CAPITOLO XIX.

L’interpellanza.

La segreteria, gli uffici della Presidenza, i singoli deputati erano in

quella mattina assaliti dai richiedenti biglietti per le tribune della

Camera... In via della Missione fin dalle prime ore del mattino la

folla faceva ressa davanti la porta chiusa dell’ingresso alla tribuna

pubblica. Nei pressi di Montecitorio un’animazione insolita per la

grande première parlamentare, che il pubblico intitolava _Il Panamino

italiano_.

Nei corridoî e nelle sale di Montecitorio affluenza straordinaria di

deputati, un affaccendarsi dei moretti ministeriali, ajutanti di campo

del Governo a portare il verbo ai loro colleghi della maggioranza,

gli oppositori a gruppi discutevano il piano di battaglia... Il

deputato Collani, l’eroe del giorno, asserragliato dagli amici,

dispensava le primizie inedite della sua interpellanza... Si facevano

nomi di ministri ed ex ministri, di deputati morti e viventi, di

funzionarî compromessi, si precisavano cifre di somme attinte alla

banca, si susurrava di documenti scandalosi degli onorevoli Tizio,

Cajo, Sempronio, di biglietti dolci di dame più o meno politicanti

e di biglietti di banca in risposta... di prodezze da una parte, di

sfacciate corruzioni dall’altra, i voti non disinteressati, di leggi

votate o soltanto proposte a prezzo fisso.

Mai Montecitorio era stato più animato; ai fatti veri si accoppiavano

fiabe fantastiche, insinuazioni calunniose... Si assicurava che il

Governo si sarebbe opposto all’inchiesta parlamentare, d’altra parte si

prevedeva che ormai l’inchiesta sarebbe stata ineluttabile.

Tutte le passioni, tutte le invidiuzze, le rivalità, gli odî sopiti

sotto la cenere della cortesia di colleganza, levate le maschere,

scoppiavano in accuse formali, in proteste virulente...

La farmacia non funzionava, tutto Montecitorio era farmacia, la

maldicenza aveva invaso il palazzo. La malignità aveva buon gioco;

bastava aver partecipato ad una commissione parlamentare qualunque,

attinente agli interessi, alle riforme bancarie, per essere

sospettati... Si studiavano le fisionomie dei colleghi, tentando

indovinare il loro grado di compromissione. Un pallore insolito, o una

cattiva digestione, un malessere, una preoccupazione qualunque, erano

indizî di colpabilità.

— Guarda come è immusonato il deputato Donadio... Che ci sia anche lui?

— Non c’è caso, è due volte milionario. È l’onest’uomo per eccellenza.

— Lo dicono... Ma io la so lunga de’ fatti suoi... D’altronde è un

affarista... Negozia di vini. E i vinaî non è per la delicatezza che

brillano...

— È produttore; vorresti che se lo bevesse tutto lui?

Ed ogni gruppo aveva la vittima. Gli accusati erano quaranta, i

sospettati duecento. Il nome dell’onorevole Sicuri era su tutte le

labbra. Non valeva la loquela dell’onorevole Lastri a scolparlo...

— Dite un imbecille, sclamava Lastri, non un indelicato, come chiamò

i corrotti l’inchiesta di Firenze per la Regìa... Un imbecille che

s’è divorato e lasciato divorare in borsa un patrimonio, non un

imbroglione. Un ingenuo caduto nelle panie di Ferretti...

— Ferretti, la gran canaglia, scattò a dire un deputato dell’Estrema

Sinistra, è il Governo; Sicuri brogliava dunque col Governo o

colla banca... Un’aggravante di più. D’altronde è stato candidato

governativo, riuscito a forza di corruzioni. Finisce come ha

cominciato...

Lastri non aveva che rispondere; pur troppo tutte le apparenze erano

contro il suo protetto... In quel momento di eccitamenti e di passione,

le difese eran fiato al vento.

Ad un tratto nel baraccone in ebullizione circolò una notizia che mise

al colmo l’effervescenza della rappresentanza nazionale. L’arresto di

Ferretti.

Da prima un senso di incredulità.

L’onnipotente giornalista, la ninfa egeria di tutti i ministri,

l’amico intimo del presidente del Consiglio Bellitti, il sostenitore

fervente del gabinetto, arrestato! Sembrava impossibile!... Per altro

le conferme giungevano da ogni parte, coi più minuti particolari

dell’arresto...

Testimonî oculari affermavano aver vista la carrozza scortata dai

carabinieri dirigersi verso le carceri di Regina Cœli... Ferretti

livido nel fondo del landeau con due delegati ed un capitano dei

carabinieri.

La conferma, accolta con un grido universale di soddisfazione, con un

«era tempo!» su cento bocche, aveva sparso il terrore fra i compromessi

nei brogli bancarî.

Dunque non era vero che il Governo si sarebbe opposto all’inchiesta...

I deputati della maggioranza, ossequenti fino il giorno innanzi al

potente giornalista, applaudivano il Governo a quel colpo d’energia...

— A tempo e in tempo! Non si dirà più che il Gabinetto parteggia per i

compromessi.

La causa vera, il pretesto dell’arresto?

Chi diceva di un colossale ricatto tentato contro il governatore

dell’Istituto Romano, chi di falsi in atti pubblici, altri assicurava

si trattasse di una enorme frode a danno delle finanze pubbliche,

perpetrata d’accordo con alcuni funzionarî... Ragioni di tutti i colori

e per tutti i gusti, che tutte potevano aver ragione, stante la vastità

delle operazioni dolose del direttore dell’_Ordine_...

— La ragione vera, la dirò io, sclamò il deputato d’Estrema:

Al brontolar della bufera

La ciurma è d’impaccio alla galera.

«Il Governo, impaurito della interpellanza che si svolgerà oggi dal

nostro collega Collani, si affretta a liberarsi delle solidarietà

compromettenti. Senza il terrore dal quale è invaso, non avrebbe mai

osato. Troppe complicità lo legavano al Ferretti... Oggi la Camera,

coll’abile colpo, è disarmata.

Al nome di Ferretti si associava quello di Sicuri... Si vociferava

di cambiali false, dal deputato Sicuri avallate... Non eravi nulla di

vero; tuttavia le cambiali, quantunque autentiche, esistevano, e ciò

bastava a confermare la voce.

L’assenza di Giuliano era notata, mentre la maggior parte de’

compromessi, per sviare i sospetti, passeggiavano per i corridoî,

mischiandosi ai gruppi ed allo conversazioni, ostentando una sicurezza

che non era nei loro cuori, nella speranza che l’inchiesta sarebbe

stata respinta, che lo scandalo sarebbe stato seppellito sotto un voto

formale della Camera: lottavano di audacia tentando smentire col loro

contegno le dicerie.

*

* *

Ruggeri, giunto al mattino da Miralto, si era affrettato a recarsi al

palazzo dell’Istituto Romano; gli ufficî erano ancor chiusi per l’ora

mattutina... Anche là una insolita agitazione... L’anticamera del

direttore era affollata di personaggi ufficiali, deputati, senatori,

giornalisti, banchieri ed uomini d’affari d’ogni stampo e condizione...

Ad uno ad uno, come penitenti al confessionale, entravano nel gabinetto

del quasi senatore, del grande finanziere sul cui capo stava per

scatenarsi terribile la tempesta, e n’uscivano lieti o rannuvolati,

frettolosi tutti, come vergognosi della sfilata davanti al pubblico in

attesa, in quell’ora di sospetti, di accuse, di pericoli.

Il sentimento dell’amicizia, in Ruggeri, doveva essere eroico, per

essere rimasto nell’anticamera, fra quel pubblico che si osservava a

vicenda sospettoso, lusingati gli infimi di trovarsi in tanto alta e

rispettabile compagnia.

Il turno suo avrebbe tardato infinitamente, ed il sorriso ironico di un

giornalista, troppo assiduo in quell’anticamera per essere intimidito

o sentirsi umiliato, decise Ettore di rivolgersi ad un usciere per

chiedergli a quale ora si aprissero gli sportelli.

— Perchè, soggiunse a voce alta, io sono venuto non per chiedere, bensì

per pagare... Se il governatore è occupato, conducetemi da un altro

impiegato.

Comprese il giornalista, che quella era la risposta al di lui sorriso?

Probabilmente no; ma negli assembrati l’insolente distinzione fra

postulanti e paganti, sollevò un bisbiglio... Tutti gli sguardi gli

furono addosso, e non benevoli.

L’usciere interpellato aveva risposto:

— Quand’è così, venga con me.

Dal canto suo Ettore, pietoso nella tristezza profonda dell’animo,

per attenuare l’effetto che le sue parole avevano prodotto, prima di

andarsene si rivolse a un gruppo di deputati e di un senatore, per

salutarli personalmente.

All’impiegato dal quale fu condotto spiegò la missione.

Ritirare le cambiali dell’onorevole Sicuri.

— La cassa si apre ora; scenda con me agli sportelli.

Con sorpresa Ruggeri seppe che le cambiali in scadenza per lire

settantacinquemila erano state ritirate il giorno innanzi. Rimanevano

accettazioni per altre lire centoventitremila non ancora scadute.

Ettore pensò che le settantacinquemila lire fossero state versate

da Giuliano, e non insistendo per avere spiegazioni, sollecitò

l’operazione del ritiro delle rimanenti... Volle assistere alla

chiusura di ogni partita, chiedendo per di più una lettera di saldo

completo d’ogni pendenza.

Uscendo respirò...

— L’onore è salvo! Alle accuse risponderanno le date e le cifre.

Ettore si ingannava. In quell’ora di sospetti, di recriminazioni, di

vendette, non bastava aver saldato i proprî conti coll’Istituto Romano;

il fatto solo, per un uomo politico, di aver avuto affari con quello

stabilimento d’emissione, sentiva di broglio, diventava reato.

Logica nuova, ma la politica non ha bisogno di logica. I colpevoli

trascinavano nella loro caduta a fascio gli innocenti... Al tempo

soltanto la giustizia.

Nelle mani del governatore simoniaco, peculatore e falsario, rimanevano

almeno dieci lettere di Giuliano chiedenti sconti, esprimenti simpatia

per la causa dell’Istituto, nella lotta che si combatteva sui giornali

ed alla Camera in favore e contro quell’Istituto, minacciato di

soppressione a favore della banca unica.

Quelle dieci lettere imprudenti, dettate da Ferretti, in mano a

Talleyrand sarebbero bastate a far impiccare dieci uomini, anche non

politici... A ciò non pensava Ruggeri, mentre andava alla ricerca

dell’amico per annunziargli l’esito felice delle sue pratiche.

Gli affari di Giuliano eran stati salutare distrazione al cordoglio che

lo straziava. La missione compiuta, ricadde nella malinconia disperata,

compagna nel triste viaggio di ritorno da Miralto.

I grandi dolori non si possono simulare, anche dagli uomini più

rotti alle lotte della vita. Quando Ettore salì la scalca esterna

di Montecitorio, alcuni deputati in crocchio notarono la di lui

preoccupazione...

Che anche gli ex ci siano nella nota del senatore Arisi? disse qualcuno.

— Evvia! non è più deputato da dieci anni!

— Che importa? Chi ti dice che le sue sofferenze non datino da

quell’epoca?

— Possibile... La faccia di sofferente ce l’ha... Si direbbe che esce

da una malattia...

— Malattia bancaria, o cambiaria, come volete. È stato visto un’ora fa

nell’anticamera dell’Istituto Romano.

— Chi te l’ha detto?

Il deputato interpellato si morse le labbra... Avrebbe dovuto

confessare di avercelo incontrato.

— Lo dicevano or ora... in farmacia.

Ettore frattanto aveva messo in moto gli uscieri alla ricerca di

Giuliano... Ricerca inutile...

— Certamente non ebbe il coraggio di venire alla Camera... Sarà in casa.

Prese una carrozza e si fe’ portare a Piazza Termini...

— Il signor conte deve essere malato, gli disse il domestico...

Stamattina all’alba ha chiamato. Il letto era intatto, non si è quindi

coricato. Ha ordinato di farla passare subito.

Ettore, entrando nella camera di Giuliano, sentì una stretta al cuore.

Il dubbio di una nuova sventura. Aveva bussato replicatamente e non

gli era stato risposto; la camera semi buja, appena illuminata dai

raggi che entravano per le sconnessure delle imposte e dalla fiamma

fioca di una candela quasi intieramente consunta, ultima rimasta nel

candelabro... Giuliano steso sul divano...

— Suicidato?!

Corse verso l’amico scotendolo violentemente... Giuliano, svegliandosi,

balzò in piedi impaurito, e durò fatica a riconoscere l’amico...

— Ah! sei tu... Grazie di avermi svegliato... Un incubo orribile...

Quello di otto mesi fa... Apri, apri le imposte... Sei stato a Miralto?

Sei passato da Montecitorio? Che fanno alla Camera? Apri, apri! Ho

bisogno di luce!

Il disordine della stanza rivelò ad Ettore le angoscie provate da

Giuliano in quella notte. Il letto intatto, gli abiti scomposti, i

mobili alla rinfusa, e a terra carte, giornali, le candele consunte, i

candelabri fumosi.

— Che hai fatto, Giuliano?

— Non so... Forse il delirio... Mi pare di aver avuto un accesso

di febbre... A Miralto? Perchè andasti a Miralto? Ti ho cercato

dappertutto...

— Tranquillizzati, i tuoi conti coll’Istituto Romano sono completamente

saldati...

— Saldati!? Come ti sei procurati i denari? chiese Giuliano... È

possibile? Non mi inganni? Chi? Chi ha pagato?

— La contessa Adele...

— Lei? Sono un miserabile! E che ti ha detto, la povera Adele?

— Nulla!... Non è il momento di parlare di Miralto... Ti dirò poi...

Eccoti le cambiali... La dichiarazione di saldo completo della banca...

In caso che il tuo nome venga pronunciato, le presenterai al presidente

della Camera... Ed ora, rassettati, fa un po’ di _toilette_, che hai

l’aria di uno spiritato, e va alla Camera... Al tuo posto! Colla testa

alta... Se hai ragioni di arrossire, gli è con noi, non di fronte ai

tuoi colleghi... Se lo stomaco ti dice, fa un briciolo di colazione.

Poi occupa il tuo posto fra i primi. Hai due ore di tempo; la seduta si

aprirà alle due.

Al miracolo fatto da Ruggeri, sì in buon punto intromessosi ne’ suoi

affari, Giuliano ebbe una lacrima di riconoscenza e di rimorso insieme

per la famiglia; dalla disperazione era passato alla gioja... Piangeva

e rideva insieme.

— Salvato!

Intanto passava le cambiali numerandole come per accertarsi della

verità alla quale non sapeva credere. Gli sembrava di sognare...

Ad un tratto ricadde nell’abbattimento; mandò un grido di sorpresa

dolorosa...

— Ettore, non abbiamo fatto nulla! Mancano le cambiali scadute oggi!

— Quali? Non le hai ritirate tu? Qui c’è il saldo completo!

— Sei stato mistificato; non ho ritirato nulla!

— Eppure, le settantacinquemila lire furono pagate.

— Da chi? Da chi mai, se non da te? Per carità, corri alla banca a

chiarire l’equivoco. Tutti i sacrifici di Adele sarebbero inutili.

Settantacinquemila lire, capisci! Eccoti il biglietto di preavviso...

— Non turbarti; se c’è errore, ho la somma occorrente... Pure ti

assicuro che alla banca le tue cambiali non vi sono più...

— Chi mai?...

Lasciandosi cadere su d’una seggiola stette pensoso.

— Oh!... sclamò. Quale umiliazione! Giulia! non può essere stata che

lei... Essa ne sapeva qualche cosa; me ne parlò, io negai recisamente.

Giulia! Ettore, Ettore, è troppo!

Ruggeri non disse parola. Non poteva essere altrimenti, ed osservava

con pietà mista a disprezzo l’amico, le cui avventatezze dovevano

essere riparate da due donne: la sposa tradita e l’amante milionaria.

Finalmente Ruggeri riprese:

— È troppo davvero! Credevo che da Ferretti, dal tuo Ferretti arrestato

stamattina, da vile malfattore qual è, non si potesse scendere più in

basso... Non mancava che le amanti tue pagassero i tuoi debiti.

«Giuliano, di’ la verità, devi altre somme alla marchesa?

— No, te lo giuro!...

— Ebbene eccoti le settantacinquemila lire; erano destinate alla banca,

le porterai invece alla signora... La quale avrebbe dovuto comprendere

che meglio era lasciarti in balìa all’inchiesta parlamentare, che

disonorarti co’ suoi soccorsi.

— Non dire così... È una prova sublime di abnegazione e di affetto...

— Come vorrai! replicò indispettito Ruggeri, contando i biglietti di

banca. Prendi la somma, corri dalla marchesa e portami le cambiali; ti

aspetto qui. Purchè nulla sia trapelato del suo concorso... Si direbbe

e... e si stamperebbe in tutta Italia che il deputato conte Giuliano

Sicuri paga i debiti e le differenze di borsa coi denari delle donne

innamorate de’ suoi begli occhî... De’ suoi begli occhi blu, soggiunse,

ripensando alla teoria oculistica del commendatore Cerasi.

Giuliano nella gioja di sentirsi salvo, quantunque ferito nell’amor

proprio per l’indubitato intervento di Giulia, era raggiante alla nuova

prova d’amore.

Se avesse osato, avrebbe protestato contro Ruggeri. D’altronde,

pensava: — Che c’è di male? Se non avessi potuto rimborsarla sarebbe

stato altro affare... E poi, a mia insaputa; io non sono menomamente

imputabile... Buona Giulia! Mentre io mi disperavo, essa accorreva

tacitamente in soccorso mio... Senza neppur prevenirmi per delicatezza.

Frattanto si rassettava frettolosamente. Scampato al pericolo, al

pericolo passato non pensava, divorato dall’impazienza di rivedere

Giulia, di ringraziarla, di effondere ne’ caldi baci la riconoscenza

traboccante.

— Poveretta, jersera mi avrà inutilmente aspettato...

Una nube ripassò sulla fronte rasserenata.

— Ferretti arrestato! E la liquidazione di domani? Dovrò nuovamente

ricorrere ad Ettore... A lui che mi fa sì pesantemente sentire il suo

appoggio, i suoi favori. Meno male! Domani si tratterà di riscuotere,

non di pagare...

Ettore, mentre Giuliano stava vestendosi, indovinando gli intimi

pensieri dell’amico, si sdegnava...

— Ha ragione il commendatore; l’acqua non risale alla sorgente.

Sul pendìo precipita... È finita! Compirò il mio dovere, e poi

l’abbandonerò al destino.

Allorchè Giuliano stava per uscire:

— Ti raccomando di far presto. Ritorna colle cambiali... Fra un’ora

devi essere alla Camera... Sollecita!

Nella fretta, Giuliano usciva senza salutare... Sul limitare ristette

pentito; ritornò ad Ettore:

— Come ringraziarti di tutto ciò che hai fatto per me?

— Non ringraziarmi... Va, e ritorna presto. Io sono sulle spine per

quelle tue cambiali, più che se fossero in mano del notajo per il

protesto.

— Buon Ettore!

E giulivo abbracciò l’amico in un impeto riconoscente...

— Fra venti minuti sarò di ritorno... non temere, non tarderò.

Nell’uscire il suo sguardo cadde su di un vaso riboccante di fiori

sciolti; ne tolse un garofano rosso, se lo mise all’occhiello

dell’abito e sparì correndo, mandando ancora un saluto ad Ettore,

che, rimasto solo, ritornò al suo pensiero dominante, a Stella. La

distrazione cessata, il dolore riprendeva il suo impero.

L’eleganza di quella camera da letto, quantunque nel massimo

disordine, rivelava la mano intelligente ed affettuosa della donna,

i mille ninnoli rovinosi e inutili, sparsi sui mobili, regalucci da

innamorati, e fiori... Fiori smaglianti e profumati agonizzavano nei

vasi giapponesi, fiori avvizziti, appuntati a mazzolini cogli spilli

al grande arazzo della parete, contro la quale poggiava il letto di

Giuliano, eran tutto un calendario di giorni felici.

— Giuliano rientra la notte e non getta il fiore donatogli, lo appunta

alla parete, pensava malinconicamente Ruggeri.

Le cento fotografie della marchesa Giulia in cento abbigliamenti

diversi... I cuscinetti da spilli ricamati, la disposizione del

sontuoso mobilio, i paralumi colorati, capilavori di modista,

dai nastri sapientemente intrecciati dalla mano della marchesa,

rappresentata stupendamente in costume di Mignon, nel solo quadro ad

olio. Deliziosa Mignon, pittura del Verni, il celebre autore della

_Maddalena ribelle_.

Tutto sentiva l’amore, l’amore trionfante, felice, in quella camera

dall’acre sentore di sandalo, che si espandeva inebbriante dal soffice

tappeto orientale.

Come un senso di invidia morse Ettore al cuore...

— Egli ama riamato e felice! Felice anche nel delitto, ch’è delitto

l’abbandono della famiglia; felice nella vergogna per le sue colpe...

Riamato e felice!... A me l’amore nella disperazione. A che giova la

mia virtù?

«Ho anticipata la vecchiaja in un’esistenza da cenobita, casto contro

natura, per serbare fede ad una fanciulla che non sarà mai mia e forse

non mi ama e, nell’illusione di amarmi, sacrifica in sterile celibato

la sua fiorente giovinezza, allucinata, la martire, dalle bugiarde

visioni di una vita precedente, visioni ch’io le feci balenare ed essa

credette realtà nei mistici entusiasmi giovanili...

«Forse non mi ama; si appassiona soltanto al mio romanzo, che ormai è

il suo, eroina fantastica, risorta per riamarmi.

«Amore inverisimile, il quale spezza due esistenze, condanna per la

vita due esseri al dolore.

«Che importa la virtù?

«Giuliano, venuto meno a tutti i doveri, appena salvato dal

disonore, lo rivedo raggiante di gioja per una nuova prova d’amore

che, accettata, sarebbe l’infamia... e nell’incredibile egoismo di

amante non ha un pensiero per la povera abbandonata, che per lui si

immiserisce col figlio.

«Tutto ciò è infame; ma egli non se ne avvede, non si ravvede, ed è

felice.

Con invida curiosità, Ettore esaminava minutamente ogni oggetto, il

monogramma di Giuliano, ricamato in cento maniere... Un serico cuscino

portava una data soltanto...

— Certamente quella del loro primo incontro...

Due figurine di Sassonia, abbracciate, rappresentanti forse Fausto e

l’Elena greca della leggenda; sullo zoccolo di bronzo, a caratteri

d’oro, in rilievo, eravi la scritta: «Oggi e sempre!... anche

all’Inferno!» Sfida terribile di Giulia alla sua fede... Più forte

l’amore della religione... Religione l’amore per Giuliano, nella

giovine donna innamorata!

Un cofanetto in legno di sandalo, lavoro paziente, sorprendente, di

artista arabo, lasciato aperto da Giuliano, era colmo di lettere... Lo

rinchiuse, Ettore, girando la chiave d’oro a doppia mandata, quasi per

vincere la tentazione di frugare in quel cofano misterioso, nel quale

erano custodite le espansioni innamorate della marchesa...

Un lungo sospiro...

— Per Giuliano è finita! Il ravvedimento impossibile; un’anima debole

come la sua non ritorna da un simile amore.

Snervato da quelle indagini, offeso da tanta felicità, insulto per lui

in quei giorni desolati, premette il bottone elettrico ed al cameriere

che si era presentato sul limitare della porta:

— Il conte è uscito... Potete rassettare la sua camera da letto;

l’attenderò in salotto.

La stessa cosa. Anche là, l’acre profumo orientale, anche là la

presenza di Giulia in ogni oggetto... Anche là per lui la inseparabile

ombra di Stella, per sempre perduta, più spasmodico il pensiero della

propria miseria, innanzi alle prove di tanta felicità.

Quando Giuliano fu di ritorno, la serenità giuliva dell’amico lo

irritò...

— Le cambiali? gli chiese rudemente.

— Eccole... Le aveva ritirate, per incarico della marchesa, il

commendatore Cerasi... Passai a palazzo Braschi a riprenderle...

— Sta bene! Ora vattene alla Camera, vacci a testa alta... Per oggi il

tuo onore è salvo; non contare mai più su di me. Che Dio, il destino,

ti ajutino... Il mio còmpito di bambinaja è finito!

Giuliano rimase atterrito al brutale congedo. Nell’egoismo di fanciullo

viziato, egli non aveva mai pensato che l’appoggio di Ruggeri gli

potesse mancare, del quale, specialmente in quell’ora, sentiva

l’assoluta necessità.

Fissò in volto l’amico, collo sguardo cerulo, del color del mare,

direbbe il poeta, sguardo attonito e impaurito, come quello di un

piccolo eroe de’ racconti di fate, minacciato dell’abbandono della

provvida guida in oscura, paurosa foresta...

— Ettore, mi abbandoneresti, ora che ho maggior bisogno di te?

— E che posso io fare? Non eri tu jeri lo sposo ed il padre più

felice; non sei tu oggi l’amante più fortunato? Avevi un patrimonio

pazientemente ammassato da tuo padre. L’hai in pochi mesi dilapidato...

«Che vuoi ch’io faccia? Il tuo onore era compromesso, ho tentato

salvarlo, spero esservi riuscito. Ora a te. Hai appena trent’anni...

Quindi, se saprai, se vorrai, l’avvenire può essere tuo.

«Io partirò presto... Domani a Miralto per i funebri della madre di

Stella... Poi riprenderò la rotta pel capo Horn; presso le coste

cilene, nell’immenso Pacifico, vi è un’isola che si chiama della

Desolazione: quella la mia terra di deportazione.

— Morta la madre di Stella! E non mi hai detto nulla?

— Che dirti? Ti interessi tu a qualche cosa nel tuo egoismo?

Giuliano stette pensoso, umiliato, non potendo in alcun modo

scolparsi...

— È vero... Ancora un favore ti debbo chiedere, poi farò ciò che vorrai.

«Ferretti è stato arrestato e domani è giorno di liquidazione in borsa,

la seconda profittevole fra tante disastrose. Io non mi intendo di

borsa; vorrei almeno che prima di partire tu andassi dal mio agente

di cambio, per vedere come sono gli affari miei, per liquidare ogni

partita. Ho giurato di non tornarci più... Questo ultimo favore non me

lo puoi negare. Dopo domani, quando sarai di ritorno...

— Se non è che questo, soggiunse interrompendolo, Ettore, con un amaro

sorriso, ti servirò, quantunque di borsa dovrei intendermene meno io

che non ci ho mai perduto un centesimo...

«Ed ora andiamo alla Camera!

L'onorevole · 第 33 / 39 题