discorso scucito degli
ufficialetti, una parolina scelta bene, una parolina lucente, che al
solito, riempie di stupore i suoi commensali, e gli obbliga a dirgli
_bravo!_ o _bravissimo!_
Per far passare il tempo, propone una partita a scacchi o al domino,
magari al biliardo, e se ne scusa dicendo: «ho vacanza» — ma gli
ufficiali non chiedono scuse; sono contenti che il signor professore si
degni di uscire dalla sua dottrina melanconica per carambolare come uno
studente. Marcantonio è stato in altri tempi un giocatore fortissimo;
brandisce molte stecche più volte prima di sceglierne una, poi giuoca e
vince; i suoi avversari generosi fanno di tutto per fargli dimenticare
la modestia, ma il professore vince modestamente e si dichiara grato
alla fortuna; chiede un sigaro al cameriere, e gliene vengono offerti
cinque dagli ufficiali — grazie, grazie... egli non fuma sigari
_Cavour_, accetta un sigaro _Virginia_ dal signor tenente, accetta uno
zolfanello dal signor sottotenente, ringrazia gli altri.
Il professore non fu mai così amabile.
Finalmente Marcantonio esce all’aperto; esce lanciando innanzi a sè le
nuvolette del suo Virginia — e subito un monello, mandato dal destino,
gli offre il _Secolo_ uscito or ora. Il Signor Io compera la gazzetta,
corre coll’occhio alla quarta pagina, e legge subito: _Invito al
talamo_.
Non vede altro; caccia la gazzetta in tasca, e si guarda intorno. Ora
si sente debole, e non sa bene perchè.
Il suo Virginia è spento.
*
* *
Non è certamente perchè Marcantonio vi ha collaborato in quarta pagina,
non è neppure per il gran fatto avvenuto a Porta Tenaglia, perchè
sia non si sa, ma è indubitabile che oggi il _Secolo_ ha uno spaccio
straordinario; i rivenditori sbucano da tutte le cantonate e sono
trattenuti dai curiosi, e per le vie si vede molta più gente del solito
che nasconde la faccia dietro il _Secolo_.
Anche Marcantonio è impaziente di leggere la sua prosa, e quando può
chiudersi nella stanza da letto, stendere il giornale sul tavolino e
leggere: _Invito al talamo_ con tutto quel che segue, egli è veramente
contento come se avesse veduto la seconda moglie che gli è destinata, e
trovatala di suo genio. Gira gli occhi per la camera e fantastica.
Non muterà stanze; quel quartierino e lui si conoscono, oramai egli vi
si è avvezzo e vi si trova bene; la stanza da letto è abbastanza ampia;
entrano per l’unica finestra molti più metri cubi d’aria respirabile
che non siano necessarii per due. Tutt’al più farà mutare le carte
delle pareti e riverniciare il talamo; aggiungerà al lavamani due
catinelle compagne, perchè sull’unica rimasta è oramai indelebile il
giro dell’acqua che vi si versa ogni mattina da tanto tempo. Aggiungerà
fors’anco una lampada da notte, che scenda dal soffitto nel mezzo della
camera, ed abbia i vetri azzurri o color di rosa, ma per la scelta del
colore, bisognerà sentire il parere della fidanzata. Altri mutamenti
non vorrebbe fare; pure, se la sposa ne avesse desiderio...
Un’ora dopo egli ha trasformato dieci volte tutta la casa, col
pensiero, ed è ritornato cogli occhi e colla fantasia al modesto talamo
di noce che gli sta dinanzi e all’invito così audacemente gettato
in mezzo alle vedovelle ed alle ragazze, specialmente in mezzo alle
ragazze.
Ora teme che quel titolo erotico — _Invito al talamo_ — da lui premesso
all’avviso perchè non passi inavvertito, possa dare un’intonazione
burlesca alla faccenda, e guastarne il significato serio — ora invece
si lusinga d’aver dato con quelle tre parole una caparra del proprio
valore alle fanciulle da marito.
Quando cominceranno a piovere le lettere al Signor Io? Domani stesso
dalla città; dalle provincie doman l’altro. Ma il professore non andrà
alla posta venerdì, perchè, sebbene un filosofo della sua fatta sia
inaccessibile alle superstizioni volgari, preferisce incominciare le
trattative del matrimonio in un giorno generalmente considerato come
innocente. Andrà alla posta sabato.
Ma il domani, l’impazienza lo vince; assolutamente non è superstizioso
il professore, e d’altra parte è meglio che si faccia conoscere al
distributore delle lettere _ferme in posta_, come il Signor Io.
La cosa gli sembra innocentissima fino a piazza del Duomo; infilando la
via Rastrelli che mena all’ufficio postale, Marcantonio è turbato, e,
giunto alla posta, ha perduto affatto il sussiego. Guardando un poco
in distanza l’impiegato che si muove entro il casellario come in un
gabbione, gli pare che abbia una certa faccia, come se, avendo letto il
Secolo di ieri sera, tutta la mattina non aspetti altro che il Signor
Io per farne la personale conoscenza. Marcantonio è da un pezzo sul
portone della posta, e nota che tutti quelli che l’hanno visto entrando
ed escono poi senza che egli si sia mosso, lo guardano curiosamente.
Si volta; attraverso la inferriata dirimpetto, egli vede l’impiegato
delle lettere _ferme in posta_ che continua a muoversi nel suo
gabbione. Sicuramente a quest’ora l’ha già visto, e ne ha già notato
l’irresolutezza; rimanendo ancora all’uscio peggiorerà le cose, si darà
a conoscere meglio, diventerà il Signor Io della favola, il Signor Io
indimenticabile.
Una risoluzione coraggiosa — ecco Marcantonio avviato incontro allo
sportello delle lettere _ferme in posta_. Ma un’occhiata partita
dall’interno di quella gabbia lo scompiglia, lo sgomenta; quel
distributore ha una penna d’oca cacciata sopra l’orecchio sinistro in
modo che sembra cresciuta là naturalmente, ha il naso adunco (stavamo
per dire il becco), e una guardatura di sotto in su a cui Marcantonio
non è preparato. Con un passo di traverso, il professore si affaccia ad
un altro sportello.
— Lettere per il professore Marcantonio Abate?... — domanda, tanto per
dire qualche cosa.
Un momento di silenzio, durante il quale il professore cerca di
radunare tutte le sue forze, ma pensa che ha peggiorato ancora le
cose, perchè si è fatto vedere da un impiegato, dicendo nome, cognome e
professione; poi la voce del distributore gli annunzia: _Niente Abate_.
È virtù vecchia l’eroismo: vecchia, ma eterna..
Ammiriamo il _Signor Io_ dinanzi allo sportello temuto faccia a faccia
col distributore dal naso adunco, dalla penna d’oca cacciata sopra
l’orecchio.
— Giungeranno.... — comincia a dire — ma il suo avversario lo guarda, e
con questo mezzo semplicissimo gli fa perdere la parola.
— Sono da lei — dice il pennuto cacciando in una casella una lettera
raminga.
— Giungeranno — ripiglia il professore vilmente — giungeranno forse
lettere ferme in posta dirette al professore Marcantonio Abate....
favorisca farmele mandare a casa.
— Dove? — chiede l’impiegato strappandosi la penna d’oca e accingendosi
a scrivere in un registro.
E Marcantonio deve anche svelare la strada, il numero del portone,
la scala e il piano. Ci è altro a fare per tagliarsi le braccia?
Null’altro, il Signor Io ha fatto tutta quanta l’operazione, e gli è
riuscita benissimo.
Ora può andarsene tranquillamente a casa.
*
* *
Marcantonio Abate ha mandato alla posta un uomo messo certamente
al mondo coll’intenzione di fare il messaggero modello in questa
congiuntura.
Battista, il portinaio, non sa leggere affatto, ma vuol far credere che
sa quanto chicchessia; messo faccia a faccia colla carta scritta, egli
la guarda severamente, poi sorride, e quando può se ne allontana.
Non potendo sfuggire il foglietto su cui il professore ha scritto
_Al signor I. O., fermo in posta_, Battista lo ha cacciato in tasca,
ha ascoltato tutte le istruzioni verbali, ed è corso alla posta nel
massimo turbamento.
E un’ora dopo ritorna con un sorriso trionfante, porge la carta al
professore e dice:
— Niente per il Signor Io.
Marcantonio si fa rosso, perchè gli sembra di capire che Battista abbia
fatto leggere il foglio da qualche amico fidato, ma pensa che in fin
dei conti non è facile arrivare alla radice del piccolo intrigo. Quanto
al silenzio delle sue pretendenti, non se ne sgomenta ancora — a dire
il vero, egli ha avuto troppa fretta; saper aspettare bisogna.
Domenica riappare nel Secolo l’_Invito al talamo_, e lunedì Battista è
rimandato alla posta.
Il Signor Io attende il ritorno del messaggero, ma checchè accada,
vuole essere contento di sè, e non aspetta altro. Per convincersi che
non ispera nulla ancora, dice a sè stesso ogni tanto: «È troppo presto:
gli avvisi di quarta pagina fruttano talvolta parecchi mesi dopo — io
posso aspettare.»
Ma quando Battista ritorna a mani vuote, Marcantonio vede con
un’occhiata la vanità di tutti gli umani propositi, e s’accorge che
egli non è riuscito ad ingannare sè stesso.
Il giorno dopo, tornato a casa da scuola, Marcantonio Abate si vede
venir dietro Battista con una grand’aria di mistero.
— Lei mi ha detto di non le lasciar vedere a nessuno — dice il degno
portinaio — ed io le ho tutte qui.
Così dicendo, accenna alla tasca interna della giacchetta. Oh! come
batte il vecchio cuore del Signor Io!
— Calmati, Marcantonio — dice a sè stesso. — Seguimi — dice a Battista;
ma non ha quasi la forza di salire le scale, perchè la mano poderosa
del suo destino lo afferra.
— Dà qua — dice allora il Signor Io; e Battista consegna tre lettere ed
un giornale.
Il professore raccomanda ancora una volta il silenzio al suo messaggero
e gli dà una mancia, — poi si arresta a ripigliar fiato, fa le
scale con una pacatezza filosofica, penetra nelle sue stanze senza
precipitazione, e depone sopra un tavolino della stanza da letto le tre
lettere e il giornale. Chiude gli usci ed apre la finestra.... «Calmati
Marcantonio!....»
Eccolo solo nel suo _harem_.
*
* *
Le tre lettere e il giornale hanno la soprascritta medesima, senza
alcuna variante: _Al Signor I. O., ferma in posta — Milano_.
Ma i caratteri sono differenti.
La prima lettera aperta da Marcantonio è scritta con gran parsimonia di
parole; dice:
«Io sono giovine, sono bella, e sono ricca; — non posso soffrire
gli sciocchi che mi fanno la corte. Datevi a conoscere se avete la
coscienza di meritarmi; se mi meritate, vi sposerò. Per vostra norma,
è inutile presentarvi se avete sessant’anni, o la parrucca, o i denti
finti, se siete sordo o guercio, o invalido. Sul rimanente, Virginia
chiuderà un occhio. Scrivete a Virginia Malvisi, fermo in posta,
Milano.»
Marcantonio sta un poco immobile a contemplare quelle parole ardite;
si sente un po’ scoraggiato, senza sapere perchè; forse qualcuno a cui
egli non dà ancora retta, qualcuno, dentro di sè, comincia a dirgli che
Virginia è troppo distante da lui, o troppo matta. Ma egli si scuote
da quel torpore, e guardando rapidamente il foglio spiegato e le due
lettere chiuse, e le altre lettere dirette al Signor Io che a quest’ora
giacciono in fondo alle cassette postali, fa un’esclamazione allegra,
ed afferra il giornale.
È un _Secolo_ del giorno innanzi. Fin dalla prima pagina, una mano
disegnata con matita rossa allunga il dito verso la seconda pagina,
dove un’altra mano, dovuta alla stessa matita, accenna alla terza
pagina, nella quale una terza mano addita la pagina delle inserzioni a
pagamento.
In quarta pagina le mani sono quattro; dall’alto del giornale,
dal basso e dai due lati, allungano indici enormi verso un avviso
incorniciato pure di rosso.
Quell’avviso dice:
«Una signorina di 22 anni, agiata, di aspetto non ispiacevole, sana,
d’umore eguale, sposerebbe volentieri un vedovo sulla cinquantina.
Dirigere le offerte alla signora X. Y. Z. — Milano.»
Marcantonio rilegge attentamente questo avviso, e stentando ancora ad
afferrarne il significato, chiede a voce alta: che significa ciò?
Significa, evidentemente, che vi è in Milano una signorina di 22 anni,
la quale ha letto l’_Invito al talamo_ del Signor Io, ed è disposta
a pigliarlo d’assalto, solo che il Signor Io le piaccia e che essa
piaccia al Signor Io; ma non vuole far lei il primo passo, non stima
decoroso offrirsi, e pretende d’essere ricercata. Nulla di male in
fondo, è anzi una forma di pudore che Marcantonio apprezza; solamente,
non se ne farà nulla. Che si direbbe d’un ragno il quale si lasciasse
pigliare nella tela di un altro ragno? D’un formicaleone che andasse
a cascare storditamente nell’imbuto di un suo collega, che cosa si
direbbe? La signora X. Y. Z. sarà forse un partito eccellente, ma
siccome non mancano le spose, come si vede, a chi si dà la briga
di farne ricerca, Marcantonio sarebbe il grande ingenuo se desse la
preferenza a quella che fa la preziosa.
Rimangono altre due lettere sulla scrivania. In una, il Signor Io è
pregato di mandare il suo ritratto ad un’incognita ornata di tutte
le virtù, la quale deciderà poi: nell’altra si raccomanda al Signor
Io di recarsi infallibilmente questa sera prima delle nove al caffè
Biffi, in galleria, badando di occupare il tavolino in faccia alla
porta dell’ottagono, e di mettere una cravatta bianca ed un fiore
rosso all’occhiello. Questo è il desiderio d’una signora giovine e non
brutta, la quale sarà vestita di nero, porterà un mazzolino di fiori
sul petto ed entrerà nel caffè verso le ore nove.
Il Signor Io è furbo.
Non manderà il proprio ritratto a nessuno, non andrà alla berlina in
cravatta bianca e col fiore rosso all’occhiello, per mettere di buon
umore quattro ragazzi che forse si sono dati la posta al caffè Biffi.
La sua fantasia, insoddisfatta ancora, va dalla capricciosa e bella
Virginia alla timida X. Y. Z., e non si arresta a nessuna delle due. Se
fosse costretto a scegliere ora, pena il celibato, Marcantonio, che è
filosofo, continuerebbe a viver solo; ma se, pena la vita, egli dovesse
fare la scelta subito, senza conoscer meglio quelle incognite, quale
credete che il professore di filosofia si tirerebbe addosso? Ahi! non
già la pudica, ma quell’altra.
La signorina Virginia è proprio tentatrice colla sua baldanza; già, non
si è mai tanto audaci, senza essere un poco belle. Com’è la signorina
Virginia? È alta, piuttosto magra, ha gli occhi neri, due grosse
ciglia che spiccano anche sulla tinta bruna, denti bianchissimi che
l’obbligano ad un sorriso pieno di malizia, ha il naso parigino, ma può
anche averlo greco.
La signorina X. Y. Z. invece è pallida e bianca, oppure ha una faccetta
paffuta e rossa da collegiale — e quest’incertezza la guasta un poco.
Fra le due figure, una terza, respinta di continuo, si ostina a farsi
vedere ogni tanto — è la signora vestita di nero, col mazzolino di
fiori sul petto, l’incognita che dovrebbe entrare nel caffè Biffi alle
ore nove di questa sera, se la lettera che gli dà la posta non fosse
una monelleria di qualche sventato.
Quel vestito nero e quel mazzolino di fiori perseguitano il Signor Io,
il quale ha bisogno di ripetere a sè stesso che al caffè Biffi non ci
andrà.
Intanto, che fare? Le pretendenti aspetteranno una risposta....
«Aspettino» sentenzia severamente Marcantonio.
Tutto quanto il giorno, egli sta saldo nel suo doppio proposito di
aspettare altre offerte prima di rispondere, e di non andare al caffè
Biffi col fiore rosso e colla cravatta bianca. Ma giunta la sera,
quando fa per avviarsi ai bastioni, le gambe non gli obbediscono
e lo portano in galleria; se si distrae ancora un poco, lo faranno
entrare dove egli non vuole assolutamente. Marcantonio non si distrae
più; invece guarda l’orologio e pensa: «se io entrassi, che male vi
sarebbe?»
Veramente che male vi sarebbe se Marcantonio entrasse? Non ha la
cravatta bianca, non porta fiori di nessun colore all’occhiello, e
il caffè è pieno di gente. Sono le otto e mezza. Egli può mettersi
in sentinella a un piccolo tavolino, dietro la vetrata della porta
d’ingresso; se l’incognita viene davvero, la vedrà, perchè dovrà
passargli davanti; se invece hanno voluto fargli un tiro, i risancioni
ci rimetteranno il francobollo.
Marcantonio ha già passato l’uscio, ed ha conquistato il suo posto
d’osservazione.
È curiosa. Ora che il negozio gli si presenta pel suo verso giusto,
non gli pare più che debba essere una burletta. Per assicurarsi gira
lo sguardo intorno; senza parere, scruta la faccia dei vicini; tutta
gente innocua che beve la birra come lui o piglia lentamente il gelato.
Non vede a nessun tavolino quel tal crocchio di giovinastri che gli ha
messo tanta paura; se ora l’incognita venisse, egli la vedrebbe benone,
ma essa non vedrebbe lui. Peccato!
Sono le nove meno un quarto ed entra sempre gente nel caffè; signore e
signorine poche. Eccone una vestita di rosso carico: è bella, ed ha un
mazzolino sul petto; eccone un’altra vestita di seta bigia: è brutta,
ed ha un mazzolino sul petto. To’! tutte le signore che sono nel caffè
hanno un mazzolino sul petto! È moda, e il professore di filosofia non
lo sapeva.
Ah! eccola. È dessa! Il cuore del Signor Io la riconosce e batte forte
— una figurina angelica, una magnifica bionda, dalla carnagione bianca
e liscia come il fior della magnolia sbocciato appena, con certi occhi
azzurri grandi così; ha il mazzolino come le altre, e veste di nero,
d’una stoffa trasparente, a cui Marcantonio non sa dare un nome, ma
che ne merita uno capace d’esprimere la gratitudine mascolina per tutto
quel poco che fa vedere e per quel moltissimo che lascia indovinare.
La bella incognita passa, ed avendo l’aria di guardare di qua e di
là in cerca d’un tavolino disoccupato, sicuramente va in traccia del
Signor Io, che si nasconde. Ah! il Signor Io è acerbamente punito
della sua incredulità! Per espiare la colpa e correggerla, credo che
Marcantonio si cingerebbe il collo col moccichino e pagherebbe un fiore
rosso con tutto lo stipendio d’un mese, se.... se, guardando meglio,
non vedesse finalmente che la signora bionda non è sola, che un signore
l’accompagna ed ha tutta l’aria sbadata e non curante d’un marito,
e che dietro ad essi giungono, senza pietà per le dolci illusioni
di Marcantonio, altre due signore mature e brutte, vestite di nero,
coll’inevitabile mazzolino sul petto. Pietosa più del destino, la
stoffa che ricopre quelle due anticaglie non lascia trasparire nulla.
Mezz’ora dopo, Marcantonio paga la birra amara che ha bevuto e se ne
va. Ma sull’uscio è costretto a farsi da parte per lasciar passare
ancora due signore vestite di nero e col mazzolino di fiori sul petto.
Ora il Signor Io lo sa; quest’anno usa il nero.
*
* *
Oggi Marcantonio è allegro; tornando da scuola, dove ha spiegato il
sistema di Spinoza, si sente pieno di speranza e d’appetito. Grandi
cose lo aspettano a casa, egli ne è sicuro; ma non perciò andrà
incontro alle commozioni a stomaco digiuno.
Prima va dal trattore e mangia, poi si avvia a casa. Battista è là,
sulla porta. Buon segno! Il portiere esce più volte sulla strada e
rientra nel portone, mentre il professore si avvicina a passo misurato;
e quando finalmente Marcantonio è in luogo sicuro, Battista cava di
tasca una lettera.
Tanto mistero per una lettera sola! Ma qual lettera! Appena il Signor
Io ne ha lacerato la busta, sente un tremito per tutta la persona ed è
costretto a fermarsi sul pianerottolo.
Quella lettera, nella sua forma semplice e sentimentale, dice:
«Sono giovine ancora, sono vedova, sono infelice. Altro non posseggo
che il cuore e la mia bell’arte. Vivere per la felicità d’un uomo
onesto è la mia missione. Abito in via Torino, numero 60, al piano
secondo. Chiedete della signora Marina, comprimaria.»
Marcantonio rilegge quattro volte queste poche righe, poi le ripete,
balbettando, a memoria — e non riesce ancora ad afferrarne bene il
senso. Si stringe la fronte fra le mani, guarda fisso innanzi a sè, poi
passeggia, si arresta, passeggia ancora — in ultimo si lascia cadere
fra le braccia d’un seggiolone a rotelle, che rincula sino alla parete
come per grande sgomento.
Che significa tutta questa mimica del Signor Io?
Significa che nelle poche righe di quel foglio, che ora giace a terra,
il Signor Io ha riconosciuto i caratteri di sua figlia!
VI.
MARCANTONIO GIOCA.
All’estremità della camera, dove la sorte, servendosi d’una lettera e
d’una volgare poltroncina a rotelle, lo ha buttato peggio d’un rottame,
Marcantonio Abate guarda l’ammattonato, che gli appare come uno
scacchiere.
Qui giocherà egli la sua gran partita. L’avversario è forte — il signor
Io lo sa — e sa pure che, protetti dall’anonimo, giuocano contro di lui
molti avversari, non uno. Sentimento paterno, decoro della famiglia,
riguardi sociali, stanno lì, schierati lungo la parete opposta;
hanno fatto la prima mossa crudele, ed aspettano che il Signor Io vi
risponda.
Marcantonio esita un poco. Prima di giocare quella partita decisiva,
egli ha bisogno di guardare ben bene in faccia il suo multiforme
avversario, e di dirgli: «La so ben io la tua intima natura; tu sei lo
scrupolo che conturba, e l’ipocrisia allettatrice; tu sei la maldicenza
affamata e lo scandalo che schiamazza. Molto è difficile contentarti;
pure, qualche volta, se hai avuto la tua vittima, fingi d’essere
placato, ti asciughi gli occhi o batti le mani, e ti fai chiamare il
compianto o la gloria — ma io ti strappo la maschera e ti grido in
faccia il tuo vero nome: tu sei l’_egoismo pubblico_. Ed ora, giuoca!»
Ha già giocato, e la sua mossa è astuta molto — ora tocca te, Signor Io!
Serafina dunque è viva! Quale certezza! Marcantonio non ha mai pensato
che fosse morta, nè che potesse morire; ma pure aver la prova scritta
che essa è viva, proprio viva,... quale certezza!
La figlia che egli credeva perduta oramai nell’ampio mondo, era
semplicemente smarrita; il buffo l’aveva nascosta dietro le scene; oggi
il buffo è morto, e la vedova abbrunata esce dalle quinte per chiedere
al pubblico della platea un secondo marito.
Serafina, la fanciulla modesta e timida che Marcantonio aveva allevato
a somiglianza della sua povera madre buon’anima, quella creatura che
sembrava venuta al mondo solo per far la guerra ai ragnateli, senza
uscire di casa, annunzia che possiede _la sua bell’arte_, cioè che alla
scuola del buffo, suo defunto marito, si è messa a cantare essa pure.
Quel nome di Marina, con cui bisogna domandare di lei in via Torino
numero 60, è un nome di guerra!