La farmacia.
— Sai, diceva l’onorevole Lastri a Ruggeri nella farmacia della Camera,
che il tuo pupillo in tre mesi ha fatto molto cammino?
— Troppo, rispose Ettore in tono secco, come per avvertire l’amico
di mutar discorso. Questi non comprese o non volle comprendere, e
continuò.
— Ho visto oggi la sua nuova pariglia, è veramente magnifica. Non vi
sono cavalli di egual prezzo che nelle scuderie del barone Michelini.
— Se si trattasse soltanto di cavalli non sarebbe nulla...
— Oh! in quanto al resto io sono di manica larga... Amori di
giovinotti. Capisco che nella sua condizione di ammogliato dovrebbe
curare un po’ più le apparenze... E quella benedetta ragazza, che si
direbbe faccia di tutto per compromettersi e per comprometterlo?
Tale discorso era tenuto a bassa voce fra Lastri ed Ettore, mentre un
crocchio di deputati in circolo lambiccava fra i motti di spirito, le
osservazioni argute, le dichiarazioni ciniche, le maldicenze spietate,
tutta la politica parlamentare.
La farmacia della Camera è ormai una istituzione quanto gli ufficî e le
commissioni. Sola differenza che alla farmacia tutti i deputati possono
essere ammessi e partecipare alle maldicenze senza bisogno di speciale
elezione, senza differenza di cariche. Per altro vi sono i maggiorenti
anche là, i quali tengono il mestolo o la corda; vi sono gli assidui,
anzi gli immancabili ed i dilettanti periodici; vi sono i membri
temporarî ed i _leaders_ di tutti i partiti, quantunque nella farmacia,
nella grande fratellanza della maldicenza, non vi siano partiti.
Vi si cospira anche, alla reciproca demolizione od al mutuo
incensamento, vi si combinano ministeri e vi si fabbricano crisi, ma
ciò in momenti eccezionali e negli _a parte._
La farmacia può dirsi in permanenza; funziona dal mattino alle undici
fino a mezzanotte, ora nella quale la politica parlamentare si riversa
al caffè Aragno, ove i giornalisti corrispondenti aspettano in agguato
i deputati per avere l’_ultima notizia_, compensata col fervorino,
colla noticina speciale, redatta per edificare i lontani elettori sulle
eminenti qualità del loro eletto.
La farmacia propriamente detta è un salotto che sta fra le due grandi
sale di lettura e scrittura, a pian terreno, prospicienti sulla piazza
di Montecitorio.
La chiamano farmacia, non già perchè nei tempi andati, quando
Montecitorio era un ospizio di carità, vi si distribuivano i farmachi
ai poveri... La tradizione ne è spenta; bensì per la ragione che,
come nelle farmacie di villaggio, le notabilità vi si raccolgono a
crogiolare la politica ed il pettegolezzo, lo scandalo della giornata.
Nell’aula di Montecitorio vi è sempre un ordine del giorno, la grossa
legge, la importante interpellanza, la urgente questione, così nella
farmacia. Colla differenza che l’ordine del giorno non è a stampa, e
le norme regolamentari non sono osservate nella discussione. Vi è un
presidente virtuale, il quale, cresimato alla vicina fiaschetteria del
Parlamento, intona, ma non dirige le discussioni.
Libertà di parola; nei momenti gravi parecchî oratori possono parlare
contemporaneamente e, non essendovi votazioni, possono anche non essere
ascoltati.
In quel giorno vi si sussurrava di una grossa calunnia... Si narrava di
un deputato che avrebbe avuto rapporti coi briganti, agenti elettorali
influentissimi nel di lui collegio, e di un probabile processo. Di un
altro onorevole si annunziavano le dimissioni imminenti per bancarotta
fraudolenta; e per associazione di idee e di malfattori si parlava di
un altro, da tempo dimissionario, autore di cambiali false, il tutto
condito da epigrammi e da motti. Si rivangava l’antico _crack_ sardo,
mormorando che non tutti i colpevoli eran stati condannati dalle Assise
di Genova, eminente notabilità parlamentare il più compromesso.
L’enorme principe di Sant’Alessio si scagliava invece contro il Senato,
a difesa del Governo, per l’invalidazione di alcune nomine di senatori,
scandalosa rivolta contro i diritti della Corona. Gli si replicava
che uno dei rejetti era stato nientemeno che un agente borbonico
torturatore di patrioti; l’altro, lo si affermava a bassa voce,
direttore di un grande istituto di emissione; avrebbe fabbricato moneta
per proprio conto, emettendo molti milioni di carta falsa.
Altri asseriva che le nomine senatoriali erano state messe a prezzo dal
Governo, per sopperire alle ingenti spese elettorali.
Qualche deputato novellino meravigliava incredulo; gli anziani ne
ridevano; altri, i ministeriali, negavano risolutamente, gridando alla
calunnia.
Tra questi, due ex preti, che la infedeltà al dio del seminario
compensavano, parlamentari influenti, colla loro fedeltà ad ogni
ministero, dal giorno della nascita a quello della caduta.
Ruggeri si interessava mediocremente a tali discussioni, cui Lastri,
per la incorreggibile loquacità, partecipava con calore, esprimendo il
proprio disgusto.
— Mio caro, a che riscaldarti, gli rispondeva con bonarietà l’onorevole
di Sant’Alessio; tutti i parlamenti hanno camminato e procederanno
sempre così. Non si governa colla moralità.
Poi il pettegolezzo. Qualcuno meravigliava del treno di casa tenuto da
un ex presidente del Consiglio, che, essendo ormai ritenuto impossibile
al potere, aveva tutta la maldicenza contro...
— Qual mistero! Un po’ li guadagna, un po’ li ruba, un po’ li deve e
non li rende.
La risata fu unanime!
Ruggeri non resse più; era venuto per cercarvi Giuliano, irreperibile
al suo appartamento. Chè Giuliano l’aveva affittato, l’appartamento; ma
la contessa attendeva invano il richiamo del marito. Ettore, acceso un
sigaro, per ingannare l’impazienza che lo rodeva si mise a passeggiare
a passi rapidi il lungo ambulatorio del pian terreno.
— Alla Camera ci deve venire. Si discute oggi in giunta la sua
elezione. Non è possibile che manchi.
Numerosi deputati eran sparpagliati, a gruppi, isolati, alcuni
seduti sui canapè cospiravano a bassa voce, o tenevano conferenza con
visitatori estranei alla Camera, elettori o clienti, uomini d’affari,
banchieri, costruttori, appaltatori, giornalisti. La gran pentola
bolliva con animazione insolita.
Passò il ministro del tesoro, coll’_interim_ delle finanze. Fu tosto
circondato... Il Dio dell’or... ormai della carta. Strette di mano,
mezze parole, sorrisi, promesse o dinieghi, fra il buon umore, i motti,
le risate.
— Oh, Ruggeri! Qual miracolo alla Camera?
— Miracolo davvero... Aspetto qualcuno...
— L’onorevole Sicuri, ne son sicuro, disse il ministro sorridendo del
bisticcio.
— Appunto!
— È oggi la sua giornata campale... Ma si può esser certi della
convalidazione. Fu da me jeri con...
Il ministro si morse le labbra, non pronunziando il nome.
— Mi sono informato, soggiunse, e non vi sarà neppure discussione. Gli
avversarî si sono dimenticati di far autenticare le proteste e, quindi,
sono nulle.
— Ah, nulle? sclamò Ruggeri senza mostrare il minimo compiacimento.
— Giovinotto di merito!
Ed il ministro passò ad altri, con aria affaccendata... parlando non
più ad alta voce.
Si prevedeva un voto nella giornata; gli occorreva abboccarsi con
molti, onde impartire ai ministeriali istruzioni, raccomandazioni;
assumendo cogli avversarî inconvertibili l’aria di vittima, il contegno
di annojato, stanco della rovinosa e non ambita situazione di ministro.
Nel frattempo qualcuno andava demolendolo, narrando aneddoti, in
apparenza fantastici; fra gli altri di un ingente mutuo imposto ad una
banca e della senseria toccata... Una forte somma; per di più il regalo
di due morelli ungheresi...
— Che! Un equipaggio completo. E intanto che noi si discorre,
l’eccellenzina ereditaria, scarrozza nel cocchio di babbo.
— C’è dell’altro... La Corte de’ conti continua a respingere decreti;
sono nomine e promozioni di funzionarî, tutti mariti di belle mogli.
— Oh, questa è una indegnità!
— Indegnità o no, è un fatto! Sarà una combinazione; ma il fatto sta.
I decreti respinti vengono registrati con riserva; i funzionarî entrano
in carica e toccano lo stipendio, a dispetto della Corte...
— Dei conti.
— S’intende.
— Ma c’è la commissione parlamentare per i decreti registrati con
riserva, disse un novellino.
L’ingenua interruzione fu accolta fra le risa ed i sorrisi di
compassione...
— La commissione! Non si raduna da anni.
— Ma, allora, a che cosa serve la Corte dei conti? replicò il novellino
imbarazzato.
— A nulla! decretò solennemente il presidente virtuale della farmacia.
Signori, sono le due. Gli uscieri ci chiamano nell’aula. Oggi seduta
importante; il deputato Istriani ci costringerà certamente ad un
appello nominale. Accidenti alla Estrema Sinistra! Sono quattro gatti e
non v’è seduta senza scandali.
— La colpa è della Destra, che, di soppiatto, li appoggia.
Le sale e gli ambulatorî andavano sfollandosi lentamente; pochi
onorevoli rimasero ai tavoli, leggendo, scrivendo.
Il duca di Sant’Alessio, rimasto solo in farmacia, approfittò del
silenzio per ajutare il chilo della copiosa colazione dormendo, sicuro
che in caso di voto gli uscieri lo avrebbero chiamato.
L’onorevole Lastri raggiunse Ruggeri nell’ambulatorio.
— Ancor qui, Ruggeri?
— Aspetto Sicuri.
— Dimmi un po’, che c’è di vero in ciò che momenti fa si susurrava in
farmacia di una grossa perdita fatta al giuoco?
— Anche il giuoco! sclamò Ettore allarmato.
— Lo diceva il duca di Tarsi. Giuliano avrebbe perduto più di centomila
lire, in poche sere, in una bisca molto nota anche alla polizia e dalla
polizia rispettata per l’autorità dei personaggi che la frequentano e
per l’onnipotenza degli anonimi che la tengono.
— È la rovina completa! Mortelli, l’agente di cambio, mi avvertì
stamattina che nella liquidazione di borsa di jeri l’altro, Giuliano
c’è rimasto per somme enormi... E ciò che mi stupisce è come abbia
potuto liquidare regolarmente, passando per più di trecentomila lire
alla banca del barone Michelini. E non sarebbe tutto, perchè avrebbe in
riporto una massa di titoli.
— Bisogna fermarlo.
— Ci penso. Ma in qual modo? Quel miserabile di Ferretti lo ha
ipnotizzato. Come strapparlo alle grinfe rapaci?
— Come mai Giuliano potè avere a disposizione somme sì grosse?
— Deve aver fatto qualche operazione a Milano, durante le ferie
parlamentari. So che la dote della contessa è liquida in gran parte.
Circa mezzo milione. Egli non possiede che stabili e terre.
— Sarebbe un’infamia! sclamò indignato il vecchio Lastri. Rovinarla
mentre la tradisce.
— Oh, i miei presentimenti!
— Ed i miei? mormorò Lastri. Forse non è irreparabile. Bisogna vederlo,
parlargli, convincerlo.
Chiamato un usciere, il deputato gli diè ordine di salire in giunta
delle elezioni per vedere se vi fosse l’onorevole Sicuri...
— Cercatelo dappertutto. Ditegli che è aspettato qui
nell’ambulatorio... Mandate anche nell’aula...
In quel mentre Giuliano entrava dalla porta posteriore del palazzo di
via della Missione.
In pochi mesi si era completamente trasformato. Non più la timidità
che gli attirava le simpatie protettrici dei vecchi parlamentari. Aveva
assunto, con un’eleganza alquanto pretensiosa, un po’ dandinesca, ciò
che i francesi chiamano l’_à plomb_, un fare disinvolto, un zinzino
impertinente; impertinenza mitigata dallo sguardo azzurro, sempre
benevolo nella sua incertezza vaga.
Scorgendo Ruggeri gli si fece incontro, tentando nascondere le
preoccupazioni che lo turbavano.
— Come va, Ettore? Non ti si vede più. Bisognerà andare alla stazione
per cercarti... Fai sempre i tuoi viaggi in ispirito?
A Lastri porse la mano sorridente:
— Sai, la giunta propone la convalidazione. Domani uscirò dal limbo...
Era tempo!
— Devo parlarti a lungo, Giuliano, gli disse Ettore con dolcezza, come
avrebbe fatto con un fanciullo che si vuole ammonire e persuadere ad un
tempo...
Lastri fece atto di andarsene.
— No! rimani, non sei di troppo.
Giuliano non seppe nascondere la contrarietà provata a quell’esordio.
— La seduta è aperta, devo recarmi nell’aula... Sarà per più tardi.
Stasera, dopo la seduta, disse quasi invocando.
— Nell’aula non ci hai nulla da fare, soggiunse severamente Ruggeri.
Si discute il bilancio dell’istruzione... Le interpellanze verranno in
fine di seduta. Avrai tutto il tempo di votare per il tuo Governo, se
voto vi sarà.
— Sia... Dimmi almeno di che cosa si tratta. Hai un’aria tanto solenne,
che mi impensierisci...
E volle ridere, ma fingere non sapeva; levatosi la maschera, con voce
tremante soggiunse:
— Lettere da Miralto?
— Non ancora, per fortuna... Tentiamo di prevenirle... se pure siamo in
tempo.
Giuliano impallidì.
— Colla tua solennità mi spaventi; sarebbe avvenuta qualche disgrazia?
— No, tranquillizzati... Ma non rimaniamo qui. Nella sala là in fondo,
a sinistra, saremo soli ed in piena libertà.
La sala indicata è storica per essere stata abitata dal compagno di
Garibaldi, Nicola Fabrizi, il cui ricordo è tutta una requisitoria
contro gli attuali nababbi politici, truffatori e non eredi delle
glorie dei grandi defunti.
Ruggeri, quantunque preoccupato di ben altro, come se avesse pensato,
ad alta voce rivoltosi a Giuliano:
— Ne’ suoi ultimi anni abitò qui il sublime bohème, ospite della
presidenza della Camera; aveva dato tutto, nulla serbando per sè,
gloriosamente povero come Cristo. La gloria, nè lui, nè Garibaldi non
la potevano dare perchè apparteneva alla storia; ora la si svaligia per
glorificare i viventi.
Giuliano, poco compreso di ammirazione, specie in quel momento,
vagava al soffitto cogli occhi blu di malumore, non dandosi cura di
nascondere la contrarietà dispettosa per quella chiamata all’ordine,
che presentiva si sarebbe risolta in una nojosa paternale.
Si sedettero in silenzio, colla gravità di padrini che si accingano a
discutere una questione d’onore.
— Ora siamo soli; potrò finalmente sapere di che si tratta, disse
Giuliano simulando indifferenza, smentita dal tremito della voce.
— Caro Giuliano, riprese Ettore con affabilità, io non ho veste per
farti da mentore, nè autorità, nè diritto di sindacare le tue azioni.
Tuttavia l’amicizia ha i suoi doveri, sacri doveri, e la differenza di
età che passa fra noi mi impone quelli di un fratello maggiore. La tua
inesperienza, la tua natura onesta ed entusiasta, ti additarono facile
preda agli imbroglioni. È vero che operi in borsa, che hai subìte
perdite gravi e che mantieni in sospeso operazioni ingenti, le quali
nell’alea terribile potrebbero assorbire tutto il tuo patrimonio?
Giuliano, non osando mentire, non rispose; abbassò lo sguardo,
assentendo in silenzio.
— Oggi ricevetti lettera dal notajo di Miralto, che è pure il tuo
notajo. Egli amministra il mio piccolo peculio e, rendendomi conto
della sua gestione, si lascia sfuggire un grido di allarme per te,
quantunque egli non sappia il peggio. Vecchio amico di tuo padre, mi
prega di consigliarti, non osando egli stesso.
«L’elezione ti costò circa settantamila lire, ed in cinque mesi da che
sei a Roma ne hai prelevate altre settantamila, circa. Alle tue perdite
in borsa, agli svaligiamenti perpetrati nelle bische contro di te, come
hai provveduto? Ove hai trovato le quattrocentomila lire occorrenti,
quasi la metà del tuo patrimonio?
Giuliano non rispondeva; Ruggeri si era alzato e passeggiava concitato.
La scena diveniva imbarazzante... Lastri si sentiva di troppo ed
avrebbe voluto andarsene. Ruggeri lo pregò collo sguardo di rimanere.
— Dillo, in nome di Dio! Dillo! Hai firmato delle cambiali?
Giuliano accennò col capo di no.
— Come hai fatto?
— Un conto corrente all’Istituto Romano.
— Un conto corrente? In qual modo l’hai ottenuto?
— Hanno esagerato... Le perdite non sono quali le supponi. Te lo
proverò.
— Il conto corrente?
— Ho depositato una somma...
— Di’ la verità... La dote della contessa?
Giuliano tacque.
Ruggeri era impallidito per lo sdegno. Pure, essendosi imposto la
calma, dopo breve pausa:
— Disgraziato! Non pensavi che quei danari sono sacri, che non sono
tuoi, che sono di tuo figlio, di quella povera donna, che, fidente in
te, nel tuo amore, ti darebbe la vita? Giuliano, quale demonio ti ha
invaso?
Avvicinandoglisi, gli prese le due mani, e con affetto, quasi
supplicante:
— Dammi almeno parola che liquiderai la tua posizione in borsa, che
rinunzierai alla rivincita. Sarebbe il disonore colla rovina completa.
Giuliano aveva le lacrime agli occhî, l’angoscia lo strozzava; mormorò
più che non dicesse un sì, assentendo del capo. Poi soggiunse:
— Avevo già pensato di dare ipoteca ad Adele su i miei stabili.
— Bisognerà farlo subito...
Intervenne Lastri:
— L’importante è di rompere ogni rapporto con quel furfante di
Ferretti, di non mettere più piede nelle bische, delle quali egli ed
il suo avversario... politico, il noto giornalista Moisaici, sono i
cointeressati biscazzieri. È notorio. Si susurra perfino che un nostro
collega e, parlamentarmente parlando, non l’ultimo venuto, vi abbia lo
zampino.
— Non è possibile! scattò a dire Giuliano.
— Te lo proverò, figlio mio. È il segreto di Pulcinella...
Giuliano, ad un tratto, come sovvenendosi improvvisamente di un impegno
urgente, si alzò dicendo:
— Vi ringrazio, amici! Farò tutto ciò che vorrete. Lo prometto! Ci
rivedremo stasera, qui, alla Camera...
E, senza lasciar tempo a Ruggeri di insistere per trattenerlo, se ne
andò frettoloso. Ettore e Lastri rimasero di fronte, scoraggiati.
— Non vi è nulla da fare, sclamò Lastri. La complicazione della donna
guasta tutto... Sai quale affare urgente lo chiama? Va nell’aula per
vedere se la marchesa è nella tribuna: fa un segno; essa scende, ed
entrambi in carrozza, nella carrozza di Giuliano, che aspetta, ne
son sicuro, qui sulla piazzetta della Missione, vanno alla campagna
a filare idillî fra le rovine o sulle alture dei colli. Archeologia
amorosa!
— Se non possiamo salvare lui, l’imbecille, salviamo almeno la sua
famiglia. Tu che sei giureconsulto, dammi un consiglio.
— Un’ipoteca.
— È affar lungo...
— Un sequestro conservativo...
— La contessa non si deciderà mai a volerlo. D’altronde, bisognerebbe
dirle tutto. Quale schianto in quella casa!
— Presto o tardi verrebbe a conoscenza d’ogni cosa... Meglio ora, che
siamo ancora in tempo per evitare una catastrofe completa.
«Non è nell’interesse soltanto della contessa; anche di suo figlio.
L’amore di madre dovrebbe prevalere.
— Tu conosci la marchesa Fiori, replicò Ettore; se la facessimo
intervenire... Che donna è?
— È... E chi potrebbe dirlo? Buona certo. Ma un cervellino bizzarro,
come la sua bellezza. La credo capace delle più nobili azioni; lo ha
provato di fronte a quel miserabile di suo marito. Ma se la passione se
ne immischia, chi può prevedere di che cosa sia capace anche nel male?
«Poi c’è quella zia! Un’intrigante per istinto; affarista per avarizia.
Si buccina abbia delle intelligenze con Ferretti; l’hanno visto spesso
uscire dal villino Marcellin all’Esquilino; ed un giornale d’affari e
di scandali, il _Boulevard_, stampò in proposito insinuazioni molto
trasparenti, passate quasi inavvertite, per il silenzio successivo.
Evidentemente, silenzio non del tutto gratuito.
— Prima di prendere una risoluzione, aspettiamo la confessione generale
di Giuliano. Ha promesso di venire stasera; dopo, ci appiglieremo al
partito che ci parrà migliore.
— Credi che verrà? chiese Lastri.
— Oh, certamente!
— Io ne dubito...
Lastri ebbe ragione; alla sera il bel Giuliano brillò per l’assenza, e
i due amici lo aspettarono inutilmente.