CAPITOLO XXI.

Cospirazioni.

La marchesa si era apposta al vero; la contessa Adele non accorse alla

chiamata di Ettore.

Le indiscrezioni dei giornali avevano prevenuto il di lui richiamo.

Che cosa non sanno i corrispondenti telegrafici di Roma ai giornali del

mondo intiero?

Quando non sanno inducono, qualche volta inventano senza bisogno di

induzioni, e spesso indovinano.

Non vi è polizia meglio fatta di quella dei reporters, che ne sanno

sempre assai più e più sollecitamente delle questure internazionali...

Quantunque concorrenti nella gara alla notizia, allo scandalo,

all’incidente, sono fra essi legati da un certa solidarietà,

mutuo soccorso nel comunicarsi reciprocamente le informazioni,

subordinatamente all’ora dell’uscita dei rispettivi giornali.

Spedita la primizia al proprio foglio in tempo utile per l’edizione più

prossima, la informazione, la notizia ed anche il canard inventato di

pianta diventa di dominio pubblico nella sala della stampa, al palazzo

di San Silvestro, grande cucina di manicaretti offerti alla pubblica

curiosità affamata d’Italia e dell’orbe.

Appena divulgatasi la notizia del malessere sopraggiunto al deputato

Sicuri, fu un via vai degli informatori giornalistici per attingere i

particolari... L’usciere della tribuna della presidenza fu intervistato

come un grande personaggio politico. Si sapeva che il deputato era

stato condotto alla sua abitazione nella carrozza della marchesa. Il

portiere di Giuliano fu assediato... Per quanto discreto, non potè

negare che la marchesa Giulia fosso presso il malato; la carrozza

rimasta alla porta quasi l’intiera giornata ne era la prova evidente,

e sui fili telegrafici, con ogni sorta di esagerazioni, correva la

notizia che l’onorevole Sicuri era amorosamente vegliato dalla bella

marchesa. Seguivano le iniziali. A seconda, poi del carattere del

corrispondente, dell’indole del giornale, commenti, indiscrezioni, più

o meno vere, più o meno fantastiche.

Lo sdegno della contessa Adele mutò in ira feroce, in odio. Ed alla

chiamata di Ruggeri rispondeva:

«Ben altri doveri mi trattengono a Miralto: il mio bimbo malato, la

povera Stella, la mia orfana, inconsolabile per la grande sventura...

A Roma turberei gli amori di un uomo indegno che non ha più famiglia

avendola ripudiata.»

Ruggeri non riconosceva in quella lettera la mite, affettuosa contessa.

La donna offesa nel suo amore, nella propria dignità, aveva trasformato

la dolce sposa in nemesi...

*

* *

Mentre Giuliano andava migliorando, assistito ogni giorno da Giulia,

ad onta delle proteste di Ettore, altro dramma politico svolgevasi,

al quale la voce pubblica voleva ad ogni patto accomunare il nome di

Giuliano.

Il deputato De Respi, il colpito dalla giustizia, era stato ferito

a morte. Il mandato di comparizione del giudice aveva seguito

immediatamente l’autorizzazione a procedere.

L’evidenza delle prove della di lui colpabilità non lo indussero a

confessare... Ma rientrato, disfatto dalla lotta impegnata col giudice,

si metteva a letto per non più rialzarsi.

Il pubblico che non crede alla logica di certi scioglimenti, lo

proclamò suicida, e vi furono i pietosi che lo compiansero vittima.

Il funerale fu sontuoso e celebravasi appunto il giorno nel quale

Giuliano, convalescente, per la prima volta affacciavasi alla finestra.

Il corteo funebre si avviava alla stazione, la salma dovendo essere

inumata nel cimitero del paesello nativo.

La banda municipale romana che precedeva il feretro eseguiva una marcia

straziante, tutta lamenti e gemiti di dolore... Al defunto, strappato

dalla morte all’azione della giustizia, rendevansi solenni gli onori

ufficiali, dovuti ai rappresentanti della nazione... Il carro riboccava

di corone. Le notabilità parlamentari lo seguivano, poi lunga fila di

carrozze signorili, fra due siepi di popolo, più attonito che curioso.

Attonito per quelle onoranze rese all’accusato da dieci giorni in balìa

agli spietati commenti della stampa, alle rivelazioni schiaccianti di

fatti innegabili, ormai dall’universale ammessi e condannati.

— Chi è morto? chiese Giuliano all’onorevole Lastri che lo reggeva al

davanzale.

— Un disgraziato! Un’altra vittima dell’ambizione, della sensualità,

della megalomania... Vittima, ma colpevole, ha espiato colla morte...

Invochiamo l’oblìo sulla sua bara...

— Ma, chi? Chi è?

— Fu il deputato De Respi.

— Morto? Come? Suicida?

— Forse. I medici dicono aneurisma; il pubblico replica veleno.

Giuliano ancor debole si ritrasse come impaurito dalla finestra e

s’adagiò su d’una poltrona soggiungendo:

— Sarebbe stato assai meglio anche per me morire così.

— Bravo! per accomunarti ai colpevoli, ai ladri. Che c’entri tu coi

corrotti, coi corruttori?... Ti sei mangiato il tuo, hai fatto male;

ma di ciò non devi render conto al pubblico... Se tu sapessi! Nel caso

tuo ve ne sono cento alla Camera... Te l’ho detto: Montecitorio è un

ammazzatojo di riputazioni, è un abisso per i piccoli patrimonî...

Tu sei giovane. Hai l’avvenire per te, il tempo di riparare alle tue

balordaggini.

— Giovane! L’avvenire... Ho perduto la famiglia... E non ho di che

vivere.

— Si rimedia a tutto... Ritorna a Miralto...

— Impossibile...

Si coperse il volto colle mani, per nascondere le lacrime.

— Eravamo troppo felici!... soggiunse singhiozzando.

Da lungi gemevano, strazianti, gli ottoni... Lastri, non sapendo

quale conforto porgere alla disperazione del giovane protetto, stette

silenzioso scrollando il capo in atto di pietà.

Giuliano soggiunse:

— Partirò con Ettore, se mi vorrà compagno. Darò le dimissioni alla

Camera.

— Oh, non ora! Sarebbero interpretate come una confessione di

colpabilità... Un congedo... Poi, al tuo ritorno, che spero

vicino, tutto sarà assestato... A Miralto, soggiunse sorridente, ti

accoglieranno come il figliuol prodigo... Prodigo davvero, povero

Giuliano!

«Ma l’avrai la forza di partire, di rompere ogni rapporto colla...

colla marchesa?

Non rispose; vagava collo sguardo azzurro impaurito per la camera,

tutta piena di cari ricordi... E quasi avesse fatto un esame di

coscienza, un lungo esame:

— Spero di sì!

— La speranza bisogna tradurla in certezza. È necessario... La

lontananza ed il tempo guariscono i più grandi dolori!

«Se saprete osare, potrete entrambi ritrovare la calma, se non

la felicità. Per te anche la famiglia. È un dovere sacrosanto per

entrambi.

— L’adempirò! mormorò Giuliano.

— Giuramento da marinajo, pensò Lastri...

Poi con amorevolezza che non si sarebbe potuta supporre nel ruvido,

vecchio parlamentare:

— La musica è cessata, finalmente. Tra poco la salma di quel

disgraziato sarà in viaggio. Il romanzo è finito. Quegli ha cominciato

di te a rovescio... Anch’egli forse, come te, portava a Montecitorio

illusioni e propositi generosi... Ma, povero, fu costretto alle

prime transazioni da esigenze che, se potessero essere valutate sulla

bilancia della rigida morale, varrebbero forse l’assoluzione.

«Sventuratamente, su quella via è soltanto il primo passo che

costa... E le seduzioni sono tali e tante... tali e tanti gli esempî

dei fortunati saliti in alto non per i meriti loro, per l’audacia

e l’intrigo, che in quell’ospedale di malarici ch’è Montecitorio,

l’onestà finisce col sembrare un fardello troppo pesante a chi vuol far

cammino.

«E infatti, pochi gli integri che sono arrivati anche in tempi

migliori, pochissimi quelli che arriveranno in seguito. Giuliano, il

sigaro ti dà noja? chiese facendo pausa l’onorevole Lastri, per lasciar

tempo all’amico di meditare su ciò ch’egli aveva detto, e tempo a

prepararsi a ciò che stava per dirgli.

Il convalescente accennò col capo di no.

Chi fosse stato presente a quel colloquio avrebbe certamente

ripensato al consulto del dottor Nero, di Alfredo De Vigny, al giovane

nevropatico Stello. La Ragione e l’Imaginazione.

Giuliano, come Stello malato ed annichilito dai disinganni giovanili;

il Lastri fisiologo freddo e stringente nelle sue deduzioni, quanto il

dottor Nero.

— Quegli, continuò l’onorevole Lastri, povero, si arricchì ed al

momento di afferrare pel ciuffo definitivamente la Fortuna che lo

lusingava facendogli balenare imminenti i più alti onori, moriva

suicida per salvarsi dall’onta di una condanna infamante.

«Tu, ricco, sei stato rovinato e per poco non sei morto disonorato.

Ed ora che ti manca anche l’indipendenza, la felice indipendenza

dell’agiatezza, vorresti ricominciare?

«Una buona idea ti è venuta; seguila, parti con Ruggeri...

Riconquisterai al ritorno, colla famiglia, la felicità perduta...

Spezza la catena infiorata di rose che ti costringe a Roma... L’odio

della contessa Adele è amore... È l’ira dell’amore tradito...

Te assente, nessun motivo di continuare negli atti legali per la

separazione, vendetta della quale essa sarebbe la prima vittima. Credi

a me! non si domanda la testa di un uomo indifferente, ed Erodiade non

avrebbe voluta quella di Giovanni Battista, se non l’avesse pazzamente

amato...

«Deciditi... Al ritorno, la calma nelle gioje della casa, che colla tua

indole, col tuo carattere, non avresti mai dovuto abbandonare.

Giuliano, il capo rovesciato sullo schienale della poltrona, lacrimava

assentendo.

— Lo prometti? riprese l’onorevole Lastri.

— Lo prometto! rispose con voce strozzata il malato.

— Sta bene... Lascia fare a me ed a Ruggeri. Sopratutto non una parola

alla marchesa de’ nostri progetti. Essa, come sai, deve assentarsi

alcuni giorni dovendo assistere al processo di divorzio intentato

contro il marito.

«La tua malattia ritardò la sua partenza per Parigi... Ora deve

inesorabilmente recarvisi, e tu non sei in istato di accompagnarla...

Durante l’assenza vi imbarcherete. Ne hai il coraggio, te lo senti?

— Sì! rispose flebilmente Giuliano...

— È una trista azione, riprese Lastri, ne convengo... Necessaria! Ad

estremi mali, estremi rimedî.

Giuliano assentiva senza poter staccare lo sguardo dal ritratto ad olio

di Giulia, sorridente nella cornice dorata come nelle ore felici, per

sempre trascorse... Assentiva baciando di soppiatto la boccetta d’oro

di sali, ritrovata sul tavolino da notte al suo svegliarsi dai delirî

della febbre.

Senza volontà nel vigore della salute, nello stato di debolezza in cui

si trovava, Giuliano non sarebbe stato capace di opposizione alcuna. La

sua volontà era quella degli altri; soggetto prezioso per uno studioso

dei fenomeni ipnotici, ogni atto di lui era effetto di una suggestione

estranea.

Se in quelle ore di sconforto, la contessa Adele non fosse stata

trattenuta lontana dall’orgoglio ferito, Giuliano sarebbe forse

ritornato a Miralto, senza rimpianto... La partenza della marchesa

Giulia parve provvidenziale a Lastri ed a Ruggeri, che si lusingavano

di aver causa vinta. Strapparlo alla politica ed all’amore di Giulia

era salvarlo.

*

* *

Gli addìi della marchesa furono tristi, anch’essa era punta da un

presentimento... Ma, l’assenza doveva essere sì breve, otto, dieci

giorni al più... Lastri e Ruggeri diffidando del loro malato, ebbero

cura di non lasciarli soli... Però Giuliano mantenne il silenzio

coll’amica sulla cospirazione ordita. E Giulia partì.

— Quel tuo Giuliano mi ha fatto commettere la cattiva azione più grossa

della mia vita, diceva Lastri all’amico Ruggeri, al ritorno dalla

stazione ove erasi recato a salutare la marchesa. La buona intenzione

non attenua nulla. Ci ho il cuore grosso. Ingannare come abbiamo fatto

quella gentile creatura tutta amore e devozione fu un delitto.

— Lo sarebbe se non si trattasse della pace di una famiglia, di ridare

il padre ad un orfano.

— Quel che vuoi! Ma la marchesa partendo ci guardava con certi occhî,

dubbiosi e supplicanti ad un tempo, che io ne ero commosso... Non lo

dimenticherò mai più quello sguardo e quel sorriso che pareva pianto.

L’abbiamo ingannata, poveretta, come de’ veri malfattori.

«Mondaccio birbone, quello nel quale bisogna mentire, ingannare anche a

fin di bene!

L'onorevole · 第 35 / 39 题