Delusioni. — Tristezze.
Nelle informazioni di Ruggeri e dell’onorevole Lastri non vi era
fatalmente nulla di esagerato. Il colpo tentato in borsa da Ferretti
era fallito alla prima prova.
Incoraggiato all’ottimismo dalle assicurazioni dei ministri, dal
progetto di legge di una proroga sessennale del privilegio alle banche
di emissione, coi criterî di rispetto della pluralità bancaria; dalle
coalizioni di potenti sindacati al rialzo, italiani e stranieri, il
cinico Ferretti, pur non credendo alla saldezza delle nostre società
anonime e de’ più importanti istituti di credito, pur conoscendo
le magagne di tutti gli stabilimenti minori, satelliti dei grandi
astri offuscati, dei valori locali e della stessa rendita, scossa
dagli incolmabili disavanzi; pur non prestando fede al pareggio,
promesso nei bilanci dello Stato, pareggio ch’egli strombazzava nel
suo giornale, credette ad una momentanea galvanizzazione del nostro
credito, assassinato dal mal governo, e, l’avoltojo, si era imbrancato
nuovamente cogli ingenui, deciso a rovesciare, a tempo opportuno, le
proprie operazioni, lasciando i merli nelle panie.
Operò al rialzo, accusando nel proprio giornale di alto tradimento
deputati e giornalisti, che alle menzogne ufficiali contrapponevano
onestamente la verità; indiscutibile verità delle cifre, l’evidenza di
fatti inoppugnabili.
Ferretti, quanto più sentiva di mentire, tanto più gridava, aumentando
di violenza. A forza d’urlare si stordiva, e finì per credere di
essere nel vero. Fatto nuovo e tanto inverosimile, che avrebbe dovuto
convincerlo del contrario.
Fallita la prima prova in due disastrose liquidazioni, si accingeva
alla rivincita, rinfrancando la vittima colle promesse, cullandola
nelle illusioni più rosee. Una pioggia d’oro e di biglietti da mille
senz’altri rischi. E le previsioni erano corroborate da tanta sapienza
finanziaria, da tale conoscenza dei mercati e dei valori, che il povero
Giuliano non osava opporre objezioni, le obiezioni meditate nella
febbre dell’insonnia, fra i rimorsi e lo spavento della propria e della
rovina de’ suoi.
All’apparire del giorno, col sonno riparatore, sfumavano i propositi
eroici, avvinto a Ferretti come il galeotto al compagno di catena;
affascinato dalla marchesa Giulia, la sirena incantatrice, ormai a lui
necessaria quanto la luce e l’aria per vivere.
Giulia lo sentiva infelice e, ritenendosi unica causa delle profonde
tristezze, de’ turbamenti subitanei, delle ansie mal simulate,
raddoppiava d’amore per consolarlo delle gioje domestiche perdute, per
costringerlo, nelle deliranti felicità della passione, all’oblìo della
rivale lontana.
Anch’essa, Giulia, quando l’amante non era là, dinanzi a’ suoi occhî,
fra le sue braccia, era infelice.
Chè, fra di loro, non interponevasi soltanto una rivale; ancora la
testina bionda di un bambino, che Giulia avrebbe voluto odiare quanto
la di lui madre, ed invece sentiva di amare, quasi a compenso della
parte di amore paterno che gli rapiva.
Quando si era data, Giulia, come l’Edea di Byron al giovane naufrago
Don Giovanni, sulla spiaggia deserta, ove la tempesta ed il destino
l’avevano gettato, non aveva chiesto ricambio di promesse, di
giuramenti, non aveva pensato al passato ed all’avvenire. Come abbiamo
detto altrove, Giuliano era giunto nel momento fatale, e Giulia si
era abbandonata nella incoscienza di un fiore che si lascia cogliere,
senza lotta, senza protesta, senza considerazioni, senza preoccupazioni
per sè, per lui, per altri. Non sapeva se l’amava, se sarebbe stata
riamata... D’amarlo veramente, con tutta la passione dell’anima
ardente, non lo seppe che il giorno in cui Giuliano le aveva scritta la
lettera d’addio.
Da quel dì comprese tutta l’enormità del suo fallo, si sentì avvinta
per la vita a Giuliano, che non poteva, non doveva essere suo.
Da quel giorno provò tutte le torture della gelosia, i terrori del
dubbio, i rimorsi della colpa.
Riconquistato l’amante, strappato alla famiglia, se non colla violenza,
col fascino dell’ardente bellezza, colla onnipotenza irresistibile
dello sguardo innamorato, colle ineffabili voluttà del bacio
dall’effluvio inebbriante, era ritornata vittoriosa da Miralto; ma in
cuor suo portava la gelosia ed il rimorso.
Aveva voluto vederla, la famiglia di Giuliano. In agguato, dietro le
persiane dell’appartamento dell’albergo, li aveva veduti passare nella
via, madre e figlio. Era una domenica; si recavano alla messa.
La bellezza odiata della contessa Adele le suscitò in cuore come un
senso di pietosa simpatia; alla vista del bimbo, pianse di tenerezza.
Eppure, la guerra era a morte contro quegli esseri pii ed innocenti.
L’ufficio divino terminato, ritornarono. Il bimbo che sorrideva a
tutto, al cielo come alla terra, sorrise anche alle persiane chiuse,
dietro le quali stava appiattata Giulia...
Un pensiero odioso le balenò alla mente:
— Se la madre morisse, come l’amerei quel bambino!
Se morisse! Nelle gioje e nei tormenti del suo amore, il pensiero
colpevole, iniquo... Speranza nei terrori che le inspirava l’avvenire.
La contessa Adele, insciente del dramma che andava fatalmente
svolgendosi, attendeva fidente il ritorno del marito, le cui visite,
per quanto brevi, non si erano diradate, attendeva con ansia giuliva,
contando i giorni, l’epoca delle vacanze parlamentari, ormai vicine.
Non si sarebbero separati mai più. L’aveva promesso! L’anno prossimo
l’avrebbe seguito a Roma.
E Giuliano, lo vedeva l’abisso?
Lo sentiva, non lo vedeva, perchè sull’orlo del precipizio, colpito da
vertigine, chiudeva gli occhi per non vederlo...
Chiudeva gli occhi, senza poter arretrarsi, illudendosi nelle lusinghe
di Ferretti, quantunque, ormai, fallita la fede anche in quell’uomo.
Ruggeri e Lastri gli porgevano la corda di salvezza; un carattere
risoluto vi si sarebbe aggrappato; Giuliano la respingeva, incapace
di risoluzioni decisive. D’altronde sarebbe stata la rinunzia ad
ogni speranza di rivincita, la confessione ad Adele delle proprie
follìe, la necessità di lasciare Roma, di rientrare nella vita
privata, la rinunzia alla deputazione, l’abbandono di Giulia, pensiero
intollerabile, mentre un colpo solo di fortuna avrebbe potuto rimediare
a tutto.
Non mentori, non consigli; alla sorte la decisione!
E poi?
Non vi pensava! Non voleva pensarci e perciò tentava stordirsi fra
l’amore di Giulia e le emozioni del gioco, nell’esistenza vuota,
ma affaccendata dello _sportsman_, cercando distrazioni nelle
frivolezze, le meschinerie convenzionali di quella società che, tanto
impropriamente, chiamasi il gran mondo.
Ad onta di ciò, il terribile punto interrogante gli si disegnava
inesorabilmente alla mente, perseguitandolo, fin fra le braccia
innamorate della marchesa.
E poi?
Il suicidio? Facile scappatoja per chi non lascia affetti dietro di sè,
non ha doveri da compiere, il nome di un figlio da far rispettare.
Orribile prospettiva per Giuliano, il quale, pur non sapendosi
sottrarre ai fascini della nuova esistenza, adorava la famiglia,
sentiva la grande responsabilità che gli incombeva.
E poi?
Quando quel fatidico punto lo importunava nel sonno, balzava
forsennato, si rivestiva per recarsi al club, o per bussare alla
porticina della bisca, nella speranza di trovarvi attardati giuocatori,
coi quali, pur precipitando la propria rovina, dissipare, nelle
assorbenti distrazioni del gioco, l’incubo intollerabile.
La sera nella quale Ruggeri e il deputato Lastri avevano inutilmente
aspettato Giuliano alla Camera, egli era uscito a tarda ora
dall’appartamento della marchesa. Sua prima intenzione quella di
rincasare immediatamente; quando fu al portone si pentì, ebbe paura
delle insonnie tormentose e diede ordine al cocchiere di retrocedere,
di condurlo al club.
Le sale erano deserte, il giuoco languiva; però quel soccorso
inaspettato fu accolto dai giuocatori con un _urrah!_
— Come mai tante diserzioni? chiese Giuliano.
— Il thè della baronessa Stigler... Arriveranno fra poco. Sei il
benvenuto, Sicuri; ci si cullava in un giuoco innocente di famiglia,
avremmo finito per addormentarci. Un _chemin de fer_ a scartamento
ridotto.
— Un tram! disse un altro.
— Chè, un omnibus.
— Aspettiamo i reduci dal thè! propose Giuliano.
— Intanto vieni ad alimentare questa povera locomotiva incagliata.
— Con piacere! disse Giuliano.
E rivoltosi ad un inserviente, soggiunse:
— Datemi dei gettoni.
— Quanti?
— Due o tremila lire! Prese posto al tavolo, aspettando il turno del
proprio banco.
Il turno venne, e Giuliano si disponeva a dar carte.
— Quanto di banco? gli chiese il giuocatore alla sua sinistra.
— Quanto vuoi!
— Quand’è così, diamo impulso alla macchina. Parti da mille lire.
— Chiami banco?
— Sì!
— Mille?
— Mille!
— Parto!
Giuliano diè carte. Vinse, rivinse... Una serie di dodici colpi. Una
combinazione miracolosa al _baccara_, meno probabile di un terno al
lotto.
Il voluminoso mazzo di carte erasi esaurito coll’ultimo colpo.
Le perdite erano state colossali, talmente sproporzionate alle
consuetudini del tavolino, che vi fu un momento di silenzio; i
giocatori non si rendevano conto di ciò ch’era avvenuto, come svegliati
da un sogno, tanto rapida, quasi fulminea, la partita.
I pochi soci dispersi per la sala, alla voce della straordinaria
_giocata_, erano accorsi facendo circolo, spettatori; alcuni, attori,
avendo sparato anch’essi cartuccie di biglietti da mille, su parola,
agli ultimi colpi della serie inverosimile.
I giocatori erano lividi, il sudore rigava i loro volti contraffatti.
Giuliano, come sonnambulo, non rendevasi conto di ciò ch’era
avvenuto... Gettoni a mucchî, biglietti di banca a fasci davanti a lui,
che nel rifare i conti su parola non connetteva le cifre, tanto che
dovette ricorrere all’abilità aritmetica di una fra le sue vittime.
Contato il danaro, liquidati i gettoni, tirate le somme, la vincita di
Giuliano saliva a duecentosettanta mila lire.
— Signori, disse Giuliano, rifacciamo le carte... È giusto ch’io dia la
rivincita.
Un giovinotto, con sollecitudine ansiosa, disponevasi a rimettere in
assetto gli otto mazzi di carte gettati alla rinfusa nel paniere. Altri
intervennero:
— E, come la rivincita? A st’ora!... Andremmo nelle cifre fantastiche.
Bisognerebbe incominciare da puntate di cinquantine di mille lire...
Il giovane ristette a guardare Giuliano con occhî sbarrati. Gli si
leggeva nello sguardo la disperazione. Finchè aveva potuto sperare
nella rivincita, gli era riuscito sorridere; ma, troncata la partita,
non reggeva al pensiero di non poter soddisfare il suo debito... debito
d’onore!
Giuliano vide e comprese. Tutti si erano alzati; egli si avvicinò al
giovane e, fingendo intrattenerlo d’altro, gli mormorò all’orecchio:
— La rivincita che non posso darle stasera, la rimandiamo a domani. Non
si preoccupi della differenza; i conti a partita finita.
Il giovane gli strinse la mano, senza rispondere, troppo commosso per
poter esprimere la propria gratitudine.
Giuliano si sentiva umiliato da quella vena insolente, avrebbe voluto
rigiocare, gli pareva d’essere sospettato. Da poco era stato ammesso
a quel circolo, poche volte vi aveva giocato e la sorte gli era stata
sempre favorevole.
— Strano! Alla bisca perdo sempre!... Decisamente Ferretti mi porta
disgrazia.
Se avesse ricordato gli ammonimenti del deputato Lastri, avrebbe
spiegato le ragioni della diversità di fortuna. Quella vincita riparava
in parte alle differenze di borsa; se Giuliano avesse voluto e potuto
seguire i consigli degli amici, liquidando la sua _posizione_, la
perdita sarebbe stata ridotta a proporzioni meno disastrose. Ma il
demone del gioco l’aveva invaso e da quel primo ritorno della fortuna
traeva lieti auspicî per l’avvenire.
— Smetterò quando sarò completamente rifatto!
Un nuovo disastro lo sovrastava.
La sera successiva, Giuliano si recò nuovamente al _Trotter_; non vi si
giocava.
Contraccolpo della partita della sera innanzi, il tavolino era
momentaneamente esausto; i vinti si riposavano sulla sconfitta.
Giuliano avrebbe voluto rivedere il suo giovane debitore, per
accordargli la promessa rivincita, o, per lo meno, tranquillarlo
nuovamente. L’aveva sul cuore! Il di lui atteggiamento disperato, lo
sguardo di terrore allorchè i giocatori si erano alzati, troncando
la partita, lo avevano impressionato e n’era preoccupato. Per un
sentimento delicato non volle chiedere di lui, contrariato di non
vederlo.
Era presentimento della catastrofe!
La mattina seguente i giornali recavano minuti particolari di un ben
triste dramma: il suicidio del primogenito di una celebrità della
scienza, il medico Inversi. Il padre avendo rifiutato di saldare la
nuova perdita al gioco del figlio, questi erasi suicidato.
Molte inesattezze nel racconto; la somma era esagerata; il creditore,
inesorabile, un deputato. Il nome era taciuto, ma lo si indovinava
dalle reticenze trasparenti.
Il giornale l’_Ordine_ traeva occasione dal tragico fatto per un
articolo violento, di tutto pugno del Ferretti, contro le autorità non
abbastanza vigilanti:
«Roma, scriveva l’onesto giornalista, è infestata di bische; dai
_clubs_ signorili, nei quali i figli di famiglia lasciano il loro
patrimonio, qualche volta l’onore, o, come in questo caso pietoso,
la vita, ai _tripots_ di bassa lega, ove impunemente si spogliano i
mal capitati, come, nei suoi bei tempi, il Tiburzi nella macchia del
Lamone.
«Per ora ci limitiamo a questo cenno, decisi a designare noi stessi, se
non vi si porrà riparo, le sentine, che la polizia non sa, o non vuole
scoprire.»
L’onesto Jago tirava l’acqua al proprio mulino, obbligando la questura
a sopprimere la concorrenza disastrosa delle bische altrui, sicuro
della inviolabilità della propria.
Per due giorni i fogli cittadini riboccarono di commenti alla
straziante tragedia, che piombava nel lutto la famiglia del dottor
Inversi.
Il nome del deputato Sicuri non era stato stampato; per altro lo si
susurrava nei caffè, e lo si pronunziava ad alta voce nella farmacia
della Camera.
Giuliano era costernato; il padre infelice gli aveva mandato la somma
dovuta dal suicida, ultima volontà, espressa con sentimenti di simpatia
e di gratitudine verso il conte Sicuri nella lettera di addio.
Giuliano la rimandò, pregando il medico Inversi di erogarla per i suoi
malati indigenti.
Solo il padre infelice rendeva giustizia al deputato Sicuri, contro cui
scagliavasi la pubblica opinione.
Roma è divoratrice di scandali; dopo pochi giorni, scandali nuovi
assopivano l’antico; non così in provincia, ove il nome del deputato
giocatore era stato stampato senza reticenze, trasmesso in tutte
lettere dal telegrafo indiscreto.
Imaginarsi il chiasso che se ne fece a Miralto. Il conte Sicuri
giocatore, era cosa tanto incredibile, che da prima si suppose un
equivoco, una calunnia; le conferme non tardarono. La contessa Adele fu
l’ultima persona di Miralto a conoscere l’accaduto; quantunque ormai il
fatto fosse inoppugnabile, non volle prestarvi fede.