Intermezzo.
Sono scorsi circa due mesi dalla convocazione della Camera, ma ben
poche le sedute importanti.
La costituzione degli ufficî assorbì le prime tornate, nelle quali la
maggioranza e le opposizioni si contarono.
Il Governo fa circolare, per mezzo de’ suoi amici, le liste de’ suoi
candidati; le opposizioni contrappongono i proprî.
Dai risultati degli scrutini si misura la forza della maggioranza. Equa
giurisprudenza impone però al Governo di accordare una parte, minima
invero, delle cariche agli oppositori.
Eletto il seggio presidenziale: un presidente, quattro vice presidenti,
otto segretarî, due questori, si procede alla divisione della Camera
in nove ufficî; i deputati vengono assegnati agli ufficî diversi
per estrazione a sorte. Ogni ufficio nomina un presidente, un
vicepresidente, un segretario.
Fra le nomine, dal regolamento lasciate alla scelta del presidente
della Camera, havvi quella di venti deputati che devono far parte della
giunta delle elezioni, altissima magistratura parlamentare, giudice
della validità o meno delle elezioni contestate. I giudici di Giuliano.
La Camera poi vota i nomi dei componenti di tre commissioni
parlamentari permanenti, fra le quali importantissima quella
composta di trentasei membri per l’esame dei bilanci e dei rendiconti
consuntivi.
Impossibile, per chi non conosce il dietroscena di Montecitorio, farsi
idea delle gare fra deputati per aver l’alto onore di coprire una di
tali cariche. Compromessi, concessioni, diserzioni, piccole e grandi
viltà, per ottenere che il proprio nome sia inscritto nelle liste dei
candidati del Governo... degli amici del Governo, ch’è poi la stessa
cosa.
Il Governo, che tenne al battesimo elettorale la sua maggioranza,
l’ingrossa negli squittini, accaparrandosi per di più la benevolenza
degli oppositori, scelti per necessità fra gli aspiranti avversarî...
La nomina, ripercossa nei collegi elettorali, aumenta l’autorità
dell’eletto, il quale in tal modo va già seminando per le elezioni
future.
— Ogni incluso, spiegava l’onorevole Lustri a Giuliano, ha un amico,
se non due o più, corifei troppo modesti o nulli o troppo novellini
per poter aspirare ad onori speciali; essi ripongono la loro vanità
in accomandita, cioè nel trionfo del collega prediletto, gruppo
infinitesimale fra i gruppi che compongono i partiti, nei quali si
divide la Camera, e questi due, tre o più amici dividono col prescelto
la loro riconoscenza per il gabinetto, dirò meglio, per il presidente
del Consiglio, in Italia, da molti anni, qualunque siasi, vero
dittatore con tutti i gabinetti, con tutte le maggioranze, quasi sempre
le stesse, le quali, disaggregate il giorno delle inevitabili crisi,
atterrano l’idolo per erigerne un altro, che verrà ad epoca non lontana
egualmente atterrato, per essere sostituito da uno de’ predecessori
precedentemente travolto. Vicenda continua!
Lastri paragonava i ministeri ai limoni:
— Le maggioranze li spremono; quando, esausti, non danno più, si
gettano. Ed il quarto d’ora dell’esaurimento viene sempre, mentre i
deputati non cessano mai di chiedere... limonata, per sè o per i loro
elettori.
«Ministero nuovo, anche composto di limoni vecchî, libro nuovo. Il dare
e l’avere passa alla finca profitti e perdite, e si ricomincia da capo.
«Lo stesso Depretis, soggiungeva Lastri, a chi gli aveva fatto
osservare la di lui stabilità al potere, lo stesso _compianto_
Depretis, come un Richelieu od un Mazzarino, ministro a vita, lo
sapeva tanto, che, per rimanere, offriva spontaneamente alla Camera
assetata l’olocausto de’ suoi colleghi. Le crisi parziali con lui erano
periodiche come le stagioni. Se il presidente del Consiglio era sempre
il medesimo, la maggioranza veniva spostata; chiamando al potere de’
capigruppo dell’opposizione, le nuove reclute erano più ferventi, le
influenze nuove portavano elementi nuovi in sostegno al Governo, che
formulava nuovi programmi.
«Depretis preveniva l’inesorabile opera demolitrice del tempo con
riparazioni e riattazioni anticipate.
«Un ringiovanimento continuo del decrepito edificio.
«Aveva applicato al Governo le norme prudenti del genio civile per i
grandi manufatti.
«Il trasformismo è il più grande portato della scienza parlamentare.
«Ma il trasformismo ci ha resi ciò che siamo... E noi abbiamo reso,
ormai, il parlamentarismo impossibile.
*
* *
Lasciamo le divagazioni del vecchio Lastri, e ritorniamo al nostro
racconto.
Dopo la rinnovazione di tutto il macchinario parlamentare, ch’era stato
messo a dormire colla chiusura della legislatura, erano avvenute poche
avvisaglie delle opposizioni sconfitte su tutta la linea; un grande
voto di fiducia al Governo con duecentocinquanta _sì_, contro sessanta
_no_, e sessanta o settanta deputati assentatisi (in gergo parlamentare
_squagliati_) dall’aula al momento dell’appello nominale, onde
ritardare a dichiararsi ed impiegare con maggior utile i voti futuri.
Poi le vacanze natalizie e di capo d’anno.
Un lungo mese di preparazione impiegato dal Governo nell’ordinare e
disciplinare il suo esercito, nell’assegnare a ciascuno dei capigruppo
le sue mansioni, nel continuare l’opera di disaggregazione delle
esigue, ma violente ed ostinate opposizioni.
Quale grande forza per il gabinetto la spada di Damocle sospesa su di
un centinajo di deputati non ancora convalidati dalla giunta!
I sospesi avevano tutto da temere o da sperare dalla influenza
governativa, perchè le sentenze della giunta non sono definitive; la
Camera, anzi la maggioranza, decide in appello. Non sono rari i casi
nei quali le proposte della giunta furono respinte. Fra quei cento
deputati sospesi, forse dieci o venti, che osino affrontare le ire del
Giove del Consiglio; gli altri portano umilmente il tributo del loro
voto sull’ara del ministero, il quale premierà la dedizione favorendo
la convalidazione.
Guai ai ribelli! se la loro influenza personale nella Camera non è tale
da prevalere contro le cospirazioni!
Giuliano, soggiogato da Ferretti, che continuamente gli faceva
balenare il pericolo dell’invalidazione, aveva sempre votato per il
Governo. La veste di legalitario ne lo autorizzava; ma i legalitari
erano il bersaglio della stampa indipendente, nella Camera stessa
erano zimbello. La maggioranza li accoglieva come figliuoli prodighi;
ma il senso morale collettivo, che spesso protesta anche nelle
assemblee più degenerate, si ribellava contro di essi... I loro voti,
sempre accolti da mormorìi, dai commenti pungenti delle tribune, i
loro discorsi inascoltati. Camuffati da radicali, avversarî nello
stesso campo degli amici loro, rappresentavano qualche cosa di più
deplorevole de’ transfughi numerosi dagli altri partiti di opposizione,
apertamente, senza sottintesi, senza restrizione inscrittisi nella
maggioranza. Fenomeno momentaneo, perchè certe anomalie contro natura
non ponno essere che effimere. Tristo fenomeno, prova dell’abbassamento
parlamentare italiano!
Il cuore di Giuliano sanguinava nell’umiliante situazione: venti volte
aveva giurato di romperla con ogni transazione, di giuocar tutto per
tutto, ritornando invalidato, piuttosto di continuare nella servitù
avvilente che tacitamente gli veniva imposta. Venti volte era venuto
meno a’ suoi propositi.
Lastri, vecchio scettico, indurito nel parlamentarismo, pur deplorando,
perdonava tutto alla inesperta gioventù di Giuliano; Ruggeri ne
era desolato; ma si era imposto la medesima riserva, dopo una scena
violenta, avvenuta a proposito di Ferretti e del commendatore Cerasi,
che, richiamato a Roma a disposizione del ministero, ne era agente
principale ed inspiratore.
Le sedute erano state poco numerose; in compenso numerosissimi i voti
di fiducia, perchè il presidente del Consiglio, prodotto di non si sa
quale alchimia parlamentare, con meraviglia di tutti, specialmente
sua, arrivato all’altissima carica, non per ciò che era, bensì per
quello che non era, si compiaceva nel trastullarsi colla sua imponente
maggioranza, moltiplicando i voti di fiducia, forse per tentare di
rafforzare la fiducia propria, vacillante, di sè stesso, forse sperando
imporre al Senato, messosi in ribellione per certe nomine scandalose di
senatori.
Ad ogni voto, Giuliano rinnovava i propositi; ad ogni votazione
successiva veniva meno. Un’altra catena gli pesava; una catena di
rose, direbbe il poeta; di rose! ma le spine pungenti gli laceravano la
coscienza.
*
* *
Durante il mese di vacanza parlamentare, ritornato alla famiglia, si
era ritemprato nei dolci affetti della sposa e del suo bimbo. Dalla
serenità felice della esistenza casalinga ripensava con terrore al
ritorno a Roma, ove Giulia l’attendeva impaziente, sollecitandolo in
ogni modo alla partenza. Da Miralto, Giulia gli era odiosa, ed egli
malediva le ebbrezze colpevoli di un amore che lo costringeva a mentire
ad ogni ora, ad ogni minuto, colla sua Adele adorata. Malediva alla
necessità dei mille sotterfugi per nasconderle la corrispondenza della
marchesa. Corrispondenza quotidiana; volumi, poemi nei quali tutta
l’anima ardente di Giulia era trasfusa fra i baci e i sospiri, fra
le espansioni del desiderio delirante, progetti insensati di fuga e
gelosie feroci.
Quelle lettere maledette, impregnate dell’inebbriante profumo,
infiammavano anche Giuliano, che alla fragranza sottile, voluttuosa,
avvampava, come la notte del primo incontro con Giulia, al contatto
delle di lei tumide labbra, olezzanti. Sentiva di odiarla; pure i sensi
prevalevano sull’affetto immenso nudrito per Adele, che non sapeva,
non sentiva i delirî brutali della passione, calma nell’amore infinito
per il suo Giuliano, casta, direi, anche negli amplessi legalizzati dal
sindaco, santificati dal parroco.
Giuliano, non nato alla lotta, tentava sottrarsi all’influenza di
Giulia; dilaniato da rimorsi, aveva giurato in cuor suo di non rivedere
mai più la marchesa, sentendosi troppo debole per sottrarsi al fascino
di quella bellissima e strana donna, odiata e tanto desiderata ad un
tempo.
Un giorno Giuliano ritrovò il coraggio di scriverle per invocare dalla
di lei generosità la forza di mantenere i vacillanti propositi.
«Per carità, Giulia — le aveva scritto — fa ch’io possa ricuperare
la pace dell’anima, turbata da rimorsi strazianti... Qui, in
presenza del mio bimbo, circondato dall’affetto di quella santa,
che fu l’amore di tutta la mia giovinezza, che deve essermi
compagna in tutta la vita, sento intiera l’enormità della mia
condotta. L’inganno mi pesa. Ciò che mi resta di lealtà si ribella
alla menzogna quotidiana con questa affettuosa, fidente creatura,
del cui amore, della cui fede ormai mi sento indegno.
«Ti scongiuro, Giulia, dammi tu la forza di lottare, di vincere la
funesta passione che mi hai inspirata, nella quale tu stessa non
puoi trovare la felicità, perchè non si può essere felici delle
lacrime degli innocenti; non vi è, non vi può essere felicità nel
rimorso.
«Giulia, tu stessa, sventurata ne’ tuoi affetti domestici, puoi
essere giudice della jattura che colpirebbe la mia famiglia il
giorno nel quale la nostra relazione venisse scoperta, e lo sarebbe
certamente, o tosto o tardi.
«Tu, riacquistata la libertà, per l’abbandono di un marito di
te indegno, puoi amare senza rimorsi... Ma io!... Io!... Giulia,
perdonami! Giulia, ti invoco in nome del mio bimbo innocente, che
si trastulla a’ miei piedi, mentre ti scrivo questa lettera che
sarebbe bagnata di lacrime, se nelle ansie cocenti dalle quali sono
torturato, potessi avere il sollievo di piangere...
«Addio, Giulia... Il tuo perdono, non avendo il coraggio di
invocare il tuo oblio.
«GIULIANO.»
La giovane marchesa ricevette quella lettera un mattino al suo
svegliarsi, recata dalla cameriera colla consueta tazza di caffè.
— Francesca, deponi il vassojo ed apri le imposte, ch’io possa leggere.
Messasi a sedere sul letto, impaziente lacerò la busta; un sorriso di
gioja le illuminava il volto quasi infantile.
I raggi del sole, irruenti nell’elegante gineceo di Giulia, le offesero
le pupille brune, che per un istante dovettero ripararsi sotto le
palpebre dalle lunghe ciglia, folte e nere come quelle di una circassa:
una smorfia graziosa ed un grido di protesta...
— Francesca, vuoi acciecarmi... Apri a modo! sclamò la marchesa,
facendo riparo colla mano sinistra agli occhi che tentava riaprire,
mentre colla destra, dal braccio nudo fino alla spalla, ravviava
la nera capigliatura fluente, che, scioltasi nel sonno, inondava i
guanciali, le faceva velo al viso pallido, dalla pelle vellutata,
leggermente ambrata e come l’ambra trasparente, dalle vene azzurrine
appena adombrate.
Bella di quella bellezza orientale come doveva aver imaginata la
sua andalusa Alfredo De Musset. L’arco delle nere sopracciglia,
forse troppo accentuato, dava un non so che di durezza alla gentile
fisionomia, contrasto al sorriso affascinante di una bocca sensuale,
che mostrava volentieri due file di denti, felini nella purezza del
loro candore. Il piccolo naso profilato, tendente all’aquilino,
dalle narici aperte e mobili a tutte le forti emozioni, i grandi
occhî nero-azzurri, tagliati a mandorla, ricordavano quelli delle
_mademoiselles Chrysanthème_, delle tappezzerie e delle lacche
giapponesi, rivelavano una fibra dalle violenti passioni, che, in
quella personcina snella, flessibile, ed al tempo stesso carnosa,
l’eleganza personificata nella miscela felice di quelle doti, nessun
osservatore superficiale avrebbe potuto sospettare. Non era alta e
neppure piccina; sembrava più alta che non fosse per la perfezione
delle proporzioni, la vita sottile da bimba, il seno turgido, le spalle
alquanto pioventi, scultorie, le braccia grassoccie dalle fossette ai
gomiti arrotondati, come alle guancie nel sorriso, come agli arti delle
piccole mani. Mani e piedi mostruosi, veramente giapponesi nelle loro
minuscole proporzioni.
Con tutto ciò non ho descritto nulla, e nessuno de’ miei lettori, che
non abbia conosciuta personalmente la marchesa Giulia ed ammirata da
vicino, può farsene un concetto.
Una bellezza bizzarra, talmente mutabile da non riconoscersi qualche
volta, non solo a giorni di distanza, ma nella stessa giornata.
Nella calma era quale l’ho descritta; ad ogni impressione vivace la
volubilità della fisionomia la trasformava completamente.
Nipote della contessa Marcellin... Era poi realmente nipote? Fatto è
che, orfana, a Roma, presso la zia non venne che all’età di diciotto
anni, dopo la morte del senatore. Il pretesto era plausibile: consolare
la vedovanza della zia.
Giulia, oltre l’avvenenza, le doti simpatiche dello spirito, la
gentilezza dell’animo, possedeva l’invidiabile privilegio della
ricchezza; erede universale di un parente... lontano, diceva la zia.
Però partito agognato da tutti i cacciatori di dote dell’_high-life_
cosmopolita, frequentatrice del salone Marcellin.
La giovinetta scelse, fra i numerosi aspiranti, il marchese Fiori, e
scelse male. Di antica nobiltà, la famiglia Fiori per vicende politiche
emigrava in Francia fin dal principio del secolo; quindi il marchese
era cittadino della repubblica e il matrimonio fu celebrato sotto la
legge francese.
Fortunata circostanza che, dopo l’abbandono del marito, dava a Giulia
diritto al divorzio, da essa per altro non invocato, forse per non
spogliarsi del titolo di marchesa e riprendere il nome di fanciulla,
dallo stato civile molto complicato. D’altronde, ormai rassegnata alla
vedovanza, che da principio le aveva fatto spargere molte lacrime, non
sentiva velleità di uscirne; tanto più che i disordini rovinosi del
marito avevano schierato a di lei favore la pubblica opinione. Vittima
compianta e glorificata.
Certo è che, ad onta della libertà dei modi, di alcune eccentricità
veramente singolari e d’una certa stranezza nell’abbigliamento, la
maldicenza non aveva ragione di mordere contro di essa, _enfant gâté_
indisciplinato, ma esemplare nella condotta morale.
Riceveva pochi amici, e le giornate le passava dalla zia, che
nell’intimità chiamava mamma, affettuoso epiteto, al quale nessuno
trovava a ridire.
Il lettore chiederà come mai tale fiore di virtù siasi tanto facilmente
lasciato cogliere da Giuliano, senza contrasto, senza pure la parvenza
di un assedio regolare, senza pretendere all’onore delle armi.
Misteri del cuore delle figlie d’Eva! Forse il quarto d’ora. Il
quarto d’ora fatale, nel quale la derelitta sentì prepotente il
bisogno d’amare e di essere amata, intollerabile l’isolamento in una
società frivola, nauseanti le galanterie di una turba di adoratori,
simili tutti fra di loro, dagli eguali luoghi comuni esotici, dalle
stesse smancerie affettate, dal medesimo linguaggio, dall’eguale
abbigliamento... ridicolo. Forse il quarto d’ora soltanto, il quarto
d’ora nel quale la Vergine dello Stecchetti scende inconscia all’altare
di Adonai ad incontrare l’angelo dell’Annunciazione.
In casa della zia si era tanto parlato del giovine protetto del
commendatore Cerasi! Da prima la curiosità.... poi... poi chi può dire
che cosa siasi agitato nella testina capricciosa di Giulia, nel di
lei cuore ancora sanguinante per la chiassosa sventura domestica che
l’aveva colpita?
Probabilmente, senza il malaugurato ritardo della carrozza, Giuliano e
la marchesa avrebbero continuato nel loro cammino, buoni amici, per la
simpatia reciprocamente inspirata al primo incontro, senza che la loro
amicizia venisse turbata dalla _passione funesta_, come la qualificò
Giuliano nella sua lettera.
D’altronde, a che cercare le cause, o mendicare circostanze attenuanti?
Era destino! Quanti avvenimenti ci sono serbati, dei quali invano si
cercherebbero le ragioni?
Fatalità o combinazioni del caso!
Due esseri, ignoti l’uno a l’altro, partono da punti estremi, dal
caso o dalla fatalità guidati per lunghe peregrinazioni; tutte le
circostanze cospirano per avvicinarli; una combinazione fortuita,
impreveduta, imprevedibile, li mette di fronte; si riconoscono, come
Erodiade e Haasvero. Ma lo stretto di Behring non li separa, e più
fortunati o più sventurati del leggendario Ebreo errante e della figlia
di Erode dalle mani insanguinate, procedono insieme pel sentiero della
felicità o per la strada maestra della disperazione.
Stendhal, che volle classificare le diverse manifestazioni della
passione così detta _amore_, quantunque la parola sia spesso
impropriamente adoperata, sentimento troppo spesso ferocemente
felino; Stendhal, il quale, come un collezionista ornitologo i suoi
soggetti impagliati nella bacheca, specificò e classificò l’amore in
rubriche diverse, ammette il _coup de foudre_. L’amore improvviso e
ingiustificato, ingiustificabile; lo ammette anche nei temperamenti
meno accessibili alle passioni. Stendhal impaglierebbe la vezzosa
marchesa, grazioso colibrì, per riporla nella scansìa dei fulminati.
Fatalità o caso! Per rispetto ai credenti non parlo di Provvidenza,
perchè non posso ammettere che essa deroghi fino a rendere certi
servigi, e farsi complice di adulterî, condannati da tutte le leggi
umane e divine.
Fatalità o caso! La ragione, se esiste, è impotente a dominare
l’amore. Delirio della febbre, non sente ragione; gli ostacoli lo
fanno avvampare più vivace. Nella felicità incontrastata soltanto si
consuma... tutto a danno degli amori legittimi, della morale.
Giuliano, scrivendo la lettera che ho ricopiata, si era appigliato
imprudentemente ad un mezzo che sarebbe stato eccellente per conseguire
sulla marchesa l’effetto opposto del desiderato.
Giulia, che con tanta impazienza aveva lacerata la busta della lettera
di Giuliano, non la lesse immediatamente. Ristette, quasi avesse voluto
assaporare lentamente, con delizia maggiore, il buongiorno dell’amico
lontano.
Voleva essere sola, senza l’importuna testimonianza della cameriera,
che si affaccendava nei preparativi della toletta mattinale della
signora.
Dopo il primo lampo di gioja, centellinò la tazza di caffè e congedò la
donna:
— Francesca, quando avrò bisogno di te, suonerò.
Le due ammirabili braccia con gesto uniforme si alzarono per ravviare
e raccogliere la capigliatura, e nella superba seminudità la marchesa
Giulia si dispose a leggere, scotendo il capo, come per scacciare,
colle ciocche ribelli, un pensiero molesto.
Alle prime righe banali, da me omesse, si rabbujò. Poi un grido,
un’esclamazione:
— Miserabile!
Spiegazzando la lettera colle mani convulse, ne fece una pallottola che
gettò lontano, ripetendo:
— Miserabile! Miserabile! Miserabile!
Si lasciò cadere supina e coprendosi colle mani il volto in atto
disperato, scoppiò singhiozzando in pianto.
Calmato alquanto il primo accesso delle lacrime, ancor singhiozzante,
sperando di aver mal compreso, di aver frainteso il senso della
lettera, scese dal letto per ricercarla; carponi sul tappeto la ritrovò
di sotto al mobile ove s’era ficcata. Con calma apparente, la calma
della disperazione, rimanendo a terra ginocchioni, sul tappeto, stirò
colle mani il foglio gualcito; la lettura era difficile per le lacrime
che le velavano gli occhi; leggeva lentamente, a voce alta: le parole
le uscivano dalla strozza rotte dai singhiozzi.
Finita la lettura, la ricominciò con una specie di voluttà felina,
elevando la voce quasi avesse voluto chiamare a testimoni dell’infamia
di cui era vittima ascoltatori invisibili. Singhiozzi e risa feroci!
«Addio, Giulia, il tuo perdono, non osando invocare il tuo oblio!»
— Vile! Non una parola di rimpianto! E, per di più, il quadro della
sua felicità colla «santa, l’amore di tutta la sua giovinezza... la
compagna di tutta la vita...» Vile! Il perdono no! L’oblio forse, se mi
sarà possibile... Ma prima la vendetta! sclamò alzando i pugni in atto
di minaccia.
Terribile, in quel momento, e bellissima, avvolta nella capigliatura
bruna, contrasto alle nudità marmoree, nell’atteggiamento della
Maddalena di Guido; una Maddalena non pentita, non rassegnata; Nemesi
imprecante il destino, il suo Dio!
Scattò ritta e, afferrato il campanello lo scotè violentemente. Accorse
la cameriera.
— Dio mio, signora, che è avvenuto?
— Vestimi in fretta, devo uscire. Presto! Ma spicciati dunque!... Che
fai?
— O signora, che è mai successo?
— No! no! non perdono!
E si coricò sulla poltrona, scoppiando nuovamente in lacrime, mentre
Francesca tentava indossarle un accappatojo.
— Povera signora! Così nuda, prenderà un malanno... Non pianga,
marchesa.
E Giulia, come incosciente, a lasciar fare, mentre la piena del
cordoglio traboccava in pianto.
La Francesca intanto le ravviava la folta capigliatura, fissando
l’enorme fascio di capelli con un nastro, intrecciandoli rapidamente,
ed avvolgendo la treccia, a mo’ di serpente aggomitolato, dietro la
nuca.
— Vestimi in fretta, Francesca, devo uscire. Ordina la carrozza!... Fai
presto!
E la poveretta soffocava strozzata dai singhiozzi.
Francesca suonò, a sua volta, e corse sulla porta gridando a un
domestico:
— La carrozza della marchesa... Carrozza chiusa!
Ritornò affaccendata ed amorevole a vestire la signora, come avrebbe
fatto di una bambola inerte. Giulia lasciava fare e singhiozzava.
La toletta non fu lunga; sull’accappatojo, Francesca passò un mantello
impellicciato; adattò al capo un cappello dalle larghe tese, un velo
fitto, per nascondere ai domestici gli occhî rossi, molli di pianto...
— Dirai al cocchiere che vado dalla contessa.
E scese lo scalone, accompagnata, quasi sorretta dalla cameriera.
Quando fu in carrozza...
— Ah! la lettera! Francesca, sali, troverai un foglio a terra; recalo
subito... Spicciati!
Francesca non si spicciò troppo; il tempo di scorrere essa pure il
foglio maledetto, causa di tante lacrime.
— Povera signora! mormorò la cameriera scendendo a precipizio le scale.
Povera signora!
Confidente della di lei felicità, la fedele domestica comprendeva tutto
lo schianto, tutta l’amarezza del disinganno.
Giulia entrò nel _boudoir_ della contessa Marcellin, senza farsi
annunziare; entrò come un uragano. La contessa, sorpresa, le si fece
incontro chiedendo ansiosa:
— Che c’è? Che è avvenuto, Giulia?
Intravedendo le lacrime di sotto al velo:
— Dio mio! Hai pianto, Giulia?
Questa abbracciò la madre balbettando:
— Sono tanto infelice, mamma!