e che mieteva molte vittime. «Se infierisce il colera, pensai, i teatri
russi si chiudono, la stagione di Taganrog finisce prima del tempo,
e fra una settimana il buffo Curti passeggierà in Galleria Vittorio
Emanuele.» La notizia aveva pure un lato buono. Poichè il colera
mieteva, per esempio, cento vittime il giorno, ed io non aveva alcuna
speciale affezione al buffo Curti, potevo benissimo, senza desiderare
il male del prossimo, far voti perchè il buffo Curti pigliasse il
posto d’un’altra persona seria, che fosse padre di famiglia, sostegno
di parecchi figliuoli, e magari d’un vecchio padre ottuagenario. Ma il
colera è una epidemia senza giudizio; andò a Taganrog, fece chiudere
i teatri, spedì all’altro mondo parecchi galantuomini ammogliati con
prole, e lasciò intatto Iginio Curti, il quale, quindici giorni dopo,
si arricciava i baffi dinanzi al caffè Gnocchi in Galleria, e contava i
suoi trionfi e quelli del colera in Taganrog nello stile dei cantanti e
dei superstiti.
Non tardai a ricevere un’altra lettera del mio persecutore.
Mi annunziava che egli era sempre fermo nel proposito di sposare mia
figlia, e che io, per fare proprio una bella cosa, dovevo affrettarmi a
dare il consenso per il matrimonio; si farebbero le nozze alla lesta,
poi si partirebbe per le isole Azzorre, dove egli era scritturato per
sei mesi. Mi pregava d’una risposta sollecita.
Piegai la lettera in quattro, e la misi a dormire colle altre due in un
cassetto.
Che fece allora Iginio Curti? Si presentò incognito all’uscio di casa
mia, chiese del professore Abate, senza dire il proprio nome (così
assicura Anna Maria), e si fece introdurre alla mia presenza.
Al primo vederlo, sentii che la filosofia mi abbandonava, e che io
stava per commettere qualche grosso marrone, ma egli mi prevenne,
mettendo le mani innanzi, e dicendo con accento dimesso:
— La prego di non andare in collera.
Io non risposi ed egli proseguì:
— La prego di lasciarmi parlare, non mi respinga senza avermi
ascoltato: poi me ne andrò io stesso.
Si guardò intorno cercando una sedia, il che m’indispettì;
fortunatamente, nel mio studiolo tutte le seggiole erano ingombre
di libri, ed avendo io finto di non badare alla sua mimica, egli fu
costretto a parlare stando in piedi.
Mi ripetè tutto ciò che mi aveva scritto; aggiunse solo che non era
sua intenzione fare sempre la vita del vagabondo; non era già balzato
dalla platea sul palco scenico, come ora s’usa, aveva fatto buoni studi
nel Conservatorio di Milano, e se avesse voluto dar lezioni di canto
all’estero, i dilettanti lo avrebbero pagato meglio degli impresari.
Quando ebbe finito di dire, uscì tranquillamente senza aspettare la
risposta. Ero rimasto a sedere e non avevo neppure alzato gli occhi
a guardarlo; ma quando egli fu fuori dell’uscio, mi balenò in mente
l’idea che si potesse incontrare con Serafina in anticamera — perciò
mi mossi e gli venni dietro a passi gravi: giunsi in tempo a vedere mia
figlia che fuggiva in cucina.
— Serafina! chiamai con voce severa.
Iginio Curti, che si avviava all’uscio d’ingresso, si fermò di botto.
— Chiamo mia figlia — gli dissi semplicemente; ed egli se ne andò.
*
* *
La scena che seguì in cucina fu breve.
Anna Maria era rimasta in anticamera, non osando venirmi dietro; io
trovai mia figlia gettata bocconi sulla catasta delle legna, come se
volesse abbracciarla.
Mi appoggiai al fornello, e lo dissi tranquillamente:
— Serafina, è venuto il momento di scegliere fra tuo padre e il tuo
seduttore. Serafina, che cosa hai detto poco fa a quell’uomo?
E poichè mia figlia rispose solo a singhiozzi, ripetei la domanda con
una lentezza calcolata.
— Serafina, che cosa hai detto poco fa a quell’uomo?
Essa sollevò la faccia lagrimosa, e mi disse con voce spenta:
— Gli ho giurato d’amarlo sempre.
Quell’ostinazione avrebbe fatto andare in collera un santo.
— Ed io giuro — le dissi solennemente — giuro che non darò mai il
mio consenso. Giuro — proseguii accalorandomi — che se tu sposerai
quell’uomo contro il mio volere, cesserai d’essere mia figlia per
sempre.
— Non giurare, babbo mio, non giurare! — mormorava essa.
Io mi mossi, ed essa si trascinò dietro a me fin sull’uscio, mormorando
sempre:
— Babbo mio, non giurare!
Ho pensato tante volte a quella strana miscela di lagrime e di
ostinazione di cui era formata la mia ragazza; essa mi adorava, non
potevo dubitarne, ma aveva promesso di esser di quel buffo, a costo
della propria pace, del proprio avvenire, della pace e dell’avvenire di
suo padre; e perchè aveva promesso doveva mantenere. Mi avrebbe ucciso
piangendo, e poi sarebbe morta di dolore ella stessa per non venir meno
al giuramento fatto.
Le conoscevo queste povere anime combattenti, che hanno per arme la
debolezza; esse sono le anime vinte, ma invincibili.
Cominciò ad entrarmi nel cervello l’amaro pensiero che mi toccherebbe
cedere alla debolezza di mia figlia; due giorni dopo ne fui persuaso.
Ecco quello che mi scriveva il buffo Curti:
«Fra nove mesi vostra figlia avrà compiuto i ventun anni, e sarà
padrona di sè, in forza delle leggi civili che ci governano. Essa
ha giurato di esser mia, ed io giuro che saprò esser per lei marito,
padre, amico, ogni cosa. Decidete.»
Ebbi presto deciso; non risposi a quella lettera, ed aspettai dal
tempo giorni migliori. Il tempo mi ridonò i giorni d’una volta tali e
quali; mia figlia si rasserenò quando il buffo fu partito per le Isole
Azzorre; picchiò sul suo pianoforte il _Barbiere_ ed il _Crispino_
quando giunsero le notizie dei trionfi del suo innamorato, finchè una
mattina si svegliò piangendo più del solito, tanto che venne a sedersi
a mensa cogli occhi rossi; era il giorno in cui compiva il ventunesimo
anno.
Un mese dopo, Iginio Curti era di nuovo in Milano, e si portava via
la mia ragazza per farla sua moglie. Di questa brutalità, commessa
per eccitamento del Codice civile, ho scolpiti in mente tutti i
particolari.
I due disgraziati — lui sempre ridente, lei sempre lagrimosa — volevano
risparmiare gli scandali, ed attesero da me il consenso necessario;
ma io volli invece che mi intimassero l’obbligo di dare il mio divieto
inutile; e lo diedi per iscritto, dopo di che partii. Era tacitamente
inteso che, al mio ritorno, avrei trovato la mia casa abbandonata.
Durante la mia assenza, essi si sposarono e partirono, e, quindici
giorni dopo, rientravo nella mia casa vuota, per ripigliare la vita da
scapolo.
Sulla scrivania, Serafina aveva lasciato un foglio, in cui implorava il
mio perdono, e mi dava il suo recapito.... all’estero.
Scrissi sotto quel foglio medesimo queste sole parole: «_io non ho più
figlia_» — e lo mandai a Bucarest, salvo errore.
*
* *
Stentai ad avvezzarmi alla nuova vita; nei primi tempi non mi sapevo
raccapezzare. Il caffè, dove già io soleva andare a prendere il
_vermut_ ed a leggere la gazzetta, prima di desinare, aveva fallito;
la famiglia che mi aveva tenuto a dozzina, a causa d’un’eredità avuta,
aveva rinunciato alla sua piccola industria; i brodi delle trattorie mi
sembravano troppo grassi, il vino aspro mi bruciava la gola, il vino
denso mi pesava sullo stomaco; la sera, non sapevo che fare del mio
tempo, perchè la commedia, in Milano, costa un occhio, e l’opera in
musica m’indispettiva dopo il tiro che mi aveva fatto.
Prima di convertirmi alla birra di Vienna ed al prosciutto cotto, prima
di trovare il mio posto d’onore alla mensa degli ufficialetti, prima di
godermi le maldicenze serotine del mio collega di letteratura italiana,
ci volle del tempo parecchio e della filosofia molta.
Del resto, lo confesso, io non soffriva tutto quello che m’era pensato;
credo d’essere un padre tenero quanto qualsiasi altro, ma il mio cuore
è forte nel sopportare le offese dell’ingratitudine. D’altra parte,
i miei affetti hanno una sensibilità così squisita, che offenderli ed
ucciderli è quasi tutt’uno. Quando mia figlia ebbe voltato le spalle
alla casa paterna, io la considerai come perduta nel mondo, e mi
proposi di non pensare più a lei come se fosse morta.
Da Bucarest una volta, poi un anno dopo da Barcellona, mi giunsero
lettere di Serafina.
Per quanto vi fossi preparato, la prima volta, la vista dei caratteri
di mia figlia sulla soprascritta mi fece battere il cuore — sentii, per
essere schietto, curiosità e tenerezza dispettosa.
Mi ricordo che presi la lettera in mano, ne guardai lungamente la
soprascritta, ed esaminai il bollo postale di Bucarest per decifrare
la data che vi si leggeva — ma che poi chiusi la lettera in un cassetto
e me ne andai a desinare. Tornato a casa, era entrato un po’ di ordine
nelle mie idee; presi la lettera di mia figlia, e, questa volta senza
batticuore, ne cancellai la soprascritta e vi scrissi di mio pugno:
_si respinge al mittente Iginio Curti, buffo nel Teatro italiano di
Bucarest_.
La stessa cosa feci colla lettera che mi giunse un anno dopo da
Barcellona.
Quello che avvenne di poi, me lo aspettavo.
«Mio genero — avevo detto dentro di me — per costringermi a leggere le
lettere lagrimose di sua moglie, mi farà un tiro un giorno o l’altro —
ma egli non sa che io ricevo pochissime lettere, perchè non ne scrivo
mai, e che non mi sarà difficile riconoscere la perfidia anche se
abbiano fatto fare la soprascritta dal tenore, o dal baritono, o dalla
seconda donna, specialmente se mi verrà dall’estero.
Eppure, fui ad un pelo di cascarci, e fu un vero lampo di genio
inquisitorio che mi risparmiò questa piccola sconfitta. Un giorno mi
capitò una lettera d’aspetto innocentissimo; veniva da Pavia, dove ho
dei colleghi e degli antichi compagni di scuola. Stavo già per lacerare
la busta, quando domandai a me stesso: «chi mi può scrivere da Pavia?
Il professore Leonardi, no, perchè ne conoscerei la scrittura, il
Ponzio nemmeno.... Guardai la soprascritta, e lessi: _Al signor Abate
prof. Marco Antonio_, come scriveva un tempo mia figlia, come, dopo
mia figlia, mi chiamava sulle soprascritte delle sue lettere il buffo
Curti, e come, prima e dopo di loro, nessuno mai mi aveva chiamato.
Questa trasposizione di nomi non era innocente come può parere; mi
ricordo d’una lettera di mia figlia così indirizzata, che non pervenne
al suo recapito se non dopo essere andata per la città in cerca d’un
reverendo che si chiamasse Marco. Mia figlia, tenace come il solito,
non aveva smesso di dirigere le sue lettere a quel modo, sebbene io
l’avvertissi; e siccome oramai i fattorini delle poste sapevano che era
inutile cercare in Milano il reverendo Marco, non ne era nato più verun
inconveniente, ed io aveva lasciato che facesse.
Ammirate la semplicità dei mezzi di cui si serve l’_ente_ per
scompigliare i disegni e punire le colpe dell’_esistente!_ — Io, senza
perdere tempo, cancellai la soprascritta, e scrissi bravamente «_si
respinge_...» ed il resto.
Ma quando ebbi fatto ciò, mi rifeci a pensare: «E se questa lettera
non fosse di mia figlia?» Allora immaginai di comprare l’ultimo numero
di un giornale teatrale, e di accertarmi se a Pavia si rappresentava
l’opera buffa. Seppi così che nel Teatro Comunale si rappresentava
l’opera di Lauro Rossi, _I falsi monetari_, e che il buffo Curti era
molto applaudito dalla scolaresca.
Una voce domandò dentro di me: «Che fa tua figlia? È sana? È felice?»
Ma io mi affrettai a rispondere che non me ne importava un fico, che
avevo giurato di considerare Serafina come perduta nel mondo, e che mia
figlia era morta.
Il buffo Curti dovette rimanere senza fiato quando si vide restituire
integra la lettera fatta a trappola, in cui aveva immaginato di
pigliarmi. Da quella volta non ricevei più lettere di Serafina.
III.
IL MIO AVVENIRE
_(Dal taccuino di Marcantonio)_
Addio piccole compiacenze, addio piccoli dolori della mia vita passata;
ora getto lo sguardo innanzi a me, sulla via deserta, e mi rifaccio
serio.
Ah! sì, la via è proprio deserta, e non è mia colpa. Io avrei voluto
schierarvi la figliolanza di mia figlia e gli amici vecchi e fedeli;
mi sarebbe stato caro disseminarvi una folla di conoscenti cordiali,
vivaio d’affetti futuri, dove il dolore avesse potuto venire ogni
tanto a prendere per mano un nuovo amico e condurmelo dinanzi dicendo:
«costui è degno di te.»
Ma lo spettacolo dell’umano egoismo ha chiuso tutte le porte del mio
cuore, e da un pezzo non v’entra più nessuno. Talvolta m’affliggo di
questa virtù di pensiero che mette fra uomo ed uomo quell’intervallo
medesimo che separa l’umana creatura dal bruto. Vi sono de’ miei simili
che cianciano fra di loro come i passeri, che si fiutano, o si adirano,
o si acciuffano per le vie come i cani, ed amano, e sono amati, e si
sentono felici perchè non pensano. Il pensiero è un tarlo che rode i
cuori generosi.
A me, nato per l’amore, non è rimasto neppure un affetto; sono solo!
Uscito or ora, e forse non ancora uscito, dalla calda virilità,
l’avvenire mi promette gli anni freddi della vecchiaia, quegli anni in
cui l’uomo più generoso ha diritto ad un po’ d’egoismo.
Sono sano ancora, ma sento che la gotta mi aspetta; io posso deluderla
per un po’ astenendomi dai cibi troppo azotati o troppo grassi, ma un
giorno essa trionferà della mia volontà, come ha trionfato di mio padre
e di mio nonno; è una malattia di casa.
Mi sono guardato nello specchio, ed ho visto che potrei illudere me
stesso; non dimostro più di quarantacinque anni; i capelli che mi
rimangono sono quasi neri; la mia barba invece sarebbe bianca, ma io
non la lascerò crescere; mi raderò ogni mattina.
Sento che posso ancora fare la felicità d’una donna, ed ho deciso.
Riprenderò moglie.
Dopo tanti anni di vedovanza, non si dirà che cedo ad un sentimento
frivolo; mi arrendo alla necessità; prenderò moglie per avere una donna
che abbia la missione d’amarmi.
Voglio che la massima indifferenza di cuore regoli questa _scelta:
giudicare e scegliere_ veramente, ecco il punto difficile. Nelle
prime nozze ciò è quasi impossibile; ancora non si sa bene che cosa ci
convenga e che cosa noi possiamo dare — per questo, le prime nozze sono
sempre un giuoco in cui ha troppo parte la fortuna. Ma quello che è
fatale la prima volta, non sarebbe scusabile la seconda. Un vedovo che
si riammoglia ha l’obbligo di proporsi il quesito della felicità della
sua compagna, e di scioglierlo con regole severamente matematiche.
Io conosco parecchie ragazze da marito, ma so che si fanno un
romanzetto, di cui non potrei essere il protagonista; di vedove
smaniose di passare a seconde nozze ne conosco pure, ma vecchie e
brutte — ora la vecchiaia e la bruttezza della sposa non sono in
nessun caso elementi necessari di felicità matrimoniale. Io non
tradirò me stesso, la mia sposa sarà giovine e bella. Perchè essa
mi ami col tempo, basterà che io diventi amabile, ed apprenderò dai
vecchi quest’arte ignota ai giovani. E perchè essa mi sposi senza
amarmi, bisognerà che il benefizio la tenti. La mia donna deve essere
sventurata, sola nel mondo come me, e dovrà gettarsi nelle mie braccia
come in un porto sicuro.
Dove e come trovare questa sposa?
Nell’ampio mondo, così...
IV.
INVITO AL TALAMO DI MARCANTONIO.
Qui, nel taccuino di Marcantonio Abate manca un foglietto visibilmente
strappato, poi non si legge altro. Queste note, incominciate col fermo
proposito di essere il commento dei casi poco ordinarii che il nostro
eroe si aspettava, ebbero la sorte di tutte le _memorie_: furono
lasciate in tronco.
Senza avvedersene, il filosofo Marcantonio Abate era vittima di quella
identica illusione, che incomincia le _memorie_ dei collegiali dei
due sessi: affidava alla carta le impressioni non bene determinate e
non ancora sue, o già scolorite dal tempo, e non più sue, quasi per
guardarle da vicino o per appropriarsele; se egli non riusciva a fare
qualche cosa col nulla, come le collegiali volonterose, è merito dei
cinquant’anni che aveva vissuti; certo è che oggi — il domani della
gran deliberazione — Marcantonio non scrive più una sillaba delle
sue giornate, perchè cominciano per lui speranze, compiacenze, dolci
incertezze, fantasticherie faticose, mille sentimenti inaspettati
che egli sdegnerebbe di colorire colla penna e di vedere riprodotti
malamente sulla carta. Anche per le signorine, quando sono uscite di
collegio, viene un giorno che fanno così. Si offenderà Marcantonio
Abate d’un paragone che lo ringiovanisce un poco? Forse no; appena
egli ha fatto il suo tiro, appena ha buttato nel mondo la sua rete,
subito si è guardato nello specchio, è corso dal parrucchiere per farsi
radere, è passato dal calzolaio per comperare un paio di stivaletti
verniciati, ha fatto chiamare il sarto a consulto — e il sarto verrà
domani.
Che tiro ha fatto Marcantonio Abate? Che sorta di rete ha gettato
nell’ampio mondo?
Egli ha scritto in un foglietto strappato dal suo taccuino, pesando
ad una ad una le parole, precedentemente scelte e misurate con grande
scrupolo, questo avvisetto:
«_Invito al talamo._ — Un signore di buona età, agiato, sano, di non
spiacevole aspetto e di umore eguale, si unirebbe in matrimonio con una
signorina o con una vedova che non avesse passato la trentina, fosse
di buona famiglia e d’indole modesta. Non si richiede alcuna dote.
Dirigere le proposte al signor I. O., fermo in posta, Milano.»
Ha scritto col suo più bel rondo, curando sopratutto la chiarezza, e
dopo aver scritto, non contento ancora, ha rifatto amorosamente gli
occhi a tutti gli _e_, che sotto la sua penna erano nati ciechi, ha
allungato le code agli _a_, assicurato i tagli ai _t_, e rimessi sugli
_i_ i puntini che non avevano lasciato traccia o non erano caduti a
piombo.
Quando ogni equivoco gli è sembrato impossibile, senza malizia dei
tipografi, ha chiuso il foglietto in una busta e mandato il tutto
all’agenzia d’annunzi del _Secolo_ per mezzo di Anna Maria.
Anche la scelta di questo messaggiero gli è costata fatica; gli
bisognava una persona di cui potesse fidarsi, un po’ ingenua, un
poco ignorante, che stentasse a leggere e non fosse prontissima a
indovinare; dunque, i bidelli degli istituti, no, perchè leggevano
e indovinavano benissimo, e il portiere nemmeno, perchè non leggeva
affatto — dunque Anna Maria.
Sulla busta è scritto, e Anna Maria dovrà ripetere all’occorrenza: «da
inserirsi la domenica e il giovedì, per due settimane.»
Anna Maria dovrà anche pagare il prezzo anticipato delle inserzioni;
se vedrà ridere, starà seria, e se mai da un figliuolo d’Eva le venga
chiesto chi fa l’inserzione, risponderà tranquillamente: un figliuolo
di Adamo.
Il donnone tutto d’un pezzo ha ricevuto questa gran prova di fiducia
del suo padrone colla solita compostezza, cioè colle mani sotto il
grembiale, poi ha cavato una mano per afferrare la busta, poi ha cavato
l’altra per ricevere il denaro.
— È uno scherzo — ha ripetuto il professore — ma tu bada bene a star
seria.
— Sissignore.
— E non dire chi ti manda.
— Sissignore.
— Paghi quanto vogliono, senza ribattere.
— Sissignore.
— Pigli la ricevuta, e torni a casa.
— Sissignore.
Dopo di che Anna Maria si è avviata; il suo padrone l’ha vista passare
in cortile, ed ha notato il suo contegno straordinario, perchè il
donnone, quest’oggi, non si è permesso di cavare la mano dalla tasca
che custodisce il segreto del professore.
Questo tiro ha fatto Marcantonio Abate! E se ora passeggia per la sua
casa un po’ agitato, e se tratto tratto si guarda nello specchio, è
perchè egli ha avuto tempo d’andare dal parrucchiere e dal calzolaio, e
Anna Maria non è tornata ancora.
Dunque, il signor I. O. passeggia e pensa.
Quell’insolito modo di cercar la moglie nella quarta pagina d’un
giornale è veramente degno d’un filosofo. A guardarci bene, gli uomini,
in questa delicata congiuntura del matrimonio, si comportano assai
male; alcuni s’innamorano, e sono i giocatori d’azzardo delle giuste
nozze; altri scherzando, si compromettono, e si trovano legati senza
saperlo — sono i distratti; altri si informano delle ricchezze e del
parentado, non del cuore — e sono i monocoli; il signor I. O. invece
con quanto giudizio fa la cosa! Egli si propone apertamente a tutte le
ragazze disponibili; non s’impegna a nulla, vede, interroga, scruta;
non s’innamora, non si accalora, non s’impazienta — giuoca e lascia
giocare sul sicuro — guadagneranno entrambi pigliandosi, guadagneranno,
e forse più, lasciandosi. Le trattative di nozze incominciate nella
quarta pagina d’una gazzetta mettono il negozio nella vera luce; i
falsi scrupoli non vi possono entrare, non vi entrerà l’amor proprio.
Una donna che accetta un marito da un giornale, è una donna sicura,
senza grilli per la testa, senza sentimentalismi vani; porterà in dote
un sodo criterio.
Il Signor Io si promette un altro vantaggio dalla sua trovata.
Egli manderà la gazzetta a parecchie ragazze di sua conoscenza, a
cui non oserebbe fare la domanda espressa per timore d’un rifiuto
— e quante altre ragazze gli verrà fatto di conoscere in seguito,
tutte riceveranno per posta la medesima gazzetta, finchè egli sia
disponibile.
Perciò, del giornale che conterrà l’avviso, il Signor Io farà una
provvista abbondante. Forse taluna delle fanciulle, a cui egli non osa
neppur pensare, si disporrà a pigliar marito anche in quel bizzarro
modo. Contenta d’un simile matrimonio in genere, chi sa? la giudiziosa
fanciulla potrà contentarsi facilmente della specie. Il Signor Io, raso
di fresco, coi capelli tirati con garbo a dissimulare la calvizie, fa
la sua figura — un uomo ne vale un altro, e un professore di filosofia
così rimesso a nuovo, cogli stivaletti di vernice...
Il Signor Io si guarda nello specchio, si ammira senza concedere troppo
alla vanità, e continua a passeggiare. Anna Maria non viene, e il
Signor Io si frega le mani promettendosi un altro vantaggio dalla sua
trovata.
Non potrà egli conoscere la fanciulla che è disposta ad entrare in un
talamo anonimo, avvicinarla e studiarla senza svelarsi mai? Non potrà
egli lasciar credere alla ragazza che il suo tentativo di trovar marito
nella quarta pagina si è perduto nel mondo, ma che la provvidenza le
ha, per altre vie, mandato un altro sposo verisimilmente migliore? Al
Signor Io non spiace lasciare questa illusione alla sua seconda metà,
non è egoista il Signor Io; quanto a lui, rinunzia alle illusioni; non
l’offenderà il sapere che la sua compagna era andata in cerca di marito
nella gazzetta, tutt’altro; pigliando moglie un’altra volta, egli vuol
pigliarla per bene, e gli pare che, conoscendo egli il segreto di lei,
e non sapendo essa nulla di nulla, la sposa gli starà meglio in pugno.
Ecco il passo d’Anna Maria, ecco Anna Maria. Il donnone è serio, ed ha
le due mani sotto il grembiale.
— Hai fatto? — domanda Marcantonio con un po’ di tremito nella voce.
Anna Maria ha fatto; essa cava una mano di tasca e porge la ricevuta:
ha pagato L. 22 e centesimi 40 per quattro inserzioni di 14 linee da
farsi il giovedì e la domenica. Il professore piglia la ricevuta con
disinvoltura, ma gli batte il cuore come se ricevesse la fanciulla dei
suoi pensieri futuri.
Qual’è la fanciulla dei futuri pensieri del Signor Io?
Dolce incertezza! Dov’è la fanciulla dei pensieri futuri del Signor Io?
Oggi è mercoledì; domani il _Secolo_ porterà l’invito al talamo di
Marcantonio nella città, nei paesi e nelle ville; e un numero del
giornale cadrà sotto gli occhi di una bella pensosa che aspetta.
Marcantonio si accorge che, sebbene egli abbia invitato alla gara anche
le vedove sulla trentina, la sua fantasia finora non gli presenta che
fanciulle di vent’anni e di diciotto. Marcantonio si guarda ancora
nello specchio, e non è atterrito della propria audacia. Egli pensa
che se una fanciulla di diciott’anni si contenterà di pigliar lui, darà
prova d’avere un criterio sodo.
— E che cosa hanno detto nell’uffizio del giornale? — domanda il
professore, rivolgendosi ancora alla fantesca.
— Hanno riso sotto i baffi.
Anche Anna Maria pare che riderebbe volentieri sotto qualche cosa — ma
sta seria fin troppo.
V.
LA GARA.
FASI E CATASTROFE.
Valichiamo una sera lunga, una notte insonne.
Comincia un giovedì eterno.