In mare!
La marchesa Giulia giungeva da Parigi alla stazione Termini di
Roma alle 7 del mattino. Quanto le eran sembrati lunghi i dodici
giorni d’assenza, e quale supplizio le trentacinque ore del viaggio,
nell’ansia, nell’impazienza di arrivare. La velocità vertiginosa del
treno direttissimo, lentezza da tartaruga. Avrebbe voluto aver l’ali
per giungere più presto.
I presentimenti neri che l’avevano accompagnata da Roma a Parigi, ormai
erano giustificati. Da sei giorni non aveva ricevuto un solo saluto di
Giuliano, non una risposta ai telegrammi, alle lettere innamorate; da
sei giorni, ora per ora, senza interruzione inviati.
Che era mai avvenuto? La contessa Marcellin, interpellata urgentemente,
non aveva saputo telegrafarle altro che Giuliano s’era assentato da
Roma, assenza certamente breve, perchè non le aveva neppur fatta la
visita doverosa di congedo. Prima della partenza da Parigi, Giulia
aveva prevenuto l’amico dell’ora dell’arrivo; aveva ritelegrafato da
Modane, da Torino; ritenevasi certa di incontrarlo alla stazione.
Quale disinganno quando, affacciatasi ansiosa allo sportello dello
_sleeping-car_, non scorse fra gli aspettanti sotto la tettoja nessun
volto amico: solo il domestico gallonato, che premurosamente le si fece
incontro per ajutarla a scendere, a raccogliere il bagaglio.
— Il conte Sicuri?
Il domestico, meravigliato, atteggiò la fisionomia ad interrogante.
— È forse nuovamente ammalato?
— Non lo so, signora marchesa... Qui alla stazione non l’ho veduto.
Ricordando la manìa di Ruggeri e le di lui immancabili visite mattutine
alla stazione, Giulia sperò vederlo... Ruggeri quel mattino era venuto
meno alle sue abitudini.. I viaggiatori eran già tutti usciti... Ormai
vana l’attesa.
Salendo in carrozza, la marchesa diè ordine di fermarsi alla vicina
abitazione del conte.
Era là che la più triste sorpresa aspettava l’infelice Giulia.
La marchesa scese dalla carrozza precipitosamente, e rivoltasi al
portiere intento a scopare, che riconosciutala si era messo alla
posizione militare:
— Il conte Sicuri?
— Il conte Sicuri, signora marchesa? Non lo sa? Non abita più qui.
— Non abita più qui? ripetè atterrita la giovine donna.
Con voce strozzata dall’emozione soggiunse:
— Dove è andato ad abitare?
— Partito!...
E le additò un cartello affisso all’ingresso del portone col
tradizionale _Est locanda_.
— Partito?
Si sentiva morire, le gambe non la reggevano, dovette aggrapparsi alla
rampa della scala... La vertigine. Un singhiozzo le uscì dal petto:
— Partito!
Con uno sforzo sovrumano tentò dominare l’emozione, per chiedere, per
informarsi, per sapere, sapere tutto; ma impossibile... Il portiere,
che sospettò la tempesta agitantesi nel cuore della signora, le offerse
una seggiola e la invitò a sedersi dietro il suo casotto vetrato,
affinchè i passanti non potessero vederla.
— Si sieda, eccellenza... Se avessi saputo, non le avrei detto...
Scusi... Ma io credevo... Ora si tranquillizzi...
Essa lo guardava supplichevole; sentiva che se avesse pronunziata
una parola sarebbe scoppiata in pianto, e invitavalo a parlare collo
sguardo.
— Il signor conte è sloggiato dieci giorni fa, in fretta e furia;
i mobili furono imballati e spediti non so dove... Ho ordine di
mandare alla Camera tutta la corrispondenza, i giornali che arrivano
all’indirizzo del signor conte.
«Veda, ve ne sono qui due, di telegrammi, l’uno arrivò jersera, l’altro
stanotte...
E presentava a Giulia i due dispacci.
Questa, ancor prima che il portiere potesse opporsi, lacerò la parte
ingommata del piego, impaziente di saper di più; nella speranza di aver
indizî, qualche indicazione, l’aperse e lesse:
«Giungerò domattina 7.34... attendimi stazione...»
«GIULIA.»
Ironia feroce! Gettò il foglio e stette muta, annichilita, incerta
sulla decisione da prendere, incapace di una risoluzione; le lacrime le
rigavano il volto; non potendo singhiozzare si sentiva soffocare.
— Partito! Fuggito! Certamente a Miralto! Povera me!
Al pensiero di essere abbandonata da Giuliano, non si era mai
soffermata. Negli impeti più acuti di gelosia aveva bensì, qualche
volta, momenti di rimorso, di dubbio, di scoraggiamento, intraveduto
il pericolo della venuta in Roma della contessa Sicuri, pericolo
possibile, non probabile ormai, e Giulia nella coscienza del fascino
su Giuliano si tranquillava, certa del predominio sulla rivale... pur
ribellandosi all’idea: del _partage_... Avrebbe lottato, avrebbe vinto!
Ora, non lotta possibile, il tradimento, l’abbandono!
— Non mi ha amata mai... Bastarono sei giorni... Che dico! due giorni
d’assenza, e mi fuggiva coll’inganno... La sua ultima lettera era tutta
amore. Presentimenti tristi... Ma quando si ama, chi non è turbato al
pensiero dell’avvenire? I presentimenti suoi erano menzogne... Partirò
per Miralto! L’ho a me richiamato una volta, perchè non ora?
E l’orgoglio offeso di Giulia protestava.
— Mendicare nuovamente amore, mentre egli, il miserabile, rifugge da
me? La vendetta!
«Quale vendetta? se io l’amo, l’amo come una misera pazza?
Una risoluzione! Asciugato il pianto, risalì in carrozza.
— Alla Camera dei deputati!
Alla posta della Camera avrebbe avuto l’indirizzo di Giuliano... E
l’ebbe. Non Miralto. Napoli, _Hôtel Royal des Étrangers!_
Un raggio di gioja, di speranza, balenò nella mente ottenebrata della
marchesa.
— Napoli! Dunque non mi ha abbandonata per la contessa... Napoli! A che
fare a Napoli? Ah!
«Indovino tutto... Per partire con Ruggeri... Partire! La vedremo,
signor Ruggeri! Non mi fa paura! Se non fossi più in tempo?.... Se
fossero partiti?
Risalendo in carrozza, lanciò al cocchiere l’ordine:
— Alla stazione! presto! presto! Alla carriera, urlò la marchesa al
cocchiere che non era partito abbastanza sollecito.
— Per Napoli? Il treno per Napoli, chiese Giulia febbricitante
all’inserviente ferroviario.
— Ora! signora. Solleciti; alle 8.20... Fra dieci minuti, soggiunse
dopo aver data un’occhiata all’orologio.
Il domestico riconsegnò il bagaglio ai facchini, e per ordine della
signora che le porse un biglietto da cento si affrettò allo sportello
— Un primo Napoli.
Dopo dieci minuti il treno partiva, troppo lento per Giulia, torturata
dagli spasimi dell’impazienza.
*
* *
A sera, quando giunse la cameriera di Giulia, partita da Parigi col
grosso bagaglio nel treno successivo a quello preso dalla sua signora,
a sera la cameriera, riferendo alla contessa Marcellin, inquieta di non
aver veduta la nipote, sorpresa dal nuovo viaggio da essa intrapreso,
diceva:
— Ah, contessa, la mia signora è impazzita! Avevo ordine di
raggiungerla a Torino, ove mi avrebbe aspettata, e non vi si è neppure
fermata... Giungo a Roma, ed è ripartita.
— Per quell’imbecille, pensò la contessa, punta da rimorso. La colpa è
mia! Maledetta la sera che ho fatto licenziare la carrozza di Giulia.
Chi poteva sapere che si sarebbero tanto presto combinati, e che la
loro relazione avrebbe presa la piega tragica che quella matta di
Giulia le ha data? Volevo farne un sottosegretario di Stato, invece ho
appioppato a Giulia un fallito.
Nella più grande inquietudine scrisse al commendatore Cerasi, perchè
mettesse la polizia di Napoli in moto e le mandasse notizie della sua
Giulia.
*
* *
Destino? Fatalità? Provvidenza? Se la marchesa Giulia si fosse
arrestata a Torino per attendervi la cameriera come era stato suo primo
pensiero, sarebbe giunta a Napoli troppo tardi, e l’epilogo di questo
triste racconto sarebbe stato tutt’altro. Il piroscafo della _Orient
Line_ salpato per Plymouth-Londra e la marchesa, novella Didone,
avrebbe invano richiamato l’amico attraverso la immensità dell’oceano.
Giulia giunse all’_Hôtel des Étrangers_ in uno stato indescrivibile...
Pazza, veramente pazza...
— Il conte Sicuri?
— È in casa...
— Il numero della sua camera?...
— Se la signora desidera vederlo, dovrà avere la pazienza di attenderlo
in sala di ricevimento.
— Come vorrete... Aspetterò, ma chiamatelo subito.
— Chi devo annunciare?
— Inutile il nome. Dite che una signora l’attende per cosa urgente.
Condotta alla sala di ricevimento, le forze, che nel parossismo
l’avevano sostenuta, vennero meno... Cadde più che non si sedesse su
d’un divano, in preda ai dubbî più atroci...
— Se Giuliano fosse sordo alle mie preghiere! Se resistesse? Se la
decisione fosse irrevocabile... Oh misera me! Misera me! La vendetta? E
come? Ucciderlo, suicidarmi poi...
Giuliano entrò, Giulia mandò un grido e si slanciò nelle sue braccia,
rompendo in pianto.
Finalmente poteva piangere e l’angoscia che la soffocava si mutò in
gioja suprema... Aveva il suo Giuliano fra le braccia, e nessuno,
nessuno al mondo, ormai, avrebbe potuto rapirglielo.
Non una parola, singulti e scoppî di risa.
Giuliano, commosso, respirava a larghi polmoni ne’ capelli bruni di
Giulia il profumo inebbriante; anch’egli era felice, anch’egli in
quell’istante di delizia infinita era muto, e serrava forsennato alla
vita l’elegante, flessuosa personcina dell’amante, come se avesse
voluto spezzarla nell’abbraccio furente.
Una vecchia dama inglese, che inavvertita stava nella penombra,
in fondo del salone, a quell’amplesso un po’ troppo espansivo e
sconveniente in quel luogo, sorse scandalizzata... Pensando poi che in
quella sala pubblica, dalle porte vetrate semiaperte tanta affettuosa
espansione non poteva essere che legalizzata e santificata, sorrise
compiacente a tanto affetto ed uscì tossendo per avvertire gli sposi,
incontratisi certamente dopo lunga separazione, della sua presenza...
Uscì senza pur mormorare il minimo _shocking_, pensando invece:
— Quanto sanno amarsi gli italiani!
E riguardò benevola, chiudendo con fracasso la porta, secondo
avvertimento a Giuliano, che si svincolò, susurrando nell’orecchio di
Giulia:
— C’è gente che ci osserva.
— Che m’importa? disse Giulia. Ti amo!... Non partirai. Non è vero che
non partirai?
— No! no, non partirò... A te, per te, con te, oggi e sempre!
Perdonami, ero tanto infelice!
— Se ti perdono! Ho sofferto, sai, ho sofferto l’inferno... Ma ti
perdono perchè ti amo, perchè, ormai, sono certa del tuo amore.
Ed abbracciò nuovamente l’amico, mormorando:
— Sempre!
*
* *
Quando Giuliano bussò all’uscio della camera di Ettore, nessuno rispose.
Questi credendo che il compagno fosse nel salotto attiguo, aperse
senz’altro l’uscio e con sorpresa vide l’amico curvato sul letto, il
volto nascosto nel guanciale, il capo fra le mani, atteggiamento da
disperato.
— Ettore! Ettore! gridò Giuliano allarmato... Che hai?
Ettore si rizzò sorpreso, la fisionomia sconvolta, contraffatta come da
una grande sofferenza fisica.
— Chi è là! urlò, senza riconoscere Giuliano. Dopo un istante:
— Ah, sei tu?
— Ettore, che hai? Tu sei malato?
Questi, rimettendosi:
— No! non è nulla... Un capogiro. Ora tutto è passato... La fatica
di questi giorni... Ho scritto troppo... Poi l’imbarco di tutto il
materiale... Non è nulla, ti dico! soggiunse imperiosamente, allo
scuotere del capo di Giuliano in atto di incredulità.
Poi per divergere il discorso:
— Hai tutto preparato? Ci imbarcheremo stasera alle 8. Il vapore
salperà alle 10.
Giuliano non rispose; non sapeva come avvertire l’amico della sua nuova
decisione... Stette titubante...
— Dei nuovi dubbî? Nuove indecisioni?
— Sì... Giulia è arrivata; impossibile partire.
— Giulia arrivata? Impossibile partire? Ma ci pensi? Le tue promesse? I
tuoi propositi? L’annunzio del tuo viaggio?
— Non insistere... Ti dico, che è impossibile...
— Impossibile? È necessario! urlò Ettore sdegnato, percotendo col pugno
lo scrittojo al quale si era appoggiato. Miserabile! saresti capace
anche di questa viltà? Che si dirà di te? Sarai il ridicolo di Roma,
come già per poco non ne fosti il ludibrio.
Giuliano non rispose, il furore dell’amico era giustificato, lo
sentiva; ma sentiva pure che di distaccarsi nuovamente dalla marchesa
non aveva il coraggio...
Si ritirò dicendo una menzogna:
— Hai ragione, ci penserò, vedrò di persuaderla...
*
* *
A sera, quando Ruggeri si recava all’Immacolatella per imbarcarsi,
Giuliano viaggiava per Roma coll’amica...
Quest’ultimo abbandono rattristò profondamente Ruggeri, già tanto
infelice. Partiva colla disperazione in cuore.
Il giorno innanzi, mentre affaccendato nella sua camera d’albergo stava
facendo gli ultimi preparativi al lungo viaggio, il fattorino gli aveva
portato un pacco postale recante il timbro di Miralto.
Indicibile l’emozione provata pensando fossero le sue lettere
rinviategli da Stella.
Non osava aprirlo, il coraggio gli veniva meno. Aveva troppo sofferto,
troppo soffriva.
Presa una decisione eroica, l’aperse. Le sue lettere infatti ed un
involto in un fazzoletto bianco di seta allacciato da un nastro nero.
Sciolse tremante il nodo.
Un grido di sorpresa, di dolore. Le due lunghe, lussureggianti treccie
brune di Stella, barbaramente recise, ultimo ricordo, ultimo saluto di
suor Maria.
Suor Maria! così era firmata la lettera della fanciulla, lettera
straziante nel laconismo sublime.
Ettore impazziva.
Dapprima, come un senso di gioja nell’egoismo d’amante, nella certezza
che Stella non sarebbe stata d’altri mai, fedele alla promessa, ai
giuramenti; ma la gioja brutale fu soffocata dal rimorso...
— Povera Stella! Sepolta viva in un convento...
E cadde ginocchioni piangendo sulle treccie nere che andava coprendo di
baci.
— È troppo! È troppo!
L’idea del suicidio gli balenò per la prima volta.
— Io morto, essa sarò sciolta da ogni voto; potrà ritornare alla vita,
essere forse felice.
Anche Giuliano l’abbandonava... Troppi, troppi sconforti, troppi
disinganni, troppo dolore. La sua esistenza non aveva più scopo.
*
* *
Il maestoso piroscafo dell’_Orient Line_ navigava veloce
nell’Atlantico. La notte serena, il mare tranquillo, miriadi di stelle
in cielo, scintillante il mare, specchio all’infinito azzurro.
A bordo, silenzio profondo, la respirazione affannosa della macchina,
il friggìo monotono dell’acqua spumeggiante, tagliata dalla prua
acuminata della nave, frullata dal roteare dell’elica, null’altro.
Quando un tonfo ed un grido da poppa:
— Un uomo in mare!
— Un uomo in mare! ripeterono gli uomini di quarto...
L’elica si arrestò come per incanto; i marinaî accorsero solleciti
sbucando dai boccaporti di prua, a guisa di ombre da’ sepolcri
scoperchiati.
Le imbarcazioni furono calate, per due ore una ricerca affannosa, senza
risultato.
Ettore non era più... Degna tomba l’oceano all’immensità del suo dolore.
*
* *
L’inchiesta di bordo appurò che il suicida si era a notte recato in
macchina ed aveva gettato alle fiamme un fascio di carte. Le sue, le
lettere di Stella.
Lasciava un piego per il deputato Lastri. In quel piego una lunga
lettera alla contessa Sicuri, madre adottiva di Stella; l’ardente
preghiera di strapparla al chiostro.
*
* *
Un poscritto diceva: «Le lettere alle fiamme; le care treccie della mia
Stella adorata, con me nelle profondità dell’Atlantico.»
Alla notizia del triste dramma il commendator Cerasi ebbe una lacrima.
Fenomeno incredibile di sensibilità nel lungo funzionario.
Parlando poi del ritorno di Giuliano alla contessa Marcellin, esclamò:
— Volevamo farne un uomo di Stato e non abbiamo fatto che un Monsieur
Alphonse...
«Prima di creare dei deputati, in avvenire, mi garantirò ben bene del
colore dei loro occhi.
«Quegli occhî blu furono fatali!