La bufera.
La discussione dell’interpellanza bancaria si protrasse tre giorni, fra
i tumulti di un’assemblea sovraeccitata al parossismo. Alle passioni
politiche di partito si aggiungevano interessi personali, di attacco,
di difesa.
Vendette elettorali, rivincite, sfide latenti per inveterate
inimicizie; antipatie in lotta, rappresaglie di abbandoni, di
diserzioni e tradimenti.
Ed ancor più appassionante la manìa dello scandalo, malattia
inguaribile, ereditata colla condanna ai lavori forzati ed a morire,
dai nostri genitori per il primo fallo di Eva.
Le passioni che agitavano la Camera si erano propagate sui fili
telegrafici per l’Italia intiera. I giornali non si occupavano d’altro,
riboccanti di particolari sulle sedute parlamentari, di rivelazioni, di
accuse.
Il sentimento di moralità di un popolo intiero era in rivolta; la
curiosità, curiosità febbrile, si associava allo sdegno.
— I nomi! I nomi dei concussionarî! si gridava da ogni parte... I
colpevoli alla berlina!
Il Governo, sostenuto da una maggioranza formidabile, si opponeva
recisamente alla domanda di una inchiesta parlamentare; ma l’opinione
pubblica lo travolgeva. La difesa era ostinata, pure ad ogni attacco
dell’opposizione perdeva terreno. Tutte le arti di seduzione, tutti
gli strattagemmi parlamentari furono esauriti. Dovunque si voleva
la luce... I fogli degli scribi stipendiati, l’_Ordine_ dell’onesto
Ferretti, il _Parlamentare_ del gentiluomo Mosaici, in testa, invano
proclamavano carità di patria, nell’intento di sopire lo scandalo,
onde salvare all’estero l’onor nazionale, quasi che potesse essere
compromesso da pochi individui, qualunque sia la loro posizione sociale
e politica.
Asserragliato nell’ultimo riparo, il presidente del Consiglio capitolò,
promettendo un’inchiesta governativa. La maggioranza l’accettò.
Il Governo sperava, sottraendosi al controllo parlamentare, assopire
fatti inoppugnabili compromettenti tutti i poteri dello Stato; ma alle
prime indagini dell’inchiesta, le risultanze apparvero talmente enormi,
che l’intervento dell’autorità giudiziaria fu inevitabile.
Il minuto del terrore!... Un direttore di banca fu arrestato per
l’appropriazione indebita di due milioni, dei quali non sapeva render
conto... La voce si propagò di incredibili brogli all’Istituto Romano
per più di trenta milioni di lire. Tutte le voci le più pessimiste si
avveravano. L’opposizione trionfava.
Un mattino, Roma, attonita, vide sfilare per le sue vie un lungo corteo
di carrozze, guardate da un nugolo di guardie e carabinieri, dirette
alle carceri di oltre Tevere... a Regina Cœli... Direttore, cassiere,
alcuni impiegati, perfino l’elegante banchiere Michelini, alcuni
funzionari dello Stato componevano il triste convoglio... E la folla
crudele ad insultare gli arrestati, in attesa del turno dei ministri,
dei senatori, dei deputati ritenuti complici.
L’ora pareva vicina... Nelle carte degli arrestati compromissioni
insospettabili. Correva voce di domande del procuratore generale
alla Camera per autorizzazione a procedere contro alcuni deputati;
affermavasi che il Senato stava costituendosi in Alta Corte di
giustizia, per giudicare alcuni de’ suoi membri accusati.
La febbre dello scandalo, della pubblica curiosità, al delirio.
Dai banchi della Camera partivano accuse e denunzie formali, ed i
gabinetti dei giudici istruttori si erano trasformati in bocca di
leone, ufficî di informazioni, vere e false, per la stampa assetata
di notizie. Ogni _reporter_ faceva bottino di nomi e di documenti onde
metterli a disposizione del proprio giornale, il quale, a seconda del
partito politico, delle sue attinenze e delle influenze, ne usava
a proposito ed a sproposito. Miscela di verità e di calunnie, di
esagerazioni e di pietose o interessate soppressioni. La confusione
degli innocenti ai colpevoli giovava al Governo, che frattanto
sopprimeva nomi, sottraeva documenti, a beneficio de’ suoi, o per
ricattare gli avversari più temibili, col silenzio momentaneo, forte
della minaccia di rivelazioni successive...
Giuliano, il quale, assestati i suoi affari coll’Istituto Romano,
munito della dichiarazione del saldo completo d’ogni suo conto col
detto Istituto, si credeva ormai al sicuro da ogni accusa, vedeva
invece ogni giorno il proprio nome correre su per i giornali, con
quelli dei più compromessi fra i malfattori politici.
Nelle liste, astutamente divulgate dai magistrati, il suo nome
compariva pur sempre fra i debitori... Una sua dichiarazione formale,
stampata sull’_Ordine_ e sul _Parlamentare_, non servì. Ormai lo si
accusava di aver offerti servigi politici al direttore dell’Istituto,
e lo si additava come uno fra quelli contro cui l’autorità giudiziaria
avrebbe proceduto.
Giorni terribili quelli, di umiliazioni, di agitazioni, di terrori...
Ruggeri nell’ora triste era ritornato, e Lastri non abbandonava il
giovane amico.
Ma, pur troppo, l’autorità giudiziaria nelle lettere di pura cortesia
dell’on. Sicuri si ostinava a trovare un reato... L’intervento
dell’onorevole Lastri non aveva servito... Le vittime si volevano,
per poter salvare i rei influenti, altolocati, potenti... L’opinione
pubblica era assetata di riparazioni, di soddisfazioni... Nel 93 la
ghigliottina, ora la morte civile.
La marchesa Giulia, vera eroina, per salvare l’amante aveva messo in
gioco tutte le influenze della contessa Marcellin, non risparmiandosi
per proprio conto.
Avvocato difensore irresistibile per la bellezza affascinante, il
casato illustre, le ricchezze, era corsa per tutti i ministeri, aveva
perorato presso tutti gli alti magistrati, aveva bussato a tutte
le porte di personaggi politici, non chiedendo grazia, invocando
giustizia.
Giuliano, incapace alla lotta, si era ripiegato su sè stesso, chiudendo
gli occhî, come i bambini per non veder la folgore, turandosi gli
orecchî, impaurito dal fragore del tuono.
Spinto alla Camera dalla volontà di Ruggeri, alla quale non sapeva
resistere, sotto la rispettata protezione dell’onorevole Lastri,
occupava ogni giorno il proprio banco di deputato, nell’atteggiamento
di colpevole piuttosto che di innocente.
In quel mattino correva voce che alla presidenza fossero giunte le
domande a procedere contro alcuni deputati.
Giuliano, pallido come cadavere, stava assiso al suo banco, straziato
dal dubbio d’essere compreso fra gli accusati... Gli sembrava che
tutti gli sguardi fossero rivolti su di lui. Per nascondere il proprio
turbamento fingeva scrivere, ma in realtà non tracciava che parole
senza senso... Non udì una sillaba della lettura del verbale, gli
pareva sognare... il sogno tormentoso della notte del suo primo viaggio
di deputato da Miralto, la stessa visione, le risa ed i cachinni dei
colleghi, che lo beffeggiavano, la stessa apparizione; là in alto, come
in una nube, Adele e il suo bimbo!...
La carta su cui la mano inconsciente tracciava i caratteri era bagnata
di lacrime...
L’onorevole Boemi, brav’uomo, vicino di banco a Giuliano... a
susurrargli all’orecchio:
— Coraggio, Sicuri... Tutti ti rendono giustizia... Via! Sii uomo!
Giuliano, richiamato alla realtà, si asciugò frettolosamente gli occhi,
serrando riconoscente la mano al collega...
Un silenzio di tomba s’era fatto nell’aula affollata... I deputati,
scesi nell’emiciclo, all’invito del presidente ritornavano ai
loro posti, compresi della gravità della situazione sentendo tutta
l’importanza delle comunicazioni preannunziate.
Le tribune erano gremite. Pure sarebbesi detto che gli spettatori
rattenessero il respiro per meglio udire, tant’era il silenzio.
Spettacolo imponente, solenne, emozionante quanto quello di una
degradazione militare.
Un colpo di campanello, ed il presidente annunziò essergli pervenuta,
inviata dall’autorità giudiziaria, la domanda di autorizzazione a
procedere contro un deputato.
La comunicazione era aspettata, pure un bisbiglio si sollevò
dall’assemblea, bisbiglio subito represso dagli zittìi universali e da
un rintocco del campanello. Udite! Udite!
Per nessuna catastrofe di dramma, a nessuna Corte d’Assise,
nell’imminenza del verdetto, l’ansiosa aspettazione del pubblico fu
maggiormente tesa.
La lettera del procuratore del re al presidente della Camera
particolareggiava minutamente le prime indagini della giustizia dopo
l’arresto degli imputati appartenenti all’Istituto Romano e complici.
Dalle deposizioni degli accusati, dai documenti sequestrati appariva
che ingenti somme di danaro furono spese dall’Istituto nell’intento
di ottenere l’approvazione della «legge per la proroga del privilegio
della emissione dei biglietti di banca», legge dal Parlamento votata
infatti.
Giuliano, ricordando di aver appunto scritto qualche cosa in proposito
al direttore dell’Istituto, non dubitava più di essere compreso fra
gli accusati; si sentiva morire, avrebbe voluto essere cento metri
sotterra.
Nella tensione d’animo in cui si trovava, tanto apparsagli chiara la
propria compromissione, sarebbe svenuto, se, in quel mentre, un usciere
non gli avesse recato una lettera dai noti caratteri... L’aperse e, con
difficoltà per la vista ottenebrata, potè decifrare:
«_Giuliano_,
«Ritorno ora dall’ufficio del procuratore generale. Nessuna accusa
contro di te.
«L’inchiesta trovò regolarissimi i tuoi conti... Le tue lettere
inconcludenti... Salvo! Ed io, nella felice certezza, ti amo ancor
più.
«GIULIA.»
L’onorevole Sicuri non credette a’ suoi occhî... Rilesse nuovamente
per convincersi di non aver errato... Alzò lo sguardo alla tribuna
della presidenza, come per aver un’affermazione di quella notizia che
poteva essere una pietosa bugia; riconobbe l’amica, indovinò il di
lei sorriso... Giulia salutava scuotendo leggermente il fazzoletto,
raggiante di gioja.
La lettura del presidente continuava nel più profondo silenzio, appena
turbato tratto tratto da qualche bisbiglio... Il nome del deputato
accusato, De Respi, era stato pronunziato, e il documento assumeva il
carattere d’una fiera requisitoria, che non doveva essere l’ultima,
perchè il magistrato preannunziava nuove procedure contro altri
deputati.
Gli articoli invocati del Codice penale erano il 168, il 63, il 171, il
172 ed il 204; ognuno dei quali comminava più anni di carcere.
Come un brivido di terrore, forse di pietà, corse per l’assemblea.
Impressione profonda, terribile.
Terminata la lettura, i banchi, le gallerie si spopolarono.
Scena indimenticabile... Il deputato De Respi, il colpito dall’accusa
giudiziaria, era rimasto solo al suo banco, in atteggiamento in
apparenza impassibile, quasi sorridente. Si alzò, con mano ferma
raccolse le carte, e fattone un plico, che mise sotto braccio, si
dispose ad uscire. Ristette; nella di lui mente d’artista balenò
forse un ricordo, come al narratore, che assisteva dalle tribune
pubbliche a quel dramma: il plotone di fucilazione del maresciallo
Ney, rappresentato dal pennello di Gérome... I soldati guidati da
un’ufficiale, i quali, ad eccidio compiuto, se ne vanno riguardando
con pietà paurosa la vittima inanimata, stesa al suolo bocconi. Così
gli onorevoli, uscenti a frotte dall’aula, si volgevano al colpito
dalla morte civile con sguardo pietoso ed impaurito... La solennità
dell’esecuzione li aveva commossi.
Nessuno dubitava della di lui reità, per il rapido patrimonio
ammassato, per la nomea di audace affarista; ma il collega così ucciso
dalla spada della giustizia, che lo coglieva al sommo della popolarità,
alla vigilia di afferrare l’ambito portafogli, era sì miseranda
catastrofe, che atterriva... I complici suoi, minacciati anch’essi dal
rigido magistrato, s’eran dileguati esterrefatti.
L’onorevole De Respi ristette e, portata una mano al cuore, come per
uno spasimo improvviso, ricadde a sedere. Un coraggioso collega accorse
a lui, l’esempio fu imitato da altri e, l’infelice, nell’ora fatale
dell’espiazione, ebbe il conforto della generosa pietà anche di qualche
avversario.
Di tutto ciò nulla aveva notato Giuliano, che, abbandonata l’aula,
saliva alla tribuna della presidenza, onde ringraziare Giulia, ed
effondere tutta la riconoscenza per l’amica devota, tutta la gioja per
lo scampato pericolo.
L’emozione aveva spezzata la debole fibra. La lieta notizia, giuntagli
tanto improvvisamente, il repentino passaggio dai dubbî accascianti
alla consolante certezza della propria innocenza riconosciuta, avevan
potuto più del supplizio sì lungamente durato; quando fu al limitare
della tribuna, non resse e svenne stramazzando a terra, mal sostenuto
dall’usciere, che, vedendolo barcollare, gli era accorso in ajuto.
Dai pochi presenti nel corridojo fu scambiato per il deputato De
Respi... l’accusato.
La marchesa Giulia gli prestò le prime cure nell’appartamento della
presidenza. Appena potè reggersi, Giuliano, ospitato nella carrozza
della marchesa, fu ricondotto al di lui appartamento, preceduto da
Ruggeri, avvertito dell’accaduto.
Divorato dalla febbre, fu posto a letto delirante. Febbre cerebrale,
avea dichiarato il medico, sollecitamente chiamato.
Al capezzale, silenziosi, Giulia ed Ettore, che, avversarî fra loro,
dall’amicizia e dall’amore erano stati riuniti nella stessa opera di
carità. Entrambi testimonî dei vaneggiamenti del povero naufrago, da
entrambi, con affetto sì diverso, egualmente amato.
Dei due afflitti, in quei momenti di ansia, sarebbe stata Giulia la più
infelice, non udendo mai il proprio nome pronunziato dal febbricitante,
il quale nel delirio non invocava che Adele; più infelice sarebbe
stata, se Ettore non avesse portato in cuore ben altro tormento.
L’ultimo addio a Stella era stato dato sulla bara della madre.
Ultimo addio, senza speranza di ritorno. La morente aveva ribadito nel
testamento il divieto alla figlia. Per ciò il notajo Invernizzi erasi
mostrato a conoscenza dell’amore di Ettore, che avrebbe già portato
oltre l’oceano la propria disperazione se l’amicizia per Giuliano
non gli avesse imposto di rimanere, guida ed ajuto, nelle disastrose
peripezie.
Dissi avversarî, Giulia ed Ettore... Non per antipatie personali.
Ettore era l’amico della famiglia Sicuri; Giulia l’intrusa, che la
felicità di quella famiglia aveva distrutta.
Giulia istintivamente indovinava tutta l’avversione che Ruggeri doveva
nutrire per lei e lo detestava, protesta perenne contro l’amore di
Giuliano, ad essa perenne rimprovero.
Entrambi al letto del delirante, egualmente solleciti nel soccorrerlo,
non avevan discorso che a monosillabi e sempre per cose attinenti al
loro mandato, alla loro missione di infermieri.
Il medico era ritornato a sera; la febbre era aumentata, il pericolo si
aggravava. Giulia non si era allontanata dal capezzale che alla venuta
del medico; quando se ne fu andato, rientrò nella camera del malato per
chiedere premurosamente notizia del responso della scienza.
— Giuliano è sempre più aggravato; a me incombe l’obbligo di avvertire
la contessa Sicuri... Sarà bene, quindi, ch’ella lasci il posto di
suora a chi ha il dovere ed il diritto di occuparlo.
— Mi scaccia? chiese quasi supplicante Giulia.
— Non lo dica... La parola è dura e non risponde alla verità. Vi sono
esigenze più forti della nostra volontà... Sarà mia cura mandarle
notizie replicatamente ogni giorno. Ella deve comprendere che la
contessa, già abbastanza infelice, non deve incontrarla qui.
Giulia non rispose; non aveva argomento da opporre. Solo argomento il
suo amore, la ragione appunto per cui la di lei presenza in quella casa
diveniva incompatibile. Lo comprese e chinò il capo rassegnata.
— Quando verrà la contessa? chiese, gli occhî pieni di lacrime.
— Non so... Le telegraferò ora... Domani certamente.
— Dunque fino a domani? Acconsente?
— Dovrei dirle di no. Fra poco la notizia della malattia di Giuliano
sarà divulgata... I visitatori affluiranno... Ho data la consegna di
non lasciar passare alcuno, eccezione per l’onorevole Lastri; ma una
indiscrezione dei domestici... Se la contessa venisse a sapere che il
suo posto era preso da lei...
Giulia asciugò gli occhî e lentamente, a ritroso, raccolse i suoi
oggetti sparsi per la camera, il cappello, i guanti, l’ombrellino,
l’enorme portafogli in lampasso antico trapunto, con lentezza, per
ritardare di qualche minuto la sua andata; assestò il cappello davanti
lo specchio. Quando non ebbe altri pretesti a ritardare, posò sul
tavolino da notte del malato una boccetta d’oro da sali, ricordo, della
visita sua, e fattasi incontro a Ruggeri, il quale, ritto, ai piedi del
letto, la considerava commosso, gli porse la piccola mano inguantata:
— Conto sulla sua parola, signor Ruggeri; mi mandi notizie tre o
quattro volte al giorno... E... e, soggiunse, se la contessa non
venisse, mi richiami.
Ettore promise... Giulia, riavvicinatasi al capezzale del caro
malato, inchinatasi graziosamente, depose un lungo bacio sulla fronte
infocata... Il malato si scosse, aperse gli occhî, fissò attonito
Giulia, un sorriso gli sfiorò le labbra, e ricadde nel sopore.
— Mi ha riconosciuta, mormorò ad Ettore raggiante di speranza... Il
medico si è ingannato... Si ricordi! Se non venisse, mi richiami... Il
cuore mi dice che non verrà.
— Impossibile, replicò Ettore.
La marchesa uscì mandando ancora un saluto al suo povero Giuliano.