SALVATORE FARINA
IL SIGNOR IO
Terza Edizione illustrata
MILANO
ALFREDO BRIGOLA E C.
5 — Via A. Manzoni — 5
PROPRIETÀ LETTERARIA
DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI
Varese, 1883 — Tip. Macchi e Brusa.
AVVERTENZA
La nuova edizione del _Signor Io_, che oggi pubblichiamo, offre ai
lettori un fenomeno singolare, che si può dire nuovo nella libreria
italiana; ed è che la novella originale viene in luce con illustrazioni
fatte per una splendida edizione spagnuola. Avendo avuto sott’occhio
il volume stampato a Barcellona, e dove, oltre il _Signor Io_, si
contengono _Fra le corde d’un contrabasso_ e _Fante di picche_, ed
avendo riconosciuto il merito non comune dei disegni a penna che
illustrano le novelle del nostro autore, ci siamo rivolti alla casa
editrice Verdaguer e ci riuscì di acquistare le foto-incisioni per
l’Italia. Abbiamo voluto che la nuova edizione italiana, la quale così
riesce una curiosità libraria, fosse anche nel rimanente degna dei
bibliofili.
Se, come non dubitiamo, i disegni spagnuoli piaceranno al pubblico
italiano, quanto piacquero a noi ed a molti artisti, faremo presto
seguire nel medesimo stile della presente, una nuova edizione del
_Fante di picche_.
GLI EDITORI.
I.
IL MIO TEMPO PRESENTE
_(Dal taccuino di Marcantonio)._
Egli era così alto, che, per entrare dal grande arco nella galleria
Vittorio Emanuele, fu costretto a piegarsi ed a camminare colle
manaccie puntate sui femori poderosi, e solo nell’ottagono potè
lasciare l’incomoda positura; ma nel rizzarsi, avendo preso male le
misure, diè del testone nella cupola, e ruppe parecchie lastre di
vetro, che gli caddero ai piedi con fracasso. Poco dopo si mosse ed
uscì, come era entrato, da un arco laterale. Per le vie camminava
spedito, ed in pochi passi fu ai vecchi portoni di Porta Nuova che
scavalcò senza arrestarsi; quando giunse in piazza Cavour, seguito da
una moltitudine a cui egli non badava, spinse uno sguardo enorme sopra
i tetti della città di Milano, poi si chinò verso il gruppo di giovani
acacie piantate dal Municipio per dar ombra alle generazioni future,
ne prese una delicatamente, e se la infilò con garbo nell’occhiello del
farsetto....
Chi era costui?
Il personaggio del mio sogno.
Ma il mio sogno non era inutile, e me ne compiaccio, perchè non ci è
dato spesso occupare utilmente i nostri sogni — il mio sogno era una
allegoria.
Riconoscete quel sentimento, che cammina solitario nella sua
sterminata grandezza, che non guarda in faccia a nessuno, che si mette
all’occhiello gli alberi piantati per dar ombra alle generazioni future
— si chiama l’egoismo.
Io non sono egoista; avrò forse molti difetti che non conosco, ma
siccome non posso soffrire una gran parte dei miei simili, sento
che odierei me stesso se fossi egoista come loro, e vi sarebbe
contraddizione nei termini. Mi sono studiato e mi voglio bene, lo
confesso candidamente; dicasi pure che sono un po’ vanesio, ma egoista,
no.
Alla vigilia di prendere una determinazione, che muterà il corso
della mia esistenza, metto me in faccia a me medesimo, e getto ancora
una volta lo scandaglio nel mio cuore, dove spero di non trovare un
rimorso.
E prima di tutto, chi sono io?
Io sono Marco Antonio Abate, professore di filosofia in due licei
privati, ho dieci lustri compiti, sono vedovo da quindici anni, ed ho,
non so dove, una figlia ingrata.
Ma lasciamo stare mia figlia; io non mi rifiuto di parlare della mia
disgrazia; vi pensai già molto, ed ancora non sono riuscito a non
pensarvi affatto, ma non ho nulla da rimproverarmi; ve lo farò toccare
con mano più tardi.
Vedrete a suo tempo come fu malamente pagato un padre, che aveva fatto
a sua figlia una sorte invidiabile e che, dopo averle dato una casa in
cui, fanciulla ancora, essa era già regina, lavorava nel segreto del
suo cuore amoroso a prepararle nuove dolcezze... ma non è ancora il
momento.
Serafina — io le aveva dato anche un bel nome, ma fu inutile — Serafina
tradì tutte le speranze che avevo riposte in lei. Oggi Serafina è
assente, ed io sono solo.
Ma nessuno s’impietosisca sul mio destino: non ho professato filosofia
per ventisette anni senza attingervi qualche consolazione. La scienza
non è di natura umana, e non mi rifiuta mai il conforto che le domando.
Quando dico _solo_, non comprendo la grossa Anna Maria, che mi rifà il
letto e dà sesto alle stanze. Sono vent’anni che Anna Maria mi rifà
il letto e dà sesto alle mie stanze; essa fa queste cose alla lesta,
dacchè sono solo, forse perchè, vedendomi taciturno, mi crede afflitto,
ed il suo egoismo le consiglia di fuggire la compagnia dell’umor
melanconico. Una volta essa faceva anche la spesa, si tratteneva in
cucina a cianciare con mia figlia, e, probabilmente, a raccogliere gli
avanzi del desinare: io faccio questa riflessione amara ogni giorno,
quando mi vedo venire incontro la mia vecchia, un po’ impacciata, cogli
occhi vaganti e colle mani in tasca, che mi dice: «Io ho finito e me ne
posso andare... comanda nulla?»
Io non comando nulla, ed Anna Maria se ne va, cavando di tasca,
prima una mano, poi l’altra, e nell’attraversare il cortile sgambetta
allegramente, qualche volta corre.
Le mie abitudini d’oggi sono rimaste quelle di trent’anni fa; lascio il
letto all’alba, perchè credo che, se si facesse una buona statistica,
si troverebbe che gli uomini mattinieri, purchè non siano sopraffatti
dal bisogno, dal digiuno e dall’ignoranza, sono sempre quelli che un
giorno o l’altro, nel corso dei secoli, si fanno rifare il letto dai
dormiglioni che si levano tardi. Appena sveglio, apro la finestra alla
luce ed all’aria; e siccome, per mia disgrazia, a quell’irrompere del
primo mattino nella stanza, la mia povera moglie non si sveglia più,
assonnata e lamentosa, ma certamente felice in fondo, così do fuoco io
stesso alla macchinetta del caffè, che è sempre rimasta sul tavolino da
notte, fra i due letti gemelli. Mi vesto, e intanto non perdo una nota
della misteriosa canzone della caffettiera; all’ultima strofa io sono
sempre pronto a spegnere con un soffio solo la fiamma azzurrina.
Bevo il mio caffè andando su e giù per la camera, dal tavolino da
notte all’armadio a specchio e viceversa, chiudo il fornelletto nel
canterano, ed abbandono la posatura ad Anna Maria, la quale dice di
buttarla via, ma non lo fa, ve lo assicuro. So ben io quanto valga la
posatura, so che, ribollita con un po’ d’acqua, essa fornisce un caffè
leggiero ed igienico che mia figlia preferiva al mio — ma mi lascio
ingannare da questa povera Anna Maria, perchè non ignoro quanto grave
fardello è la gratitudine al cuore dell’uomo incivilito.
Mentre Anna Maria rifà i letti e le stanze, io me ne vado a girellare
nel vicino boschetto dei giardini pubblici; sulla cantonata della
villa reale incontro il mio vecchio amico, mendicante di professione,
filosofo per istinto.
Egli mi vede, e subito si avvicina sorridendo, per salutarmi.
— Buon giorno — mi dice; ed io gli ripeto: — Buon giorno! — e tiro
dritto, oppure mi fermo a discorrere con lui. Non gli ho mai dato
un soldo, e non gli darò mai un quattrino, non per avarizia, ma per
principio. Egli lo sa e non mi dà torto. Talvolta mi seggo sopra una
panca, egli si addossa ad un ippocastano, ed io lo interrogo:
— Avete guadagnato molto ieri?
Egli ribatte la domanda di sbieco, dicendo che i tempi sono tristi e
che gli uomini non hanno più paura dell’inferno.
— Ma le donne? — insisto.
— Le donne — risponde con un risolino — le donne fanno qualche cosa per
salvarsi l’anima.
Bisogna sentire che ironia profonda quando dice «_per salvarsi
l’anima!_»
— Ma la carità — dico io — il cuore?
— La carità — dice lui — il cuore... — e mi spiega la sua teorica,
frutto maturo di trent’anni di pratica. La carità, egli me lo assicura,
non è se non segreto terrore della miseria. Togliete l’istinto
superstizioso — egli mi dice — e tutti faranno come voi, non mi daranno
un soldo.
— È un mestiere faticoso il vostro? — gli domandai un giorno.
— Mi era faticoso — mi rispose — nei primi tempi; ora no.
Quando, giovane ed inesperto, correva di qua e di là come un ossesso,
zoppicando forse più del necessario, oppure si addossava al muro e si
sfiatava a gridare a quanti passavano la sua miseria, allora sì, era
faticoso; ma un po’ alla volta aveva imparato a zoppicare con metodo,
a giudicare la sua clientela dalla faccia e dal passo, ed ora non
isbagliava quasi mai.
Mentre discorriamo, passa accanto a noi una gente varia, a cui egli non
bada neppure; a un tratto invece, tronca il discorso e mi pianta per
attraversare un viale e presentarsi a riscuotere il suo denaro. Io lo
interrogo alla muta, egli mi indovina e dice col suo risolino:
— Mi ha dato due soldi; quel giovinetto aveva l’aria felice. Deve
essere un innamorato; gli innamorati sono buoni clienti, io non so
spiegare perchè...
Lo so ben io. L’amore è un momento egoistico. Gli innamorati sono
la gente più egoista che sia al mondo, ma fanno l’elemosina per
spensieratezza, o anche perchè sentono in sè stessi una falsa
grandezza, uno stordimento, che li spinge alle imprese generose ed
al fasto; il meno che possano fare per pigliarsi sul serio, è far
l’elemosina ad un mendicante.
Compiangiamo questa povera umanità, bambina e decrepita.
Torno a me stesso.
Dopo la passeggiata, me ne vado, senza fretta, alla scuola, dove giungo
aspettato, ma non desiderato, da una ventina d’alunni punto affamati
della mia scienza.
È cosa intesa fra noi che _l’ente crea l’esistente_. Combattuta da
questa bugia enorme, la nostra amicizia non è molto cordiale, e non
durerà un pezzo. Appena entrato in iscuola, io leggo in faccia ai miei
scolari, non uno eccettuato, una gran speranza tradita: la speranza
d’una infreddatura, o d’un febbrone, o d’un altro qualsiasi accidente,
che mi avesse inchiodato in letto per una lezione almeno.
La lezione comincia e finisce; qualche volta interrogo i più attenti,
per accertarmi che non hanno capito nulla, poi ci separiamo con
piacere. Io me ne vado portando meco il mio segreto contrario al
programma d’insegnamento, essi mi guardano a bocca aperta, stupiti
della conformazione del mio cranio, che ha potuto accogliere una
filosofia così tenebrosa. Io penso: se un giorno solo annunziassi
dalla cattedra che l’_esistente_ ha creato l’_ente_ perchè gli faceva
comodo, quale scompiglio! e che luce! Io credo che la freddezza dei
miei scolari svanirebbe come per incantesimo, e che la mia dottrina si
farebbe strada attraverso i crani più duri. Ma il programma non vuole.
Dopo la scuola del mattino, e prima della scuola pomeridiana, io faccio
colazione alla birreria Trenk; ho esperimentato che la birra tedesca
bisogna mandarla giù come la filosofia tedesca, a onde, meglio che a
sorsi, e cogli occhi chiusi. Il prosciutto cotto merita più attenzione;
io mi raccomando al cameriere perchè il destino, che regola le cose
umane, non mi faccia le fette di prosciutto troppo sottili, e non mi
riempia mezzo il bicchiere di spuma.
A desinare, mi trovo in compagnia numerosa; i miei compagni di mensa
sono giovani uffiziali allegri, che non fanno molta fatica a sopportare
con una certa rassegnazione il commensale taciturno. Alla loro età
si è tanto felici e spensierati, che quasi si dimentica d’essere
egoisti. E poi, io sono l’ombra del raggio di sole che cade sulla
loro mensa comune; mi pigliano come un contrasto; quando vogliono
dire qualche corbelleria, mi guardano sott’occhi, e mi sorridono per
placarmi anticipatamente, ed appena la corbelleria è detta, ne ridono
con gran chiasso. In compenso, vogliono che io sia il primo a servirmi
di minestra e di lesso, e mi fanno altre garbatezze con modi un po’
soldateschi, ma piacevoli.
«Ecco gli uomini! — dico dentro di me — questi ufficialetti, che si
reputerebbero violati nell’onore se, per istrada, uno si fermasse a
squadrarli da capo a piedi, senza intenzione di offenderli, subiscono
il segreto fascino d’un disprezzo, che si estende a tutto il genere
umano!»
Alle frutta, fa regolarmente la sua apparizione il professor Gerolamo,
mio buon amico e collega, maldicente instancabile, il quale viene a
prendere il suo uditorio a tavola per menarselo a spasso attraverso i
campi.
— Hai un sigaro? — mi dice appena siamo all’aperto.
— Ne ho uno solo — rispondo.
— Bisognerà che io ne compri — conclude.
Sì, è necessario; ma pure, ogni giorno, egli si dimentica di fornirsi
di sigari, e ne chiede a me, che mi sono fatto la regola di comprarne
uno solo prima di desinare.
Quando il professor Gerolamo ha il sigaro fra i denti, incomincia a
mordere — prima il sigaro, poi il prossimo. La letteratura è per lui
un buon pretesto per isfogare il malumore; è in collera più che tutto,
col suo collega di storia e geografia, il quale ha pubblicato un libro
sulle origini..... su quali origini?.... ed ha osato scrivere _gli_ per
_le_, proprio nella prima pagina, e altrove _ci_ per _vi_, e non è un
errore di stampa, e _tavolo_ per _tavola_, e _sentire_ per _udire_, e
non so quanti altri errori ed orrori, poichè io gli bado appena. Dopo
il collega della storia e della geografia, l’amico Gerolamo se ne va di
qua e di là a pigliare pel bavero il signor _Ipsilon_, il signor _Zeta_
ed altri signori lodati dalla stampa (la stampa? si chiede lui tra
parentesi... quattro ragazzi bocciati agli esami di licenza liceale) e
letti avidamente dal _pubblico_ (il pubblico? quale? in Italia non c’è
pubblico!). Il prof. Gerolamo protesta che quelli non sono scrittori,
che la letteratura non è quella cosa scempia che i giornali lodano e
che il pubblico paga, ma è ben altro; del resto, egli lascia intendere
che del disgraziato _Ipsilon_ e dell’infelice _Zeta_ ha letto una
dozzina di pagine, a dir molto, e non ne ha pagate nemmeno una.
Se non ho altro per il capo, la ciancia mordace di Gerolamo mi diverte
tanto tanto, ma non al modo che egli immagina.
— Pare anche a te? — mi domanda.
— Se mi pare! — dico alzando gli occhi al cielo; ed egli s’infervora,
ed io mi diverto a contemplare da tutti i lati quella sua curiosissima
mania di credersi offeso dalla notorietà degli scrittori moderni più
celebrati, solo perchè egli ha intenzione di scrivere un libro e di
farsi celebrare.
Mi sembra ingegnoso il suo metodo di pigliare un letterato oscuro e
di metterlo con enfasi accanto ai più noti, per sentenziare che vale
più di tutti quanti presi insieme, sebbene non valga gran che. Certo
è ingegnosissimo quell’altro espediente di disseppellire un morto
per accoppare un vivo; ma, più di tutto, mi riempie di meraviglia la
sicurezza con cui, dopo avermi circondato di rovine, egli, per riposare
il mio spirito sbigottito, tenta di condurlo con dolce violenza alla
contemplazione estatica dell’_idea_ del libro che scriverà un giorno.
Tenta, ma non sempre riesce, anzi non riesce quasi mai, perchè il
più delle volte, mentre il suo egoismo s’infervora a distruggere
biblioteche per preparare uno scaffale al gran libro nascituro, io lo
pianto alla chetichella, e me ne vado con altri pensieri altrove.
Non avviene più che io parli di me stesso e delle cose mie; ci cascai
una volta e subito mi avvidi che egli era distratto — perciò taccio,
mi godo il suo cicaleccio finchè mi accomoda, e quando ne sono
infastidito, lascio che il rumore uscente dalle sue labbra si confonda
per l’aperta campagna col chiasso che fanno i grilli sul limitare
delle loro tane e le raganelle sui gelsi. Io non pretendo già che il
professor Gerolamo stia zitto; sparli finchè vuole, ma si accontenti
d’un cenno del capo per risposta, e mi accompagni, nel fervore delle
sue notturne dimostrazioni, fino all’uscio di casa.
— Buona notte, dolcissimo amico. — Buona notte! — Egli se ne va a casa,
ed io me ne vado a letto.
La mia giornata è finita.
II.
IL MIO TEMPO PASSATO
_(Dal taccuino di Marcantonio)_
Le mie tribolazioni cominciano dal giorno che morì Faustina, buon’anima.
Faustina era mia moglie da quattordici anni; essa era scesa fino al
fondo del mio cuore, mi apprezzava degnamente, e compativa le mie
debolezze. La parola, fra lei e me, era quasi diventata inutile: io
gettava uno sguardo intorno, ed essa accorreva, perchè aveva letto
il mio pensiero. Era riuscita a levarsi spesso prima di me, e lo
faceva senza aprire le imposte delle finestre; si vestiva al buio
e se n’andava in punta di piedi per non turbare un riposo di cui io
doveva avere tanto bisogno — così si ostinava a dire, ed io non le
contraddiceva, perchè è cosa dolce abbandonarsi alle carezze senza
resistere, e con certe anime deboli e gentili è perfino cosa meritoria.
La natura carezzevole di Faustina ne era contenta, la mia pure. Quello
era il tempo felice!
Negli ultimi mesi che fu al mondo, mia moglie era d’umore melanconico,
e spesso si nascondeva per piangere liberamente. In mia presenza però
sorrideva sempre, qualche volta rideva ancora; non voleva gettare il
turbamento nell’anima mia. Così mi sorrise fino all’ultimo; una mattina
mi chiamò al suo capezzale, e mi annunziò che non si sarebbe alzata, nè
quel giorno, nè mai. Me ne chiedeva scusa, come se ci avesse colpa.
— Come farai? — mi disse.
— Come farò? — risposi scherzando: — ecco come farò.
E diedi fuoco alla macchinetta del caffè.
— Bravo! — mi disse melanconicamente; ed io le raccomandai di non
affannarsi, di non darsi pensiero di nulla, di pensare solo a guarire
presto per togliermi d’imbarazzo.
— Quanto sei buono! — mormorò.
Disse proprio così; la notte, queste tre parole suonano ancora
nell’aria chiusa della mia cameretta. Io le sento e me ne compiaccio,
perchè non mentiscono; sebbene gli uomini ed il destino abbiano fatto
di tutto per guastarmi, io sono buono.
Faustina morì raccomandandomi di non mi lasciar abbattere dal dolore,
di non mi ammalare, di vivere per la felicità della nostra creatura,
che allora aveva dodici anni.
Le ultime volontà della mia povera compagna mi furono sacre: io feci
tutto quanto ella aveva desiderato, e non mi lasciai abbattere dal
dolore, e non mi ammalai, e vissi.
Dinanzi al cadavere bianco di Faustina, tutto ciò mi pareva
impossibile, ma la mia volontà trionfò del mio aspro tormento.
Cominciò la nuova vita, la mia vita quasi monastica, che dura da
quindici anni, e che ho sopportato fortemente fino ad oggi.
Serafina era un grave impiccio per un uomo solo: bisognava metterla in
collegio, e le ottenni un posto semi-gratuito in un istituto del mio
paese, a Bergamo. Essa vi andò piangendo, e mi bagnò le mani di lagrime
nel separarsi da me.
— Pensa a tua madre — provai a dirle; — essa non piangeva mai; essa
attraversò la vita sorridendo sempre; impara anche tu a sorridere al
tuo povero padre abbandonato.
Udendo questo, Serafina ricominciò a piangere, e non ci fu verso di
farla smettere. Mi toccò lasciarla fra le braccia della direttrice
per non perdere il treno del mezzodì, proponendomi di scriverle appena
arrivato a Milano; ma essa fu più sollecita di me, e mi fece trovare
quattro giorni dopo a scuola una lettera di quattro pagine tutta
bagnata di lagrime. Quella epistola, giunta con tre giorni di ritardo,
perchè diretta ad un «Abate professore Marco Antonio», mi diede
da pensare; vi notai un’anticipata abbondanza di frasi e di parole
romantiche. Mia figlia, che era sempre stata la più timida creatura
fra quante portano le gonnelle corte, mia figlia, che nel darmi
la buona notte non osava aggiungere un bacio, se io dimenticava di
incoraggiarla, mia figlia, che aveva per me tanta reverenza da mettere
me stesso in imbarazzo, mia figlia che mi considerava, non so perchè,
più come professore d’una scienza difficile che non come padre, lei,
lei stessa, a dodici anni, trovava nell’assenza un insolito frasario di
tenerezze per l’autore dei suoi giorni.
Essa pure, come sua madre buon’anima, mi scriveva: «tu sei buono, tu
hai l’anima generosa» e simili.
Il caso mi sembrò grave, e mi affrettai a rispondere per consigliarle
di andar cauta nella scelta delle letture e nell’uso delle frasi che
trovava stampate nei libri. Mi ricordo che le dicevo:
«Bisogna scrivere alla buona, semplicemente, più col cuore che colla
fantasia, e sopratutto bisogna essere sinceri; impara fin d’ora
a sospettare delle frasi che suonano molto, perchè, per lo più,
sono piene di vento; e finchè tu non abbia acquistata l’esperienza
necessaria, meglio è rifiutare quelle parole che non sono d’uso comune,
perchè potrebbero essere monete false.»
Mi rispose prontamente per dichiararmi che aveva inteso benissimo, e
ringraziarmi dei preziosi consigli, i quali, diceva, già erano scolpiti
nel suo cuore. Ma la lettera cominciava così: «_padre adorato_!»
La mania epistolare di mia figlia era tale, che diventava necessario
mettervi un argine, anche per non aggravare il bilancio domestico
con una spesa eccessiva di francobolli. Presi dunque il partito
di ritardare le mie risposte, proponendomi di aprire l’animo mio a
Serafina nelle vacanze pasquali.
Avevo promesso, un po’ sbadatamente, di andarla a pigliare per condurla
a casa durante queste benedette vacanze, e non ci fu verso di farle
intendere che, dopo matura riflessione, non avendo io tutti gli agi
di una volta, non avrei potuto riceverla in casa senza grave disturbo.
Non volevo spingermi fino ad un rifiuto esplicito, che sarebbe sembrato
crudele a quella testolina piena di frasette; ma avrei avuto caro che
essa stessa, sebbene fanciulla, comprendesse il grave impiccio che mi
doveva dare colla sua venuta. — Non comprese un’acca, e nel suo egoismo
infantile volle a tutti i costi che io lasciassi le mie occupazioni
per pensare a farmi la valigia, ed andarmene alla stazione, e poi a
Bergamo, a prenderla.
Vedendomi, battè le mani e mi si buttò al collo, come mi prometteva il
suo stile epistolare, ma si calmò in modo inaspettato; in carrozza, in
vagone ed a casa durante le vacanze riescì ad ingannarmi interamente
colle sembianze della bimba più giudiziosa della creazione.
Temo per altro che, in quei giorni pasquali, la poveretta si
annoiasse un poco, perchè a divertire le fanciulle io allora non
ci aveva pratica, e nella mia libreria, quanto erano abbondanti i
libri metafisici, etici, od altrimenti filosofici, altrettanto erano
scarsamente rappresentate le belle lettere. Non vi mancavano Dante,
Guicciardini, Machiavelli, ma Serafina non era in età di gustarli; vi
erano pure i _Promessi Sposi_, e mia figlia si adattò a rileggerli per
disperazione. Ma appena giungeva Anna Maria, Alessandro Manzoni era
piantato dove capitava, sul canapè, sopra una seggiola, sul tavolino, e
Serafina correva con impeto di gioia a rifare i letti.
Era un buon indizio, e il mio cuore di padre lo notò con grande
compiacenza. Avrei voluto farle intendere che doveva di buon’ora
rivolgere il pensiero allo sviluppo di quelle facoltà... che...
— Bravissima! — le dissi una mattina, e vedendo la faccia di mia
figlia illuminata dalla gioia di questa approvazione esplicita ed
incondizionata, ripetei più moderamente: — Bravissima! In collegio
devono rifarlo le alunne il letto?
Mi rispose di sì, e che ogni mattina, nelle camerate era una gara muta
a chi faceva più presto e meglio. Allora cominciai:
— Vedi, bimba mia, la lettura è una buona cosa, io te l’ho sempre
raccomandata, e te la raccomando ancora; ma bisogna scegliere le
letture e saper leggere, altrimenti ogni libro è un pericolo. Accanto
poi alle facoltà intellettuali, le fanciulle devono.... di buon’ora....
curare.... lo sviluppo di quelle altre facoltà.... che....
Col _che_, il periodo non andava, e io corressi:
— .... di quelle facoltà con cui....
Ma anche così il periodo non faceva cammino, se non era Serafina a
spingerlo.
— Con cui si rifanno i letti — essa disse semplicemente, e disse benone.
— Con cui si rifanno i letti — ripetei — che sono poi le medesime
facoltà in virtù delle quali si diventa donne di casa, cioè a dire
buone figlie, buone mogli e buone madri di famiglia.
— Babbo — esclamò Serafina con un lampo di quel lirismo che le dettava
le lettere — babbo, devo stare con te a rifare i letti e a dar sesto
alla casa; invece di andartene a desinare alla trattoria, desineremo
insieme qui... proprio qui... Anna Maria farà la cucina, ed io
l’aiuterò. In collegio ho imparato a cuocere le uova nel tegamino;
imparerò il resto.
Io baciai mia figlia in fronte per ringraziarla; ma essa ripetè:
— Vuoi?
— Non è ancora il momento — dissi; — hai dodici anni soltanto.
— E mezzo...
— Devi compiere almeno almeno gli studi elementari; ma ti prometto che,
quando sarai più grandicella, non ti negherò questa consolazione, e
piglierai tu il posto della tua povera madre...
Che cosa diamine mi era venuto in mente di tirare in ballo i morti?
Eccoti Serafina in lagrime, come una fontana.
*
* *
Quando mia figlia se ne andò, ed io mi ritrovai un’altra volta
solo nelle mie stanze, dissi a me stesso che quella difficile prova
della paternità era andata meglio di quanto potessi ragionevolmente
presumere, e che l’idea di Serafina di lasciare il collegio prima del
tempo per fare la padroncina di casa aveva del buono. Ne aveva tanto,
che cominciai a pensarvi sul serio. Era cosa certa che io spendeva più
che non comportassero i miei bisogni — la mia casa era troppo ampia per
me solo, ed io non mi sarei più potuto adattare alla prigionia di una
cella da scapolo; la mezza pensione del collegio, anche così dimezzata,
si mangiava tutto intero uno stipendio di professore di filosofia; a
mangiarmi io l’altro, non avrei avuto bisogno d’un grande appetito; e
se il mio appetito era robusto e rimaneva soddisfatto, lo dovevo agli
interessi dotali della mia defunta, la quale mi aveva voluto nominare
usufruttuario del suo piccolo patrimonio.
Certamente, mia figlia doveva assomigliare in tutto a sua madre; essa
sarebbe vigilante, affettuosa, ed un poco indovina per prevenire i
miei desiderii. Si spenderebbe meno e si starebbe meglio, lei ed io —
sopratutto lei. Cominciai a non potermi togliere dal capo questo sogno;
— ogni mattina, quando entrava in casa Anna Maria, mi pareva di vedere
quel donnone massiccio sotto gli ordini d’una donnina minuscola, e,
non so perchè, ci trovavo gusto; era una immagine non ancora abbozzata,
che già mi prometteva un capolavoro. Non succede forse così ai grandi
artisti?
La tentazione fu lunga, perchè bisognava guardare le cose da tutti i
lati, e almeno almeno aspettare il termine dell’anno scolastico prima
di dare quella grande felicità a mia figlia. Fu un giorno che, sul
punto di dar fuoco al fornelletto per farmi il caffè, mi avvidi che
mancava l’alcool e che non ce n’era nemmeno in cucina; fu quel giorno
che presi la determinazione.
«Serafina — dissi a me stesso — verrà a passare le vacanze col babbo,
ma ignorerà tutta la sua felicità per un poco: se essa, e non ne
dubito, farà la padrona di casa con un certo garbo, se, sottoposta da
te ad un esame quotidiano, ti darà saggio di aver imparato almeno ciò
che le ragazze non devono ignorare, promettimi che l’anno venturo non
la manderai più in collegio.»
Lo promisi.
Serafina venne durante le vacanze, e fu messa alla prova senza che se
ne avvedesse. Quella ragazza era nata colle chiavi della dispensa e
della guardaroba in tasca! Aveva tredici anni appena, ma ne dimostrava
più di quindici, tanto era sviluppata; rizzandosi in punta di piedi,
arrivava non solo ai cassetti più alti per chiuderli e per aprirli, ma
anche all’orologio a pendolo del salotto per caricarlo. Serafina non
poteva vedere un bruscolo di polvere sopra uno stipite senza sentirselo
addosso; — dove non arrivava colle sedie adoperava lo scaleo, o
chiedeva l’aiuto di Anna Maria, e quando era riuscita nel suo intento,
non era soddisfatta ancora, guardava in alto come cercando il nemico.
— Chi sa — mi diceva talvolta sospirando — quanta polvere vi è sul
cornicione che corre in giro alla vôlta!
— Chi lo sa? — rispondevo scherzando; — spero bene che non ti sarai
arrampicata fin lassù.
A me quella guerra spietata alla polvere sembrava soverchia.
— Un giorno o l’altro, la polvere si vendica — dissi a mia figlia; —
ma essa non comprese il significato profondo della mia sentenza, ed io
stesso non credeva che ne potesse avere un altro; bisognerebbe guardare
sugli stipiti ora che la polvere della mia casa non ha altro nemico che
Anna Maria, per intendere quanto si è vendicata.
Serafina teneva i miei conti con un’esattezza mirabile; mi sapeva dire
a memoria quanto avevamo speso ogni giorno ed ogni settimana, poi mi
offriva una prova della sua infallibilità: il registro della spesa
diaria.
Da questo lato le cose andavano benone, ed io fui più d’una volta
tentato di darle la notizia della felicità che le serbavo; ma se
le chiedevo chi era Sesostri, chi era Tutmes o chi era Demetrio
Poliorcete, la mia donnetta di casa diventava ad un tratto una bambina,
si faceva rossa rossa, e dopo un disperato tentativo per indovinare, mi
confessava che non lo sapeva.
— Ma non studiavate la storia in collegio?
Sì, la studiavano, ma di Tutmes e di Sesostri se ne era dimenticata.
Qualche volta sbagliava io stesso nell’interrogarla; le chiedevo, per
esempio, chi era Carlo Alberto, o perchè un corpo abbandonato a sè
stesso cade. Essa apriva tanto d’occhi a guardarmi estatica, e quando
io diceva con accento di rimprovero: è _storia patria moderna_, è
_fisica elementare_, essa alzava la voce, e le splendeva la gioia in
viso nel farmi sapere che, in collegio, quelle cose non si insegnavano
ancora.
— Sai bene? — diceva — non ero che in quarta!
La sua educazione letteraria era abbozzata appena; quanto alla storia,
alla geografia, alla storia naturale, alla fisica, alle prime nozioni
filosofiche, era tutto da fare.
— Non sa proprio nulla! — dicevo disperatamente. — Come si fa? Non sa
proprio nulla!
Nulla proprio, no; delle quattro operazioni, per esempio, era padrona;
sapeva anche i numeri decimali e le frazioni. Mettendole in mano dei
buoni libri, facendo patti chiari e severi, forse era possibile ancora
combinare il mio desiderio coi miei doveri paterni, e renderla felice.
Forse... La guardavo e non le dicevo nulla.
Quando si vedeva così guardata, Serafina, temendo forse un’insidia
storica o geografica, si affrettava a mettere tutta la sua attenzione
in qualche cassetto, e, appena poteva, se ne andava in un’altra stanza.
Io, rimasto solo, pensava alle cose che le fanciulle _devono sapere_,
e riconoscevo che, a conti fatti, non sono molte, e che quelle che
_possono ignorare_ sono assai più.
Un giorno, qualcuno mi suggerì: «Le ragazze ne sanno sempre di
troppo per un marito accorto.» Ed io ripetei fra me e me con una
piccola variante: «Le ragazze ne sanno sempre abbastanza per un babbo
indulgente.»
— Sai? — dissi forte a Serafina, che erasi arrampicata sullo scaleo
e stava nettando la cornice d’un quadro — mancano venti giorni a
rientrare in collegio, ma io ho deliberato di renderti felice; scendi
e vieni ad abbracciare tuo padre. Sulle prime non comprese; ma si voltò
e mi vide ai piedi dello scaleo, a braccia aperte, come la provvidenza.
Allora mi si buttò addosso, dall’alto, scrollandomi tutto.
— Dici davvero? Non andrò più in collegio?
— Sì — risposi, cercando inutilmente di staccarmela di dosso — non vi
andrai più; sei contenta? Ma bisognerà fare dei patti.
— Facciamoli.
— Tu studierai la storia e la geografia in casa.
— Sì... sì... le studierò.
— Leggerai i libri che ti darò io.
— Sì... sì... leggerò i libri che mi darai tu.
— Studierai anche il francese.
— Sì... si... studierò il francese.
Prometteva tutto.
— Ed avendo sempre in mente — soggiunsi con un po’ di solennità — che
se io faccio questo sacrifizio è perchè ho promesso alla tua povera
madre di renderti felice, t’ingegnerai di pigliare nella nostra casetta
il posto della cara defunta. Me lo prometti?
Essa stentava a dire di sì; le scostai il viso dal mio panciotto, e
vidi che aveva incominciato a piangere.
— Mi devi pure promettere che non piangerai con tanta frequenza;
il povero babbo lavora per la tua felicità, e tu lo compenseresti
malamente facendogli vedere delle lagrime quando torna da scuola...
Allora essa si asciugò il volto e rise.
*
* *
Qui comincia il mio secondo tempo felice. Furono sei anni di pace,
durante i quali mia figlia cresciuta fino a non aver bisogno della
seggiola per arrivare col piumino agli stipiti delle porte, si fece
anche bella e vezzosa. Assomigliava in tutto a sua madre buon’anima,
ed a me pareva di aver ritrovato quel tempo della mia vita, in cui,
professore e marito novellino, ero ugualmente contento della mia sposa
e della mia cattedra. Più tardi, mi si era ammalata la moglie, e mi si
era ammalata la filosofia; e più tardi ancora, anche quell’ombra della
prima felicità mi doveva essere contesa — si ammalò mia figlia.
Si ammalò all’improvviso, una brutta sera di maggio, attraversando la
Galleria Vittorio Emanuele al mio fianco. Fu una specie di colpo di
sole all’ombra, e quando essa, ridotta alle ultime trincee dalla mia
dialettica, me lo confessò piangendo, io non seppi credere alle mie
orecchie, e la pregai di ripetere. Essa, invece di contentarmi, pianse
più forte e se ne fuggì nella sua camera — ed io rimasi là, colle
braccia in croce, a contemplare sull’ammattonato il mio bel balocco
infranto.
Serafina dunque si era innamorata; aveva 19 anni appena, e già pensava
di abbandonare suo padre, e per chi? per un giovincello non mai veduto,
coi baffetti a punta, l’occhialetto sul naso, bruno, piccolo e grasso
— forse un tenore od un baritono a spasso, domiciliato in Galleria
Vittorio Emanuele.
Quel messere aveva visto mia figlia, e mia figlia aveva visto lui;
io non aveva visto nulla. Egli ci era venuto dietro fino al portone
di casa, e da quel giorno aveva cominciato a passeggiare sotto le mie
finestre. Me lo trovavo fra i piedi sempre che andavo a scuola, e un
giorno l’imprudente ebbe anche l’audacia di sorridermi e di salutarmi.
Avevo sperato sul principio che mia figlia facesse giudizio, ma invano.
Essa non mi trascurava, tutt’altro; era sempre attenta e pronta, sempre
in guerra colla polvere di casa; ma da poco in qua, cantava delle
romanze, mentre non ne aveva cantato mai, e piangeva più del solito.
Era chiaro che mia figlia aveva capito, come me, che il suo innamorato
cantava, ed io temeva che sapesse già in che chiave, e in quali piazze
e quale era il suo repertorio. Questa gente di teatro è avvezza agli
intrighi del melodramma, e perciò è ardita. «Forse le ha scritto!»
pensavo. Sapevo mia figlia afflitta da un’antica mania epistolare, e
dicevo: «Forse gli ha risposto, forse, a quest’ora, si scrivono e si
rispondono liberamente, in barba alla filosofia di un padre minchione.»
Sospettavo di Anna Maria; guardando quel donnone col mio sospetto, lo
vedevo tutto imbottito di lettere e di mistero.
Un giorno la presi in disparte, per dirle a bruciapelo:
— Anna Maria, voglio sapere la verità.
Ella si fece rossa in viso, ma mi rispose con franchezza che di bugie
non ne aveva dette mai.
— Ebbene, allora confessa che quel signorino che passeggia sotto le
finestre.... tu lo conosci quel signorino, devi averlo visto anche tu,
non lo negherai.
— Un signore bruno, un bel giovane...
— Non è quello, è anzi piuttosto brutto, ma è bruno, è piccolo, ha i
baffetti a punta...
— Sissignore, l’ho visto.... un bel giovane bruno, piuttosto piccolo,
ma non troppo, coi baffetti a punta... Sissignore, l’ho visto.
— Ebbene, quel signore non ti ha mai dato qualche lettera per mia
figlia?
— Me le voleva dare, ma non le ho volute prendere, e gli ho detto
che trovasse un’altra... così gli ho detto, ma che Anna Maria questi
servigi non li faceva.
— E tu credi che abbia trovato un’altra?...
— Non ne so nulla io...
— E mia figlia non ti ha mai pregato di...
— La signorina mi conosce meglio di lei: del resto, senta, se due
innamorati vogliono scriversi, ci è la posta, mi pare, ci sono i
fattorini di piazza.
Quelle parole fecero la luce nel mio cervello.
Il seduttore di mia figlia, quando mi vedeva uscire per andare alla
scuola, poteva benissimo mandare una lettera a casa ed aspettare la
risposta; un giorno o l’altro poteva anche fare di peggio, portar la
lettera in persona.
— Anna Maria — dissi — hai tu mai veduto capitare in casa dei fattorini
di piazza durante la mia assenza?
Tremavo aspettando la risposta.
Anna Maria non seppe mentire.
— Ne ho visto venire uno — disse... — uno solo — soggiunse, come per
temperare la crudezza di quella rivelazione.
— Una volta sola o più volte? — insistei, volendo arrivare al fondo
della mia disgrazia.
— Due volte, mi pare, o tre; ma sempre lo stesso fattorino.
— Grazie, Anna Maria, grazie!
Io me n’andava difilato nella camera di mia figlia, e Anna Maria,
volendo rimediare alla propria sincerità, mi venne dietro.
— Non la faccia soffrire, la povera creatura — mi diceva: — se sapesse
come piange per il timore di affliggere lei!... Deve essere un bravo
giovinotto anche quell’altro... Lasci che si sposino.
Ero giunto all’uscio della camera di mia figlia; mi voltai e dissi
semplicemente, guardando la mia consigliera ben bene in faccia:
— Grazie, Anna Maria, grazie!
Non osò più fiatare, ed io picchiai all’uscio.
— Avanti! — disse la voce di Serafina.
Entrai. Mia figlia stava ritta dinanzi al letto; aveva gli occhi rossi
e gonfi di pianto; sul guanciale s’indovinava ancora l’impronta della
sua faccia e delle sue lagrime.
— Non sono io tuo padre? — dissi senza collera; — non vivo io forse
per la tua felicità, e non hai tu promesso di considerarmi come il tuo
migliore amico?
— Oh! babbo, babbo mio! — esclamò; e tese le braccia verso di me senza
muoversi.
Compresi subito che le mie parole lasciavano aperta la via
all’equivoco, poichè vidi brillare negli occhi di Serafina una speranza
irragionevole. Brillano anch’esse le speranze irragionevoli, tali e
quali come le altre.
— È mai possibile — proseguii — che mia figlia abbia dimenticato sè
stessa fino a ricevere lettere da un giovinotto e forse scriverne?
Essa chinò il capo sul petto — non negava nulla.
— Sai tu almeno chi è quest’uomo che hai preso sulla strada per
metterlo fra te e tuo padre? Sai tu che egli è un commediante, peggio
ancora, un cantante, un tenorino forse, che ieri ancora faceva
il parrucchiere od il macellaio, e domani canterà in un teatro di
provincia?
Serafina faceva di no col capo, ma non osava rispondermi.
— Dove sono le lettere che ti ha scritto? — dissi.
Non isperavo già che essa mi avesse a consegnare le lettere, come
fece, estraendole dal seno; e fu quest’atto romantico, ma leale, che mi
troncò in bocca le parole.
Io presi quei fogli colla punta delle dita, guardando da un’altra
parte. Non volevo vedere la preghiera muta che mia figlia mi faceva
cogli occhi, per non lasciarmi vincere dalla debolezza, ed uscii
tranquillamente com’ero venuto. Nel richiudermi l’uscio alle spalle,
giunse fino a me un singhiozzo ed il rumore d’un corpo che ripiombava
sul letto.
Andai a chiudermi nella mia camera, e lessi quelle lettere. — Erano
tre in tutto, e le lessi in ordine di data. Nella prima, Iginio Curti
domandava a sè stesso se egli avesse o no la fortuna d’essere stato
_veduto_ da mia figlia; nella terza, Iginio Curti chiedeva a mia figlia
se si sarebbe lasciata sposare. Soltanto a quest’ultima mia figlia
aveva risposto per iscritto; appariva chiaro dal tenore delle altre due
che prima si era solamente ingegnata di rispondere cogli sguardi e coi
languori; quando essa mi camminava al fianco in Galleria e quando io
beveva ingenuamente la birra di Vienna al caffè Gnocchi, allora appunto
essa tradiva la fiducia di suo padre.
Dalle tre lettere risultava che Iginio Curti non cantava nè in chiave
di tenore, nè in chiave di baritono, ma bensì in chiave di basso,
e che faceva il basso comico, in altri termini, il _buffo_. Era di
buona famiglia — diceva lui — suo padre faceva l’avvocato, e solo
l’amore dell’arte aveva spinto lui nella carriera del teatro. Non era
ricco, ma possedeva pure qualche cosuccia; metteva ai piedi di mia
figlia ogni cosa presente e futura, egli diceva «_il suo avvenire_» —
questo avvenire doveva essere bello; già aveva cantato a Vigevano ed a
Lecco, e v’aveva _fatto furore_ (era costretto a confessarlo vincendo
la modestia) — le _scritture_ non gli mancavano; doveva _fare_ il
_Barbiere di Siviglia_ e i _Falsi monetari_ a Taganrog in primavera.
Il suo proposito era di sposarsi subito e passare la luna di miele in
Taganrog.
Si stenta a comprendere che una fanciulla di diciannove anni non
cascasse dall’alto trovando un buffo dove aveva sicuramente immaginato
un tenore; ma superato questo passo difficile, si capisce benissimo
tutto il resto. Iginio Curti era, come volgarmente si dice, un bel
giovane, aveva della baldanza, scriveva con un certo spirito e faceva
balenare alla ragazza l’allettatrice idea d’un matrimonio immediato,
d’un lungo viaggio di nozze e d’una luna di miele all’estero.
Io afferrai subito ciò che v’era di buono in questa lettera — la
scrittura di Taganrog. Cacciai l’autografo di Iginio Curti in un
cassetto, e proibii a mia figlia di ricevere lettere in mia assenza.
Che fanno le ragazze quando non vogliono dire nè sì, nè no? Piangono.
Così fece Serafina, ed io mi fidai, perchè le sue lagrime mi parevano
spremute dal pentimento.
Due giorni dopo, Iginio Curti scriveva a me stesso, facendomi la
domanda esplicita della mano di mia figlia. Non mi nascondeva d’aver
fretta, essendo scritturato per cantare nel teatro di Taganrog; mi dava
ampie notizie della sua famiglia e del suo parentado, e mi pregava di
prendere subito le informazioni. Non chiedeva se mia figlia avesse
dote, dichiarandosi pieno di fiducia nella bell’arte del canto, che
doveva nutrire il buffo, la moglie del buffo e i figli nascituri del
buffo.
Ai lumini della ribalta aveva un ben di Dio; anche qualche cosa al sole
non gli mancava. Dunque?...
Egli scriveva colla baldanza di chi si crede sicuro del fatto suo;
faceva la cosa più seria della vita in uno stile vivace e allegro. La
mia risposta fu breve, ma pronta.
«Serafina — dicevo al buffo — ha diciannove anni soltanto, e non
pensa ancora al matrimonio; sa che il suo povero padre non ha che
lei al mondo, e non vorrà abbandonarlo mai per seguire il marito in
paesi lontani, per esempio a Taganrog. Mia figlia — conchiudevo —
piglierà marito a suo tempo, lo piglierà di suo genio, col consenso del
babbo, e lo sceglierà fra gli uomini che non viaggiano. Dolente......
eccetera....»
Non avevo voluto informare Serafina di questo carteggio per risparmiare
a me ed a lei nuove lagrime; mi lusingavo d’aver condotto il negozio
con arte e di essermi sbarazzato per sempre di Iginio Curti. Invece no.
Il basso comico tornò alla carica con una lettera di quattro pagine
fitte, in cui negava con sfacciata ipocrisia tutte le mie parole.
_Forse_ non era vero che mia figlia non fosse disposta a seguire
il marito anche agli antipodi, sebbene adorasse il babbo; _forse_
non era vero che mia figlia si adatterebbe a sposare più tardi un
uomo qualunque scelto fra quelli che non viaggiano. Bensì era vero,
proseguiva, lasciando risolutamente la sua parte di _Don Basilio_, che
i genitori devono rassegnarsi a fare la felicità delle loro ragazze,
anche col sacrificio dei propri affetti e dei propri comodi.
Conchiudeva con una sentenza: «l’eccesso di zelo nel preparare la
felicità dei figliuoli, qualche volta è egoismo, o almeno sembra.»
Implorava dal mio cuore paterno.... eccetera.
Questa volta mi parve d’aver in pugno la distruzione del basso comico,
o di tutte le sue speranze almeno.
— Leggi — dissi a mia figlia — e apprendi a quale uomo tu eri disposta
a legarti per tutta la vita; leggi e giudica tu stessa, quanto valga
questo buffo che anteponevi a tuo padre.
Essa lesse piangendo, e dopo aver letto pianse ancora.
— È vero quello che egli dice, che tu saresti disposta a seguirlo anche
in Taganrog? Rispondi.
Nessuna risposta.
— È vero che abbandoneresti tuo padre per seguire un ignoto anche agli
antipodi? Rispondi.
Nessuna risposta.
— Lo sapevo bene io che non è vero. Ma questa commedia ha durato
troppo; il signor Curti non avrà nemmeno l’onore di una risposta
alle sue insolenze, e dimostrerai a quel basso comico di avere un
padre diverso da quelli che egli rappresenta nelle opere buffe. Mi
raccomando, non se ne parli più.
Non se ne parlò più, ma io vedeva bene che la cosa non era finita.
La vigilia di partire per Taganrog, il buffo ebbe l’impertinenza di
mandarmi il suo biglietto di visita p. p. c.; dopo di che, non ne seppi
più nulla per un buon mese.
Un giorno, mi capitò sotto fascia una gazzetta teatrale, in cui si
narrava che il pubblico di Taganrog aveva fatto non so che feste a
Iginio Curti, insuperabile nella parte di _Don Basilio_. La gazzetta
era diretta _al Signor Abate prof. Marco Antonio_, tale e quale come le
lettere che mi scriveva un tempo mia figlia.
Non occorre dire che Serafina non vide la gazzetta, e che di Taganrog,
di _Don Basilio_, di battimani e d’altro, almeno da me, non seppe
nulla.
Io intanto veniva studiando sul viso e nei modi della mia ragazza come
si fosse accomodata all’idea di perdere il suo cantante. Mi pareva
propriamente che non vi pensasse più; non la vedevo piangere più del
solito, e la trovavo mattina e sera pronta a far la guerra alla polvere
domestica. Solamente, non aveva più smesso di cantare, ed erano le
cabalette del repertorio buffo quelle che essa preferiva. Per esempio,
quando seppi che Iginio Curti si era fatto applaudire a Taganrog nella
parte di _Don Basilio_, notai che Serafina cantava da qualche tempo:
_Ma se mi toccano dov’è il mio debole;_ e quando un’altra gazzetta
venne a farmi sapere che Iginio Curti si era coperto di gloria facendo
la parte di _Crispino_, Serafina, già da una settimana, non aveva altro
in bocca che: _Se trovasti una comare, io trovar saprò un compare_.
Salvo questi indizi, che in fondo non provavano nulla di male, non
notai altro. La mia casa era sempre la più netta fra tutte le case dei
professori: la mia camera non era indegna di albergare un filosofo
mondano, e la mia mensa modesta poteva nutrire benissimo un paio di
filosofi epicurei.
Bisognava, a buon conto, prevenire il ritorno trionfale di Iginio
Curti. Quando il buffo fosse un’altra volta a Milano con un carico di
allori esotici da deporre ai piedi di mia figlia, le ostilità potevano
ricominciare, ed io non mi sentiva voglia di leticare con _Crispino_
dei Tacchetti imbaldanzito dai battimani. Il mio disegno era semplice:
maritare mia figlia, darle uno sposo di mio genio, che non ispiacesse
nemmeno a lei, s’intende, perchè non volevo sacrificare il mio sangue;
uno sposo che non fosse costretto a viaggiare e che appartenesse alla
nostra famiglia, fosse cioè professore d’un liceo.
Ci era appunto il preside d’uno degli Istituti in cui facevo scuola;
era uomo ben conservato, valido certamente più di tanti giovinastri,
e da qualche tempo pensava ad alta voce al matrimonio. Egli era anche
professore di matematica, e un giorno mi aveva parlato con un risolino
molto strano d’una X incognita, che ci cammina accanto per tutta la
vita e ci piglia poi all’improvviso. L’allusione ad una sposa generica
era evidente; ma egli era mio superiore, e non si faceva lecito di
alludere apertamente a mia figlia — bisognava rendergli facile la
cosa, fare magari mezza la strada io. Più ci pensavo, e più vedevo la
convenienza di quelle nozze; il preside Martini era un partitone; aveva
forse quarant’anni, forse quarantacinque, ma non più; colla carica
di preside e colla scuola di matematica, si guadagnava le sue cinque
mila lire tonde; quando volesse, potrebbe guadagnarne anche più dando
lezioni private; era cavaliere della Corona d’Italia e dei Ss. Maurizio
e Lazzaro, membro di tre o quattro Accademie scientifiche — era anche
un bell’uomo, alto, robusto, un po’ calvo, ma pieno di dignità. Ah! se
la mia ragazza avesse avuto un po’ di giudizio!
Le svelai la mia idea, e voi indovinate subito come l’accolse:
piangendo. Dopo questo preambolo, mi disse addirittura che non pensava
al matrimonio.
— Ma ci penso io — dichiarai; — io non sono eterno, e non posso
lasciarti sola nel mondo.
Sapete che cosa mi rispose? Che nemmeno il preside Martini era eterno,
e in questo non aveva torto. Messa alle strette, finì col dirmi che
essa aveva _giurato_ d’essere del buffo o di rimanere zitella.
— Rimarrai zitella — dissi.
Chinò il capo, ed io voltai le spalle per non vederla piangere.