CAPITOLO XXII.

In mare!

La marchesa Giulia giungeva da Parigi alla stazione Termini di

Roma alle 7 del mattino. Quanto le eran sembrati lunghi i dodici

giorni d’assenza, e quale supplizio le trentacinque ore del viaggio,

nell’ansia, nell’impazienza di arrivare. La velocità vertiginosa del

treno direttissimo, lentezza da tartaruga. Avrebbe voluto aver l’ali

per giungere più presto.

I presentimenti neri che l’avevano accompagnata da Roma a Parigi, ormai

erano giustificati. Da sei giorni non aveva ricevuto un solo saluto di

Giuliano, non una risposta ai telegrammi, alle lettere innamorate; da

sei giorni, ora per ora, senza interruzione inviati.

Che era mai avvenuto? La contessa Marcellin, interpellata urgentemente,

non aveva saputo telegrafarle altro che Giuliano s’era assentato da

Roma, assenza certamente breve, perchè non le aveva neppur fatta la

visita doverosa di congedo. Prima della partenza da Parigi, Giulia

aveva prevenuto l’amico dell’ora dell’arrivo; aveva ritelegrafato da

Modane, da Torino; ritenevasi certa di incontrarlo alla stazione.

Quale disinganno quando, affacciatasi ansiosa allo sportello dello

_sleeping-car_, non scorse fra gli aspettanti sotto la tettoja nessun

volto amico: solo il domestico gallonato, che premurosamente le si fece

incontro per ajutarla a scendere, a raccogliere il bagaglio.

— Il conte Sicuri?

Il domestico, meravigliato, atteggiò la fisionomia ad interrogante.

— È forse nuovamente ammalato?

— Non lo so, signora marchesa... Qui alla stazione non l’ho veduto.

Ricordando la manìa di Ruggeri e le di lui immancabili visite mattutine

alla stazione, Giulia sperò vederlo... Ruggeri quel mattino era venuto

meno alle sue abitudini.. I viaggiatori eran già tutti usciti... Ormai

vana l’attesa.

Salendo in carrozza, la marchesa diè ordine di fermarsi alla vicina

abitazione del conte.

Era là che la più triste sorpresa aspettava l’infelice Giulia.

La marchesa scese dalla carrozza precipitosamente, e rivoltasi al

portiere intento a scopare, che riconosciutala si era messo alla

posizione militare:

— Il conte Sicuri?

— Il conte Sicuri, signora marchesa? Non lo sa? Non abita più qui.

— Non abita più qui? ripetè atterrita la giovine donna.

Con voce strozzata dall’emozione soggiunse:

— Dove è andato ad abitare?

— Partito!...

E le additò un cartello affisso all’ingresso del portone col

tradizionale _Est locanda_.

— Partito?

Si sentiva morire, le gambe non la reggevano, dovette aggrapparsi alla

rampa della scala... La vertigine. Un singhiozzo le uscì dal petto:

— Partito!

Con uno sforzo sovrumano tentò dominare l’emozione, per chiedere, per

informarsi, per sapere, sapere tutto; ma impossibile... Il portiere,

che sospettò la tempesta agitantesi nel cuore della signora, le offerse

una seggiola e la invitò a sedersi dietro il suo casotto vetrato,

affinchè i passanti non potessero vederla.

— Si sieda, eccellenza... Se avessi saputo, non le avrei detto...

Scusi... Ma io credevo... Ora si tranquillizzi...

Essa lo guardava supplichevole; sentiva che se avesse pronunziata

una parola sarebbe scoppiata in pianto, e invitavalo a parlare collo

sguardo.

— Il signor conte è sloggiato dieci giorni fa, in fretta e furia;

i mobili furono imballati e spediti non so dove... Ho ordine di

mandare alla Camera tutta la corrispondenza, i giornali che arrivano

all’indirizzo del signor conte.

«Veda, ve ne sono qui due, di telegrammi, l’uno arrivò jersera, l’altro

stanotte...

E presentava a Giulia i due dispacci.

Questa, ancor prima che il portiere potesse opporsi, lacerò la parte

ingommata del piego, impaziente di saper di più; nella speranza di aver

indizî, qualche indicazione, l’aperse e lesse:

«Giungerò domattina 7.34... attendimi stazione...»

«GIULIA.»

Ironia feroce! Gettò il foglio e stette muta, annichilita, incerta

sulla decisione da prendere, incapace di una risoluzione; le lacrime le

rigavano il volto; non potendo singhiozzare si sentiva soffocare.

— Partito! Fuggito! Certamente a Miralto! Povera me!

Al pensiero di essere abbandonata da Giuliano, non si era mai

soffermata. Negli impeti più acuti di gelosia aveva bensì, qualche

volta, momenti di rimorso, di dubbio, di scoraggiamento, intraveduto

il pericolo della venuta in Roma della contessa Sicuri, pericolo

possibile, non probabile ormai, e Giulia nella coscienza del fascino

su Giuliano si tranquillava, certa del predominio sulla rivale... pur

ribellandosi all’idea: del _partage_... Avrebbe lottato, avrebbe vinto!

Ora, non lotta possibile, il tradimento, l’abbandono!

— Non mi ha amata mai... Bastarono sei giorni... Che dico! due giorni

d’assenza, e mi fuggiva coll’inganno... La sua ultima lettera era tutta

amore. Presentimenti tristi... Ma quando si ama, chi non è turbato al

pensiero dell’avvenire? I presentimenti suoi erano menzogne... Partirò

per Miralto! L’ho a me richiamato una volta, perchè non ora?

E l’orgoglio offeso di Giulia protestava.

— Mendicare nuovamente amore, mentre egli, il miserabile, rifugge da

me? La vendetta!

«Quale vendetta? se io l’amo, l’amo come una misera pazza?

Una risoluzione! Asciugato il pianto, risalì in carrozza.

— Alla Camera dei deputati!

Alla posta della Camera avrebbe avuto l’indirizzo di Giuliano... E

l’ebbe. Non Miralto. Napoli, _Hôtel Royal des Étrangers!_

Un raggio di gioja, di speranza, balenò nella mente ottenebrata della

marchesa.

— Napoli! Dunque non mi ha abbandonata per la contessa... Napoli! A che

fare a Napoli? Ah!

«Indovino tutto... Per partire con Ruggeri... Partire! La vedremo,

signor Ruggeri! Non mi fa paura! Se non fossi più in tempo?.... Se

fossero partiti?

Risalendo in carrozza, lanciò al cocchiere l’ordine:

— Alla stazione! presto! presto! Alla carriera, urlò la marchesa al

cocchiere che non era partito abbastanza sollecito.

— Per Napoli? Il treno per Napoli, chiese Giulia febbricitante

all’inserviente ferroviario.

— Ora! signora. Solleciti; alle 8.20... Fra dieci minuti, soggiunse

dopo aver data un’occhiata all’orologio.

Il domestico riconsegnò il bagaglio ai facchini, e per ordine della

signora che le porse un biglietto da cento si affrettò allo sportello

— Un primo Napoli.

Dopo dieci minuti il treno partiva, troppo lento per Giulia, torturata

dagli spasimi dell’impazienza.

*

* *

A sera, quando giunse la cameriera di Giulia, partita da Parigi col

grosso bagaglio nel treno successivo a quello preso dalla sua signora,

a sera la cameriera, riferendo alla contessa Marcellin, inquieta di non

aver veduta la nipote, sorpresa dal nuovo viaggio da essa intrapreso,

diceva:

— Ah, contessa, la mia signora è impazzita! Avevo ordine di

raggiungerla a Torino, ove mi avrebbe aspettata, e non vi si è neppure

fermata... Giungo a Roma, ed è ripartita.

— Per quell’imbecille, pensò la contessa, punta da rimorso. La colpa è

mia! Maledetta la sera che ho fatto licenziare la carrozza di Giulia.

Chi poteva sapere che si sarebbero tanto presto combinati, e che la

loro relazione avrebbe presa la piega tragica che quella matta di

Giulia le ha data? Volevo farne un sottosegretario di Stato, invece ho

appioppato a Giulia un fallito.

Nella più grande inquietudine scrisse al commendatore Cerasi, perchè

mettesse la polizia di Napoli in moto e le mandasse notizie della sua

Giulia.

*

* *

Destino? Fatalità? Provvidenza? Se la marchesa Giulia si fosse

arrestata a Torino per attendervi la cameriera come era stato suo primo

pensiero, sarebbe giunta a Napoli troppo tardi, e l’epilogo di questo

triste racconto sarebbe stato tutt’altro. Il piroscafo della _Orient

Line_ salpato per Plymouth-Londra e la marchesa, novella Didone,

avrebbe invano richiamato l’amico attraverso la immensità dell’oceano.

Giulia giunse all’_Hôtel des Étrangers_ in uno stato indescrivibile...

Pazza, veramente pazza...

— Il conte Sicuri?

— È in casa...

— Il numero della sua camera?...

— Se la signora desidera vederlo, dovrà avere la pazienza di attenderlo

in sala di ricevimento.

— Come vorrete... Aspetterò, ma chiamatelo subito.

— Chi devo annunciare?

— Inutile il nome. Dite che una signora l’attende per cosa urgente.

Condotta alla sala di ricevimento, le forze, che nel parossismo

l’avevano sostenuta, vennero meno... Cadde più che non si sedesse su

d’un divano, in preda ai dubbî più atroci...

— Se Giuliano fosse sordo alle mie preghiere! Se resistesse? Se la

decisione fosse irrevocabile... Oh misera me! Misera me! La vendetta? E

come? Ucciderlo, suicidarmi poi...

Giuliano entrò, Giulia mandò un grido e si slanciò nelle sue braccia,

rompendo in pianto.

Finalmente poteva piangere e l’angoscia che la soffocava si mutò in

gioja suprema... Aveva il suo Giuliano fra le braccia, e nessuno,

nessuno al mondo, ormai, avrebbe potuto rapirglielo.

Non una parola, singulti e scoppî di risa.

Giuliano, commosso, respirava a larghi polmoni ne’ capelli bruni di

Giulia il profumo inebbriante; anch’egli era felice, anch’egli in

quell’istante di delizia infinita era muto, e serrava forsennato alla

vita l’elegante, flessuosa personcina dell’amante, come se avesse

voluto spezzarla nell’abbraccio furente.

Una vecchia dama inglese, che inavvertita stava nella penombra,

in fondo del salone, a quell’amplesso un po’ troppo espansivo e

sconveniente in quel luogo, sorse scandalizzata... Pensando poi che in

quella sala pubblica, dalle porte vetrate semiaperte tanta affettuosa

espansione non poteva essere che legalizzata e santificata, sorrise

compiacente a tanto affetto ed uscì tossendo per avvertire gli sposi,

incontratisi certamente dopo lunga separazione, della sua presenza...

Uscì senza pur mormorare il minimo _shocking_, pensando invece:

— Quanto sanno amarsi gli italiani!

E riguardò benevola, chiudendo con fracasso la porta, secondo

avvertimento a Giuliano, che si svincolò, susurrando nell’orecchio di

Giulia:

— C’è gente che ci osserva.

— Che m’importa? disse Giulia. Ti amo!... Non partirai. Non è vero che

non partirai?

— No! no, non partirò... A te, per te, con te, oggi e sempre!

Perdonami, ero tanto infelice!

— Se ti perdono! Ho sofferto, sai, ho sofferto l’inferno... Ma ti

perdono perchè ti amo, perchè, ormai, sono certa del tuo amore.

Ed abbracciò nuovamente l’amico, mormorando:

— Sempre!

*

* *

Quando Giuliano bussò all’uscio della camera di Ettore, nessuno rispose.

Questi credendo che il compagno fosse nel salotto attiguo, aperse

senz’altro l’uscio e con sorpresa vide l’amico curvato sul letto, il

volto nascosto nel guanciale, il capo fra le mani, atteggiamento da

disperato.

— Ettore! Ettore! gridò Giuliano allarmato... Che hai?

Ettore si rizzò sorpreso, la fisionomia sconvolta, contraffatta come da

una grande sofferenza fisica.

— Chi è là! urlò, senza riconoscere Giuliano. Dopo un istante:

— Ah, sei tu?

— Ettore, che hai? Tu sei malato?

Questi, rimettendosi:

— No! non è nulla... Un capogiro. Ora tutto è passato... La fatica

di questi giorni... Ho scritto troppo... Poi l’imbarco di tutto il

materiale... Non è nulla, ti dico! soggiunse imperiosamente, allo

scuotere del capo di Giuliano in atto di incredulità.

Poi per divergere il discorso:

— Hai tutto preparato? Ci imbarcheremo stasera alle 8. Il vapore

salperà alle 10.

Giuliano non rispose; non sapeva come avvertire l’amico della sua nuova

decisione... Stette titubante...

— Dei nuovi dubbî? Nuove indecisioni?

— Sì... Giulia è arrivata; impossibile partire.

— Giulia arrivata? Impossibile partire? Ma ci pensi? Le tue promesse? I

tuoi propositi? L’annunzio del tuo viaggio?

— Non insistere... Ti dico, che è impossibile...

— Impossibile? È necessario! urlò Ettore sdegnato, percotendo col pugno

lo scrittojo al quale si era appoggiato. Miserabile! saresti capace

anche di questa viltà? Che si dirà di te? Sarai il ridicolo di Roma,

come già per poco non ne fosti il ludibrio.

Giuliano non rispose, il furore dell’amico era giustificato, lo

sentiva; ma sentiva pure che di distaccarsi nuovamente dalla marchesa

non aveva il coraggio...

Si ritirò dicendo una menzogna:

— Hai ragione, ci penserò, vedrò di persuaderla...

*

* *

A sera, quando Ruggeri si recava all’Immacolatella per imbarcarsi,

Giuliano viaggiava per Roma coll’amica...

Quest’ultimo abbandono rattristò profondamente Ruggeri, già tanto

infelice. Partiva colla disperazione in cuore.

Il giorno innanzi, mentre affaccendato nella sua camera d’albergo stava

facendo gli ultimi preparativi al lungo viaggio, il fattorino gli aveva

portato un pacco postale recante il timbro di Miralto.

Indicibile l’emozione provata pensando fossero le sue lettere

rinviategli da Stella.

Non osava aprirlo, il coraggio gli veniva meno. Aveva troppo sofferto,

troppo soffriva.

Presa una decisione eroica, l’aperse. Le sue lettere infatti ed un

involto in un fazzoletto bianco di seta allacciato da un nastro nero.

Sciolse tremante il nodo.

Un grido di sorpresa, di dolore. Le due lunghe, lussureggianti treccie

brune di Stella, barbaramente recise, ultimo ricordo, ultimo saluto di

suor Maria.

Suor Maria! così era firmata la lettera della fanciulla, lettera

straziante nel laconismo sublime.

Ettore impazziva.

Dapprima, come un senso di gioja nell’egoismo d’amante, nella certezza

che Stella non sarebbe stata d’altri mai, fedele alla promessa, ai

giuramenti; ma la gioja brutale fu soffocata dal rimorso...

— Povera Stella! Sepolta viva in un convento...

E cadde ginocchioni piangendo sulle treccie nere che andava coprendo di

baci.

— È troppo! È troppo!

L’idea del suicidio gli balenò per la prima volta.

— Io morto, essa sarò sciolta da ogni voto; potrà ritornare alla vita,

essere forse felice.

Anche Giuliano l’abbandonava... Troppi, troppi sconforti, troppi

disinganni, troppo dolore. La sua esistenza non aveva più scopo.

*

* *

Il maestoso piroscafo dell’_Orient Line_ navigava veloce

nell’Atlantico. La notte serena, il mare tranquillo, miriadi di stelle

in cielo, scintillante il mare, specchio all’infinito azzurro.

A bordo, silenzio profondo, la respirazione affannosa della macchina,

il friggìo monotono dell’acqua spumeggiante, tagliata dalla prua

acuminata della nave, frullata dal roteare dell’elica, null’altro.

Quando un tonfo ed un grido da poppa:

— Un uomo in mare!

— Un uomo in mare! ripeterono gli uomini di quarto...

L’elica si arrestò come per incanto; i marinaî accorsero solleciti

sbucando dai boccaporti di prua, a guisa di ombre da’ sepolcri

scoperchiati.

Le imbarcazioni furono calate, per due ore una ricerca affannosa, senza

risultato.

Ettore non era più... Degna tomba l’oceano all’immensità del suo dolore.

*

* *

L’inchiesta di bordo appurò che il suicida si era a notte recato in

macchina ed aveva gettato alle fiamme un fascio di carte. Le sue, le

lettere di Stella.

Lasciava un piego per il deputato Lastri. In quel piego una lunga

lettera alla contessa Sicuri, madre adottiva di Stella; l’ardente

preghiera di strapparla al chiostro.

*

* *

Un poscritto diceva: «Le lettere alle fiamme; le care treccie della mia

Stella adorata, con me nelle profondità dell’Atlantico.»

Alla notizia del triste dramma il commendator Cerasi ebbe una lacrima.

Fenomeno incredibile di sensibilità nel lungo funzionario.

Parlando poi del ritorno di Giuliano alla contessa Marcellin, esclamò:

— Volevamo farne un uomo di Stato e non abbiamo fatto che un Monsieur

Alphonse...

«Prima di creare dei deputati, in avvenire, mi garantirò ben bene del

colore dei loro occhi.

«Quegli occhî blu furono fatali!

L'onorevole · 第 36 / 39 题